MINATO’S LAUDROMAT – EXTRA 8

Il destino della lettera

Nota dell’autrice: un’altra storia che avevo precedentemente pubblicato su Puraibettā.

Si tratta dello speciale narrato dal punto di vista di Shin che segue “La lettera di Minato Akira”, pubblicata nel visual book del drama “Minato Shouji Coin Laundry”.

Si consiglia di guardare la serie TV e leggere la lettera presente nel visual book del drama.

***

Mi fa arrabbiare, mi irrita, non riusciamo mai a capirci fino in fondo e, nonostante tutto, è così dannatamente adorabile.

Ogni volta che andavo nella stanza di Minato-san, mi sentivo sempre un po’ irrequieto. Era come se finissi in uno stato in cui non mi sembravo nemmeno più me stesso.

«Siediti dove vuoi. Adesso preparo qualcosa da bere.»

«La aiuto anch’io.»

«Scemo, non ce n’è bisogno. Almeno in momenti come questo, rilassati e fai l’ospite.»

Mi scompigliò i capelli con una mano e il mio cuore prese a battere rumorosamente. Anch’io avrei voluto toccare Minato-san, ma lui andò in cucina con fare indaffarato.

«Ehi, Shin. Per quanto riguarda da bere… tè normale, tè al kombu, tè nero, caffè caldo, caffè freddo, succo d’arancia, bibita gassata, succo di verdura oppure latte. Cosa vuoi?»

Prima ancora di rispondere, scoppiai a ridere per la quantità di scelta che mi aveva dato. Probabilmente aveva fatto apposta la spesa, tutto contento perché sarei venuto.

«E tu, Minato-san, cosa bevi?»

«Mmm… io direi caffè caldo.»

«Allora anch’io voglio il caffè.»

Quando glielo dissi sorridendo, Minato-san tirò fuori un filtro monodose per il caffè con aria stranamente felice.

«Bene, bene, caffè. Tu non vai matto per le cose dolci, quindi lo vuoi nero, giusto? E il latte?»

«Non mi serve.»

«Ricevuto!»

Mentre guardavo Minato-san preparare allegramente il caffè, completamente indifeso, mi sentii formicolare la zona dei fianchi.

Vorrei abbracciarlo da dietro. Baciarlo sulla nuca e poi…

Proprio nell’istante in cui mi alzai, oppresso da quei pensieri poco casti, mi sfuggì un «Ah!».

Era troppo tardi. La punta del piede aveva urtato qualcosa e il cestino della spazzatura era finito rovinosamente a terra, spargendo il suo contenuto dappertutto.

Spostai lo sguardo dai rifiuti sparsi sul pavimento e, con cautela, guardai Minato-san.

Non si era accorto minimamente del mio disastro. Doveva essere intento a versare l’acqua bollente nelle tazze, perché dopo un po’ il profumo intenso del caffè arrivò fino a me.

«Aspetta un attimo, Shin. Ti preparo un buonissimo caffè.»

«Grazie.»

Risposi cercando di mantenere un tono tranquillo alla voce spensierata di Minato-san.

Poi guardai i rifiuti sparsi sul pavimento e fui assalito da un’imbarazzo tremendo. Il fatto che fossi diventato così distratto era la prova che mi ero lasciato trasportare da questo amore.

Per fortuna non mi ha visto fare una figura così patetica.

Sollevato, cominciai a raccogliere i rifiuti sparsi. Ma proprio mentre afferravo l’ultimo pezzo, mi si mozzò improvvisamente il respiro.

Tra alcuni fogli accartocciati e ammucchiati insieme, vidi delle parole scritte a mano:

“Al Signor Katsuki Shintaro,”

Quella era senza dubbio la calligrafia di Minato-san.

Una lettera per me…? E anche di quelle che si strappano e si buttano via?

La prima cosa che mi attraversò la mente fu l’idea che potesse trattarsi di una lettera d’addio scritta da Minato-san.

Qualche mese prima, anch’io avevo cercato di consegnare a Minato-san una lettera d’addio, ma all’ultimo momento avevo cambiato idea e avevo detto a mia sorella di buttarla via.

Beh, per uno strano scherzo del destino, quella lettera era comunque finita nelle mani di Minato-san.

