Fagioli rossi
(postato sul Weibo di Mu Su Li – 03/12/2023)
Alcuni ricordi di epoche diverse…
Sheng Wang scherzava spesso dicendo che da piccolo era un tirchio, non gli piaceva nessun essere vivente che gli rubasse i giocattoli, la scena o il cibo. In realtà non era sempre così: quando era generoso, lo era in modo straordinario. Dipendeva dal destino, dal momento, dall’umore, e anche da che cosa stava dando.
Da bambino non godeva di buona salute. A ogni cambio di stagione prendeva il raffreddore; col tempo, perfino i medici e gli infermieri dell’ambulatorio e della sala infusioni avevano fatto amicizia con lui. Si accovacciavano e lo prendevano in giro: «Di nuovo tu?», «Non mi sembri ingrassato neanche di mezzo chilo dall’ultima volta. Sei forse schizzinoso con il cibo?»
Lui rifiutava sempre di ammettere di essere schizzinoso, poi tirava fuori snack dalle tasche e li infilava nelle mani dei medici e degli infermieri. Una volta, poco prima del suo compleanno, teneva in braccio un sacchetto che pareva grande quasi quanto metà di lui. Tirò fuori con grande serietà delle tortine, e non permise a nessuno di intromettersi, insistendo per distribuirle personalmente.
Il medico non riuscì a trattenersi e chiese a Sheng Mingyang: «Al bambino piacciono così tanto gli snack?»
«No, è solo timido. Ogni volta che sa che dobbiamo tornare in ospedale, comincia a cercare qualcosa, fa finta che siamo qui per portare dolci, non perché abbia di nuovo il raffreddore.»
I medici e gli infermieri non sapevano se ridere o piangere, e finirono per prenderlo in giro ancora di più.
Da piccolo Sheng Wang era stato cresciuto con estrema cura. In effetti non mangiava spesso snack, soprattutto dolci. I cibi che gli venivano dati erano adatti ai bambini, con condimenti leggeri e pochi aromi. Anche ciò che mangiava per il compleanno era preparato appositamente da sua madre.
Quell’anno il compleanno capitò durante l’influenza invernale. Sheng Wang era attaccato alla flebo, con le mani fredde come ghiaccio. La madre gli strinse le dita e pensò che la torta non fosse abbastanza calda per lui; così, dopo averci messo impegno e tempo, gli preparò una versione migliorata di zuppa dolce di fagioli rossi con latte.
I fagioli erano stati cotti a lungo, morbidi e finissimi, senza alcuna traccia di bucce o granelli. I condimenti erano pochissimi, ma il profumo era dolce e fragrante. Quando fu portata in tavola, la temperatura era perfetta: fumante, ma non tanto da scottare.
Quando Sheng Wang si accorse che sua madre aveva preparato un dolce speciale per lui, divenne incredibilmente generoso. Incitò Sheng Mingyang a tagliare la torta a spicchi, poi li portò con entrambe le mani alla madre, al padre, ai nonni materni, ai nonni paterni, perfino allo zio Chen che stava per andare via e alla domestica… anche questa volta non permise a nessuno di intromettersi, insistendo per consegnarli di persona.
Era così piccolo che, per porgere il piatto agli adulti, doveva sollevare il mento e dire: «Offro io.»
Dopo aver finito la flebo, era pieno di energia, come un piccolo fattorino di tortine, che correva avanti e indietro per la casa. Da ogni angolo si sentiva la sua vocina: «Offro io.»
Sheng Mingyang lo osservò mentre si affaccendava pur essendo così minuscolo, e con grande soddisfazione disse alla moglie: «Il nostro Wang-zai ha proprio un bel carattere. È generoso.»
Finito di parlare, vide Sheng Wang tornare a sedersi, prendere un cucchiaio di zuppa di fagioli rossi e soffiarci sopra.
Chiese: «È buona?»
Sheng Wang annuì. «Sì.»
«Ne fai assaggiare un po’ a papà?»
Il piccolo tirchio Sheng Wang ne prese un altro cucchiaio, strinse la ciotola e, con la bocca piena, rispose: «No.»
