Venerdì mattina.
Cominciò a cadere una pioggia torrenziale che nemmeno le previsioni del tempo avevano annunciato. Forse a causa dell’umidità nell’aria, quel giorno i feromoni di Kwon Ido risultavano insolitamente intensi. La loro fragranza profonda e avvolgente sembrava aderire alla mia pelle con una densità ancora maggiore persino mentre facevamo colazione.
«Oggi potrei fare un po’ tardi.»
Anche quel giorno Kwon Ido era pronto per andare al lavoro, impeccabile come sempre, fermo davanti all’ingresso.
L’abito grigio scuro, dal taglio a vita alta, si abbinava perfettamente alla cravatta dalle sfumature bluastre. Perfino il leggero cipiglio che increspava i suoi lineamenti eleganti sembrava uscito da un servizio fotografico.
«Per sicurezza ho fatto liberare completamente il secondo piano. Se dovesse succedere qualcosa, mi telefoni.»
«…Uh?»
Perché proprio il secondo piano?
Avrei voluto chiederglielo, ma prima dovevo dirgli una cosa che rimandavo da giorni.
«Io… non conosco il suo numero, Kwon Ido-ssi.»
Non conoscevo il suo numero di telefono.
Lui continuava a ripetermi di chiamarlo se fosse successo qualcosa, ma io non avevo alcun modo per contattarlo. Del resto, era stato il segretario Kim a comunicarmi tutto ciò che riguardava l’auto, e da allora avevamo sempre vissuto sotto lo stesso tetto. Forse i domestici conoscevano il suo numero, ma chiederglielo mi sarebbe sembrato davvero strano.
«Non conosce il mio numero? Com’è possibile…»
Dopo aver iniziato la frase, esitò per un istante. Sul volto appena corrugato comparve chiaramente un’espressione da “accidenti, è vero”.
«…Già. È possibile.»
Ma che sta facendo? Sembra una scenetta comica.
Quando mi lasciai sfuggire una risatina, la sua espressione si rilassò. Si rimboccò leggermente la manica, controllò l’ora e mi fece un cenno con il capo.
«Mi dia il telefono.»
«Ah… l’ho lasciato in camera. Le dico direttamente il mio numero.»
Quando facevo colazione non portavo mai il cellulare con me.
Non c’era nessuno che dovesse contattarmi con urgenza e tenerlo sempre in mano era solo d’intralcio. Tornare di sopra a prenderlo sarebbe stato inutile, quindi tanto valeva comunicargli direttamente il mio numero.
«Se mi dà il telefono…»
«…»
«…»
«…»
«…Kwon Ido-ssi?»
Scossi leggermente la mano che avevo teso verso di lui.
Kwon Ido rimase a fissare il mio palmo per un momento, poi aggrottò appena la fronte. Tirò fuori il cellulare dalla tasca interna della giacca e, invece di porgermelo, si limitò a sbloccarlo. Era un modello diverso da quello che gli avevo visto usare l’altra volta in macchina.
«Il numero.»
«010…»
Non riuscivo a vedere lo schermo.
Quando ebbi finito di dettare tutte e undici le cifre, si udì appena il suono iniziale della chiamata.
Kwon Ido riattaccò senza fare altre domande e rimise il telefono nella tasca interna.
«L’ho chiamata. Controlli più tardi.»
«Sì… va bene.»
Però… non mi sembra che abbia salvato il numero.
Nemmeno il tempo di pensarlo che lui aggiunse, quasi a giustificarsi: «Lo salverò in macchina.»
Una risposta decisamente sospetta.
La sua espressione rimaneva impassibile come sempre, eppure c’era qualcosa nell’atmosfera che lo tradiva. Per quanto fosse un maestro nel mantenere il volto inespressivo, a volte i suoi pensieri risultavano incredibilmente facili da leggere.
«Cercherò di tornare il prima possibile, quindi riposi in camera. Se dovesse sentirsi davvero male, vada pure nella mia stanza. E, se possibile… non entri nella serra.»
Mi guardò in silenzio, come se aspettasse una risposta.
Avrei voluto limitarmi a dirgli che avevo capito, ma l’unica cosa che mi veniva in mente erano domande.
«Succederà qualcosa, oggi?»
Mi sentii quasi come un fidanzato che aveva dimenticato un anniversario.
Dal modo in cui si comportava Kwon Ido era evidente che ci fosse qualcosa, ma io non riuscivo proprio a immaginare cosa. Perché svuotare il secondo piano? E perché mai, se mi fossi sentito male, avrei dovuto andare proprio nella sua stanza?
«Mi sembra… che oggi sia più preoccupato del solito. Mi chiedevo soltanto se ci fosse un motivo.»
“Preoccupato”. Fu solo dopo aver pronunciato quella parola che me ne resi conto.
Fino a quel momento avevo creduto che i suoi continui sguardi fossero dettati da un qualche rimpianto. In realtà, era preoccupazione.
Eppure, vivendo dentro quella casa, non c’era assolutamente nulla per cui avrebbe dovuto preoccuparsi.
«Jeong Sejin-ssi… oggi…»
Come se qualcosa lo mettesse a disagio, si portò una mano alla cravatta perfettamente annodata. Sotto le sue dita lunghe e affusolate, le vene sul dorso della mano risaltavano chiaramente. Forse perché era così alto, anche le sue mani erano incredibilmente grandi.
