Dolore e piacere
[10+ anni prima]
Jaeha sapeva fin da bambino che il suo corpo possedeva una caratteristica che usciva dalla norma.
«Sembra che si manifesterà a breve.»
#UNIPORN FOR LIFE |
[10+ anni prima]
Jaeha sapeva fin da bambino che il suo corpo possedeva una caratteristica che usciva dalla norma.
«Sembra che si manifesterà a breve.»
Tra la Gold Coast e le Hawaii… il mare azzurro, le isole meravigliose, gli abitanti che stavano benissimo con magliette a maniche corte, pantaloncini e occhiali da sole…
Era esattamente il paradiso che avevo sempre sognato.
Fantasticavo su quando sarebbe stato meglio prenotare il mio biglietto aereo.
Ogni mattina, dalle 8:20 alle 8:30, era il mio momento dedicato alle fantasie.
Quando mi dissero che avrei dovuto sposarmi, nella mia testa affiorarono solo due pensieri. Uno era: “Me l’aspettavo”. L’altro era che ormai fosse davvero finita. Che si trattasse della mia vita, delle responsabilità verso la famiglia o della minima ricompensa che loro si aspettavano da me.
Le strade all’ora di uscita dal lavoro erano caotiche e vivaci. I volti delle persone erano più luminosi rispetto all’ora di punta del mattino, quando iniziava la giornata. Eunhong lasciò l’ufficio più tardi del solito. Spense le luci insieme all’ultimo gruppetto di persone che stava uscendo e salì in ascensore con loro.
Lee Jaeha: “Tesoro… Il mio tesoro ha mangiato bene?”
Eunhong socchiuse gli occhi e fissò il messaggio. Poi sollevò la mano sulla tastiera per rispondere.
…Mh. Che cosa avrebbe dovuto rispondere?
“Perché… ti… comporti… così…?” Picchiettò sulla tastiera, poi cancellò di nuovo tutto. Il cursore lampeggiante tornò all’inizio della riga.
Fin da bambino, Yasuhara era sempre stato piuttosto accomodante sotto molti aspetti.
Mentre i suoi fratelli litigavano continuamente per qualsiasi cosa, souvenir portati dal padre o regali dei parenti, Yasuhara aveva sempre pensato che non facesse alcuna differenza: andava bene qualsiasi cosa.
Lo stesso valeva anche per tutto il resto.
C’era un passo leggero e vivace nel modo in cui Isaki camminava un po’ davanti a Yasuhara, con il cappotto appoggiato sul braccio. Nella luce soffusa del corridoio dell’hotel, il suo completo grigio chiaro sembrava risplendere in modo indefinito.
Yasuhara non era esperto di moda, ma capiva che gli abiti che Isaki indossava abitualmente erano diversi da quelli dei normali impiegati. E gli sembrava anche che stonassero un po’ con quell’albergo economico.
Per Yasuhara era la prima volta in un cosiddetto ‘love hotel’.
Con l’avvicinarsi della fine dell’anno, l’izakaya Tanuki si era riempito. Gruppi di studenti e impiegati delle aziende occupavano i posti sulle pedane rialzate, apparentemente intenti a festeggiare le proprie cene di fine anno; il locale era più vivace che mai.
Dopo la riunione in sede, quel giorno Yasuhara entrò nell’izakaya un po’ più tardi del solito. Pensava che forse lo avrebbero respinto perché era tutto pieno, ma era arrivato proprio al momento giusto, quando qualcuno aveva appena finito ed era andato via, così riuscì a trovare posto al bancone.
Yasuhara accompagnò le due alla stazione più vicina e poi si separò da loro, attraversando la strada principale davanti alla stazione. Mancava ancora un po’ all’ultimo treno, quindi la zona intorno era piuttosto affollata.
Isaki quel giorno lavorava. Aveva accennato al fatto che avrebbe voluto prenotare per loro in un ristorante italiano, ma visto che Yasuhara aveva già un impegno, aveva deciso di dedicarsi al lavoro.
Quando Yasuhara entrò nel ristorante, Shiori e Midori erano già sedute al tavolo più in fondo e stavano guardando il menù.
Quando Shiori era piccola, tutti dicevano spesso che somigliava moltissimo a sua madre, ma ora il suo portamento era cambiato parecchio e non sembravano più così simili come madre e figlia. Shiori indossava un vestito morbido e svolazzante e aveva di nuovo i capelli elegantemente arricciati, mentre Midori aveva uno stile molto più semplice: una camicia a righe, pantaloni di cotone e i capelli raccolti con una pinza.
Dal cielo scuro cadevano insieme neve e pioggia. Jaeha osservava in silenzio i tergicristalli che ripulivano quella neve fradicia. Era da tanto che non usciva in strada da solo, senza Eunhong. Dalla punta delle dita che tamburellavano sul volante traspariva inquietudine.
Le dita che facevano ruotare la penna si muovevano meccanicamente. Eunhong, con il mento appoggiato alla mano, fissava il monitor con lo sguardo vuoto. Le lenti trasparenti degli occhiali riflettevano la luce dello schermo.
L’incontro improvviso con Jaseong gli aveva confuso la mente, ma ciò che lo preoccupava davvero era Jaeha, che avrebbe incontrato a breve. Era certo che avesse capito che era andato in ospedale mentendo. Cosa avrebbe risposto, se glielo avesse chiesto? I pensieri si susseguivano senza fine.
