Take Off*
*(N/T: “Take Off” è un termine da surf; si tratta del movimento quando si identifica l’onda e ci si alza in piedi sulla tavola.)
“Vecchio Futuro”
Stavo indossando le scarpe quando, dall’esterno, si aprì la porta d’ingresso.
L’uomo che, fermo con una mano sulla maniglia, si era bloccato nel vedermi abbassò lo sguardo, con un’espressione che sembrava dire che il momento in cui ci eravamo incontrati non avrebbe potuto essere peggiore.
Era anche l’uomo che, fino ad appena sei mesi prima, ogni volta che incrociava il mio sguardo sorrideva come se avesse conquistato il mondo intero.
«Dove sei stato?»
Dopo aver stretto i lacci delle Converse, mi raddrizzai e glielo chiesi. Anche il mio atteggiamento nei suoi confronti era diventato altrettanto distaccato.
«Niente… a fare una passeggiata.»
Nello stretto ingresso, grande appena quanto lo spazio occupato da una scatola di ramyon appiattita, ci scambiammo di posto ruotando le spalle e riuscimmo a portare avanti a fatica quella conversazione imbarazzante. Anche la sera precedente avevamo passato circa cinque ore a litigare fingendo di discutere e, quando mi ero alzata tardi, lui era già uscito senza nemmeno mangiare.
«Vai a fare ripetizioni?»
Mentre si toglieva le scarpe da ginnastica e saliva verso la cucina, me lo chiese con tono
formale.
Dalla primavera di quell’anno disegnavo insieme al figlio di un’amica di mia sorella, a casa loro. Avevo accettato quel lavoro per cercare di alleviare almeno un po’ le nostre difficoltà economiche, ma, nel corso di quasi un anno di lezioni, avevo finito per godermi e aspettare con impazienza il tempo trascorso insieme a quel bambino.
Era anche, in quel periodo, quasi l’unico momento in cui riuscivo a respirare e a sognare.
Era la gioia di stare accanto a un bambino dotato sia di talento sia di passione, di incoraggiare la possibilità che racchiudeva, piena di un’energia ardente che cambiava forma di momento in momento, e di osservarne la crescita.
Dato che venivo pagata per occuparmi dei suoi disegni, non sarebbe stato sbagliato definire quelle lezioni “ripetizioni di arte”, ma non gli avevo mai detto di correggere gli aspetti eccessivamente personali del suo stile perché avrebbero potuto trasformarsi in cattive abitudini, né gli avevo mai insegnato tecniche spiegandogli dove mettere un punto luce o dove aggiungere la luce riflessa per rappresentare una sfera.
Il bambino disegnava già utilizzando tecniche superiori a quelle che si potevano acquisire alla sua età. Non c’era bisogno che lo guidassi nemmeno nelle tecniche che ancora non aveva imparato. Era evidente che le avrebbe scoperte da solo, con calma.
«Vado. Mangia qualcosa.»
Mi tolsi la felpa, la lasciai sul pavimento e uscii dall’ingresso, lasciandomi alle spalle lui che si infilava subito sotto le coperte e si voltava dall’altra parte.
L’aria esterna era abbastanza fredda da costringermi a stringere ancora di più il colletto del cappotto, eppure il respiro mi sembrava soffocante, come se fossi immersa in un’ondata di caldo di quaranta gradi.
***
Non appena aprii la porta di casa, il bambino venne da me con lo sketchbook e il quaderno per gli esercizi. Erano gli schizzi e i dipinti a colori di un’intera settimana.
Grazie ai suoi genitori, un pittore a olio e una fumettista, in casa abbondavano materiali artistici di ogni genere. Il bambino aveva quindi sviluppato in modo straordinario il senso di scegliere il materiale più adatto alla sensazione che voleva esprimere e di utilizzarlo efficacemente.
Ogni settimana, nei suoi disegni comparivano pastelli a cera, tempere, colori acrilici e colori a olio, oltre a pennarelli, matite colorate e persino penne a sfera, e la sua crescita era sorprendente.