«Non è forse in arrivo il suo ciclo di calore?»
«Come?»
I nostri sguardi si incontrarono.
I suoi occhi castano scuro mi fissavano senza la minima esitazione. Perfino le ciglia abbassate, sotto le sottili palpebre, avevano un fascino quasi sensuale.
«Che cosa…»
Il ciclo di calore? All’improvviso?
In quel momento mi tornò in mente una conversazione.
«Essendo un uomo, le probabilità che io rimanga incinto non sono molto alte. Però sono un omega dominante, quindi, se i tempi coincidono, non dovrebbero esserci problemi. Inoltre il mio ciclo di calore inizierà tra appena una settimana…»
Ah… parlava di quello.
«Non oggi. Dopodomani. Tra due giorni.»
Risposi con calma, facendo mentalmente i conti con il calendario.
Chi possedeva un tratto dominante aveva cicli estremamente regolari e io non avevo mai avuto ritardi. Grazie a questo, negli ultimi anni ero sempre riuscito a richiedere il congedo per malattia con largo anticipo.
«Tra due giorni?»
Kwon Ido, però, assunse un’espressione poco convinta e rivolse lo sguardo verso la finestra.
Anche lui possedeva un tratto dominante, quindi conosceva bene la precisione di quei cicli. Eppure continuava a osservare la pioggia con un’aria insolitamente inquieta.
«…Capisco.»
Alla fine concluse la conversazione con un tono vago.
Era davvero arrivato il momento di uscire.
Alternò lo sguardo tra l’orologio e me, poi si voltò verso l’ingresso. Di lì a poco avrebbe preso l’ascensore oltre la porta interna per scendere al garage sotterraneo.
«Comunque… mi chiami. Questo numero lo tengo sempre con me.»
Forse la gente aveva davvero un’idea sbagliata di Kwon Ido. Secondo i media era un uomo tanto orgoglioso e difficile quanto grande era la sua fama.
Eppure il Kwon Ido che avevo davanti era ben diverso.
«Le sembra che io stia facendo una proposta?»
… Be’, forse non così diverso, dopotutto.
Fuori dalla finestra, la pioggia continuava a cadere incessante.
Fino al giorno prima il cielo era limpido. Non era nemmeno un acquazzone estivo: era arrivata all’improvviso e basta. Dal colore cupo del cielo sembrava improbabile che smettesse presto.
«Forse andrò a leggere in serra…»
In assenza di Kwon Ido, le cose che potevo fare erano davvero poche. Riposare in camera oppure prendermi cura della serra. Volendo avrei potuto andare anche in piscina o nella sala fitness, ma mi sembrava fuori luogo usare con tanta disinvoltura spazi che non appartenevano a me.
Salgo a prendere il libro e il telefono, poi vado in serra.
Se avessi finito il romanzo che avevo iniziato il giorno prima, sarebbero passate un paio d’ore. Dopo avrei sistemato un po’ i fiori e mi sarei limitato a osservare la pioggia.
«Oggi potrei fare un po’ tardi.»
Pensare di dover trascorrere un’altra giornata così mi lasciò addosso una strana oppressione.
Da quanto tempo vivevo in quella casa? Eppure il tempo trascorso senza Kwon Ido aveva già iniziato a sembrarmi terribilmente noioso.
Per quanto gli esseri umani sapessero adattarsi in fretta, mi sembrava comunque eccessivo.
«Chissà quanto farà tardi.»
Spero che torni il prima possibile.
Prima che iniziasse il mio ciclo di calore, c’era una cosa che dovevo assolutamente dirgli…
Che ero un omega incompleto.
E quel difetto… forse lui lo aveva già intuito.
***
La casa di Kwon Ido in cui soggiornavo era la più sontuosa tra tutte le sue proprietà.
Era persino più grande della casa in cui ero cresciuto e talmente vasta che, per visitarla tutta, sarebbe servita mezza giornata. Non avevo ancora visto ogni angolo della tenuta, ma perfino il giardino, curato nei minimi dettagli, era grande quanto un normale parco.
Attraversandolo e seguendo il sentiero lastricato in pietra si arrivava alla serra di cui Kwon Ido mi aveva parlato.
Era una piccola costruzione che, a prima vista, poteva sembrare persino una caffetteria: la struttura era in legno bianco, mentre pareti e soffitto erano completamente in vetro. Oltre ai fiori, c’erano anche tavoli e sedie, il luogo perfetto per trascorrere qualche ora in tranquillità.
Un ombrello.
E un romanzo.
Anche quel giorno arrivai alla serra accompagnato dal rumore della pioggia. Come sempre, regnava la pace.
Ai lati crescevano aiuole colme di piccoli fiori variopinti e, più all’interno, alberelli alti fino alla vita. Al centro si trovava un tavolo con il piano in marmo, decorato con un vaso di fiori e una lampada.
Di solito trascorrevo lì la maggior parte del tempo, limitandomi a fare la mia “fotosintesi”. Non c’era bisogno che mi occupassi dei fiori già piantati: passeggiavo osservando ciò che mi circondava e poi leggevo qualche pagina per far passare il tempo. Da circa tre giorni, inoltre, su istruzione di Kwon Ido, ogni giorno un domestico mi portava una diversa tisana ai fiori.