Passò una settimana.
Mentre Eunhong si sforzava di adattarsi al nuovo tragitto per andare al lavoro, Jaeha invece iniziò a trovarlo estremamente piacevole. La quotidianità, che era stata priva di emozioni e persino noiosa, cominciò a diventare divertente da quando aveva iniziato a fare il tragitto casa-lavoro insieme a Eunhong.
Il ristorante di sushi, dove il set del pranzo costava 38.000 won, era sorprendentemente tranquillo nonostante l’ora. Eunhong, che non riusciva a mangiare wasabi, fissava gli udon da 15.000 won davanti, digrignando i denti tra sé e sé.
Al contrario, Woohyeon, seduto di fronte, stava divorando il suo pasto con entusiasmo. Nonostante non fosse particolarmente grande di corporatura, mangiava in modo impressionante, tanto che ci si chiedeva dove finisse tutto quel cibo. Forse, quando era offerto da qualcun altro, mangiava ancora meglio.
Eunhong si mise a giocherellare goffamente con lo smartwatch che portava al polso. Per via del suo lavoro, non aveva mai avuto l’abitudine di indossare qualcosa alle mani per tutta la vita. Quando passava lunghe ore a picchiettare sulla tastiera o a muovere la penna, persino un sottile cinturino di pelle, a un certo punto, aveva iniziato a infastidirlo. Eppure, quello doveva assolutamente tenerlo.
Quando c’era del miele dolce, era inevitabile che arrivassero le formiche.
Sotto una pioggia torrenziale così fitta da offuscare la vista, Joo Myeong-woon si era calcato il cappuccio sulla testa e vagava con passo lento. Se qualcuno lo avesse visto, non avrebbe avuto nulla da obiettare se fosse stato segnalato come individuo sospetto. La pioggia cadeva con tale violenza da pizzicare la pelle.
Joo Myeong-woon era più grande di Nam Cheong-in. Dalle conversazioni via messaggio, sembrava un uomo piuttosto loquace. Forse quell’aria eccessivamente brusca era stata solo un’impressione? A Nam Cheong-in il nuovo amico piaceva parecchio. Non ci volle molto prima che iniziasse a chiamarlo “hyung” e a comportarsi con familiarità. Nam Cheong-in si infiammò di una sorta di missione: valorizzare al massimo l’altezza naturale di Joo Myeong-woon con un buon stile.
Il rumore leggero dei passi riecheggiò sulle scale. In quel corridoio stretto risuonava una musica classica solitaria. Nam Cheong-in, che scendeva saltellando giù per le scale, fischiettò con leggerezza. Lo strumento che fluiva dagli altoparlanti era una viola? O forse un violoncello? Non gli sembrava un violino. Tra le melodie morbide tipiche degli archi, c’era un peso profondo che risuonava. D’altronde, che importanza aveva quale strumento fosse?
Per tutto il tempo in cui scesero dalla montagna, non riuscirono a trovare un compromesso sul nome. Anzi, era disperante. La madre lo stava già chiamando Jeolmang.
Eunhong serrò il cucchiaio con un’espressione imbronciata. A quel punto, si sentì montare la rabbia verso colui che, seduto di fronte a lui, aveva dato quel nome.
«Che razza di nome è Jeolmang, Jeolmang.»
«Perché è brutto.»
Quando Eunhong riuscì finalmente a calmare le emozioni che gli ribollivano dentro e uscì dalla cabina armadio, era passato un bel po’ di tempo. Con un’espressione impacciata si mise a cercare Jaeha. Attraversò il soggiorno centrale e, seguendo il familiare suono di una musica da videogioco, lo trovò sprofondato sul divano davanti a una grande TV.
Sul monitor, un personaggio baffuto con un cappello rosso saltava qua e là. Il volto di Jaeha, mentre fissava lo schermo, era incredibilmente sereno. Eunhong si avvicinò al divano con esitazione.
Quel bacio durò un tempo indefinito,
Il volto di Chi Yu era affondato nella spalla di Xie Qingsheng, gli angoli degli occhi umidi, le labbra leggermente socchiuse, ansimando come se avesse perso ogni forza.
Istintivamente cercò di spostare un po’ il corpo, ma sentì Xie Qingsheng sussurrargli all’orecchio: «Non muoverti.»
«…Uhm?»
Chi Yu pensò di essere semplicemente come un pesce sul tagliere.
Il suo corpo si irrigidì, gli occhi si chiusero istintivamente, e persino i denti iniziarono a battere tra loro.
Nella sua mente, invece, tutto ribolliva come una pentola in ebollizione.
E tutte quelle bolle facevano un unico suono: Xie Qingsheng… sta per baciarmi? Ma… però…
Le gocce d’acqua sulla testa di Lei Sihai cadevano a ritmo regolare.
Ebbe la sensazione che qualcosa non quadrasse.
Gettò un’occhiata al telefono accanto a lui, poi a quel commesso che di solito era basso e silenzioso ma che ora emanava un’aria inquietante, e infine guardò la coppia di quei due uomini davanti a sé. Nel suo cuore nacque addirittura un leggero senso di paura.
Dopo che Chi Yu e gli altri ebbero consegnato il loro lavoro, passarono appena un paio di giorni e arrivò la settimana degli esami per gli studenti universitari di Jiang.
