Un Paese delle Meraviglie
Anche se era solo l’inizio di giugno, a causa delle temperature che a mezzogiorno sfioravano già i trenta gradi, all’interno di una caffetteria, dove era da poco passata l’ora di pranzo del sabato, l’aria condizionata era così forte da far quasi venire i brividi. Mi sfregai la pelle nuda delle braccia, scoperta dalle maniche corte, e avvicinai la sedia al portatile.
Un uomo seduto su una roccia grigia, con alle spalle un cespuglio incolto, lasciato a se stesso così a lungo da apparire secco e senza vita. Il trucco nero sfumato intorno agli occhi e lo sguardo intenso puntato dritto nell’obiettivo.
Come accade nella maggior parte delle fotografie di questo genere, non era stato usato un netto bianco e nero dai forti contrasti. La foto era a colori.
Paradossalmente, proprio per questo la desolazione dello sfondo risultava ancora più evidente. Pur conservando i colori naturali del paesaggio, l’ambiente nella fotografia appariva abbastanza cupo, ruvido e desolato.
Proprio come l’avevo visto per la prima volta nel deposito sotterraneo del Phantom, Kwon Juhan, con il collo del maglione tirato fin sotto il mento mentre fissava, o forse scrutava, l’obiettivo, sembrava un modello.
Ai miei occhi, le sue pose, le sue espressioni e l’atmosfera che riusciva a creare con una tale naturalezza non avevano nulla da invidiare a quelle di un modello professionista.
“Old Future”.
Tradotto come “vecchio futuro”.
Il sito web gestito da Baek Yuni e Kwon Juhan non era affatto un semplice negozio di abbigliamento online portato avanti come un hobby, come avevano detto con tanta noncuranza.
Probabilmente, dato quanto erano impegnati con il Phantom, gli aggiornamenti non erano molto frequenti. Oltre alla sezione dedicata alla vendita dei capi, però, pubblicavano fotografie scattate da loro, immagini in cui comparivano entrambi, istanti dei loro viaggi e della loro quotidianità, accompagnati da brevi testi in cui annotavano impressioni e riflessioni nate da quei momenti.
-Tra tutti i quartieri storici di Hong Kong, quello che preferisco è l’area che comprende NoHo, SoHo e PoHo, distesa lungo la ripida salita che conduce alla celebre Victoria Peak. È un luogo raffinato e alla moda, ma allo stesso tempo conserva il volto più autentico e quotidiano della città.
Le macellerie dei mercati tradizionali, dove la carne viene appesa agli uncini senza essere refrigerata; i dai pai dong, le tipiche trattorie di strada sempre affollate di abitanti del posto che si fermano a mangiare una semplice ciotola di noodles; gli stretti edifici di oltre cinquant’anni, sorretti da impalcature di bambù per i lavori di ristrutturazione, che convivono fianco a fianco con ristoranti premiati dalla Michelin e gallerie d’arte d’avanguardia. Questo quartiere rimane sempre lo stesso e, allo stesso tempo, non smette mai di rinnovarsi.
Mi ricorda l’incontro con un vecchio amico che continua a custodire la propria essenza, la propria energia e la propria passione, senza mai smettere di impegnarsi per diventare una persona migliore. È un luogo che riesce sempre a offrire uno stimolo piacevole.
I colori più disparati, che sembrano destinati a stonare tra loro e invece trovano un’inaspettata armonia nelle strade; gli odori intensi e insoliti che catturano immediatamente l’olfatto; le lingue provenienti da ogni parte del mondo che si mescolano all’accento cantonese.
La capacità di Hong Kong di mostrare ogni giorno un volto diverso, fondata sull’incontro tra uno spirito internazionale all’avanguardia e una forte identità locale, continua a suscitare curiosità e fascino persino in chi la visita più volte.
Io e Kwon Juhan fumiamo così poco che sarebbe quasi esagerato definirci fumatori: in un anno non arriviamo nemmeno a finire un pacchetto di sigarette. Eppure, ogni volta che usciamo da un pub di SoHo dopo aver bevuto qualcosa, finiamo inevitabilmente per correre al minimarket a comprare sigarette e un accendino. Forse è il desiderio di concederci un piccolo momento di sregolatezza, o semplicemente di abbassare la guardia e osservare il mondo con più leggerezza.
Essere il luogo più autenticamente hongkonghese e, allo stesso tempo, il più internazionale.
Riuscire a essere accoglienti senza perdere se stessi.
È questo che Hong Kong continua a ricordarmi e a incoraggiarmi a non dimenticare. Per questo è una città in cui desidero sempre tornare, anche se si tratta soltanto di un estenuante viaggio di lavoro di tre giorni e quattro notti.-
Nelle fotografie scattate in uno stretto vicolo in salita, Yuni noona e Juhan hyung posavano senza ostentazione né artifici. Erano semplicemente se stessi e, più che turisti, sembravano appartenere a quella città.
Così come Bali rappresentava il paradiso di Morae e Yeehan hyung, forse Hong Kong era quel luogo speciale per Yuni noona.
E, mentre leggevo quel testo, per la prima volta provai il desiderio di visitare una città che nemmeno conoscevo. Per anni avevo ascoltato Morae e Yeehan hyung parlare continuamente di Bali, eppure non avevo mai immaginato che anch’io potessi viverla.
Osservare qualcosa con curiosità e desiderare di sperimentarla con i miei occhi e le mie mani, anziché attraverso fotografie o libri.
Quell’impulso mi confondeva.
Ero convinto che ogni desiderio si fosse ormai estinto naturalmente.
Pensavo che, a partire da un certo momento del passato, tutti quei desideri fossero semplicemente appassiti come una pianta dimenticata senz’acqua, consumandosi lentamente fino a tornare parte della terra.
Non avevo mai cercato di ucciderli.
Era stato il non fare nulla a lasciarli morire.
Per questo, ancora prima che piacevoli o spaventose, le reazioni che ultimamente avevo agli stimoli intorno a me mi lasciavano soprattutto disorientato.
Era come scoprire che gli occhi che avevo tenuto chiusi per tutto quel tempo, convinto che non funzionassero più, erano invece ancora in grado di percepire la luce e l’oscurità.
Non riuscivo ancora a distinguere con chiarezza le forme delle cose.
Ma i miei occhi stavano lentamente tornando a riconoscere che il mondo era fatto di luce e ombre, di profondità e volume.
Volevo andare a Hong Kong.
Volevo fumare una sigaretta insieme a Yuni noona e Juhan hyung in quelle stesse strade ritratte nelle fotografie.
Fino a poco prima Hong Kong non era stata altro che una città verso cui non nutrivo alcun interesse: un ex territorio britannico restituito alla Cina alla fine del XX secolo che, pur facendo parte del Paese, aveva continuato a conservare una propria lingua, una propria cultura e le proprie tradizioni; una città spesso citata, insieme a Singapore e New York, tra le più care del mondo.
Eppure, ormai, mi appariva come un luogo vivo, con un volto, un odore, abitudini particolari e un modo unico di parlare.
Feci scorrere la pagina fino in fondo.
Nell’ultima fotografia del post, i due erano uno di fronte all’altra, intenti a fumare con alle spalle una strada illuminata dalle luci della notte. Non sembrava una posa studiata, ma uno scatto rubato, come se qualcuno avesse immortalato un momento spontaneo.
Entrambi avevano gli occhi leggermente più aperti del solito, come se avessero appena notato qualcosa capace di catturare la loro attenzione nello stesso identico istante.
Doveva essere stato qualcuno che li osservava da tempo a fermare quell’attimo nell’obiettivo.
Nell’angolo in basso a destra della foto compariva la scritta: “Photo by Kun”.
Lau WiKun.
Fu solo dopo essere entrato ufficialmente a far parte del gruppo e aver conosciuto il Signor Liu che scoprii finalmente il suo nome completo.
Provai a immaginare lui, dall’altra parte dell’obiettivo, mentre fotografava quei due.
Non era difficile visualizzare quei tre che si scattavano fotografie a vicenda per le strade di Hong Kong, condividendo e assaporando ogni istante del viaggio.
Persone dotate di una personalità fortissima, ma che non avevano bisogno di cercare di cambiarsi l’un l’altra per poter convivere.
Ripensando a quel legame così particolare, capace di superare età, ambiente e perfino le diverse posizioni all’interno dell’organizzazione senza trasformarsi in un rapporto di superiorità o inferiorità, portai la tazza alle labbra.
Il caffè era ormai freddo, così mi sfuggì un leggero sospiro.
Quella sera trascorsa insieme nel piccolo locale spagnolo che sembrava un rifugio, il disagio che avevo provato non dipendeva soltanto dal mio carattere poco espansivo.
Fino a quel momento avevo cercato di proteggermi scegliendo di “non scegliere”.
Credevo che rifiutandomi di andare avanti, verso qualunque cosa mi aspettasse dopo, sarei riuscito a rimanere fermo nel presente e a conservare me stesso.
Ma non fare nulla non significava affatto restare uguali.
Un mattone, un bicchiere di plastica o una gomma da cancellare possono rimanere identici anche se non fanno nulla.
Gli esseri viventi, invece, no.