«…Ah.»
Entrai nella serra facendo appena qualche passo, con l’ombrello ancora grondante d’acqua.
A quell’ora avrei dovuto essere completamente solo, eppure avvertii la presenza di qualcuno.
Con la pioggia avevo persino detto che non era necessario preparare tè o dolci.
Mi immobilizzai per un istante al fruscio proveniente dall’interno.
Quando voltai la testa, incrociai lo sguardo della persona accovacciata vicino a un’aiuola.
«…»
«…»
Cadde un silenzio imbarazzato.
Continuammo a osservarci, entrambi divisi tra prudenza e curiosità.
Alla fine fui io a rompere il silenzio.
«…Buongiorno.»
Aveva guanti da giardinaggio sporchi di terra e un grembiule consumato. Avrà avuto una cinquantina d’anni. Era un uomo dall’aria cordiale e dall’incarnato sano.
In una casa sorvegliata come quella era impensabile che ci fosse un ladro, e ancora meno che qualcuno vi si introducesse per rubare dei fiori.
Era facile intuire chi fosse.
«È la prima volta che la vedo. Lei è il giardiniere che si occupa della serra, vero?»
«Accidenti…» Lasciandosi sfuggire un gemito imbarazzato, si alzò in fretta. «Accidenti… accidenti…»
Continuava a ripeterlo mentre si rialzava, visibilmente agitato. Dopo essersi scrollato la terra dalle mani, iniziò ad afferrare freneticamente gli attrezzi sparsi tutt’intorno.
«S-Sì. Sono il giardiniere che si occupa di questo posto. Accidenti… mi avevano detto che oggi non sarebbe venuto…»
Era un incontro improvviso, ma non capivo perché fosse così sconvolto.
Non era certo stato sorpreso a perdere tempo: stava lavorando diligentemente con la terra. Anzi, da come parlava sembrava che fosse venuto proprio perché era convinto che io quel giorno non sarei passato.
«Mi dia solo un momento. Sistemo tutto e me ne vado subito.»
«No, faccia pure con calma…»
«No, no. Mi scusi davvero.»
Sentendo quel tono così servile, mi tornò improvvisamente in mente una scena di qualche giorno prima.
Il giorno in cui avevamo scelto gli abiti per il fidanzamento, quando i commessi avevano continuato a chiedere scusa a Minjae.
«Mmh…»
Non sapendo cosa dire, iniziai a grattare distrattamente il pavimento con la punta dell’ombrello.
Era il grande ombrello che uno dei domestici mi aveva praticamente imposto di prendere quando avevo detto che sarei andato in serra, pregandomi di non bagnarmi sotto la pioggia.
Era completamente nuovo, tanto da non mostrare nemmeno un segno d’uso.
«Accidenti… ma che sto facendo…»
Perché tutti, qui dentro, sembrano avere così tanta soggezione di me?
La persona che mi aveva accompagnato in camera, il capo cuoco, e ora perfino quel giardiniere. Tutti i dipendenti della casa di Kwon Ido sembravano eccessivamente guardinghi nei miei confronti. Mantenevano sempre una certa distanza da me oppure, quando ci incrociavamo per caso, si allontanavano in tutta fretta.
«Ehm… io allora vado. Si riposi pure. Mi perdoni per il disturbo.»
Il giardiniere sistemò rapidamente ogni cosa e si inchinò profondamente. Con le braccia cariche di attrezzi si affrettò ad andarsene quasi stesse fuggendo.
Fuori continuava a diluviare, eppure non aveva né un ombrello né un impermeabile.
«Aspetti un momento.»
«S-Sì?» Sobbalzò vistosamente; probabilmente non si aspettava che lo fermassi. Sul suo volto comparve un’espressione ancora più confusa.
Non è che abbia intenzione di mangiarlo.
Era una reazione decisamente eccessiva.
«Piove davvero forte… Non ha un ombrello? O almeno un impermeabile?»
Sorrisi con gentilezza.
In fondo, il mio intento era semplicemente quello di farlo rilassare un po’.
Lui abbassò lo sguardo con aria imbarazzata e tossicchiò piano.
«S-Sì… Essendo addetto alla serra non ho un impermeabile… ma una pioggia così posso anche prenderla.»
«E quando è venuto?»
«Ah… quando sono arrivato pioveva molto meno…»
In altre parole, anche all’andata si era semplicemente bagnato.
Usare o meno un ombrello era una sua scelta, ma con la pioggia che cadeva in quel momento sarebbe stato davvero difficile tornare indietro senza ripararsi.
«Prima sistemiamo quello che ha in mano.»
Infilai il romanzo e l’ombrello sotto il braccio e gli presi tutti gli attrezzi.
Volevo solo aiutarlo.
Ma nel momento stesso in cui le mie mani sfiorarono le sue, il suo volto impallidì.
«Accidenti! Si sporca di terra! Ma… ma come faccio adesso…?»
Avevo preso soltanto un annaffiatoio e una piccola paletta.
Eppure lui reagiva come se avessi appena toccato qualcosa di disgustoso.
Vederlo agitarsi in quel modo non era piacevole. Sembrava talmente sconvolto che finii quasi per sentirmi in colpa.