Non si trattava soltanto di talento innato.
Il bambino era un maniaco dell’esercizio, quasi al limite della follia.
Anche se, per lui, più che esercitarsi era un gioco.
Il tema di quella settimana era il profilo.
Un intero quaderno per gli esercizi, che a prima vista sembrava contenere più di trenta fogli, era completamente riempito di disegni di profili umani.
Per qualche motivo, quella settimana si era fissato con i profili.
Quando qualcosa entrava particolarmente nel suo campo visivo, il bambino voleva trasferirlo sulla carta esattamente come lo vedevano i suoi occhi. Disegnava e ridisegnava finché non riusciva a esprimerlo in modo soddisfacente. Era attraverso quel processo che la tecnica si sviluppava naturalmente.
Che si trattasse di un’opera iperrealistica, che richiedeva una precisa capacità di riproduzione, oppure di un’opera astratta che eliminava, tralasciava e semplificava, una solida capacità descrittiva era una qualità fondamentale richiesta in ogni ambito dell’arte.
E il bambino, per natura, aveva una forte ossessione per quella capacità.
Era timido e parlava poco, ma sorrideva spesso ed era vivace. Ogni tanto mostrava anche la giocosità tipica di un bambino di undici anni. In fondo sembrava un normalissimo studente delle elementari, allegro e mite.
Eppure, ogni volta che scoprivo in quel bambino dall’aria così normale un’ossessione ostinata e quasi maniacale, una capacità di immergersi completamente in ciò che faceva, non potevo fare a meno di emozionarmi pensando alle possibilità racchiuse in quel talento.
Era una qualità estremamente importante per un artista.
Il desiderio di trasferire sulla propria tela ciò che si vede con i propri occhi, esattamente così com’è.
Una febbre che nasceva insieme alla gelosia, al punto che, se non si riusciva a realizzarla, non si riusciva né a dormire né a mandare giù un boccone, come se qualcuno ci avesse portato via qualcosa che ci apparteneva.
Sfogliando quei disegni, incredibilmente precisi per essere opera di un bambino che stava per compiere dodici anni, capaci di cogliere con esattezza le caratteristiche dei soggetti e al tempo stesso pieni di vita, dovetti sforzarmi di non mostrare davanti a lui quanto fossi entusiasta.
In un’epoca in cui i bambini prodigio sbucavano fuori in ogni campo, forse quella capacità nel disegno di un bambino di undici anni, e non di cinque o sei, non era poi qualcosa per cui fare tanto chiasso.
Ma ciò che avevo scoperto nel bambino non era soltanto la perfezione della tecnica. Copiare qualcosa alla perfezione, come una fotocopiatrice, non è arte.
Il bambino era capace di aggiungere al soggetto raffigurato nel disegno le proprie emozioni e la propria interpretazione di ciò che osservava.
A soli undici anni.
Per quanto acerbi, quei disegni, uno dopo l’altro, erano una forma di “espressione personale” che nessun altro, se non quel bambino, avrebbe potuto realizzare.
«Yeehyeon, ma quanti sono? Non ti faceva male il braccio?»
Alla mia domanda preoccupata, il bambino sorrise.
Sfiorando con una mano il tavolo davanti al quale eravamo seduti, sorrideva senza emettere alcun suono. Sembrava felice di potermi mostrare quanto si fosse esercitato.
E allo stesso tempo aveva un’aria leggermente perplessa, come se non avesse compreso bene il significato delle mie parole.
La domanda che gli avevo appena rivolto equivaleva a chiedere a un bambino di dieci anni che era appena tornato dopo aver corso e giocato con entusiasmo se non gli facessero male le gambe.
A eccezione dei geni e dei bambini prodigio, lo studio scolastico era un gioco in cui, investendo una certa quantità di tempo e impegno, i risultati arrivavano.
Era anche un passaggio obbligato che tutti attraversavano, senza bisogno di sentirsi miserabili confrontandosi con geni e prodigi.