Se non ricevono acqua, se non vengono nutriti, se non si apre una finestra per lasciar entrare aria fresca… si indeboliscono.
La mente, i sentimenti, perfino l’individualità e il talento.
Morae, Yeehan hyung, Yuni noona, Juhan hyung, l’insegnante e il Signor Liu.
Perfino Choi Inwu.
Erano tutte persone che brillavano.
Persone che riempivano la propria vita con convinzioni profonde e una passione autentica.
Eppure, pur essendo circondato dalla luce rigogliosa di tutte quelle persone, io ero soltanto fango secco, incapace perfino di nutrire un filo d’erba.
Quello era il risultato dell’aver scelto di non scegliere.
Bevvi un altro sorso di caffè. Espirai lentamente, come per schiarirmi la mente. Continuare a rimuginarci sopra non avrebbe cambiato nulla.
Chiusi la finestra del browser e aprii il programma di illustrazione. L’elaborato realizzato utilizzando soltanto il bianco e il nero era il frutto di quella breve settimana di studio.
Naturalmente, non possedevo quasi nessuna competenza che potesse rappresentare una vera risorsa nel mondo del lavoro. Al Phantom, ciò che potevo fare si limitava quasi esclusivamente a mansioni di supporto: aiutare con le consegne delle opere vendute, trasportare i carichi più pesanti, accompagnare i visitatori quando gli altri erano impegnati o assenti.
Per questo avevo deciso di imparare almeno le basi di Illustrator e Photoshop. La direttrice mi aveva prestato un portatile e, seguendo i consigli di Yuni noona e Juhan hyung, avevo comprato alcuni libri. Grazie anche alle videolezioni incluse ero riuscito a imparare rapidamente le funzioni più elementari, ma ero ancora ben lontano dall’essere davvero utile sul lavoro.
Tuttavia, il fatto di non poter essere d’aiuto nell’immediato non significava che dovessi limitarmi ad aggiornare l’anagrafica dei clienti, sistemare la posta restituita, pulire o guidare.
Dovevo rendermi più utile.
Lo volevo davvero.
Dal momento in cui avevo oltrepassato il cancello di casa lasciandomi alle spalle mio padre, in quella piovosa alba, avevo ormai rinunciato all’idea di una quotidianità destinata a proseguire da sola senza che io facessi nulla.
«Ma guarda un po’, Yeehyeon. Ultimamente studi illustrazione?»
Qualcuno mi posò una mano sulla spalla destra e si sporse oltre quella sinistra per osservare lo schermo.
Era Juhan hyung.
Si tolse gli occhiali da sole e fissò il monitor. Mi vergognavo un po’ di quel lavoro così acerbo, ma non cercai di nasconderlo.
«Eh? Per caso hai provato a preparare una bozza per la pubblicità?»
Yuni noona si sedette sullo sgabello accanto al mio e ruotò il portatile verso di sé.
Per alleggerire il lavoro del lunedì avevamo deciso spontaneamente di andare al Phantom anche quel sabato. Yuni voleva comprare alcune piante per decorare la galleria, così ci eravamo dati appuntamento lì per poi passare dal mercato dei fiori prima di andare al Phantom.
Non mi aspettavo che arrivassero con ben venti minuti di anticipo.
Mostrare agli altri i miei punti deboli mi metteva in agitazione quasi quanto mostrare loro i miei disegni.
«No… niente del genere. È solo… un esercizio.»
«Non è male… Anzi, è sorprendente che tu sia riuscito a tirare fuori una cosa del genere usando solo le tecniche di base.»
Dandomi una leggera pacca sulla spalla, Yuni parlò con naturalezza, senza enfasi.
Non sembrava affatto che lo dicesse tanto per incoraggiarmi.
Negli ultimi tempi tutto il lavoro del Phantom ruotava attorno ai preparativi della mostra personale dell’artista Shushu, anticipata di una settimana rispetto ai programmi.
Essendo l’artista principale della galleria, avevano deciso di pubblicizzare l’esposizione su una rivista d’arte e, mentre portavano avanti gli altri progetti, Yuni e Juhan dovevano anche preparare quella campagna pubblicitaria.
Il mio contributo sarebbe stato minimo, ma avevo pensato che potesse essere un buon esercizio per mettere in pratica ciò che avevo imparato.
Sentivo il bisogno di fare qualcosa.
«Tu hai studiato un po’ i lavori dell’artista Shushu, vero?»
Juhan mi diede un paio di colpetti sulla spalla sorridendo.
«L’idea è chiara. La palette è semplice, ma l’immagine è dinamica, proprio come lo stile dell’artista. Questa parte potremmo anche usarla così com’è. Ti dispiace?»
Yuni indicò con la punta dell’indice quella composizione di caratteri neri che ricordava un’onda sinuosa.
«Se vi può essere utile… per me va benissimo.»
«Allora me la mando subito per e-mail.»
Mentre Yuni apriva la posta elettronica, Juhan si allontanò un momento per ordinare da bere.
Giocherellai con la tazza di caffè aspettando che finisse.
La parete davanti al bancone era interamente vetrata e permetteva di osservare la strada del sabato pomeriggio.
Ogni volta che sedevo in un posto del genere a guardare la gente passare, avevo l’impressione di osservare un programma televisivo.
Negli ultimi uno o due mesi tutto ciò che mi circondava era cambiato così in fretta che spesso faticavo ancora a rendermi conto della mia nuova vita.
Era la stessa sensazione che avevo avuto il giorno in cui avevo visitato il Phantom per la prima volta.
Seduto sul taxi che mi riportava a casa, avevo avuto l’impressione che, tornando indietro, la galleria sarebbe semplicemente scomparsa.
Come se qualcuno potesse afferrarmi improvvisamente per il colletto e dirmi: “È stato tutto un sogno, Seo Yeehyeon. È ora di tornare alla realtà.”
«Eh? Stavi guardando il sito di Old Future?»
Il sorriso di Yuni mi tranquillizzò un poco: per il momento era ancora la realtà… Almeno per il momento.
«Sì. Ci sono un sacco di contenuti interessanti. Ah, Yuni noona… c’è un paio di pantaloni di Old Future che vorrei comprare… questi.» Aprii di nuovo il sito e le mostrai la miniatura del modello che avevo adocchiato poco prima. «Posso darvi direttamente i soldi e prenderli da te?»
«Come mai? Vuoi ricambiare il regalo che ti abbiamo fatto?»
«No… cioè, non è proprio quello. Mi piacciono davvero.»
La mia risposta, che non era né un sì né un no, la fece sorridere mentre sfiorava il piercing sul sopracciglio.
«Per me non c’è problema… ma puoi tranquillamente registrarti e ordinarli dal sito.»
«Il fatto è che… il telefono non è intestato a me. Ho provato a registrarmi, ma non me lo permette.»
«Non è intestato a te? E allora a chi? Di questi tempi dev’essere davvero scomodo avere un telefono non registrato a proprio nome.»
Juhan tornò con il cercapersone vibrante del bar e si unì naturalmente alla conversazione.
«È… una specie di telefono intestato a qualcun altro.»
Anche se non fossi mai diventato un dipendente del Phantom, avrei comunque voluto continuare a frequentare Yuni e Juhan.
Ora che lavoravamo persino nella stessa galleria, sapevo che prima o poi avrei dovuto spiegare almeno in parte la mia situazione.
Era impossibile passare ogni giorno insieme senza che si accorgessero che la mia non era una situazione normale.
«Un telefono intestato a qualcun altro? E perché?»
Abbassando la voce, Juhan avvicinò lo sgabello.
«Non riguarda solo me, quindi non posso entrare nei dettagli… Ma il ragazzo e la ragazza con cui vivevo prima di trasferirmi a casa della direttrice… praticamente siamo scappati dal paese dove abitavamo.»
«Siete scappati tutti e tre?»
I suoi occhi sottili si socchiusero ancora di più.
«Sì.»
«Una fuga insolita. Due uomini e una donna?»
«Sì.»
«Quei due stanno insieme?»
Questa volta mi limitai ad annuire.
Juhan mi diede una gomitata e sorrise con aria maliziosa.
«Ehi… Seo Yeehyeon, certe cose proprio non le capisci.»
«Ma figurati se si sarebbe messo in mezzo a una coppia senza motivo. Ci sarà sicuramente dell’altro.»
Yuni cercò subito di interpretare la situazione nel modo più favorevole.
Eppure… forse Juhan aveva ragione.
Forse ero davvero uno che non capiva.
Sapevo che Morae e Yeehan hyung non mi avevano mai considerato un peso.
Ma, indipendentemente da ciò che pensavano, se guardavo oggettivamente alla situazione che avevo vissuto fino a quel momento, non avevo molte scuse per non essere stato altro che un ragazzo incapace di cogliere certe cose.
«Ecco perché non hai potuto firmare un contratto da dipendente fisso.»
Appoggiando il mento alla mano, Yuni tamburellò con un dito sul piercing del labbro e annuì come se finalmente tutto avesse acquistato senso.
In quelle condizioni era rischioso lavorare in modo che la mia presenza risultasse registrata presso l’Agenzia delle Entrate o in qualunque altro archivio consultabile.