La madre scoppiò a ridere.
Per via di quel suo «No» così protettivo verso il cibo, da allora la madre gli preparò spesso quella zuppa di fagioli rossi al latte, chiamandola scherzosamente “Edizione speciale Wang-zai”.
Dai quattro agli otto anni fu davvero “speciale”.
Dopo gli otto anni, la domestica provò a farla, e anche Sheng Mingyang tentò qualche volta, ma non era mai la stessa. Quella cosa un tempo “speciale” apparve sempre più di rado.
***
L’anno in cui Sheng Wang compì quindici anni, il suo compleanno cadde proprio nel fine settimana. Perfino gli studenti del convitto ebbero mezza vacanza.
Un gruppo di studenti rimasti chiusi per una decina di giorni, finalmente “liberati”, voleva solo trovare un pretesto per scatenarsi. E quel pretesto cadde naturalmente su Sheng Wang.
All’epoca faceva il pendolare. Il venerdì, dopo lo studio serale, tornava a casa. Per tutta la notte, il suo WeChat continuò a vibrare senza sosta. Diversi compagni, con l’aria di chi “aveva un piano”, dissero misteriosamente: “Ha aperto il MixC, c’è una pista da sci al coperto e una sala giochi, e un sacco di posti dove mangiare! Andiamo domenica? Festeggiamo l’inizio delle vacanze!”
Festeggiare le vacanze di domenica, quando i convittori avevano solo mezza giornata libera e poi dovevano tornare per lo studio serale…
Sheng Wang ci pensò e rispose: “Proposta non del tutto matura: non sarebbe meglio sabato?”
Dall’altra parte cedettero subito: “Il tuo compleanno non è domenica 4?”
Appunto.
“A me piace festeggiare in anticipo. Allora sabato?”
Metà di loro viveva in convitto; per loro il sabato era perfetto, un’intera giornata per divertirsi. Così decisero con entusiasmo.
Sheng Wang amava l’allegria. Come aveva detto Sheng Mingyang anni prima, crescendo mantenne un ottimo carattere. Il lato tirchio appariva sempre meno, mentre la generosità passò da “dipende dall’umore e dal destino” a “sempre” e “spesso”.
Quella giornata, dal pranzo alla cena, dalla pista da sci alla sala giochi fino al karaoke, pagò tutto lui, per ringraziare quei compagni che avevano reso vivace il 3 dicembre. Proprio come quando da bambino diceva «Offro io» e distribuiva torta a tutti sorridendo.
Ma quanto più animato era il 3, tanto più silenzioso sembrava il 4.
In passato aveva sempre festeggiato a scuola, e la differenza non era così evidente. Quell’anno, cadendo di domenica, perfino gli uccelli nel quartiere sembravano essersi nascosti; per mezza giornata non si sentì un verso.
Quella settimana Sheng Mingyang, in viaggio di lavoro, aveva preso un raffreddore e il volo era stato ritardato. Mandò a Sheng Wang diversi lunghi messaggi vocali, dicendo che sarebbe arrivato tardi e chiedendo che regalo volesse.
In realtà Sheng Wang non desiderava nulla in particolare, ma sapeva che se non avesse detto qualcosa, il padre si sarebbe sentito in colpa.
Così cercò cosa si potesse comprare vicino al luogo del viaggio di lavoro e menzionò distrattamente un modellino di aereo, dicendo che li stava collezionando.
Con qualcosa con cui “rimediare”, Sheng Mingyang scrisse: “Va bene, aspettami.”
Sheng Wang infilò una felpa con cappuccio, mise un film come sottofondo e si sedette a gambe incrociate sul divano a giocare.
L’inverno lì era più mite rispetto alla sua città natale; il riscaldamento a pavimento era acceso. Non aveva affatto freddo, né bisogno di qualcosa di caldo per scaldarsi lo stomaco.
Eppure, all’improvviso, ebbe voglia di zuppa di fagioli rossi.
Aprì l’app delle consegne e scorse per quasi un’ora. Scelse quella che dall’immagine gli sembrava più simile e la ordinò.