Ma con l’arte era diverso.
Era un campo in cui si entrava per scelta, sulla base della convinzione di possedere più talento degli altri. E, se non si riuscivano a ottenere risultati, era naturale sentirsi miserabili.
Il processo attraverso cui si scopriva che, in realtà, non si era affatto speciali come si pensava, era crudele.
Esercitandosi e investendo tempo, naturalmente la tecnica sarebbe migliorata fino a un certo punto, ma prima o poi si sarebbe inevitabilmente arrivati a un limite che la sola tecnica non poteva superare.
Il regno dei “veri”, quello che non si poteva oltrepassare limitandosi a “disegnare bene”.
Nel momento in cui ci si imbatteva nel mondo di coloro che parlavano attraverso i disegni e affermavano se stessi attraverso i disegni, ci si rendeva conto con umiliazione che ciò che si era disegnato fino a quel momento non era l’universo, ma soltanto un angolino dell’universo.
Per dirla in maniera piuttosto crudele, i miei dipinti non erano altro che un “diario illustrato di lusso”, confinato nella storia personale di un individuo che non poteva emozionare né suscitare empatia in nessuno.
Anch’io ero una studentessa d’arte che aveva frequentato un’accademia preparatoria per l’ammissione all’università prima di iscrivermi alla facoltà di belle arti, ma gli studenti che, oltre alla tecnica, possedevano anche uno stile proprio erano così rari che era difficile persino esprimerne la proporzione in percentuale.
Il dieci per cento? Il venti per cento?
Non era una questione di quel genere.
Era una persona su decine di migliaia.
Una rarità che non poteva nemmeno essere paragonata alla percentuale degli omega, più rari degli alpha.
Quando avevo per la prima volta quell’uomo, lui era il protagonista delle voci che lo definivano “il mostro del dipartimento di pittura orientale”.
Quando mi ero trovata davanti ai suoi dipinti, che sembravano esitare, tentennare e, allo stesso tempo, esporsi con audacia in un istante, affrontandomi a viso aperto… Ero rimasta sconvolta dall’impatto di trovarmi davanti, attraverso un dipinto, alla parte più intima di un’altra persona.
Davanti a quei dipinti che mostravano senza ingrandirle né ridurle, così com’erano, le vergogne che tutti cercavano di nascondere e di cui nessuno voleva parlare, la tecnica e l’esperienza venivano dopo.
Era stato il momento in cui avevo compreso per la prima volta di avere più talento nel “riconoscere” un dipinto che nel “dipingere”.
Davanti ai suoi dipinti, invece di provare gelosia nei suoi confronti in quanto collega studentessa d’arte, avevo scoperto di essere entusiasta al pensiero di voler far conoscere le sue opere a quante più persone possibile.
Ero stata così profondamente convinta che fossimo anime gemelle, capaci più di chiunque altro di comprendere il mondo dell’altro.
Perché… come avevamo fatto a diventare così?
Il bambino non lo sapeva, ma a quel tempo io ero una studentessa universitaria sposata.
Era il matrimonio di una donna alpha e di un uomo beta, celebrato nonostante la forte opposizione della famiglia e di chi ci circondava. Per questo avevo praticamente reciso i rapporti con i miei genitori e me n’ero andata di casa, vivendo in difficoltà economiche.
Eppure ero convinta della nostra scelta e del suo talento.
Ma, dopo quella passione che ci aveva fatto sentire come sospesi nell’aria, ciò che ci attendeva era la realtà, nella quale dovevamo accettare il vero volto l’uno dell’altra.
Il suo talento era speciale.
Ma era eccessivamente consapevole di se stesso.
Piuttosto che mostrare entusiasmo davanti ai suoi dipinti, erano più numerosi i giorni che
trascorreva depresso, confrontandosi con persone più brave di lui.
Io, che per natura affrontavo tutto con entusiasmo, e lui, che invece tendeva a ripiegarsi dentro di sé e a rannicchiarsi nel proprio guscio, fondamentalmente non eravamo in grado di comprenderci.