Anche quando lavoravo per la ditta di traslochi non avevo potuto firmare un contratto regolare e, proprio per questo, venivo pagato un po’ meno degli altri.
Nel lavoro giornaliero situazioni del genere capitavano ogni tanto e il caposquadra, avendo già incontrato persone con storie molto diverse, aveva preferito non fare troppe domande.
Ero stato fortunato.
Quello che non mi sarei mai aspettato, però, era che il Signor Liu, pur essendo esigente con le persone come lui stesso aveva ammesso, decidesse comunque di assumermi anche dopo aver conosciuto la mia situazione.
Quella sera, quando mi aveva proposto di lavorare al Phantom seduti al tavolo di casa della direttrice, avevo pensato che lo facesse solo perché ancora non sapeva nulla.
Ero convinto che, una volta scoperto che non avrebbe potuto registrarmi come dipendente regolare né scaricare regolarmente il costo del mio stipendio, e che rischiava perfino di ritrovarsi coinvolto in problemi inutili, avrebbe ritirato l’offerta.
Invece, dopo aver parlato con lui, la direttrice mi aveva spiegato che il Signor Liu aveva accettato di rimandare la registrazione della mia assunzione fino a quando la situazione non si fosse risolta e mi aveva illustrato tutte le condizioni proposte.
Considerando la mia situazione, anzi, anche senza tenerne conto, erano condizioni più che generose.
Qualunque fosse la ragione che si nascondeva dietro quella decisione… anche se un giorno avesse potuto trasformarsi in una mia debolezza… in quel momento gli ero sinceramente grato.
Perché, almeno per allora, desideravo far parte del Phantom.
E, pur conoscendone i rischi, volevo cogliere quell’occasione.
«Però mi hai sorpreso, Yeehyeon. Pensavo fossi semplicemente un ragazzo diligente, cresciuto con una buona educazione familiare, e invece usi un telefono intestato a qualcun altro. Ma dimmi… non è che sei in fuga dopo aver commesso qualche crimine o qualcosa del genere, vero?»
Mordicchiando l’estremità della cannuccia verde, Juhan me lo chiese con tono scherzoso.
Scoppiai a ridere e scossi la testa. Forse si era sentito un po’ in imbarazzo per averlo chiesto, perché anche lui sorrise appena.
«Sono curioso di sapere che storia c’è dietro, ma a giudicare dall’aspetto sembri uno che sa tenere benissimo la bocca chiusa, quindi non te lo chiederò,» disse Yuni, appoggiandomi scherzosamente un braccio sulle spalle.
«Sembravi l’incarnazione del distacco dai desideri, ma a quanto pare c’era un motivo se andavi così d’accordo con noi, che invece siamo l’incarnazione dell’avidità materiale. In fondo, se si scava un po’, chi è che non ha qualche storia alle spalle? Anche chi sembra perfettamente normale all’esterno può nascondere tante cose.»
Questa volta fu Juhan a posare una mano pesante sulla mia spalla.
Sul bancone il cercapersone iniziò a vibrare rumorosamente. Infastidita da quel suono sgradevole, Yuni lo afferrò rapidamente.
«Prendiamo le bevande e andiamo subito. Dobbiamo passare al mercato e poi andare in ufficio. Dovremmo arrivare più o meno nello stesso momento del Signor Liu, no?»
Il Phantom non era scomparso.
Quel luogo era ancora la mia realtà.
***
«Signor Liu!»
Yuni lo chiamò con voce allegra, agitando una mano dal finestrino del taxi.
Nel parcheggio davanti al Phantom era parcheggiata quella grande berlina che conoscevo bene.
Lui stava proprio scendendo dal posto di guida e rispose al saluto alzando una mano all’altezza della spalla.
Nonostante indossasse gli occhiali da sole scuri, aveva il solito sorriso gentile.
Yuni scese per prima dal taxi e io e Juhan la seguimmo dopo aver pagato.
Lei era già arrivata davanti alla macchina. «E le opere?»
«Stanno arrivando subito dietro di me. Però…» Si tolse gli occhiali da sole e socchiuse gli occhi osservando il camion da una tonnellata che stava entrando lentamente nel parcheggio, proprio dove poco prima si trovava il taxi.
Sul cassone erano caricate una decina di piante di varie dimensioni.
«Ve l’avevo detto, no? Voglio mettere un po’ di verde nella galleria.»
Alla risposta di Yuni, il Signor Liu incrociò le braccia e si accarezzò il mento.
«Mmh… non mi sembra una grande idea. Finiremo per farle seccare tutte.»
«Ma adesso è arrivata una persona che non le farà morire.» Yuni mi circondò le spalle con un braccio e parlò con assoluta sicurezza.
Lui, però, mi guardò con un’espressione ancora dubbiosa.
«Hai mai coltivato piante?»
«In passato… i miei genitori ne avevano molte.»
A entrambi piacevano tantissimo. Dalle sansevierie, i cactus, le ardisie e gli anthurium, fino alle grandi piante come il ficus benghalensis, la palma areca e l’alocasia.
Il piccolo balcone di casa sembrava una giungla.
«Beh, vedendo come tieni in ordine la casa della direttrice Han, almeno non credo che le farai seccare.»
Richiuse le aste degli occhiali da sole e li infilò nel taschino sul petto, annuendo come se si fosse convinto.
Quelle parole attirarono subito l’attenzione di Yuni.
«La casa della direttrice Han è diventata così pulita?»
Un sorriso lento si allargò sul volto del Signor Liu… C’era dentro anche un po’ di malizia. «Se sei così curiosa, vai a trovarla una volta, invece di stare sempre appiccicata a Juhan senza concludere nulla.»
«Declino i consigli improduttivi del Signor Liu, che è altrettanto improduttivo. Piuttosto, ci aiuti a scaricare le piante.»
Lui le scompigliò i capelli corti e rise piano.
Sembrava che si fossero scambiati battute con un significato nascosto, ma, come accade spesso tra persone molto vicine, per un estraneo quelle parole suonavano quasi come un codice impossibile da decifrare.
Ricevere le piante che il corriere passava dal camion e trasportarle all’interno dell’ufficio fu un lavoro rapido.
Eravamo in quattro.
Quando il Signor Liu propose di bere un caffè fuori mentre aspettavamo l’arrivo delle opere, pensai che volesse andare in un locale nei dintorni.
Invece non era così.
Girando a destra lungo il muro dell’edificio, senza attraversare il parcheggio davanti all’ingresso principale, si arrivava in uno spazio nascosto, circondato da cespugli ben curati.
Era un piccolo giardino segreto, occupato quasi interamente da un tavolo da quattro persone con un ombrellone.
«È già ingiusto dover lavorare di sabato, ma perché il tempo deve essere anche così bello?»
Indossando gli occhiali da sole che aveva nel taschino, il Signor Liu sollevò lo sguardo verso il cielo oltre l’ombrellone.
«Le opere potevano arrivare anche domani. È stato il Signor Liu a voler fare tutto in fretta,» disse Yuni, raschiando il gelato con il cucchiaino di plastica.
Al caffè in stile hanok accanto alla galleria, io e il Signor Liu avevamo preso un americano freddo, mentre Yuni e Juhan avevano scelto il gelato.
La stagione si stava ormai avvicinando all’inizio dell’estate, perfetta per gustare bevande fredde e gelati all’aperto.
«Quando penso ai soldi che entreranno, non riesco proprio a stare fermo.»
Aprì il coperchio del bicchiere da asporto, tolse la cannuccia e bevve direttamente dal contenitore, sorridendo soddisfatto.
Io stavo mescolando il ghiaccio con la cannuccia, ma per un attimo mi fermai.
Il suo atteggiamento verso l’artista Shushu era sempre stato così speciale che sentirlo parlare delle opere quasi esclusivamente in termini di denaro mi colse di sorpresa.
Appoggiato allo schienale con le mani intrecciate dietro la testa, sembrava perfettamente rilassato.
Sul suo volto c’era un’espressione di autentica soddisfazione, come se potesse iniziare a canticchiare da un momento all’altro.
«Le piacciono così tanto le opere di questa mostra?»
Non rispose.
Il sorriso soddisfatto che aleggiava sotto gli occhiali da sole si fece soltanto più profondo.
Quell’espressione bastava da sola a dare la risposta.
Le parole sul denaro erano state soltanto parole.
Il Signor Liu teneva alle opere di Shushu al punto da essere prudente persino nel parlare apertamente dei propri sentimenti nei loro confronti.
Forse… anche dell’artista che le aveva create.
«Allora anche noi dobbiamo guadagnare un po’. Si ricorda che domenica prossima abbiamo il servizio fotografico, vero?»
Juhan, che aveva già finito il gelato, lasciò cadere il cucchiaino nel bicchiere vuoto e si sfregò le mani con entusiasmo.
Aveva l’espressione di un Tom felice all’idea di come cucinare il suo “Jerry”.
Al contrario, il Signor Liu si raddrizzò e si accigliò. «Ah…»
«Se n’è dimenticato?» Juhan alzò la voce.
«Dobbiamo proprio farlo quel giorno? Sabato c’è l’inaugurazione della mostra. Sicuramente finirò per bere tutta la notte.»