«Li tengo io. Intanto li rimetta uno alla volta nella borsa. Ci stanno tutti, vero?»
«S-Sì… un momento… accidenti…»
Con mani tremanti aprì la borsa che portava alla cintura. Era piuttosto capiente. A quanto pare era fatta apposta per contenere tutti gli attrezzi da giardinaggio.
Se era così, avrebbe potuto riporli lì fin dall’inizio…
Mentre mi perdevo in quel pensiero, lui li sistemò nella borsa con una rapidità sorprendente.
«Accidenti… e pensare che si è sporcato per colpa di questa terra…»
Non era nemmeno così sporca. Dentro la serra c’era un rubinetto; mi sarebbe bastato lavarmi le mani.
«Adesso prenda questo.» Gli infilai quasi a forza l’ombrello tra le mani.
Indossando ancora i guanti da lavoro, lasciò tracce di terra secca sul manico nero.
Il giardiniere spalancò gli occhi e continuò ad alternare lo sguardo tra l’ombrello e me.
«N-No… se lo dà a me… allora la s-signora… cioè, il signore…»
Il signore.
Era evidente che avesse esitato nel decidere come chiamarmi.
Probabilmente era un beta e, dopotutto, l’idea che il fidanzato del padrone fosse un uomo gli risultava ancora piuttosto insolita.
«Non si preoccupi. Lo usi pure.»
«Ma… come potrei mai…»
«Io posso sempre chiamare qualcuno per farmi venire a prendere.»
Scelsi volutamente di non specificare chi. Se avessi telefonato, uno dei tanti dipendenti sarebbe sicuramente venuto a prendermi. Che io non conoscessi ancora il numero di telefono era un problema che non lo riguardava.
«Per me non c’è alcun problema.»
«Ah…»
I suoi occhi gentili si mossero incerti. Guardò fuori dalla finestra, poi di nuovo l’ombrello. Non me lo restituì subito, probabilmente perché aveva sporcato il manico.
«M-Ma oggi il padrone farà tardi…»
…Il padrone?
«C-Certo, se lo chiama verrà… però…»
Le parole che continuava a balbettare quasi non mi arrivavano alle orecchie.
Ero rimasto bloccato su quella sola parola.
Il padrone.
Ovviamente non stava parlando di me.
Quindi… se lo avessi chiamato, Kwon Ido sarebbe davvero venuto a prendermi?
«…Se continua così finirò per sentirmi in imbarazzo anch’io. Va davvero tutto bene, quindi vada pure.»
Quando glielo dissi con decisione, chiuse immediatamente la bocca. Non riuscì nemmeno a replicare quando gli dissi di riportarmi l’ombrello un’altra volta. Con la scusa che volevo leggere il mio libro, lo accompagnai praticamente fuori dalla serra e mi scrollai la terra rimasta sulle mani.
«Mi avevano detto che oggi non sarebbe venuto…»
Non c’era bisogno di riflettere troppo su chi potesse averglielo detto. C’era una sola persona che poteva sapere se sarei andato o meno in serra.
«Che immagine ha dato di me…?»
Ripensandoci, anche il primo giorno in cui ero arrivato in quella casa, Kwon Ido aveva ordinato ai domestici di non infastidirmi.
Ma una sola frase non sarebbe bastata a renderli tutti così prudenti. Doveva aver aggiunto qualcos’altro.
Fin dall’inizio, il loro atteggiamento non era sembrato di disprezzo. Somigliava molto di più a… timore. Come se bastasse mancarmi di rispetto perché accadesse qualcosa di terribile.
«Non sembra proprio una forma di isolamento…»
Ero sempre stato bravo a leggere l’atmosfera. Sia in famiglia che al lavoro avevo affrontato ogni genere di ostilità. Il fatto di non condividere lo stesso sangue con gli altri e l’etichetta di raccomandato erano cicatrici impossibili da cancellare.
E da tutto questo avevo imparato una sola cosa: osservare con attenzione il giudizio che gli altri avevano di me. Capire se mi temevano, se si sentivano a disagio oppure se mi odiavano.
Era il solo modo per comportarmi in maniera adeguata alla mia posizione e per conoscere con precisione quale fosse il mio posto.
E, in quella casa… venivo davvero trattato come il promesso sposo di Kwon Ido.
***
Fino all’ora di pranzo rimasi seduto nella serra a leggere un romanzo per tutta la mattinata. Avevo la mente in subbuglio, ma il rumore della pioggia che tamburellava contro i vetri finì per disperdere la maggior parte dei miei pensieri. Per la mia lunga esperienza, le cose che non riuscivo a comprendere erano proprio quelle su cui era meglio non scavare troppo a fondo.
Solo allora la pioggia iniziò lentamente a dare segni di voler cessare. Lo scroscio che fino a poco prima sembrava riversarsi dal cielo squarciato si fece via via più sottile e debole. Persino il cielo gravido di nuvole non appariva più nero come l’inchiostro né così minaccioso.
Doveva essere passata da poco mezzogiorno quando il cellulare iniziò a squillare rumorosamente. Vibrava senza sosta, con un’insistenza persino maggiore di quando uno dei miei subordinati combinava qualche disastro. Sorpreso, controllai lo schermo e lo trovai invaso da messaggi pieni di emoticon in lacrime.