Adesso ero in grado di accettare gli altri molto più di allora, ma quando avevo ventuno o ventidue anni non era facile comprendere qualcuno che si trovava all’estremo opposto rispetto a me.
Dovevo ammetterlo: come dicevano le persone intorno a noi, eravamo troppo giovani per comprendere il significato concreto dell’unione chiamata matrimonio.
Eravamo a un’età in cui non riuscivamo nemmeno a controllare adeguatamente noi stessi, per non parlare dei nostri sogni.
A volte arrivavamo persino a essere schiacciati da quei sogni.
Ogni volta che mi trovavo davanti ai disegni del bambino, ancora acerbi ma dotati di un modo di esprimersi unico, diverso da quello di chiunque altro e capace di attirare stranamente il cuore, avevo la sensazione che il ricordo del tremore che avevo provato la prima volta davanti ai suoi dipinti venisse spinto sempre più lontano, fino a diventare qualcosa accaduto in un passato remoto.
Cancellando le amare riflessioni che ne seguivano, gli rivolsi una domanda con un sorriso forzato.
«Dove andiamo oggi? Cosa vuoi disegnare?»
Di solito uscivamo e ci guardavamo intorno, cercando il soggetto da disegnare quel giorno.
«Mmm…»
Il bambino indugiò, come se avesse già qualcosa in mente, poi sorrise con aria furba e mi indicò.
«Me?»
Di fronte a quella risposta inaspettata, spalancai gli occhi e gli chiesi conferma.
Il bambino annuì mantenendo quel sorriso sul volto.
Quel giorno, dopo circa dieci mesi da quando avevamo iniziato a disegnare insieme, diventai il modello del bambino.
Mentre leggevo un libro, immersa nella luce invernale particolarmente calda e accogliente che caratterizzava quella casa, con il balcone pieno di piante alle mie spalle, lanciavo di tanto in tanto un’occhiata al nostro piccolo artista che trasferiva la mia figura non su una tela, ma su uno sketchbook formato 8-jeol*.
*(N/T: l’8-jeol è un formato di carta tradizionale coreano ampiamente utilizzato nei blocchi da disegno e nei corsi d’arte, con dimensioni standard di circa 272×394 mm.)
E, almeno per un breve momento, potei tornare a sognare nella pace.
E quando mi ritrovai tra le mani il disegno che un bambino di appena undici anni aveva realizzato ininterrottamente per due ore, senza concedersi nemmeno dieci minuti di pausa…
Capii che dare una risposta ai dubbi di qualcuno non è l’unica forma di vero conforto. Che non sono soltanto le parole di comprensione e partecipazione, capaci di anestetizzare temporaneamente il dolore del presente, a costituire una consolazione.
Non aveva avuto abbastanza tempo per completare anche la colorazione, quindi il disegno non era particolarmente dettagliato. Al suo posto, però, aveva utilizzato altri elementi per esprimere l’atmosfera che voleva trasmettere. Era una delle specialità del bambino.
Pennellate audaci che, nonostante non avesse usato affatto colori a olio, ricreavano una texture simile a quella lasciata da una superficie incisa con uno scalpello ruvido; tonalità che a prima vista sembravano calde, ma che evocavano un’atmosfera cupa; oppure una calda speranza seminata all’interno di un’atmosfera apparentemente oscura.
Nel disegno, io soffrivo a causa di una frattura e di una scissione interiore.
Lì c’era una persona che non sembrava felice.
Il disegno era me stessa, così com’ero in quel periodo, al punto che la profondità e la nitidezza del dolore, percepibili con tale vividezza, mi fecero corrugare la fronte.
Eppure, stranamente, in quel disegno c’era conforto.
Non è poi così straordinario che bambini di quell’età cerchino di consolare qualcuno attraverso un disegno.
Tuttavia, quando la maggior parte dei bambini di quell’età vuole confortare qualcuno, disegna l’altra persona mentre sorride felicemente o appare serena.