«Allora il Signor Liu potrà ubriacarsi e dormire fino a tardi. Noi faremo il servizio e torneremo da soli.»
Yuni non sembrava minimamente infastidita dal fatto che lui se ne fosse dimenticato.
«Non ricordo di avervi mai pagati poco… che cosa volete fare con tutti quei soldi?»
«Andare a studiare all’estero.»
«Allora dovrei impedirvi di fare i servizi fotografici. Se ve ne andate, quello che ci perde sono io.»
I tre continuavano a scherzare tra loro.
A quanto pare, ero l’unico ad essere rimasto sorpreso sentendo parlare Yuni di studi all’estero.
Non sapevo se fosse un progetto soltanto suo o condiviso anche con Juhan, ma era evidente che ci stesse pensando da tempo.
E, a giudicare dalla reazione del Signor Liu, non era certo la prima volta che ne sentiva parlare.
L’ombra proiettata sul tavolo divenne più intensa.
Tutti stavano collegando con costanza il proprio presente al futuro.
«E poi metà della mia avidità l’ho imparata proprio dal Signor Liu.»
Dopo aver mangiato un altro cucchiaio di gelato evitando il piercing al labbro, Yuni indicò il Signor Liu con il cucchiaino.
Lui sorrise apertamente. «Considero sempre un onore sentirmelo dire. Del resto, c’è qualcosa di più divertente che fare soldi?»
«Appunto. A che serve stare con le mani in mano? Alla fine quello che resta sono i soldi.»
«Voi almeno guadagnate facendo ciò che vi piace e divertendovi. I giovani di oggi sono diversi. Vi invidio.»
«Ma il livello è completamente diverso. Noi potremmo lavorare tutta la vita e non riusciremmo comunque a comprare una macchina come quella.»
Yuni indicò l’auto parcheggiata davanti all’ingresso principale, visibile da lì soltanto per metà.
Lui fece un sorriso amaro, quasi autoironico. Poi, come per cancellare quel retrogusto, afferrò il polso di Yuni proprio mentre stava portando il cucchiaino alla bocca e mangiò lui il gelato.
Non doveva essere uno scherzo insolito, perché lei non sembrò affatto sorpresa e si limitò a raccogliere un altro cucchiaio di gelato.
A giudicare dall’aspetto, sarebbe stato facile immaginare che avesse qualche mania di pulizia.
In realtà, sembrava non essere affatto schizzinoso da quel punto di vista.
«Tu non hai nemmeno interesse per cose del genere, quindi che stai dicendo? Io, invece, non ho altro piacere nella vita che guadagnare soldi, comprare cose come quella macchina e mostrarle agli altri.»
Lo disse con leggerezza. Eppure, dal sottile cambiamento nell’atmosfera tra loro tre, capii che quello era un argomento delicato. Un tema che poteva essere affrontato soltanto scherzando. Andare oltre avrebbe spezzato la serenità di quel momento.
Gli studi all’estero.
L’attaccamento del Signor Liu agli oggetti materiali.
Anche a me sembravano argomenti da trattare con cautela.
«Parla proprio lei. È il Signor Liu quello che non ha alcun interesse per una vita vissuta soltanto di sogni. Almeno ci conceda il giardino. Noi ventenni abbiamo solo il nostro corpo e i nostri sogni. Le chiediamo soltanto di aprirci il cancello.»
Lui continuava ad avere un’aria poco convinta, ma sembrava non avere alcuna intenzione di prolungare la discussione.
Se un giorno qualcuno avesse deciso di lasciare il Phantom, probabilmente avrebbe provato a fermarlo.
Ma, chiunque fosse quella persona, riuscivo difficilmente a immaginarmelo mentre cercava di trattenerla a tutti i costi, interferendo profondamente con la vita altrui.
«Se non hai altri impegni, vuoi venire con noi? Dobbiamo fotografare i nuovi vestiti per l’aggiornamento di Old Future. Scatteremo tutto nel giardino di casa del Signor Liu. È perfetto: ha un’aria un po’ inquietante e le foto vengono benissimo. Anche perché non è per niente curato.»
Fu Juhan a invitarmi.
Ma il luogo dell’invito era casa del Signor Liu.
Non sapendo bene cosa rispondere, mi voltai verso di lui.
Il Signor Liu, invece, si limitò a brontolare scherzosamente, come se non capisse perché dovesse essere persino criticato dopo aver messo a disposizione casa propria.
Fu Yuni, più che lui, a cogliere il significato del mio sguardo. «Ti senti a disagio perché è casa del Signor Liu? Tranquillo. Scatteremo solo in giardino. Signor Liu, va bene se viene anche Yeehyeon?»
«Non avevate detto che avreste fatto tutto mentre dormivo? Fate pure quello che volete. Basta che non mi svegliate,» disse con noncuranza mentre frugava nella giacca appesa allo schienale della sedia per prendere il pacchetto di sigarette.
Yuni raccolse l’ultimo boccone di gelato sul cucchiaino e, con un cenno degli occhi, gli chiese se lo volesse.
Invece di accendere la sigaretta, lui si sporse in avanti e lo mangiò direttamente dal cucchiaino. Poi si passò la lingua sulle labbra ancora dolci e corrugò il naso e la bocca.
«Bleah… il dolce proprio non lo sopporto.»
Alla sua espressione, Yuni e Juhan scoppiarono a ridere.
Che non amasse i dolci era esattamente come mi aspettavo.
Eppure, allora perché mangiava sempre quello che gli offrivano?
E poco prima, senza che nessuno glielo proponesse, perché aveva rubato il gelato di Yuni?
Quel comportamento imprevedibile, quasi infantile, da parte di un uomo così imponente, finì per far sorridere anche me.
Quando arrivò il camion con i dépliant, mi alzai insieme a Yuni e Juhan per andare ad aiutare.
Lei, però, mi fermò posandomi una mano sulla spalla.
«Non c’è bisogno che ci andiamo in tre. Tanto oggi ho già intenzione di farti sgobbare abbastanza, quindi conserva un po’ di energie.»
Se davvero non servivano tre persone, allora avrebbe potuto restare lei e mandare me. Rimanere da solo con lui era ancora piuttosto imbarazzante.
«A proposito… hai lasciato il lavoro alla ditta di traslochi? Beh, visto che ormai non potevi più andarci, immagino non avessi altra scelta.»
Almeno, adesso, era lui a rivolgermi per primo delle domande.
E sembrava aver smesso, quantomeno, di trattarmi come se fossi invisibile.
«Sì. Era un lavoro che facevo solo quando capitava…»
Questo, però, non significava che avesse iniziato a preoccuparsi dei miei sentimenti.
Pur essendo stato lui ad aprire l’argomento, non cercava affatto di nascondere quanto poco gliene importasse.
«Com’è andata da allora?»
Quando, invece, parlava di qualcosa che gli interessava davvero, la sua espressione cambiava.
Proprio come in quel momento.
Accese finalmente la sigaretta che fino ad allora aveva soltanto tenuto tra le dita e mi guardò con un sorriso attraversato dalla sua solita malizia.
Non capivo a cosa si riferisse.
Così fissavo gli occhi nascosti dietro gli occhiali da sole.
O meglio… gli occhiali stessi.
«Con Choi Inwu come va?» Forse rendendosi conto di quanto fosse infantile quella domanda, sorrise appena e aggiunse: «Continua a scriverti?»
«Ogni tanto… mi chiede se mangio regolarmente… cose del genere.»
«Choi Inwu? Ti chiede se mangi?» Sbuffò con aria incredula.
Sembrava uno di quelli che, sentendo dire che il peggior teppista del mondo si era improvvisamente ravveduto, si rifiuterebbero di credere a una storia tanto edificante.
Poi si tolse gli occhiali da sole, li appoggiò sul tavolo e, inclinando leggermente il viso verso una spalla, mi osservò.
«Dev’essere che Choi Inwu ti considera proprio un ragazzino. Se si preoccupa solo che tu mangi…»
Non riuscivo a capire dove volesse andare a parare.
La gentilezza con cui quella sera mi aveva dato qualche consiglio, quasi per senso di responsabilità… non si era forse conclusa proprio quella notte?
Mentre lo osservavo fumare e bere il caffè, trattenni la domanda che mi era salita spontanea alle labbra.
“E allora perché il Signor Liu continua a interessarsi tanto al rapporto tra me e Inwu hyung?”
Avevo la sensazione che sarebbe stata una provocazione di cui mi sarei pentito.
Anzi.
Probabilmente non sarebbe nemmeno riuscita a essere una provocazione.
Sarebbe soltanto diventata un mio punto debole.
La galleria era chiusa, ma le strade di Samcheong-dong, in quel sabato di inizio estate, erano affollate di persone.
Gli alberi alti nascondevano il piccolo giardino, ma le voci dei passanti arrivavano chiaramente fino a noi.
Erano tutte voci piene di allegria.
Nel mio bicchiere, che avevo quasi smesso di bere, il ghiaccio si era sciolto senza che il livello del caffè diminuisse.
Il fumo della sigaretta che teneva tra le dita saliva lentamente dall’ombra verso la luce.