In teoria, una volta iniziata la sessione, gli studenti non avrebbero avuto tempo per altro oltre a studiare e fare esercizi.
Ma quella volta, mentre gli studenti del primo anno studiavano con la testa china e l’ansia addosso, tutti stavano anche parlando di nascosto di una cosa: quel “caso di distruzione di proprietà privata con intrusione”.
Zhou Peng si accovacciò accanto a Chi Yu, mentre insultava senza mezzi termini Da Ju, e allo stesso tempo disse di non farsi prendere dal panico: sarebbero andati a cercare qualcuno che riparasse computer, per vedere se fosse possibile recuperare i dati.
Ma entrambi lo sapevano bene: con un livello di danno simile, anche rimandandolo alla fabbrica originale, non ci sarebbe stato più nulla da salvare.
Xu Rui, invece, con il volto pallido come un cadavere, cercò una paletta e una scopa per raccogliere i frammenti sparsi a terra.
Era chiaramente una notte autunnale silenziosa e fresca.
Fuori dalla finestra si udirono soltanto qualche frinire d’insetti e un filo di vento leggero.
Ma nella mente di Chi Yu risuonarono tuoni assordanti uno dopo l’altro.
Il viso di Chi Yu si arrossò completamente.
Da un lato, sentiva vagamente che ciò che aveva detto Zhou Peng sembrava avere un senso; dall’altro, continuava a pensare: Com’è possibile?
Strinse con forza la ringhiera della scaletta del letto, come se stesse rispondendo a Zhou Peng ma anche cercando di convincere sé stesso: «Lui… lui non può… non può avere quel tipo di pensiero… Noi… io e lui…»
Quella mattina, Ye Shaohua, tutor della classe 2 del primo anno del dipartimento di informatica, ricevette una lettera anonima.
La lesse dall’inizio alla fine per due volte, e le sue sopracciglia si corrugarono sempre di più, fino a formare solchi profondi.
Dopo aver fatto avanti e indietro per qualche giro nel suo piccolo dormitorio, sospirò e fissò un appuntamento con il segretario Zhu, responsabile degli studenti nel dipartimento.
La vita di Chi Yu divenne sempre più impegnata.
Ogni due giorni, insieme ad altri studenti del primo anno, doveva esercitarsi nel doppiaggio di film.
Poiché nessuno di loro era un professionista, quella cosa si rivelò in realtà più difficile del previsto, e di tanto in tanto finivano anche per fare qualche figuraccia.
Per fortuna, il film da doppiare era un’animazione che gli piaceva, e i compagni erano tutti piuttosto alla mano: durante le pause parlavano dei pettegolezzi tra le varie facoltà, commentavano le capacità culinarie dei cuochi della mensa, e a volte organizzavano perfino qualche spuntino notturno insieme.
Dopo aver finito le lezioni del venerdì, Chi Yu raccolse in fretta lo zaino e si avviò fuori dal campus.
Secondo le regole, gli studenti avrebbero dovuto vivere nel dormitorio.
Ma la situazione di Chi Yu era particolare: a casa c’era una bambina minorenne di cui doveva prendersi cura, così aveva fatto richiesta all’istituto, ottenendo il permesso di tornare a casa ogni fine settimana.
Il cuore di Chi Yu tremò, e rispose in modo vago: «Non è niente di che.»
Zhou Peng capì subito. Prima borbottò a bassa voce una parolaccia, poi disse: «Xiao Yu, non aver paura. Da adesso in poi, quei due idioti, ogni volta che li vedo li metto a posto. Tanto io, quando vedo gente che si atteggia così, mi dà proprio fastidio.»
Xu Rui invece disse piano: «In realtà… alle medie e al liceo sono stato bullizzato anch’io.»
Chi Yu si mise seduto sul letto, completamente confuso, e negò: «No. Xie Qingsheng è solo un amico normale…»
Anche se, secondo l’accordo, si sarebbero sposati, Chi Yu non aveva alcuna intenzione di dirlo a chiunque.
Ma una spiegazione del genere non convinse affatto i suoi coinquilini.
La pioggia diminuì gradualmente, ma non smise.
La violenta pioggia estiva che sembrava coprire cielo e terra si trasformò infine in una fitta e continua pioggerella autunnale.
Chi Yu, indossando i larghi abiti da casa di Xie Qingsheng, guardò la cortina di pioggia fuori e dentro di sé iniziò a preoccuparsi: Questa compagnia per aprire la porta… davvero aspetta che smetta di piovere? Allora dovrò restare a casa di Xie Qingsheng finché non smette… Lo sto disturbando troppo.
La mano di Chi Yu continuava a frugare nelle tasche vuote dei pantaloni, come se quella tasca fosse quella di Doraemon, e continuando a cercare potesse tirarne fuori una chiave.
Xie Qingsheng sospirò e, senza dire una parola, afferrò il braccio di Chi Yu: «Vieni prima a fare la doccia da me.»
Chi Yu reagì d’istinto, cercando di rifiutare: «Non serve, non serve, quando smette di piovere vado a chiamare qualcuno per aprire la porta…»
Dopo cena, Xie Qingsheng non si trattenne a lungo.
Chi Xiao corse a farsi la doccia, mentre Chi Yu ricontrollò ancora una volta i bagagli della sorella.