“È vero che si è dimesso, direttore? ㅠㅠ?”
“La prego, torni da noi ㅜㅜㅜ”
“Ci manca tantissimo!!!”
Erano messaggi dei dipendenti con cui avevo lavorato fino a quel momento. C’erano nomi familiari e altri con cui avevo avuto ben pochi contatti. Evidentemente la notizia delle mie dimissioni era arrivata solo allora, oppure mio padre aveva già scelto un nuovo direttore di divisione e lo aveva insediato al mio posto.
Non c’erano solo parole di rammarico, ma anche persone che dicevano che mi avrebbero aspettato. Rimasi spiazzato dalla quantità di messaggi ricevuti, ma quando lessi “Come si fa a lavorare in un’azienda senza il direttore?”, mi lasciai sfuggire una risata.
«E invece ci lavorerete eccome.»
Sapevo bene che la scomparsa di un superiore non avrebbe lasciato un vuoto così grande. Anzi, probabilmente si sarebbero sentiti più sollevati senza qualcuno pronto a rimproverarli. Tuttavia quelle frasi dettate almeno dalla cortesia non mi dispiacevano affatto, così risposi a ciascuno di loro e mi alzai.
«Ho sentito dire che oggi non ha pranzato.»
Il giorno in cui avevo saltato il pranzo perché non avevo appetito, Kwon Ido me lo aveva fatto notare con un’espressione chiaramente contrariata. Se proprio mi fosse stato tanto seccante, aveva detto, avrebbe fatto servire il pranzo direttamente nella serra; ma, per quanto possibile, avrei dovuto evitare di saltare i pasti.
E infatti, il giorno seguente, mentre me ne stavo rintanato nella serra, un domestico era arrivato con un banchetto degno di un re. Aveva persino aperto un tavolo e apparecchiato tutto davanti a me. Vedendolo fare, due giorni prima avevo pensato che, a qualunque costo, all’ora di pranzo sarei tornato dentro casa. Solo dopo che gli avevo promesso che non avrei più saltato i pasti mi aveva finalmente risparmiato quella situazione così opprimente.
Da allora, quando arrivava l’ora dei pasti, uscivo quasi sempre dalla serra. Non c’era alcun vantaggio nel inimicarsi Kwon Ido, e avevo deciso che almeno le promesse fatte le avrei mantenute. Inoltre la pioggia si era ormai indebolita; bagnarmi un po’ lungo il tragitto non sarebbe stato un problema.
«Io posso sempre chiamare qualcuno per farmi venire a prendere.»
In realtà una soluzione c’era. Se gli avessi detto di non avere un ombrello, Kwon Ido avrebbe mandato un domestico senza mostrare il minimo fastidio. Per come lo avevo osservato negli ultimi giorni, era il genere di favore che avrebbe concesso senza esitazione.
«Anche se non verrebbe certo lui di persona…»
Più il trattamento che ricevevo era superiore a ciò che meritavo, più sentivo che esisteva un limite da non oltrepassare. Conoscevo il mio posto e non pensavo che Kwon Ido sarebbe arrivato a dimostrarmi una simile premura. Quando mi aveva detto di chiamarlo se fosse successo qualcosa, di certo non intendeva una sciocchezza come il rischio di prendere la pioggia.
«Mi chiami.»
E allora perché continuavo a pensare che, se mi fossi bagnato, Kwon Ido si sarebbe infastidito?
Mi piacevano i giorni di pioggia. Mi piaceva il rumore delle gocce che cadevano, il modo in cui scivolavano a terra e quel paesaggio dai colori spenti. Erano tutte cose preziose, impossibili da comprare con il denaro. Anche il profumo della terra umida che ogni tanto mi riempiva i polmoni aveva qualcosa di piacevolmente rinfrescante.
Per questo, di tanto in tanto, restavo in piedi proprio al centro del giardino, lasciando che la pioggia mi bagnasse. Mi immergevo in quella pioggerellina sottile e lasciavo che portasse via tutti i pensieri che mi affollavano la mente. L’unica persona a preoccuparsi vedendomi fare una cosa del genere era sempre stata il segretario Kim.
«E se poi si prendesse un raffreddore?»
Già… è sempre stato solo il segretario Kim…
Tra i ricordi ormai annebbiati riaffiorò all’improvviso una voce che si preoccupava per me. Occhi marrone scuro. Lineamenti tanto perfetti da sembrare dipinti. E l’ombra di un ombrello che mi copriva il capo.
«Jeong Sejin…»
Di colpo quell’immagine svanì.
La testa prese a girarmi violentemente e, d’istinto, mi aggrappai al tavolo. Sentii il cuore sprofondare e un conato di nausea risalirmi dalle viscere.
Non ebbi nemmeno il tempo di reagire.
Un calore improvviso iniziò a propagarsi in tutto il corpo come se avesse preso fuoco. Dal cuore al basso ventre, fino alla punta delle dita. La nuca si irrigidì e il respiro affannoso si disperse nell’aria.
«Hh…»
Sentii un profumo di fiori. Un aroma intenso, denso… una fragranza che non sarei mai riuscito a dimenticare.