L’orlo dell’ombrellone a righe bianche e azzurre ondeggiava leggermente nel vento.
Per un attimo mi venne voglia di indossare gli occhiali da sole che aveva lasciato sul tavolo.
Ma non ebbi il coraggio di farlo.
Appoggiando i gomiti sul tavolo, il Signor Liu si sporse leggermente verso di me. Con l’anulare della mano che teneva la sigaretta si sfiorò il sopracciglio.
«Oppure…» Fece una breve pausa. «…ha perso interesse perché non sei né un alpha né un omega?»
Sorrideva appena mentre lo diceva.
Al contrario di prima, adesso sembrava mostrare una curiosità distorta proprio perché io non ero un omega.
Almeno, ai miei occhi era così.
Sembrava quasi… deluso dal fatto che non lo fossi.
Quella curiosità, però, durò poco.
Il telefono appoggiato sul tavolo iniziò a vibrare.
Senza alcuna esitazione spense nel posacenere portatile la sigaretta, ancora a metà, e si alzò in fretta.
Era arrivato il camion con le opere.
***
-Dopo il grande successo di “Body & Soul”, accolto con entusiasmo dal pubblico, dalla critica e dalla stampa di settore, a circa otto mesi di distanza Shushu presenta la serie “Body to Soul”, consolidando definitivamente il proprio linguaggio artistico e dimostrando ancora una volta una straordinaria maturità tematica.
Il corpo come strumento attraverso cui esprimere l’anima.
Il corpo che soffre perché non coincide con l’anima.
Il corpo che esiste come semplice presenza fisica, indipendentemente dall’anima.
Nell’affrontare il corpo come soggetto artistico, Shushu ha ormai raggiunto una padronanza tale da rendere difficile credere alla sua giovane età e alla relativa brevità della sua carriera.
Come a rivolgere un sorriso ironico alle concezioni ormai superate di chi continua a considerare la fotografia un semplice strumento documentario, incapace di essere una vera forma d’arte, nella serie “Body to Soul” l’artista sceglie un linguaggio estremo, costruito esclusivamente attraverso luce e ombra, linea e superficie.
Rinunciando quasi completamente al realismo tipico della fotografia, il risultato finale si avvicina molto più alla pittura nel suo significato tradizionale.
È noto che quanto più uno stile si fa essenziale, tanto più emerge con chiarezza la solidità delle fondamenta che lo sostengono. Se dovessimo ricorrere a una metafora culinaria, potremmo dire che Shushu è riuscito a preparare un pasto eccellente utilizzando soltanto una manciata di riso e qualche foglia di kimchi: un’opera semplice, sincera, elegante e profondamente personale.
Davanti a uno stile che solo Shushu può esprimere, capace di andare oltre la semplice cifra estetica per trasformarsi in una riflessione autentica sulla vita e sull’essere umano, frutto di un severo confronto con se stesso, non resta che provare ammirazione per il suo universo interiore ed esteriore.
Di fronte alle sue opere provo sempre sofferenza.
In esse ritrovo una parte di me che preferirei non incontrare.
Mi viene voglia di distogliere lo sguardo, di fingere di non aver visto, di voltarmi dall’altra parte.
E, nello stesso tempo, se solo ne avessi il coraggio, nasce dentro di me l’impulso insolito di voler guardare quella parte di me negli occhi almeno una volta.
Perché sono certo che anche lui abbia dovuto attraversare quel medesimo dolore per riuscire a infondere un’anima nelle proprie opere.
Eppure so bene che non basta un improvviso slancio di coraggio per affrontare un simile percorso.
Probabilmente continuerò a essere un codardo.
E continuerò a vivere consolandomi con l’idea che, almeno per un istante, grazie alle sue opere riesco a ricordare la mia codardia e, così facendo, a conservare quel minimo di umanità che ancora mi appartiene.
Qualunque cosa possano dire gli altri, questo è il significato che l’arte ha per me.
Dopo il susseguirsi monotono della quotidianità, essa ci pone davanti a grandi interrogativi, costringendoci a riflettere sul senso stesso della vita.
Come mercante delle sue opere, collezionista e fervente ammiratore, attendo con impazienza, e con timore, tutto ciò che Shushu creerà in futuro.-
***
I dépliant furono stampati senza alcun problema.
Nessun errore nella separazione dei colori, nessuna pagina 14 finita subito dopo la 3, nessuna rilegatura storta.
Li avremmo confezionati quel giorno stesso e spediti ai clienti il giorno seguente, proprio come previsto.
Mentre venivano stampati gli adesivi con gli indirizzi da applicare sulle buste, presi una delle circa cinquecento copie impilate sul tavolo della sala riunioni e iniziai a sfogliarla.
Dopo la biografia dell’artista, priva perfino di una fotografia, compariva l’introduzione scritta da un critico d’arte.
A essere sincero, per un testo destinato a una mostra organizzata dal Phantom era fin troppo prevedibile, pomposo e accademico.
D’altra parte, attribuire un significato alle opere ricorrendo a termini altisonanti, chiamando in causa l’ontologia e la riflessione esistenziale, poteva comunque far parte del lavoro di presentazione necessario alla vendita.
La vera sorpresa arrivava subito dopo.
L’introduzione firmata dal Signor Liu.
Yuni e Juhan mi avevano raccontato che era già piuttosto raro trovare, all’interno del dépliant di una mostra, un testo scritto da qualcuno della galleria oltre alla prefazione del critico d’arte.
Ma ciò che colpiva davvero era il contenuto.
Mentre la maggior parte dei testi ufficiali cercava di valutare le opere secondo criteri il più possibile oggettivi, il suo era profondamente personale.
E dava persino l’impressione che lui ne fosse perfettamente consapevole, senza avere la minima intenzione di modificarlo.
Non esitava in alcun modo a esprimere l’affetto che provava per l’artista e le impressioni più intime che le sue opere gli suscitavano.
Erano parole di confessione.
Parole intensamente personali, appassionate, dedicate all’anima delicata ma incrollabile dell’artista e alle opere originali nate proprio da quell’anima.
Sembrava quasi… una lettera d’amore.
“Davanti alle sue opere provo sempre sofferenza.”
Lui, che era capace di trasformare persino gli aspetti più importanti della propria vita in una battuta…
Lui, che sembrava incapace di mostrare sinceramente il proprio cuore a chiunque…
Parlava di un’opera capace di costringerlo a confrontarsi con se stesso.
E dell’uomo che l’aveva creata.
«Quei pazzi hanno ricominciato con le loro stronzate.»
La voce irritata di Juhan mi fece sollevare lo sguardo dal dépliant.
Con gli occhi incollati allo schermo del telefono, aggiunse concitato: «Ho cercato qualche informazione sulla mostra di Shushu… Sai come si intitola uno dei post che ho trovato? “Le opere d’arte di alpha e omega sono davvero diverse da quelle create sotto l’effetto delle allucinazioni?” Ma guarda che razza di idiozie scrivono.»
Nel link che mi mostrò, l’autore sosteneva, neanche troppo velatamente, che le opere realizzate da alpha e omega, grazie alle esperienze particolari legate al loro periodo di calore, non fossero poi così diverse da quelle prodotte sotto l’effetto di sostanze stupefacenti.
Il tono diventava ancora più ostile quando parlava dei Golden Alpha e dei Golden Omega.
Secondo lui, chi poteva escludere che, esponendosi deliberatamente ai feromoni, traessero un vantaggio creativo durante la produzione delle loro opere?
«Ma che problemi hanno questi? Complesso d’inferiorità da beta? O magari lavorano per qualche altra galleria e criticano tutto a prescindere? Cioè, che c’entra l’eccitazione sessuale con la creatività? Quando lui si eccita gli viene voglia di dipingere o di comporre sinfonie? E anche se fosse, cosa dovrebbe venir fuori? Arte erotica e basta. Ignoranti e pure convinti di avere ragione. Davvero non hanno niente di meglio da fare.»
Il segnale acustico annunciò che la stampa degli adesivi era terminata.
Juhan si alzò di scatto. Il rumore con cui spinse indietro la sedia rifletteva perfettamente il suo stato d’animo.
Era vero che, tra alpha e omega, erano numerosi coloro che avevano raggiunto il successo nei campi più diversi.
Ma questo significava soltanto che, in proporzione, alpha e omega avevano un tasso di successo più elevato.
Tra tutte le persone che avevano ottenuto risultati importanti nella propria professione, la stragrande maggioranza continuava comunque a essere composta da beta.
Del resto, alpha e omega rappresentavano soltanto una piccola minoranza della popolazione.
Era una conseguenza naturale.
Sulle origini storiche degli alpha e degli omega esistevano numerose teorie e nessuna era stata ufficialmente riconosciuta come definitiva.
La più accreditata sosteneva che, prima della nascita delle grandi civiltà, quando la mortalità era molto elevata, alpha e omega fossero molto più numerosi grazie alla loro maggiore capacità riproduttiva.
Con l’avvento dell’agricoltura e la progressiva stabilizzazione della società umana, invece, la percentuale dei beta era aumentata gradualmente.
