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Thailandia

Da qui si entra nel magico mondo delle novel thailandesi!

ALL HIS FAULT – PROLOGO

Non avrei mai pensato che la mia testardaggine mi avrebbe portato fino a questo punto. Solo una provocazione da parte di una persona era bastata a spingermi a fuggire a Bangkok, deciso a dimostrare che anch’io ero bravo quanto gli altri, nonostante mio padre mi avesse messo in guardia, dicendomi che a questa età non avrei saputo come cavarmela in una città così grande. Quelle parole, però, avevano finito per alimentare ulteriormente la mia determinazione.

MY BOO – CAPITOLO 1

Nuea, si guardò nello specchio, girando la testa a sinistra e a destra. Vedeva un’immagine che non gli era familiare. Di solito acconciava i capelli all’indietro per mostrare il viso, ma oggi li aveva pettinati in avanti, coprendosi la fronte tanto che quasi non vedeva le sue sopracciglia. Era certo che fossero aggrottate per il nuovo look che, pensava, gli avrebbe dato un’aria più dolce e amichevole con le persone dell’università, specialmente con un certo Kuea Keerati.

MY BOO – CAPITOLO 2

Troppo sospetto.

Sinsamoe aveva socchiuso gli occhi, osservando con attenzione un compagno del primo anno che sembrava comparire spesso nel suo campo visivo. In quel momento, la matricola, che emanava un’aria da lupo, aveva cominciato a camuffarsi da cucciolo di cane mansueto, con tale destrezza che anche chi non lo avesse mai visto prima avrebbe potuto credere che fosse un piccolo Pomerania. Aveva appena tagliato la frangia, portava un apparecchio azzurro brillante e sorrideva tanto che gli occhi si riducevano a due fessure. Tuttavia, quando gli altri distoglievano lo sguardo, si potevano ancora scorgere nei suoi occhi un luccichio malizioso e un sorriso malvagio all’angolo delle labbra, in netto contrasto con il suo aspetto. E non si limitava a tanto: prendeva anche a calci la sedia di un compagno.

MY BOO – INTRODUZIONE

Nuea, il cui nome completo era Thitnuea Tosthit Rajapat, camminava con passo deciso seguendo la guardia del corpo in completo nero lungo il corridoio dell’hotel, fino a fermarsi davanti alla stanza all’angolo. Il numero della stanza non gli era familiare e, una volta aperta la porta, vide il proprietario che, sebbene conosciuto, gli fece inarcare un po’ le sopracciglia. Non capiva perché la differenza di otto anni tra loro dovesse influenzare così tanto il loro modo di comunicare. Se avesse voluto parlare, non poteva semplicemente chiamarlo? Un messaggio su Line, uno su Facebook o un DM su Twitter avrebbero funzionato, se solo il più grande sapesse come usarli.

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