Le braccia, scosse da tremiti incontrollabili, non riuscirono più a sostenere il mio corpo che cedeva. I polmoni sembravano schiacciati e finii per accasciarmi sul pavimento di pietra, ansimando. A ogni respiro il sangue sembrava pulsare sempre più veloce.
«Ugh…»
Perché… all’improvviso?
Le domande che continuavano a riaffiorare vennero presto sommerse da un’altra sensazione. Le cosce si contorsero involontariamente e la mente si tinse di bianco. Il basso ventre, contratto fino a farmi male, si riempì di un desiderio crescente e continuò a contrarsi in spasmi.
«N-no…»
Era il ciclo di calore.
Il periodo di estro degli omega, che arrivava con regolarità e che, quella volta, avrebbe dovuto manifestarsi due giorni dopo. Non aveva mai anticipato nemmeno una volta, ed era proprio per questo che ero convinto che quel giorno non sarebbe successo.
Abbassai il capo fino ad appoggiare la fronte contro la sedia. Nemmeno il metallo freddo riuscì a raffreddare il calore che mi divorava. I feromoni, rimasti assenti fino a quel momento, iniziarono a riversarsi senza controllo, proprio come la pioggia torrenziale.
«Jeong Sejin-ssi… oggi… Non è forse in arrivo il suo ciclo di calore?»
Un pensiero mi attraversò improvvisamente la mente.
Kwon Ido… lo sapeva già? Sapeva in anticipo che mi sarebbe successo questo?
***
Non avevo idea di quanto tempo fosse passato.
Quando la pioggia, che sembrava essersi attenuata, riprese a cadere con violenza e nuove nuvole nere continuarono ad addensarsi nel cielo… quando la gola, rovente come se avessi inghiottito brace ardente, era ormai così secca da non riuscire nemmeno a deglutire…
«Haa… haa…»
Il cuore batteva senza sosta con colpi violenti.
Il mio sesso, dolorosamente eretto, era diventato così sensibile che sarebbe bastato il minimo sfioramento per farmi venire. La serra era piena di fiori e, per di più, completamente circondata da pareti di vetro trasparente. Non potevo certo masturbarmi in un posto del genere, e così quel desiderio insoddisfatto continuava soltanto ad accumularsi.
In realtà, nemmeno la masturbazione sarebbe bastata a risolvere il problema.
Il ciclo di un tratto speciale, soprattutto se dominante, era un periodo bestiale, troppo difficile da affrontare da soli. Bastava abbassare per un attimo la guardia perché il desiderio crescente finisse per sommergerti, dando la sensazione di poter andare in pezzi da un momento all’altro.
«Se succede qualcosa, mi chiami.»
«…Chiamare…»
Strisciando quasi sul pavimento, mi aggrappai alla sedia e riuscii a rimettermi in piedi. Allungai una mano verso il cellulare sul tavolo. Volevo chiedere aiuto a qualcuno.
Ma nel momento stesso in cui lo afferrai, la mia mente diventò completamente bianca.
Chiedere aiuto… A chi?
«Sono andato a raccogliere uno scarto difettoso…»
I pensieri iniziarono a interrompersi uno dopo l’altro.
Il cellulare mi scivolò dalle mani e cadde sul pavimento con un rumore secco, infrangendosi. Espirai affannosamente e mi coprii il volto con una mano.
«Idiota. Non avrei mai dovuto raccogliere uno come te.»
«…Hngh…»
Chi stavo cercando di chiamare? Non c’era nessuno che mi avrebbe aiutato solo perché ero entrato in calore. L’unico era sempre stato il segretario Kim, che senza sapere nulla mi procurava puntualmente gli inibitori.
Probabilmente, prima della fine della giornata, qualcuno sarebbe venuto a cercarmi.
Il domestico, che sicuramente era un beta, quale espressione avrebbe fatto vedendomi in quello stato?
E Kwon Ido… quanto mi avrebbe trovato patetico, incapace persino di badare a me stesso?
E se avesse annullato il fidanzamento?
Paradossalmente era quella la cosa che temevo di più.
Avevo ignorato le parole di Kwon Ido ed ero venuto lo stesso nella serra. E se per questo motivo mi avesse abbandonato?
E se, dopo essere stato respinto e costretto a tornare indietro, mio padre mi avesse guardato ancora una volta con delusione, definendomi un buono a nulla?
Il desiderio sessuale, rimasto senza sfogo, mi opprimeva il petto. Le lacrime che mi riempivano gli occhi finirono schiacciate contro il palmo della mano senza che riuscissi a trattenerle. Pur senza avermi nemmeno sfiorato, ero completamente bagnato, davanti e dietro, in modo vergognoso.
Quasi per riflesso mi rannicchiai sotto il tavolo.
Sapevo che non sarei davvero riuscito a nascondermi, ma almeno volevo celare quello spettacolo miserabile. Mi strinsi la testa fra le braccia e chiusi gli occhi; lacrime calde iniziarono a scorrermi lungo le guance.
«Haa… ngh…»
Le orecchie mi si ovattarono. A un certo punto smisi perfino di sentire il rumore della pioggia.
Per metà ero sopraffatto dall’impulso di trovare in qualsiasi modo uno sfogo a quel desiderio; per metà mi disprezzavo perché non riuscivo nemmeno a sopportare un ciclo che tutti affrontavano. E, in fondo, rimaneva anche una paura indefinita, rivolta a qualcuno che nemmeno riuscivo a identificare.