Solo dopo si accorse di aver guardato solo le foto, senza controllare la distanza. Quando arrivò, com’era prevedibile, era già fredda.
Cercò a lungo in cucina una ciotola simile, vi versò dentro la zuppa e, invece di metterla nel microonde, la riscaldò sul fornello a gas. Poi si sedette accanto al tavolino e ne assaggiò un cucchiaio.
Troppo dolce.
Un po’ troppo liquida, più annacquata rispetto alla foto.
E c’erano anche pezzetti di fagiolo non frullati.
Per niente uguale.
Quel giorno Sheng Wang fu particolarmente ostinato. Ordinò da quattro negozi diversi, ma nessuno somigliava a ciò che ricordava. Mangiò in silenzio ogni porzione, poi buttò via le scatole vuote.
Da allora, non ne ordinò mai più.
***
Non si aspettava di sognare all’improvviso una scena dell’infanzia. Era seduto a tavola, davanti a lui una ciotola fumante di zuppa di fagioli rossi, calda e avvolta nel vapore.
Dopo tanti anni, non ricordava più davvero il sapore di quella di allora, ma nel sogno gli sembrò di sentirne il profumo dolce.
Allungò ancora la mano a proteggere il cibo. Si scottò stringendo la ciotola e si svegliò di colpo.
A ventiquattro anni, il suo compleanno non cadeva vicino al fine settimana come in terza media, ma c’era la stessa influenza invernale. La sua costituzione era molto più forte; non si ammalò davvero, ma usò comunque dei giorni di ferie, guadagnandosi due mattine di sonno.
Nel cuore dell’inverno, il cuscino aveva un’attrazione misteriosa. Disteso sopra, senza aprire gli occhi, tastò accanto a sé.
Vuoto.
È sparito di prima mattina.
Quella frase gli attraversò la mente. Aprì gli occhi a metà. Le tende erano chiuse, la stanza in penombra; ma il posto accanto era chiaramente vuoto. Jiang Tian non c’era.
Prese il telefono e vide che erano le nove.
Non proprio prestissimo, ma restò avvolto nel piumone, troppo pigro per muoversi. In fondo, era andato a dormire tardi.
Ma anche Jiang Tian aveva fatto tardi. Non era stanco?
Tra il desiderio di alzarsi a vedere e la comodità del letto, nella sua mente si combatteva una battaglia silenziosa.
Proprio mentre si preparava psicologicamente ad alzarsi, sentì un lieve rumore fuori: il fruscio delle pantofole sul pavimento, sempre più vicino, poi il materasso che sprofondava leggermente…
Qualcuno gli sistemò il piumone sulle spalle.
Sheng Wang aprì gli occhi. Jiang Tian era tornato, portando con sé quel sottile freddo che apparteneva all’esterno del letto in inverno.
«Dove sei andato?»
Jiang Tian fece una pausa. «Mi sono alzato a bere un bicchiere d’acqua. Ti ho svegliato?»
«No. Non fai più rumore di un gatto. Mi sono svegliato perché mi sono scottato in sogno.»
«Scottato?»
«Mm. Da una ciotola di zuppa di fagioli rossi.»
Ricordò perché aveva fatto quel sogno: la sera prima, parlando distrattamente dei ristoranti e delle consegne vicino all’ufficio, aveva finito per ricordare le quattro porzioni ordinate al suo quindicesimo compleanno.
Come se avesse finalmente trovato qualcuno con cui lamentarsi, quasi dieci anni dopo, borbottò a lungo con Jiang Tian.
Parlava confusamente per il sonno, non disse perché allora volesse quella zuppa né che sapore preferisse. Si limitava a elencare “capi d’accusa”: «Troppo dolce, come se lo zucchero fosse gratis. Mi ha fatto venire sete tutto il giorno.», «Il sapore era sbagliato, il liquido separato.», «In una si vedevano proprio i fagioli interi, e la chiamano pure pasta di fagioli!», «Sono anni che non ne mangio…»
Jiang Tian gli strinse le dita. «Ti piace così tanto? Hai sognato solo questo.»