Nell’Europa medievale furono considerati mutazioni maledette e, in alcune regioni, si tentò persino di sterminarli.
Al contrario, nell’antica Cina furono venerati come figli degli dèi, tanto che alcune dinastie non riconoscevano nemmeno i beta come membri della famiglia imperiale.
L’immagine moderna degli alpha e degli omega, persone affascinanti, dotate di talento e capaci di eccellere in molti ambiti, iniziò a consolidarsi soprattutto dopo la Rivoluzione Industriale del XVIII secolo.
In un periodo di profondi cambiamenti sociali, quella minoranza lottò in molti modi per preservare la propria discendenza e, così facendo, accumulò ricchezza e influenza.
In realtà, non era mai stato dimostrato che alpha e omega fossero geneticamente superiori ai beta.
Semplicemente, in molte società appartenevano più spesso alle classi agiate, senza che ciò significasse che tutti i ricchi fossero alpha o omega.
Di conseguenza, in epoca moderna, godevano più facilmente di opportunità favorevoli dal punto di vista sociale ed economico.
Dal punto di vista della maggioranza beta, poi, si aggiungeva anche il fattore dei feromoni.
Un elemento che poteva essere interpretato persino come romantico e che, proprio per questo, era diventato un tema ricorrente in film e serie televisive.
Anche nel mondo dello spettacolo e in altri settori più aperti, alpha e omega godevano spesso di una popolarità straordinaria.
Naturalmente, c’erano persone che li ammiravano semplicemente perché diversi.
E altre che, per lo stesso identico motivo, li guardavano con ostilità.
Che si fosse alpha, omega o beta… se nel mondo moderno esisteva una vera classe sociale, quella era determinata dal denaro.
Come mi aveva detto tempo prima il caposquadra della ditta di traslochi, per alpha e omega la loro particolare costituzione rendeva ancora più difficile vivere senza un’adeguata disponibilità economica.
«L’artista… è un omega?»
«Sì. Un Golden Omega.» Mentre infilava i dépliant nelle buste con movimenti ormai quasi meccanici, Juhan continuò: «A essere sincero, quando lo vedi dal vivo ti viene davvero da pensare che quell’atmosfera tipica degli omega possa esistere sul serio. Ha qualcosa di… estremamente nobile. Più che dire che è bello, direi che ha un’aura speciale. No, è impossibile spiegarlo se non lo vedi di persona. Comunque, con un aspetto e una presenza del genere aveva già tantissimi fan quando faceva danza, e molti l’hanno seguito anche quando è passato alla fotografia. Essendo un Golden Omega e pure molto bello, è diventato un personaggio di cui si parla parecchio. Grazie a lui c’è anche chi ha iniziato a interessarsi al mondo dell’arte. Che tu sia alpha, omega o beta, se sei bello parti avvantaggiato. Perfino gli sportivi, che con il viso non c’entrano niente, diventano più popolari se sono anche belli.»
“Golden Alpha” e “Golden Omega”.
Erano definizioni che sembravano create l’una per l’altra.
Quasi come se il destino li avesse uniti ancora prima della nascita.
Per un attimo mi vennero in mente due eleganti orologi da cerimonia, preziosi e perfettamente abbinati.
«Quindi ormai ha completamente lasciato la danza e si dedica solo alla fotografia?»
Dopo aver confezionato una cinquantina di copie in un attimo, Juhan si fermò per un istante, si grattò la guancia con l’indice e aggrottò la fronte. «È che… si è fatto male a una gamba.»
Per la bozza pubblicitaria della rivista avevo fatto qualche ricerca sull’artista Shushu, ma avevo evitato apposta le informazioni che non riguardavano le sue opere, quindi della sua vita privata sapevo ben poco.
«Pare che si sia ferito in un incidente mentre studiava all’estero… Nella vita di tutti i giorni non ha problemi, ma a quanto pare ballare a livello professionale gli è ormai impossibile. Dicevano che fosse una promessa eccezionale, però io di danza non ne capisco niente. E, prima ancora di andare all’estero, aveva vissuto quasi sempre a Hong Kong. Come potevo saperlo?»
Juhan scrollò le spalle e riprese a infilare i dépliant nelle buste. Anch’io continuavo a lavorare mentre ascoltavo le sue parole, senza mai fermare le mani. Per quanto cinquecento copie sembrassero tante, la pila di dépliant diminuiva a vista d’occhio, passando da un lato all’altro del tavolo dopo essere stata racchiusa nelle buste bianche.
Era un artista con un passato davvero interessante. Aveva studiato danza all’estero, prima aveva vissuto quasi sempre a Hong Kong e ora lavorava a Seoul come fotografo, oltre a essere un Golden Omega.
Avrei voluto sapere più nel dettaglio cosa lo avesse spinto a diventare fotografo, ma continuare a fare domande dettate dalla curiosità personale avrebbe trasformato il lavoro in una chiacchierata. E poi, se si trattava dell’artista, potevo sempre fare qualche ricerca su Internet.
Quando davanti a noi rimasero una cinquantina di dépliant, Yuni tornò in ufficio. «Non avete ancora finito?»
Juhan indicò con il mento la sottile pila rimasta davanti a lui. «Abbiamo quasi finito. Restano solo questi. E l’allestimento?»
«Quasi completo. Mancano solo due o tre cose su cui stiamo ancora decidendo.»
Dal momento che l’intero secondo piano era stato riservato alla mostra dell’artista Shushu, avevano potuto appendere direttamente le opere senza doverle prima spostare nel deposito sotterraneo e poi riportarle su. Yuni, che era appena scesa dopo aver lavorato all’allestimento insieme alla direttrice Han, si lasciò cadere sulla sedia accanto alla mia e, sollevando il mento, fissò il soffitto.
«Comincio ad avere fame. Andiamo a mangiare un pho?»
«Volentieri.»
Dopo aver attaccato l’ultima etichetta con l’indirizzo sull’ultima busta, Juhan la batté con il palmo della mano un paio di volte e rispose con tono allegro.
Il lavoro era finito, Yuni era tornata di sotto per proporre agli altri di andare tutti insieme a mangiare il pho. Eppure io cominciavo a sentirmi leggermente impaziente.
Da quando avevo letto sul dépliant la frase “Davanti alle sue opere provo sempre sofferenza.”, continuavo a chiedermi che genere di lavori fossero capaci di strappare una confessione tanto sincera a una persona come lui.
«Posso… andare a vedere le opere? Dopo aver letto il dépliant mi è venuta curiosità di vederle dal vivo…»
«Certo. Vai pure al piano di sopra.»
Yuni, che continuava a tenere il mento rivolto verso il soffitto mentre sbatteva lentamente le palpebre, abbassò lo sguardo verso di me e sorrise. Poi, proprio mentre stavo aprendo la porta dell’ufficio, mi richiamò.
«Yeehyeon, se incontri il Signor Liu, chiedigli se viene con noi a mangiare il pho. Dovrebbe essere ancora di sopra.»
Quando però salii al secondo piano, lui non si vedeva da nessuna parte. Se mi fossi guardato intorno, prima o poi sarebbe comparso. Oppure magari era già tornato al primo piano prima di me.
Mi avviai lentamente verso la sala espositiva più a destra. A differenza della mostra collettiva della volta precedente, la prima cosa che saltava all’occhio era l’ampio spazio lasciato tra un’opera e l’altra. Era un ambiente che permetteva di concentrarsi molto di più su ciascun lavoro.
“Body to Soul”.
Realtà e irrealtà. Sogno e paura. Libertà e costrizione. Slancio e quiete. Compassione e disprezzo.
Su uno sfondo bianco, un corpo rappresentato unicamente come una silhouette nera.
Privo di espressione e di rilievo, esistente soltanto come un contorno riempito da un nero assoluto, quel corpo non sembrava più un corpo, ma qualcos’altro.
Il confine si faceva sempre più sfumato, fino a perdere ogni significato. Era una silhouette nera su uno sfondo bianco? Oppure una silhouette bianca impressa su uno sfondo nero? È l’esperienza a plasmare la natura di una persona? Oppure la stessa esperienza cambia qualità a seconda della persona che l’attraversa?
Non lo si capiva più. Tutto diventava ambiguo. Non era più colpa di nessuno, tutto assumeva un’importanza immensa e, allo stesso tempo, tutto perdeva ogni importanza.
E ciò che rimaneva dopo quell’alternarsi di espansione e contrazione, simile a un respiro… ciò che si vedeva quando ormai nulla aveva più importanza…
«Che ne pensi?»
Una voce giunse all’improvviso dalla mia sinistra, dall’ingresso della sala. Eppure, stranamente, non sobbalzai. Era come se qualcuno mi avesse detto in anticipo che sarebbe comparso proprio in quel momento per rivolgermi quella domanda.
Voltai lentamente la testa.
Appoggiato alla parete divisoria accanto all’ingresso, con una mano infilata nella tasca dei pantaloni, lui mi stava osservando. Non avevo idea di quanto tempo fosse rimasto lì.
E non aveva alcuna importanza.
Si staccò dalla parete e cominciò ad avvicinarsi. Nel candore assoluto dello spazio espositivo, il rumore delle sue scarpe sembrava lasciare piccoli punti neri sul pavimento.