«Hic…»
Magari… magari non venisse nessuno.
Se non altro… se almeno Kwon Ido non mi avesse visto in quello stato.
Fu in quel momento che, pensando a questo, abbassai ulteriormente la parte superiore del corpo.
Poi, all’improvviso, sentii un rumore estraneo. Nell’aria ormai satura dei miei feromoni si insinuò il profumo fresco della pioggia. Lo scroscio dell’acqua risuonò nelle mie orecchie e il suono di passi familiari iniziò ad avvicinarsi lentamente.
I passi sul pavimento di pietra erano impazienti quanto i battiti del mio cuore. Chiunque fosse stava quasi correndo e si fermò proprio davanti al tavolo. Poi lasciò sfuggire un sospiro, appena velato di sollievo.
«Ah…»
Raccogliendo le ultime forze, voltai appena la testa. Attraverso la vista offuscata scorsi l’orlo impeccabile di un paio di pantaloni eleganti.
L’unica persona che sarebbe venuta da me in completo, proprio mentre ero in calore.
«Segretario Kim…?»
«…»
Forse era solo una mia impressione.
L’aria si fece improvvisamente pesante. Lo spazio, fino a un attimo prima colmo soltanto dei miei feromoni, iniziò a riempirsi della presenza di qualcun altro. Tra i miei respiri deboli e spezzati si insinuò un aroma profondo e intenso.
«Di solito… in momenti come questo viene spontaneo chiamare il proprio segretario?»
Quella voce, dal timbro così particolare, penetrò nelle mie orecchie con una chiarezza sorprendente.
Come se fino a un istante prima respirare non fosse stato difficile, il mio respiro tornò lentamente regolare.
Mescolato ai miei respiri ormai più tranquilli c’era il pesante aroma di legno bagnato dei suoi feromoni.
«…Kwon Ido.»
Come se quella fosse la risposta esatta, i feromoni di Kwon Ido si fecero ancora più intensi.
Si tolse la giacca e me la posò sulla testa, poi mi trascinò fuori da sotto il tavolo con estrema delicatezza. Subito dopo una mano mi sostenne la schiena e l’altra i fianchi, sollevandomi come se fossi un bambino.
«…Ah!»
Non ricordavo di aver mai provato una sensazione simile, nemmeno da piccolo.
D’istinto gli cinsi il collo con le braccia, e lui mi strinse ancora più forte.
Era una posizione sorprendentemente stabile, ma l’altezza mi dava comunque la sensazione che sarei potuto cadere da un momento all’altro.
«Le avevo detto di chiamarmi se fosse successo qualcosa…»
«…»
«Sono stato io a pretendere troppo.»
C’era una sfumatura di amara autoironia nella sua voce.
Avrei voluto rispondergli, ma dalle mie labbra uscirono soltanto deboli gemiti.
Kwon Ido mi tirò meglio la giacca sopra la testa e mormorò: «Tenga la testa bassa. Non faccia vedere il viso.»
Dovevo avere davvero un aspetto orribile. Avevo pianto senza sosta; era inevitabile che fossi ridotto in quello stato.
Quando si assicurò che avessi abbassato il capo, riprese lentamente a camminare.
«Direttore esecutivo!»
Le voci attorno a me sembravano allontanarsi e riavvicinarsi in continuazione.
Qualcuno stava parlando con Kwon Ido, ma non riuscivo a distinguere le parole.
Sentivo soltanto la pioggia battere sull’ombrello, il rumore dei passi sulla terra bagnata, il suo sospiro… e un sussurro velato d’irritazione.
«Le ho detto di non alzare la testa.»
Una mano grande mi sostenne saldamente la nuca. Per un attimo ebbi l’impressione di incrociare lo sguardo di qualcuno che doveva essere il segretario di Kwon Ido.
Poi, nel silenzio improvviso, qualcuno tossicchiò con imbarazzo.
«…Come…»
Volevo chiedergli come avesse fatto a sapere che ero lì.
Volevo chiedergli perché fosse venuto, visto che aveva detto che avrebbe fatto tardi.
Ma nel momento in cui mi accarezzò lentamente la schiena, tutta la tristezza che avevo trattenuto esplose e cancellò ogni domanda.
«Più tardi.»
La sua mano scivolava sulla mia schiena con la cautela di chi cerca di calmare un bambino in lacrime.
In quel gesto impacciato di conforto c’era una dolcezza che nemmeno mio padre mi aveva mai mostrato. La sua temperatura corporea leggermente fresca, i feromoni che si posavano su di me con calma… Tutto quanto era così caldo da farmi pizzicare gli occhi.
Trattenendo lacrime di cui ignoravo perfino la causa, sfregai la fronte contro il suo collo. Inspirai a fatica e il suo odore naturale divenne ancora più intenso.
Non sapevo se quel nodo che mi stringeva la gola fosse dovuto al calore… oppure a qualcos’altro.
«Non fate salire nessuno al secondo piano.»
Quando ripresi un minimo di lucidità, lui stava già salendo le scale con me tra le braccia. Aveva percorso senza fermarsi tutta la distanza dalla serra fino alla casa, che non era affatto breve. Se non fosse stato un alpha dominante, con la forza fisica tipica del suo genere, sarebbe stato impossibile.