Il giorno dopo sarebbe iniziata la scuola affiliata e Chi Xiao sarebbe andata a vivere nel dormitorio.
Quando Chi Yu vide sua sorella, rimase leggermente sorpreso: Chi Xiao aveva cambiato acconciatura, cambiato vestiti, passando da una bambina un po’ confusa delle elementari a una vivace quasi-studentessa delle medie.
Diversamente da Chi Yu, stremato e un po’ abbattuto, Chi Xiao era piena di energia, con un sorriso raggiante sul volto, e raccontava gesticolando i risultati del pomeriggio.
Chi Yu le accarezzò la nuova frangia dritta e ringraziò solennemente Lin Zhiyao.
Alla fine di agosto, le vacanze estive di Chi Yu e Chi Xiao stavano giungendo al termine.
Quel pomeriggio, la scuola affiliata all’Università di Jiang aveva tenuto una “riunione per i genitori”, durante la quale avevano spiegato una lunga serie di informazioni necessarie e stilato una lista lunghissima di oggetti indispensabili per gli studenti che sarebbero stati in convitto.
Dopo essere tornato dalla riunione, Chi Yu si mise a spuntare uno per uno gli elementi sulla lista.
Xie Qingsheng, con espressione severa, disse seriamente a Chi Yu che se il suo futuro coniuge fosse stato malnutrito, sarebbe stata una figuraccia enorme.
Chi Yu non trovò nemmeno una parola per ribattere.
Così, il molto attento all’apparenza Xie Qingsheng gli “tolse” il diritto di cucinare.
Davanti agli occhi di Chi Yu calò a ondate l’oscurità.
Ma riusciva a percepire che, nell’istante in cui stava per cadere, la persona davanti a lui lo aveva afferrato e stretto forte.
Riusciva anche a sentire la sua voce che lo chiamava ripetutamente per nome, chiedendogli cosa fosse successo, dicendo che lo avrebbe portato subito in ospedale.
La voce di Xie Qingsheng era molto gentile: «Per esempio, ieri volevo già dirti una cosa… disegni molto bene.»
«…Eh?»
«I tuoi disegni… anche se ne ho visto solo un pezzetto, si capisce che queste piccole storie sono piene di immaginazione e di calore. Dopo averle lette, fanno sentire le persone molto rassicurate, e continuano il tema di quel fumetto.»
Xie Qingsheng voltò un’altra pagina con calma, senza fretta, e solo allora rispose lentamente: «Sto guardando la tua opera.»
Il volto di Chi Yu diventò prima rosso, poi pallido, e persino le parole gli si incepparono: «T-tu come… tu, tu perché…»
Voleva dire: come fai ad averla? Perché guardi una cosa così infantile?
La stretta di mano durò meno di un secondo; Chi Yu ritirò subito la propria. Si mise a sistemare l’accordo sul tavolo e, a testa bassa, disse: «Io… torno prima. Domani porto Xiao Xiao…»
Non aveva ancora finito di parlare che Xie Qingsheng gli posò accanto una gonfia busta di carta kraft: «Tessera della stanza d’albergo, chiavi dell’appartamento, il tuo telefono, un po’ di contanti.»
Chi Yu non avrebbe mai immaginato che il modo in cui l’altro gli avrebbe chiesto di dimostrare la propria sincerità sarebbe stato “andare a compilare la domanda per l’università”.
Xie Qingsheng aveva detto che Chi Yu doveva avere lo status di studente universitario.
«Altrimenti, nel mio ambiente, gli altri hanno tutti fidanzati o fidanzate con almeno una laurea triennale. Se il tuo livello d’istruzione è troppo basso, farai dubitare del mio gusto.»
Due giorni dopo.
Era un sabato.
Quel giorno la fabbrica non lavorava.
Eppure Chi Yu si alzò più presto del solito.
Ero un drago malvagio, avevo scaglie affilate, una coda possente, un corpo imponente come una montagna; le fiamme che sputavo aprendo la bocca potevano ridurre in cenere tutto nel raggio di 50 chilometri, e bastava un battito d’ali per scatenare una tempesta su questa terra.
Eppure non lo avevo fatto, o perlomeno, non ancora.
I teppisti si stropicciarono gli occhi più volte, finché finalmente riuscirono a vedere chiaramente: le auto erano di una marca che avevano solo sentito nominare, mai vista, costosissime.
Poi guardarono le persone che erano scese dalle macchine: quelli dietro indossavano tutti magliette nere, pantaloni mimetici e stivali tattici; uno più imponente dell’altro, sembravano usciti direttamente da un film, dei veri e propri “gangster”.
Pomeriggio.
Il sole cocente stava alto nel cielo.
Sotto un sole così forte da sciogliere le persone, Chi Yu si era diretto da solo verso il piccolo negozio accanto alla fabbrica.
A volte mi veniva da pensare che sunbae fosse come un ragazzo in piena adolescenza che perde il controllo.
«Era da due mesi fa che volevo mangiare del pane… a Itaewon c’è una panetteria davvero buonissima. Le noona avevano detto che me lo avrebbero offerto. Però bisogna andare presto. C’è tanta gente.»
Odiavo perdere.