«Che c’è, Shin?»

«Ah… no, niente.»

Mi aveva rivolto la parola all’improvviso e, d’istinto, infilai in tasca i fogli che avevo raccolto.

Minato-san arrivò portando due tazze su un vassoio.

«Che fai? Ti ho detto di sederti.»

«S-sì.»

Avrei dovuto chiederglielo direttamente, ma avevo completamente perso il momento giusto.

L’idea che potesse essere una lettera d’addio mi aveva fatto esitare.

Dopodiché guardammo insieme il film che Minato-san aveva preso in prestito.

«Era proprio un bel film, eh? Lo riguardiamo, Shin.»

Sul volto di Minato-san c’era il solito sorriso caldo.

«…Sì.»

Risposi così, ma non avevo assimilato neanche una scena del film. Eravamo finalmente soli, eppure il senso di colpa continuava a rimanere nella mia tasca.

«Ehm… oggi io… torno a casa!»

Mi alzai di scatto e presi la borsa.

«Eh? Che ti prende, Shin? Te ne vai proprio così, di colpo.»

Di solito, a quell’ora, ero io a fare i capricci dicendo che volevo fermarmi a dormire nella stanza di Minato-san.

«Stasera tocca a me preparare la cena, quindi…»

«Ah, capisco. Bravo.»

Minato-san non mise in dubbio nemmeno per un istante il mio comportamento, che sembrava quasi una scusa. Sorrise e mi disse di tornare a casa facendo attenzione, continuando a salutarmi con la mano dalla finestra dell’appartamento.

Tornai a casa a passo spedito e mi rifugiai nella mia stanza.

Tirai fuori dalla tasca i pezzi di carta e li appoggiai sulla scrivania.

Non era stato un errore. C’era davvero scritto “Al Signor Katsuki Shintaro, con la calligrafia di Minato-san.

Rimasi per un po’ a fissare quei fogli che avevo portato con me, completamente stordito.

E se fosse davvero una lettera d’addio?

Una parte di me continuava a negarlo, mentre un’altra non riusciva a fare a meno di pensare che forse fosse davvero così.

Non sarei arrivato da nessuna parte continuando in quel modo.

Me ne resi conto solo dopo le dieci di sera.

Mi rimproverai per il tremore delle mani e cominciai a rinforzare i pezzi di carta dal retro con del nastro adesivo.

Anche se fosse una lettera d’addio, Minato-san l’ha buttata via. Quindi, di sicuro, non rappresenta i suoi veri sentimenti.

Una volta ricomposta miracolosamente la pagina A4, la girai sul lato anteriore e, facendomi coraggio, cominciai a leggerla.

E rimasi senza fiato.

Alla fine, non era affatto una lettera d’addio.

«Che cos’è questo…? Perché…?»

Era una lettera d’amore di Minato-san per me.

Il cuore mi batteva così forte da essere quasi assordante. Il senso di colpa e l’ansia che avevo provato fino a un attimo prima svanirono completamente, sostituiti da un’altra emozione che cominciò a impadronirsi del mio corpo.

Perché… perché Minato-san non me l’ha data?

Sentii gli occhi farsi lentamente caldi.

Perché?

La rabbia e l’amore che provavo erano così intensi che credevo mi sarei impazzito.

La differenza tra le parole di Minato-san rimaste su quella lettera e i brandelli di carta che erano stati strappati e gettati via mi fece girare terribilmente la testa.

“Tra dieci anni, o forse anche prima, arriverà il giorno in cui ti pentirai di aver scelto me. È proprio quel giorno che mi fa paura.”

Pentirmi di aver scelto Minato-san? Ma non dire stronzate. Ma quanto credi che ti ami?

“Ho scritto un sacco di cose, ma alla fine le riassumerò in tre parole, come fai tu: Idiota, ti amo.

Seguii con la punta delle dita le parole “ti amo”, strappate esattamente a metà.

Le parole che erano esistite dentro Minato-san, le parole che aveva rivolto a me, il suo cuore… quell’uomo aveva buttato tutto nel cestino senza mostrarmelo.