Con il desiderio che possa diventare davvero così.
Ma il bambino aveva impresso sulla carta la mia figura esattamente come appariva ai suoi occhi.
Non era una consolazione che abbelliva la situazione, ne riduceva la gravità, mi dava una pacca sulla spalla e mi inculcava un ottimismo infondato del tipo “andrà tutto bene”.
Quindi mi hai osservata così attentamente. Hai osservato ogni mio cambiamento, ogni mia emozione, ogni mia espressione… E ti sei preoccupato per me.
Era una sensazione che avevo dimenticato da molto tempo: l’inizio del conforto risiedeva nell’interesse e nell’empatia.
Davanti a una persona che già conosceva tutto di me e che non cercava di guardare ogni cosa distorcendola, non avevo bisogno di nascondermi né di fingere le mie emozioni.
Era già quello, di per sé, un conforto.
Un bambino che parlava attraverso i disegni.
Persone nate con il destino di poter parlare soltanto attraverso i disegni.
Quando ricevetti il disegno che il bambino aveva fatto di me, ebbi ancora una volta la conferma che il mio compito era far conoscere al mondo il suo linguaggio.
Conoscevo già i limiti del talento che possedevo per il disegno e non avevo rimpianti al riguardo.
In compenso, mi era stato assegnato un altro ruolo, e la mia priorità assoluta era fare in modo che “lui”, che probabilmente se ne stava sdraiato a casa, sotto le coperte, potesse tornare davanti a una tela e parlare nuovamente attraverso la pittura.
«Grazie, mio piccolo artista.»
Forse trovava divertente la parola “artista”, perché il bambino sorrise stringendosi nelle spalle.
Sorrideva spesso ed era moderatamente dispettoso, ma era davvero un bambino di poche parole.
Forse era naturale.
Probabilmente esisteva un linguaggio con cui si sentiva più a suo agio.
Circa tre mesi dopo, io e mio marito partimmo per Hong Kong.
Io confidavo soltanto nel suo talento, lui confidava soltanto nella mia passione.
Proprio come avevamo fatto con il matrimonio, ignorando l’opposizione di tutti e partendo verso un mondo sconosciuto, in cui non avevamo alcun legame.
Senza paura.
Erano giorni in cui sembrava che tutto sarebbe andato bene, in cui sembrava che la strada potesse essere illuminata soltanto dalla nostra determinazione e dalla nostra passione.
***
POV di Yeehyeon, presente
L’insegnante agitò leggermente la lattina della bevanda che teneva in mano.
Per tutta la durata del racconto aveva tenuto lo sguardo fisso sul fiume davanti a noi.
Non sapevo se stesse sovrapponendo al fiume che scorreva davanti ai nostri occhi il tempo ormai trascorso.
«Alla fine non è andata bene nemmeno a Hong Kong. Io trovai lavoro in una galleria e lavoravo giorno e notte. All’inizio sembrava che quella nuova situazione lo avesse stimolato e gli avesse fatto tornare la voglia di creare, ma dopo poco ricominciò a vagare senza meta… Continuammo a imporci l’uno sull’altra ciò che volevamo da noi stessi… E solo dopo che entrambi eravamo ormai ridotti a pezzi decidemmo di prendere strade diverse. Lui tornò in Corea e io rimasi a Hong Kong.»
Forse perché era trascorso parecchio tempo, nella voce dell’insegnante non si percepiva più quella rabbia irrequieta per le ferite che dovevano essersi impresse nitidamente nella sua anima dopo le estenuanti discussioni con la persona che amava.
Era semplicemente pacata.
Ma non poteva cancellare le tracce, come graffi, che emergevano dal suo sguardo fisso sul corso del fiume.
Era una di quelle rare occasioni in cui avevamo finito di lavorare alla stessa ora e stavamo tornando a casa insieme.