Non avevo mai perso, ma anche solo immaginarlo mi dava fastidio. Perfino l’ipotesi mi infastidiva, così mi allenavo ogni giorno. Perché non riuscivo a sopportare che io, che amavo me stesso, perdessi contro qualcun altro. A me, che amavo me stesso, dovevo sempre dare il posto migliore. Io amavo solo me stesso e avevo cura solo di me stesso. Egoista. No, individualista. Io stavo più o meno a metà tra le due cose.
Un enorme pattino costruito con gli anelli olimpici attirò il mio sguardo. All’interno dei cinque cerchi colorati erano disegnate le silhouette delle varie discipline delle Olimpiadi invernali. Pattinaggio di velocità, figura, sci… Si vedevano volontari con cappelli rossi scattare foto davanti alla mascotte. Sul petto avevano appeso un tesserino quadrato con scritto AD. Anche io, d’istinto, tastai sotto il collo.
La spilla del Taeguk* mi era stata assegnata per puro caso.
*(N/T: il Taeguk è il simbolo presente sulla bandiera della Corea del Sud.)
Se il sunbae che, tre anni prima, aveva vinto l’argento nei 1.500 metri alle Olimpiadi non si fosse infortunato prima della prima tappa della Coppa del Mondo, e se non ci fosse stato il ridicolo errore della federazione che era seguito, quell’occasione non sarebbe mai arrivata fino a me.
«Non avresti dovuto farlo… Vegas… non avresti dovuto farlo!» Pete strinse forte la pistola.
Il dolore di quel sentimento represso per così tanto tempo gli fece tremare il corpo; abbassò il viso mentre le lacrime scorrevano incessanti.
Salve, sono Nagi Rara Yu. Grazie per aver letto “A Gentle Kiss At Dawn”
Questa storia è una nuova edizione di un’opera precedentemente pubblicata dalla casa editrice Hanamaru Bunko. Ho apportato revisioni e aggiunte al manoscritto di allora, e ho scritto anche un breve seguito su Kaname e Kohei. Desidero esprimere la mia gratitudine a Platinum Bunko per aver pubblicato questa nuova edizione, e a Hanamaru Bunko per aver gentilmente concesso il permesso.
Quel giorno, Kohei non tornò a casa.
Da circa sei mesi vivevano come vicini nello stesso appartamento; dato che Kohei aveva molti amici, hobby e impegni, non era la prima volta che passava la notte fuori. Tuttavia, ciò che era diverso dal solito era che non aveva contattato Kaname. Anche se gli diceva sempre che non era necessario avvisarlo ogni volta, sotto quell’aspetto Kohei era un uomo scrupoloso.
Quando si svegliò, il suo campo visivo era avvolto da un’oscurità profonda.
Per un attimo, non capì dove si trovasse. Si sentì inquieto, chiedendosi se ciò che aveva visto fino a poco prima fosse stato un sogno, ma subito sentì accanto a sé un respiro tranquillo e, con cautela, allungò la mano.
Dopo tre settimane di ricovero, Kase fu dimesso. Era un periodo lungo per una frattura, ma l’ospedale aveva tenuto conto del fatto che aveva tentato il suicidio, includendo anche un supporto psicologico. Al momento della dimissione, una delle infermiere diede a Kaname istruzioni dettagliate, chiedendogli di continuare a seguirlo con attenzione anche i giorni seguenti.
Dopo aver lasciato la casa di Shiho, si ricongiunse con Kohei.
In un parco poco distante, Kohei, con il suo corpo imponente, stava seduto su un’altalena oscillando lentamente. Quando vide Kaname, gli fece un cenno con la mano sorridendo.
La domenica della settimana seguente, Kaname fece un grande respiro profondo prima di uscire dal suo appartamento. Non si sarebbe più tirato indietro. Per quanto fosse spaventato, non sarebbe tornato indietro per nessun motivo. Dopo aver preso quella decisione, aprì la porta d’ingresso. Nel momento in cui mise la mano sulla scala di ferro arrugginita, si accorse che Kohei stava in piedi sotto.
Kase si era gettato dal tetto di un edificio di otto piani. Normalmente sarebbe stata un’altezza da cui non ci si salva, ma pare che fosse caduto fortunatamente su una sporgenza al quinto piano. Una guardia lo aveva trovato e aveva subito chiamato un’ambulanza, che lo aveva trasportato in ospedale. Tuttavia, non c’era nulla che permettesse di identificarlo, a parte il cellulare, e così era arrivata una chiamata a Kaname, che riceveva frequentemente telefonate da lui.
Erano passate due settimane dall’ultima volta che aveva visto Kohei.
Il cellulare finito sott’acqua lo aveva sostituito con uno nuovo, mantenendo lo stesso numero. Tuttavia, Kohei non lo aveva più contattato.
Il giorno dopo, quando si svegliò sul pavimento della cucina, Kase non c’era.
Solo sollevare il corpo gli fece correre un dolore lancinante in tutto il corpo. Per quanto lo riguardava, quel giorno non sembrava proprio in grado di andare al lavoro. Stava per cercare il cellulare per avvisare l’agenzia interinale della sua assenza, quando si ricordò di ciò che era successo la notte prima.
[Arrivo subito], aveva detto… e dieci minuti dopo Kohei arrivò davvero.
Non appena Kaname aprì la porta, lo trascinò fuori dall’appartamento e lo fece salire sul portapacchi di una vecchia bicicletta che, a quanto pareva, apparteneva agli oggetti condivisi dell’appartamento. Ogni volta che premeva sui pedali, la vecchia bicicletta scricchiolava rumorosamente. Pedalando in piedi sui pedali prese rapidamente velocità e Kohei portò via Kaname fino al suo appartamento.