Mi portò direttamente nella sua stanza, impregnata dei suoi feromoni. Di solito erano già abbastanza intensi da dare quasi alla testa, ma quel giorno mi avvolgevano con una forza ancora maggiore.
Mi adagiò sul letto e mi scostò delicatamente i capelli fradici di sudore dalla fronte.
«…Hng…»
Era davvero un dominante. Perfino i feromoni che avevo rilasciato senza alcun controllo venivano lentamente sopraffatti dai suoi. L’aroma intenso del legno bagnato si intrecciava ai miei feromoni in modo appiccicoso, come fosse uno sciroppo dolcissimo.
«L’inibitore…» Con la voce ormai roca riuscii a pronunciare a fatica una sola parola.
Dovevo dirgli qualcosa… Ma prima ancora che riuscissi a continuare, lui rispose con calma.
«Lo so.»
Cosa sapeva? Come poteva sapere quello che stavo per dire?
«No…» Allungai una mano e gli afferrai la manica. Avevo paura che mi lasciasse da solo.
La mia mente ormai annebbiata sapeva che non avrei dovuto farlo… eppure continuava a trattenerlo.
«Non andare…»
Intrecciai goffamente le dita alle sue.
Le sue dita, dritte e affusolate, erano molto più robuste di quanto sembrassero.
Forse era il contatto diretto della pelle. Il mio corpo, di nuovo in fiamme, iniziò a desiderare con ancora più forza l’alpha davanti a me.
«Fa’… qualcosa…»
Portai la sua mano vicino al mio viso, respirando affannosamente. Invece di sottrarsi, con la mano libera si allentò lentamente la cravatta. I suoi feromoni si riversarono su di me, impregnandomi la pelle più apertamente che mai.
«Jeong Sejin.»
La sua voce pacata suonò quasi come un avvertimento. Senza riflettere, sfregai le labbra contro le sue dita. Quando ne lambii appena una con la lingua, fui investito da un aroma dolce fino all’eccesso.
Ah… È così… I feromoni di un alpha sono così irresistibilmente coinvolgenti…
«Haa…»
Ebbi la sensazione che qualcosa si spezzasse. Non sapevo se fosse l’ultimo briciolo di lucidità o quel poco di pudore che mi era rimasto. Una cosa, però, era certa: in quell’istante anche i feromoni di Kwon Ido si fecero ancora più intensi.
Con la mano libera afferrai goffamente la cintura dei pantaloni. Accarezzai senza alcuna tecnica il rigonfiamento sotto il tessuto e il mio corpo, già al limite, raggiunse il culmine quasi all’istante.
In quel momento, mentre i miei feromoni si facevano ancora più densi, Kwon Ido mi afferrò con decisione il polso, immobilizzandolo.
«Asp… mmh…»
Successe tutto nel tempo di un battito di ciglia.
Kwon Ido salì sul letto, sovrastandomi. Poi, senza alcuna esitazione, posò le labbra sulle mie. Le nostre bocche aderirono perfettamente e la sua lingua morbida si fece lentamente strada tra le mie labbra.
«Mmh…»
La saliva, ormai impossibile da distinguere se fosse mia o sua, scivolò lungo il mento.
Tenendomi stretta la lingua, Kwon Ido mi trasmise i suoi feromoni direttamente attraverso quel bacio.
La sensazione mi solleticò il palato, poi sfiorò la parte inferiore della lingua, facendo tremare tutto il mio corpo.
Era un bacio così piacevole da confondermi i sensi.
La sua temperatura leggermente fresca e il calore che cresceva lentamente tra le nostre labbra… Ogni cosa era incredibilmente appagante.
Perfino i feromoni che saturavano l’aria mi procuravano un piacere che non avevo mai sperimentato.
Aprivo e chiudevo le mani senza controllo, mentre il bacino si muoveva involontariamente. Con il polso immobilizzato, era l’unica parte del corpo che riuscissi ancora a muovere.
Quando cercai nuovamente il suo corpo con il mio, Kwon Ido emise un suono profondo dalla gola e inclinò leggermente il capo.
«…Ah!»
All’improvviso sentii i suoi denti affilati mordermi la lingua. Una fitta improvvisa mi fece voltare istintivamente il viso dall’altra parte.
Kwon Ido, respirando affannosamente, mi fissò negli occhi.
«Sejin.»
Sentii il petto stringersi. Il suo volto era troppo vicino. Quella scena sembrava troppo irreale.
E quella strana sensazione di déjà vu continuava a pungermi in fondo alla gola.
«Non provocarmi.»
Fu un avvertimento breve. Poi tornò a baciarmi con dolcezza. Attraverso le palpebre socchiuse vidi le sue lunghe ciglia abbassarsi. Lasciò andare il mio polso e iniziò ad accarezzarmi lentamente la guancia.
Dicevano che, per calmare un ciclo di calore, non esistesse nulla di meglio dei feromoni di un alpha.
Con le braccia strette intorno al suo collo, accolsi i suoi feromoni come fossero acqua capace di ridarmi la vita.
Kwon Ido non cercò di respingermi, ma continuò semplicemente a condividere il suo respiro con il mio, ancora e ancora.