«Secondo Choi Inwu, tu hai un occhio migliore di quello della maggior parte dei critici. Sono curioso di conoscere la tua impressione.»
Non importava cosa avesse detto Inwu hyung, né quanta sincerità ci fosse nelle sue parole. Io non avevo un occhio esperto per l’arte. Quanto meno, non abbastanza da convincere chi lavorava nel settore con un giudizio obiettivo. Anche quando dipingevo con maggiore assiduità, ero interessato soltanto a esprimere il mondo come lo vedevo io, senza prestare attenzione a tutto il resto.
Ma se lui voleva davvero conoscere la mia impressione, non c’era motivo di fingere di non provare ciò che provavo.
Voltai di nuovo lo sguardo verso l’opera davanti a me.
Era impossibile capire dal solo risultato finale se il corpo racchiuso in quella silhouette nera appartenesse a una sola persona o a due. Il volume suggeriva l’ombra di un unico corpo, ma l’angolazione della mano e del collo sembrava assumere una posizione impossibile da realizzare da soli.
Ma questo non era ciò che contava. Non importava se il modello fosse uno o due. Ciò che contava era cosa io scegliessi di vedere, lì davanti a quell’opera.
«Nell’opera… non vedo l’artista.»
Di proposito non mi voltai verso di lui.
Mi aveva provocato con leggerezza, invitandomi a esprimere la mia opinione sull’opera, ma avevo la sensazione che, una volta ascoltata la mia risposta, non sarebbe riuscito a mantenere la calma.
Perché le opere che riempivano quella sala appartenevano a Shushu. Erano quelle opere a tormentarlo, a costringerlo a guardare in faccia la propria vita e, infine, a confessarla.
«Non vedo l’artista… vedo me stesso.»
«…»
«Quando le guardo… mi viene voglia di dipingere.»
Solo dopo aver pronunciato quelle parole mi voltai verso di lui.
I suoi occhi non erano rivolti all’opera, ma a me.
La prima volta che ci eravamo incontrati era stato proprio in quella sala. Quegli occhi grigio-azzurri, simili alla schiuma delle onde che si infrangono, avevano chiesto la mia identità con assoluta indifferenza. Erano occhi privi di qualsiasi curiosità. Persino trovare un vaso nuovo al posto di uno vecchio avrebbe probabilmente suscitato in lui un’espressione più viva.
Ma adesso era diverso.
I suoi occhi mi scrutavano nel profondo, come se stessero cercando, dentro i miei, un indizio capace di rispondere a una domanda rimasta irrisolta.
Più che la falsa dichiarazione di essere gay, più che il fatto di aver rivelato di essere un beta e non un omega, fu quella confessione, «Mi è tornata voglia di dipingere.», che, anche se lui non poteva saperlo, per me aveva un significato enorme, a scuoterlo ancora più profondamente e a incrinare lo sguardo nei suoi occhi.
I suoi occhi si staccarono dai miei e iniziarono a vagare sulla punta del mio naso, sulle mie labbra, sulle guance, sulle sopracciglia, sulla fronte… esplorando ogni angolo del mio viso. Era così strano sentirlo osservarmi in quel modo che mi limitai ad abbandonarmi al suo sguardo, concedendogli di esaminarmi. Fu allora che una fragranza mi riempì il respiro.
Un profumo che sembrava depositarsi pesantemente sul fondo e, allo stesso tempo, avvolgere caviglie e polsi per poi stringere all’improvviso con forza. Si diffondeva con dolcezza, salvo poi gravare intenso su tutto ciò che toccava.
Come attirato da qualcosa, mi avvicinai a lui. Inclinai il busto fin quasi a sfiorargli la spalla con la punta del naso, poi mi raddrizzai e alzai gli occhi verso i suoi.
«Il suo profumo… è davvero particolare.»
Che espressione farebbe davanti a un mio quadro? Che tipo di testo scriverebbe per presentare una mia opera?
All’improvviso mi venne voglia di scoprirlo.
***
«Il tratto distintivo di Juhan hyung è la frangia. È abbastanza lunga da sembrare sul punto di pungergli gli occhi, ma è perfettamente dritti, come se l’avessero tagliata appoggiandoci sopra un righello. E gli sta davvero bene. Quando è impegnato, si ferma la frangia con una molletta di plastica, e allora diventa anche un po’ carino.»
Sul quaderno a spirale che Morae mi aveva dato, disegnai Juhan con la frangia perfettamente dritta. Aggiunsi anche la molletta di plastica gialla a forma di fiocco che usava ogni tanto.
Non sapevo da dove fosse saltata fuori quella molletta, che era sicuramente destinata ai bambini piccoli, ma quando doveva correggere la bozza del catalogo entro la mattina seguente o quando, a causa di un pranzo tardivo, doveva mangiare in fretta del jjajangmyeon in un angolo dell’ufficio, lui la tirava fuori da chissà dove e si fermava la frangia. Una volta era persino uscito ad accogliere i visitatori con quella infilata nei capelli, per poi precipitarsi di nuovo in ufficio maledicendosi da solo.
«Quella di Yuni noona è… il caschetto… Un caschetto nerissimo. Pensavo che fosse tinta, invece mi ha detto che sono proprio i suoi capelli naturali. E poi ha gli occhi grandi, con delle iridi molto nitide. È bassa e minuta, eppure… non sembra piccola. Devi starle accanto per renderti conto: “Ah, già, non era poi così alta”. Credo che non sembri piccola perché ha una presenza molto forte. Phantom va in tilt senza di lei. Anche la direttrice diventa inquieta se Yuni noona non c’è, tanto che Juhan hyung la prende in giro dicendo che soffre di ansia da separazione.»
Morae, seduta accanto a me con il mento appoggiato sulla mano, teneva gli occhi fissi sulla figura di Yuni che stavo completando con aria interessata. Sulla punta della penna a tre colori stavo appena terminando il piercing sulle labbra di Yuni. Nelle iridi disegnai due o tre stelline, nello stile delle vecchie illustrazioni dei manga.
«I due… sembrano gemelli eterozigoti. Più precisamente… è come se Juhan hyung fosse la versione maschile di Yuni noona e lei la versione femminile di lui… È quella la sensazione che danno. Però probabilmente non gli piacerebbe affatto sentirsi dire una cosa del genere. Si arrabbierebbero, no?»
Mi sembrò quasi di vedere e sentire le espressioni e le voci dei due mentre manifestavano il proprio disappunto: “In cosa sarei simile a lui?” Disegnai un fulmine tra le due figure sul foglio e scoppiai a ridere senza motivo.
«È una sensazione complicata.»
«Cosa?»
Morae inclinò di traverso la testa, sempre con il mento appoggiato alla mano, socchiuse gli occhi e scosse la testa guardandomi.
«Pensare che Seo Yeehyeon ormai sia cresciuto del tutto mi rende orgogliosa, ma allo stesso tempo mi dispiace.»
Alla sua frase sorrisi appena, come se fosse una cosa da niente, ma ero io più di chiunque altro a sapere cosa intendesse.
Quando ero ancora al suo fianco e avevo difficoltà persino ad accettare i cambiamenti più piccoli, quando cercavo di non frequentare nessuno al di fuori di Morae e Yeehan hyung, era stata lei ad aprirmi la possibilità di cambiare. Senza spingermi o convincermi in alcun modo, era semplicemente rimasta al mio fianco, con costanza e pazienza.
Non lo aveva fatto perché ero il cugino problematico del suo ragazzo, ma perché era una persona che non trattava le ferite degli altri come qualcosa di meno importante delle proprie soltanto perché erano le ferite di qualcun altro. Se al mio posto ci fosse stato chiunque altro, avrebbe fatto esattamente la stessa cosa.
Se non avessi ricevuto quella gentilezza costante, profonda e pesante di una persona estranea a me, senza neanche una goccia di sangue in comune, io non sarei potuto diventare quello che ero adesso. Era una nuova situazione che lei e hyung avevano costruito dedicandole molto tempo.
«Adesso non devi più preoccuparti per me.»
«Che arroganza! Pensi di essere già cresciuto così tanto? Eh?»
Morae mi mise una mano sulla spalla e mi diede qualche pacca. La sua espressione, tutta spavalda come quella di un teppista che stesse per estorcere dei soldi a qualcuno, mi fece ridere.
«Non sto dicendo che sarò capace di fare tutto bene. Sto dicendo che, in qualche modo, me la caverò.»
Se c’era una cosa che era cambiata più di tutte da quando ero arrivato a Seoul, era proprio quella.
Avevo sempre evitato di mettere piede in una direzione o nell’altra perché avevo paura che qualcosa cambiasse, ma quando finalmente avevo mosso quel passo, il mondo non era crollato, né io mi ero trasformato in un essere completamente diverso o cose del genere.
Guardai Morae che mi osservava pensierosa e aggiunsi, cercando il suo consenso: «Anche gli altri vivono tutti così, no?»
«Già. Perché non abbiamo abbastanza tempo, o abbastanza di qualunque cosa, da poter aspettare di essere perfettamente preparati. Che sia tempo o altro, non ne abbiamo mai abbastanza.»