Erano passate circa due settimane dalla promessa scambiata in modo vago. Kohei continuava a telefonargli per invitarlo, ma Kaname non riusciva a uscire di casa. Nei giorni di riposo spesso li trascorreva con Kase, e dato che lui sapeva bene che Kaname non aveva amici intimi, non riusciva a trovare una scusa convincente per rifiutare di incontrarlo durante le ferie.
Alle cinque del pomeriggio suonò la campana che segnava la fine del lavoro.
Quando uscì dalla sala di lavoro, immersa nella luce gialla delle lampade, il mondo sembrò finalmente riacquistare i suoi colori.
Tornato nello spogliatoio, prima ancora di cambiarsi tirò fuori il cellulare dalla borsa. Una piccola luce lampeggiava, segnalando l’arrivo di un’email. Controllò in fretta, ma quello che comparve sullo schermo era solo un messaggio di servizio della compagnia telefonica. Deluso, Kaname iniziò lentamente a cambiarsi.
L’appartamento di Kohei si trovava a circa venti minuti a piedi da quello di Kaname, dall’altra parte della città rispetto al caffè dove avevano lavorato prima.
Kohei glielo spiegava con naturalezza, ma Kaname, incapace di capire bene la situazione, finì per restare spesso in silenzio.
Era passato un mese da quando Kaname aveva smesso di lavorare al caffè. Non era nella posizione di potersene stare a casa a vivere senza fare nulla, così Kaname aveva iniziato a lavorare in una fabbrica tramite l’agenzia di lavoro interinale presso cui era registrato.
La paga oraria era buona, ma in compenso l’ambiente era pessimo.
Essendo giorno festivo, il locale era più affollato del solito.
Alle quattordici ore di lavoro del giorno prima si era aggiunta la lite con Kase dopo essere tornato a casa. Dopo aver dormito appena due ore, era uscito di nuovo alle sei del mattino per coprire il turno di un part-timer che si era preso un giorno di riposo. E anche quando quello fosse finito, dal pomeriggio fino alla sera restava comunque il suo turno abituale.
Pensare a che ora sarebbe riuscito a staccare gli faceva girare la testa.
Quella notte tornò a casa seguendo la solita strada, più stanco del solito. Sarebbe dovuto uscire dal lavoro all’una di notte, ma era arrivato un gruppo numeroso inaspettato e aveva dato una mano almeno finché non avevano finito di servire tutte le ordinazioni.
Sognava spesso di essere additato come un assassino.
Quando si svegliava, normalmente una persona si sarebbe rassicurata pensando: “meno male che era solo un sogno”.
Ma per lui non era così. Era una realtà che andava avanti da sei anni e che avrebbe continuato così per tutta la vita.
Non aveva il diritto di essere felice.
Ki Tae-yeon socchiuse gli occhi sottili. Lo sguardo rimase inchiodato su Soo-hyeon, seduto di fronte a lui.
Oggi è un po’ sospetto.
Non sapeva indicare con precisione in che cosa fosse sospetto, ma c’era qualcosa di strano.
«Soo-hyeon. Assaggia questo. L’ho comprato quando sono andato a trovare Haejin-hyung a casa sua l’altra volta, e non era troppo dolce, era buonissimo.»
«Grazie.»
«Direttore.»
Dopo aver ingoiato completamente il mandarino che aveva infilato intero in bocca, Soo-hyeon chiamò Ki Tae-yeon.
«Che c’è?»
L’uomo, con addosso soltanto dei pantaloni da tuta messi alla buona sul corpo nudo, smise di sbucciare il mandarino e alzò la testa. Il mandarino, già piccolo di suo, una volta nella mano dell’uomo sembrava una pallina da ping-pong.
«Mm…» Gemendo, alla fine aprì gli occhi.
Perché fa così caldo?
«Che caldo…»
Aveva abbassato la caldaia, eppure aveva caldo.
Soo-hyeon mise in moto, con il suono della gomma tesa che sfregava contro il metallo, un rumoroso suono gli colpì le orecchie. In più, davanti si levò un fumo denso.
«Allora, com’è? Va bene, vero?»
«Wow…»
Soo-hyeon esclamò piano. Non appena uscì dalla stanza, vide la finestra tutta bianca e capì che aveva nevicato. Ma non immaginava che stessero cadendo fiocchi così grandi.
È bellissimo.
Il Direttore avrà caldo?
Nel magazzino, dove entrava un filo d’aria gelida invernale, Soo-hyeon esitò per un momento. Lo sguardo era fisso sulla caldaia davanti a lui. Soffriva molto il freddo e non risparmiava sul riscaldamento, tanto che tendeva ad alzarlo parecchio; ma dato che Ki Tae-yeon aveva molto calore corporeo, non riusciva a capire se la temperatura impostata fosse adeguata o meno. Inoltre, avendo trascorso l’inverno a Seoul fino a dicembre, era ancora più difficile orientarsi.
Soo-hyeon fece scorrere i suoi occhi dorati. Nel suo campo visivo entrò l’uomo, piegato in avanti con la schiena. Seduto su una sedia di plastica bassissima e terribilmente scadente, teneva le cosce robuste spalancate.