Sheng Wang si lasciò stringere, come se si fosse davvero scottato. Restò in silenzio un po’, poi disse: «Da piccolo mi piaceva tantissimo. La prima volta è stata per il compleanno, l’ha fatta mia madre. Ricordo che l’ha fatta sobbollire a lungo. Io non arrivavo nemmeno al piano della cucina, le giravo intorno tutto il tempo, volevo fare l’assaggiatore… Mio padre voleva un po’ della mia, ma io, tirchio, non gliene ho data neanche un cucchiaio.» Rise piano. Dopo una lunga pausa aggiunse: «Però non ricordo più il sapore. Solo che quando l’ha portata in tavola fumava, e profumava tanto.»
Parlò a frasi sparse. Dalle dita strette, finì tra le braccia dell’altro. La delusione del sogno si sciolse lentamente.
Il calore del pavimento era così confortevole che si riaddormentò per un breve sonno leggero.
Sul finire di quel sonnellino, ricordò: quando si era svegliato scottato nel sogno, aveva davvero sentito un profumo dolce.
Non era un sogno.
Si girò e si mise a sedere: Jiang Tian era di nuovo misteriosamente scomparso.
***
Jiang Tian era in cucina, con le maniche rimboccate, mentre tirava fuori da una pentola termica una ciotola di porcellana bianca. Dentro c’era la zuppa di fagioli rossi di cui Sheng Wang aveva parlato tutta la notte.
Negli ultimi anni la sua cucina era migliorata molto; aveva quasi imparato a fare tutti i piatti preferiti di Sheng Wang. Tranne questo, perché non ne parlava quasi mai.
Aveva cercato a lungo tra vari tutorial.
Non dovevano vedersi pezzi di fagiolo.
Non troppo dolce.
Non troppo liquida, ma neanche troppo densa.
Si era alzato presto, in silenzio, e aveva cotto a lungo. Dopo aver “simulato” i gusti esigenti di qualcuno, aveva pensato che fosse accettabile.
Non aveva però previsto che quel dolce fosse legato al ricordo della madre.
Voleva renderlo felice, non triste.
Così, mentre Sheng Wang sonnecchiava, era tornato in cucina, indeciso su cosa farne.
Sentì un rumore alle spalle e un leggero odore di menta.
Si voltò: Sheng Wang era lì.
Jiang Tian teneva ancora la ciotola.
Sheng Wang trattenne una risata e gli scostò la mano. «Fammi vedere… Lo sapevo. Perché la nascondi?»
Pur avendolo previsto, restò comunque un attimo immobile davanti alla ciotola.
«L’hai fatta tu?»
«No.»
«Mi prendi in giro? È una nostra ciotola. Se non l’hai fatta tu, chi?»
Jiang Tian esitò un istante. «È cresciuta nella pentola.»
«Ah… Se è cresciuta nella pentola, allora è mia. Cosa volevi farle mentre dormivo?»
«È calda!» Jiang Tian lo fermò e prese un guanto.
Ma Sheng Wang aveva già afferrato un cucchiaino e assaggiato. «Da piccolo volevo fare l’assaggiatore e non potevo. Ora posso rubarne un cucchiaio prima che arrivi in tavola.»
Jiang Tian lo guardò in silenzio, aspettando un giudizio.
Era davvero buona. Molto meglio di quelle ordinate anni prima. Ma Sheng Wang lo fece aspettare, assaggiò ancora, poi disse: «Puoi dire alla pentola che la prossima volta aggiunga un po’ più latte?»
«Glielo riferirò.»
Sheng Wang sorrise.
Il vapore caldo gli velò gli occhi. Aveva il tepore tipico dell’inverno, capace di riportarlo alle tante mattine di Baima Alley.
Avrebbe continuato a sentire la mancanza di sua madre, ma forse non era tristezza: era natura umana.
Era nella natura umana ricordare, pensare, custodire affetto.
Da quell’anno in poi, Sheng Wang non evitò più il giorno del suo compleanno.
Ora c’era qualcuno che lo festeggiava con lui dal 3 al 4.