Alle sue parole, cercai di applicarle a lei stessa.
Sapevo che il tempo che stava trascorrendo lì non rappresentava per lei un compimento o una destinazione. Semplicemente non era il tipo di persona che mostrava agli altri la propria ansia, ma ero certo che anche lei stesse ancora perdendo il sonno pensando al viaggio successivo.
«E quella persona? Com’è il rappresentante?»
Per cambiare aria, me lo domandò con voce allegra. Colto alla sprovvista dalla domanda, arretrai inconsciamente il corpo e premetti delicatamente la punta della penna sulle labbra.
«Usa… un profumo davvero fantastico. Era una fragranza che non avevo mai sentito prima. Molto particolare.»
«Eh? Tutto qui?»
Morae fece una faccia delusa e io scoppiai a ridere.
Ma davvero non sapevo con quali altre parole descriverlo.
Il colore dei suoi occhi, che a me, di pura discendenza coreana, sembrava semplicemente misterioso; la caratteristica speciale di essere un Alpha Golden; i suoi lineamenti esotici; il modo particolare in cui gestiva la galleria… Mi venivano in mente troppe caratteristiche tutte insieme, e allo stesso tempo mi sembrava che nessuna di esse fosse sufficiente a definirlo.
L’immagine che mi era venuta in mente nell’istante in cui Morae me l’aveva chiesto era, per quanto assurdo, il suo profumo.
Eppure quella fragranza che aveva catturato il mio olfatto in maniera così intensa e impressionante, quando cercavo concretamente di richiamarla alla mente, continuava soltanto a volteggiarmi intorno alla punta del naso come un’illusione che sembrava sul punto di poter essere afferrata, ma che sfuggiva sempre, impedendomi di ricordarla con precisione.
Forse avrei potuto disegnarla, ma era impossibile rappresentarla con una penna a tre colori su un quaderno a spirale.
Al “Un fatto accaduto a Bali” era appena entrato un nuovo gruppo di clienti e Morae si allontanò per un momento dal mio fianco. Sfogliai le pagine del quaderno a spirale, cercando di trovarne una abbastanza vuota da poterle disegnare almeno l’aspetto del Signor Liu. Non ne rimanevano molte.
Bali. Kuta. Surf camp. Promozione per il quinto anniversario. Programma a lungo termine di un anno. 15 milioni di won a persona.
La mia mano si fermò su quelle brevi annotazioni, come se fossero state trascritte da qualche altra parte. Ogni parola era cerchiata o sottolineata, come traccia delle riflessioni che le avevano accompagnate.
Accanto alla nota “condizione: almeno due persone”, oltre alla sottolineatura, era stato scarabocchiato un commento: “Fanno uno sconto perché accettano solo gruppi di almeno due persone?”
Qua e là sulla pagina erano sparsi, come scarabocchi, due diversi tipi di grafia. Forse Morae e Yeehan hyung avevano discusso insieme di quella cosa tenendo il quaderno tra loro.
Riuscii a farmi un’idea generale.
Si trattava di una promozione di una scuola di surf a Kuta, Bali, che offriva a un prezzo eccezionalmente vantaggioso un contratto di lunga durata, della durata di un anno, per almeno due persone.
Probabilmente il prezzo comprendeva tutte le spese, compresi alloggio e lezioni. Dopo tutti quegli anni trascorsi ad ascoltare distrattamente le conversazioni tra Morae e Yeehan hyung, non mi era difficile arrivare a una simile conclusione.
Erano già surfisti di livello piuttosto avanzato, quindi anche soltanto le lezioni non dovevano essere economiche. Se poi il contratto di un anno comprendeva anche l’alloggio, era decisamente una cifra ragionevole.
Un lungo viaggio dedicato al surf era sempre stato il sogno di quei due, e trascorrere un anno a Bali, stabilendosi completamente laggiù e provando a vivere in quel modo, sarebbe stata anche una buona occasione per capire se quella vita faceva davvero per loro.
Diedi una rapida occhiata alla schiena di Morae.
La osservai di profilo mentre conversava allegramente con alcuni clienti che dovevano essere ormai diventati volti familiari dopo essere passati di lì diverse volte, e all’improvviso ebbi paura.
Erano passati appena cinque minuti da quando avevo detto che ormai non doveva più preoccuparsi per me, eppure mi bastava immaginare la separazione per sentirmi completamente smarrito.
Era come trovarmi solo, in piedi nel deserto di notte, dopo aver perso ogni cosa.
A schiaffeggiarmi la guancia mentre ero lì con le braccia abbandonate lungo i fianchi e lo sguardo perso, inducendomi a pensare che avrei dovuto almeno leggere la direzione attraverso le costellazioni, fu un nome scritto in un angolo del quaderno.
Seo Yeehyeon.
E intorno a quel nome c’erano diversi cerchi sovrapposti, tracciati più e più volte.
Il nome che, davanti a una scelta, li faceva sempre esitare: Seo Yeehyeon.
Morae stava ritirando i menu dopo aver preso le ordinazioni dai clienti. Mi affrettai a tornare indietro con le pagine.
«Sono clienti abituali. Questa volta sono stati a Hong Kong e hanno portato persino dei regali per noi. Assaggiane uno.»
Dopo essere andata in cucina a riferire l’ordinazione a hyung, Morae tornò e posò sul tavolo una scatola di latta. Quando aprì il coperchio, sul quale era raffigurato un orsacchiotto, trovai una scatola piena di biscotti al burro.
«Anche la vostra galleria non doveva andare a Hong Kong per una trasferta? Quando era?»
Morae prese uno dei biscotti e si sedette di nuovo accanto a me.
Era prevista una trasferta di tutta la squadra in occasione di una fiera d’arte che si sarebbe tenuta a Hong Kong all’inizio di luglio. Tuttavia, non era ancora stato deciso se anch’io, che ero praticamente poco più di uno stagista, avrei partecipato.
«Dopo la fine di questa mostra… probabilmente tra due o tre settimane. Però non so ancora se ci andrò anch’io.»
«Sarebbe bello se potessi andarci. È una buona opportunità.»
«Ma… non sarebbe un problema se rimanesse una traccia del mio passaggio alla frontiera?»
Morae si mise in bocca l’altra metà del biscotto, infilò una mano nella tasca dei pantaloni e allungò comodamente le gambe mentre rispondeva.
«Non preoccuparti anche di queste cose. Sarebbe difficile anche solo cercare dove ti trovi basandosi esclusivamente sui tuoi movimenti di entrata e uscita dal Paese… E probabilmente, se volessero trovarti anche adesso, potrebbero farlo immediatamente. Se non hanno ancora dato notizie è semplicemente perché stanno aspettando il momento giusto. Quindi fai semplicemente quello che vuoi fare.»
Poi si voltò verso di me e sorrise dolcemente.
«Papà vuole trovare me e Yeehan per sfogarsi e vendicarsi, non te. Tu non c’entri niente con questa faccenda, quindi non hai motivo di stare sulla difensiva.»
Io continuai semplicemente a guardare il suo profilo. Morae prese un biscotto dalla scatola e me lo mise tra le labbra. Ne morsi metà e l’altra metà scomparve nella sua bocca.
«Mmh, è buono. Mangiamolo con il caffè. Sarà perfetto con un americano.»
Seguii con lo sguardo la schiena di Morae mentre tornava dietro il bancone, dove si trovava la macchina del caffè, e continuai a far scattare compulsivamente la penna che avevo in mano.
Avrei voluto dirle che valeva anche per me.
Avrei voluto dire con sicurezza a Yeehan hyung e Morae che andava tutto bene, che in qualche modo me la sarei cavata, che potevano smettere di esitare davanti alle loro scelte per colpa mia, che potevano ormai tracciare un confine intorno al nome “Seo Yeehyeon”.
Morae era una persona capace di alzarsi e mantenere perfettamente l’equilibrio persino sulla schiuma di un’onda instabile, ma non era mai stata una persona imprudente che affrontava la vita con un semplice “come va, va”.
Non conoscevo nessuno che fosse altrettanto sinceramente fedele alla propria vita quanto lei. Anche se avessi nascosto la paura dicendo che andava tutto bene, non credevo che sarei riuscito a ingannarla.
La pace di quel momento non era altro che un castello di sabbia provvisorio costruito sul limitare di una spiaggia, in attesa che un’onda lo travolgesse da un momento all’altro.
Le mie giornate, in cui lavoravo al Phantom circondato da opere d’arte ricevendo uno stipendio, vivevo comodamente a casa della direttrice e studiavo illustrazione e Photoshop, erano state rese possibili dalla premurosa preoccupazione e dalla comprensione delle persone a cui dovevo essere grato.
Cancellai con una serie di linee a zigzag lo schizzo di cui stavo tracciando i contorni, nel tentativo di disegnare il volto del direttore.
Dovevo riprendermi.
Anche per quelle persone che, non potendo lasciarmi solo, si voltavano a guardarmi persino mentre si trovavano davanti alla strada che desideravano percorrere loro stesse. Dovevo riprendermi e muovere da solo le mie due gambe.
Ormai avevo capito chiaramente che non scegliere nulla non significava mantenere intatto il presente.