Per quanto lo guardasse, sembrava davvero scomodo…
Era la prima volta che partivamo da New York in modo così sereno, noi tre come una vera famiglia. Di solito veniva sempre uno tra papà, James o il medico curante, ma quel giorno, sull’auto dell’autista che ci conduceva all’aeroporto, c’eravamo soltanto Aiden, io e Joy.
Il tè alla menta piperita che avevo lasciato accanto a me si era raffreddato del tutto. Tre ore prima, Aiden me lo aveva lasciato lì dopo aver ottenuto da me la promessa del “fino a mezzanotte”.
La nostra storia è iniziata il 5 Marzo 2020, quando la nostra Alevic88 (che affettuosamente chiamiamo “Big Boss”) decide di aprire un semplice profilo Wattpad e dare inizio alla traduzione di “Addicted: Passionate Flames“, il secondo volume di una delle nostre novel di punta!
La pentola sul fornellino portatile sobbolliva dolcemente. Pollo, cipollotto, cavolo cinese, tofu e diversi tipi di funghi si raccoglievano insieme in perfetta armonia, e il profumo irresistibile del dashi* riempiva l’aria.
Isaki andò a fare la doccia dopo Yasuhara e, dopo aver esitato un po’, indossò un paio di pantaloni della tuta in maglia sottile. Era nervoso, ma in quel momento l’eccitazione superava l’ansia. Yasuhara era sdraiato sul letto con solo un asciugamano avvolto intorno alla vita e guardava il notiziario sportivo.
AVVISO: è presente una tentata aggressione.
Nel taxi, mentre tornava indietro, Isaki inviò un messaggio a Yasuhara tramite l’app di messaggistica.
“È da un po’ che non ci vediamo. Ti va di andare a bere qualcosa uno di questi giorni?”
Solo per scrivere quelle due frasi impiegò il tempo necessario ad attraversare due semafori. Anche se prima si vedevano molto più spesso, dopo essere stato rifiutato due volte era passato un mese intero senza che si incontrassero. Anche se Yasuhara lo aveva chiamato una volta, Isaki si era sentito ferito per conto suo e aveva ignorato la chiamata.
Il motivo per cui Isaki si presentò a una festa che aveva intenzione di rifiutare era che rifiutarla sarebbe stato ancora più problematico.
Fin dal mattino cadeva una leggera pioggerellina, e il cortile, visibile dalla terrazza-giardino della sala eventi, era splendido con il suo verde velato di nebbia e illuminato dalle luci. L’ondata di freddo della settimana precedente sembrava essersene andata, ma non era escluso che potesse ancora nevicare.
Il padre di Isaki morì in un incidente d’auto. All’epoca lui aveva dieci anni. Suo padre rimase coinvolto in un tamponamento a catena sull’autostrada mentre tornava da un viaggio di lavoro. Fu portato in ospedale privo di coscienza e morì due giorni dopo, senza mai riprendersi.
L’anno nuovo era iniziato, e Isaki si stava dirigendo verso la nuova casa di Mukai insieme a Yasuhara.
Poiché Mukai aveva già fatto una festa di inaugurazione con i suoi amici alla fine dell’anno, questa volta si trattava solo di un pranzo.
«Se ci penso, è la prima volta che vado a casa di qualcuno così.»
«Yasuhara-san, riesci a resistere?»
«Solo un altro po’.»
«Davvero, non è uno scherzo.»
«Hmm, allora un altro minuto.»
Che sensazione si prova a portare con sé il sexy toy regalato dal proprio amante conosciuto online e andare a bere al banchetto di Capodanno*?
Ogni anno, tra la fine di gennaio e la metà di febbraio, milioni di persone in Cina e nelle comunità cinesi di tutto il mondo si preparano a celebrare il Capodanno Cinese, chiamato in patria 春节 (Chūnjié), la “Festa di Primavera”. Non si tratta soltanto di un cambio di data sul calendario, ma dell’inizio simbolico di un nuovo ciclo, carico di significati culturali, astrologici e familiari.
Il giorno di San Valentino, Woo-yeon se ne stava seduto nudo accanto al suo letto, con in mano un barattolo di crema al cioccolato, a riflettere per 30 minuti. Voleva regalare al suo amato Seong-hyeon un cioccolatino speciale per San Valentino, e fino al momento in cui aveva comprato la crema al cioccolato al minimarket sotto casa non ci aveva visto nulla di strano; aveva preso anche della marmellata di fragole, nel caso a Seong-hyeon il cioccolato non piacesse, ma, quando si era trattato di “prepararsi” con quella, si era sentito morire d’imbarazzo.
*(N/T: 板チョコ, itachoko,: la classica tavoletta di cioccolato rettangolare, molto comune in Giappone.)
Il profumo della cioccolata calda che avevo preparato per inumidirmi la gola era dolce.
La tazza era quella con il mio motivo preferito, un gattino; mentre la osservavo sollevare sbuffi di vapore soffice, rassicurato da quella scena così quotidiana, aprii un libro che sembrava il simbolo stesso della non-quotidianità.
14 febbraio, Buon San Valentino!
Per quanto si dica che sia un evento messo in giro solo per vendere cioccolato, questo è l’unico giorno in cui puoi confessarti apertamente alla persona che ti piace. E non vale solo per le ragazze: vale anche per i ragazzi.