Il ragionamento con cui, fino a poco prima, avevo cercato di calmarmi tornò indietro come un boomerang e mi trafisse il cuore.

Minato-san l’ha buttata via. Quindi, di sicuro, non rappresenta i suoi veri sentimenti.

Non è possibile. Assolutamente no. Di sicuro dirai qualcosa del genere. Che eri ubriaco. Che l’avevi scritta nel cuore della notte. Che non avevi mai avuto intenzione di consegnarmela. Elencherai una serie infinita di scuse, cercando in quel modo di proteggere te stesso.

Sei una persona infinitamente gentile, ma anche crudele. Credevo che finalmente ti fossi voltato verso di me, e invece ancora non hai capito.

Per quanto possa gridare a squarciagola quanto ti amo, tu continui a chiuderti nel tuo guscio, ripetendo che hai paura, che hai paura.

La differenza d’età. E poi lo sguardo della gente.

Quante altre cose ci sono che ti fanno paura?

Dimmele, Minato-san.

Avrei voluto distruggere all’istante tutto ciò che spaventava Minato-san.

Anche se sapevo perfettamente che non potevo farlo.

Avvicinai al petto quella lettera che avrebbe dovuto essere gettata via e basta.

«Che cazzo significa…? Dannazione…»

Ero frustrato, arrabbiato e non sapevo contro cosa sfogare tutti quei sentimenti.

Perché quella era mia.

Era qualcosa che avrei dovuto ricevere io.

Le parole di Minato-san contenute in quella lettera, il suo cuore… avrei dovuto riceverli direttamente da lui, guardandolo negli occhi…

«E invece… non avresti dovuto buttarla.»

Era proprio incapace di essere sincero.

Non era mai successo che le cose andassero come volevo.

Era frustrante, esasperante, e il petto mi doleva terribilmente.

Non riuscendo più a sopportarlo, uscii di corsa dalla stanza.

Corsi verso Minato-san con tutte le mie forze.

Non importava quanto facessi fatica a respirare, né se le gambe rischiassero di cedermi. Non mi importava di niente.

Con il fiato corto, arrivai in cima alle scale dell’appartamento di Minato-san e mi fermai all’improvviso.

Dalla finestra della cucina filtrava una luce soffusa. Quella era la stanza di Minato-san.

Mi mancava così poco per poterlo vedere.

Eppure, non lo feci.

Il petto mi si alzava e abbassava velocemente mentre ripetevo profondi respiri.

“Ogni volta che sento quelle tue frasi così sfacciate e insolenti, diventi così carino e così adorabile che non so più che farmene di me stesso.”

Anch’io, ogni volta che Minato-san cerca di proteggere qualcosa e di scappare, penso che sia così carino e adorabile da non sapere più cosa fare.

Mi sfuggì un sorriso amaro davanti al pensiero meschino che mi era venuto in mente.

Per oggi tornerò a casa. Solo per oggi.

Stringendo forte la lettera d’amore che quell’uomo aveva buttato via, ripercorsi lentamente la strada che avevo appena corso.

Le macchine sulla carreggiata mi superavano a una velocità impressionante.

Quando ero uscito di casa non me n’ero accorto, ma nel cielo notturno fluttuava una piccola luna sottile, simile alla punta di un’unghia.

Ah, davvero… sei senza speranza.

Va bene, Minato-san.

Strappala a pezzetti. Poi accartocciala e buttala nel cestino come se non fosse mai esistita.

Io la raccoglierò ogni volta.

La riaprirò, la ricomporrò e applicherò con cura il nastro adesivo sul retro.

Il vento di primavera, ancora leggermente freddo, mi sfiorò le guance.

Pensai a quell’estate quasi miracolosa in cui avevo incontrato di nuovo Minato-san.

Avevo aspettato dieci anni.

E adesso, da qui, avrei ricominciato i nostri dieci anni.

Esattamente tra dieci anni, gli avrei mostrato quella lettera e gli avrei urlato direttamente all’orecchio: «Minato-san, visto? Quel giorno non è mai arrivato, vero?»

Dovrai renderti conto che non era affatto un’allucinazione.

Il mio amore impertinente, pesante e irrinunciabile…

Te lo farò vivere ancora una volta, nell’arco di dieci anni.

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