Originale: “The Valentine’s Chocolate I Chose Came Back to Me as the Same One on That Very Day.”, ovvero “Il cioccolato di San Valentino che avevo scelto mi è tornato indietro esattamente lo stesso giorno.”
NOTA: La struttura narrativa è un monologo rivolto al destinatario, quindi il protagonista fa riferimento a “tu”, invece che a “lui”.
Quando si pensa a San Valentino, l’immagine che viene subito in mente è quella di una cena romantica a lume di candela. Ma in Asia, il 14 febbraio assume forme sorprendenti, intrecciando marketing moderno, tradizioni millenarie e dinamiche sociali molto diverse tra loro.
Lo sai che… oggi, 11 febbraio, in Giappone si celebra il Kenkoku Kinen no Hi, cioè la Giornata della Fondazione Nazionale? È una festività che passa spesso in sordina, ma che racchiude una storia lunga, complessa e decisamente affascinante, sospesa tra mito, tradizione e identità nazionale.
Lo sai che febbraio è uno dei mesi più magici per visitare il Giappone?
L’inverno è nel pieno del suo splendore e, soprattutto nel nord del Paese, la neve diventa protagonista assoluta di alcuni dei festival più spettacolari dell’anno. Non si tratta solo di freddo e paesaggi imbiancati: la neve, in Giappone, è cultura, tradizione e meraviglia condivisa.
Uniporni, lo sappiamo, con tutte le novel e i libri che leggete è difficile tenere conto di cosa avete letto, e le agende che si trovano online o costano troppo per quello che è o finite presto le pagine, dovendo quindi comprare altre agende (ci siamo passate anche noi)… Quest’anno volevamo farvi un regalo mooolto speciale, per questo abbiamo deciso di regalarvi queste schede che potete stampare comodamente quando e dove volete, in un numero infinito di volte, da incollare o rilegare, e che potete divertivi a compilare, annotare tutto ciò che vi colpisce (e non), dare una votazione con gli unicorni al posto delle stelle e fare delle liste speciali!
La Húlí Jīng, in cinese 狐狸精, letteralmente “spirito volpe”, è una creatura del folclore cinese, spesso ritratta come una donna di incredibile bellezza e fascino misterioso.
In Cina si racconta che una volpe, vivendo per molti anni, accumuli potere soprannaturale: dopo cinquant’anni può trasformarsi in donna, e a cento anni la sua bellezza è così magnifica da togliere il respiro a chiunque la incontri.
Full Bloom
Per arrivare al teatro bastavano circa trenta minuti di metropolitana. Al cambio, per fortuna, si era liberato un posto a sedere. Eunhong esultò mentalmente. Aveva assunto con scrupolo sia l’antipiretico sia l’integratore contro la stanchezza, e il cerotto scaldante era bello caldo: il sonno gli piombò addosso.
Avvolta in una felpa rosa pallido, con le mani infilate nelle tasche di un paio di jeans lunghi fino alla caviglia, che le scoprivano le gambe un po’ più del necessario, raddrizzò la schiena mentre fissava immobile verso l’alto.
L’uomo viveva in un edificio di quattro piani a soli cinque minuti a piedi dall’izakaya. L’edificio sembrava vecchio ma robusto. Saliti i gradini fino al secondo piano, il primo appartamento nel corridoio all’aperto era il suo.
«Entra pure. Ti avviso, è un po’ incasinato.»
Oltre il corridoio d’ingresso in legno si apriva una cucina-soggiorno sorprendentemente spaziosa, ed era davvero molto disordinata. La posta e i libri erano ammucchiati sul tavolo da pranzo, e c’erano vestiti dimenticati appesi alle aste delle tende sul balcone.
Isaki sospirò stancamente mentre scorreva con il dito sullo schermo del tablet che mostrava le parole “Green Tech: sviluppo di tecnologia assistita per la salute e sistemi di analisi delle immagini”.
Un intero piano dell’edificio in centro era stato allestito con i proiettori più moderni e decine di stand per un evento di presentazione. Isaki era seduto nell’ultima fila in fondo. Il pavimento era leggermente inclinato, permettendogli di avere una visuale dell’intera sala. Da ciò che poteva vedere, gli stand erano per lo più affollati. Anche l’incontro social dopo l’evento probabilmente sarebbe stato un grande successo.
Negli ultimi mesi abbiamo deciso di volervi più vicini a noi, e come se non creare un luogo dove conoscerci, scambiare idee e commentare insieme serie e novel, avere spoiler inediti, ridere, scherzare e divertirci nel nostro piccolo?
(postato sul Weibo di Mu Su Li – 03/12/2023)
Alcuni ricordi di epoche diverse…
Sheng Wang scherzava spesso dicendo che da piccolo era un tirchio, non gli piaceva nessun essere vivente che gli rubasse i giocattoli, la scena o il cibo. In realtà non era sempre così: quando era generoso, lo era in modo straordinario. Dipendeva dal destino, dal momento, dall’umore, e anche da che cosa stava dando.
(postato sul Weibo di Mu Su Li – 27/01/2023)
Quell’inverno era particolarmente freddo. Era ormai quasi a febbraio, e quando si respirava l’interno del naso restava ancora pungente e gelido. Anche durante le vacanze della Festa di Primavera, per strada non si poteva certo dire che ci fosse molta gente.
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