Dopo essere scesi nel parcheggio sotterraneo, l’insegnante aveva proposto di fare una passeggiata lungo il fiume e avevamo comprato una bevanda a testa in un minimarket prima di dirigerci verso il fiume Han.
Dal condominio al percorso pedonale lungo il fiume Han bastava attraversare un piccolo
tunnel.
Poiché l’estate vera e propria non era ancora iniziata, dopo il tramonto lungo il fiume faceva abbastanza fresco.
Dopo aver camminato tranquillamente per circa dieci minuti lungo la pista ciclabile, per
fortuna avevamo trovato una panchina libera ed era stato lì che l’insegnante aveva iniziato il suo racconto.
Non era una storia lunga.
Non aveva nemmeno raccontato nei dettagli il processo del matrimonio e del divorzio. Ma si poteva intuire che al suo interno fossero intrecciati valori e sentimenti complessi, qualcosa che non poteva essere definito semplicemente “il fallimento di un matrimonio”.
Perché quella persona era stata l’oggetto dell’amore, della relazione e del matrimonio
dell’insegnante; era stata qualcuno capace di comprenderla come essere umano e, al tempo stesso, il partner con cui aveva sognato insieme.
«Non lo sapevo… che si fosse sposata… né che avesse divorziato,» mormorai, giocherellando con la lattina tra le mani.
L’insegnante mi scompigliò i capelli. «Sapere se ero sposata o meno non è un’informazione necessaria per disegnare insieme, no? E i tuoi genitori non sono certo il tipo di persone che vanno in giro a sparlare degli altri… Non credo che ti avrebbero raccontato una cosa del genere, piccolo.» Poi aggiunse con un leggero sospiro, bevendo un sorso. «E se non sapevi che ero sposata, è naturale che non sapessi nemmeno che avevo divorziato.»
L’insegnante lo aggiunse come per alleggerire il peso portato dal discorso sui miei genitori e mi rivolse un leggero sorriso, ma io non riuscii a ricambiare.
Era da molto tempo che non sentivo qualcuno parlare dei miei genitori, ma non era quello il motivo.
In quel momento stavo pensando più all’insegnante che a me stesso.
«A quel tempo lo desideravo davvero con tutta me stessa ed ero certa della mia scelta. Adesso so quanto sia precaria la certezza che una persona di ventun’anni può avere riguardo alla propria vita… ma che potevo farci? Quella è una cosa che si può capire soltanto dopo che il tempo è passato. Se esistessero soltanto persone capaci di calcolare in anticipo i rimpianti futuri e di reprimere abilmente i desideri del presente, probabilmente la popolazione mondiale sarebbe la metà di quella attuale.» L’insegnante continuò: «Allora il mio carattere era ancora più estremo. Quando mi fissavo su qualcosa, non guardavo in faccia a niente e a nessuno. Ero giovane. Tutti intorno a me cercavano disperatamente di dissuadermi, dicendo che sarebbe stato sufficiente rimandare il matrimonio e limitarci a stare insieme… Ma non era un sentimento che poteva essere soddisfatto semplicemente da una relazione. Continuavo a desiderare un modo per legarmi a lui in maniera ancora più completa, in qualsiasi modo…»
La voce dell’insegnante si affievolì.
Distolse lo sguardo dal fiume e abbassò gli occhi sulle proprie ginocchia, stringendo con forza la lattina prima di aggiungere: «Sono arrivata a pensa che… se fosse stato un omega, avrei potuto metterlo incinto.»
Poi si voltò verso di me e sorrise.
Come se quella passione del passato fosse ormai qualcosa di cui vergognarsi e che non
avesse avuto alcun valore.
Come se stesse sorridendo al ricordo delle emozioni ancora acerbe della giovinezza.
Durante il periodo trascorso all’interno di Phantom, avevo potuto intuire qualcosa attraverso le conversazioni tra i membri e l’atmosfera che si creava talvolta tra loro.
Ma, a quanto pare, l’insegnante era effettivamente un’alpha donna.
Se il partner fosse stato un omega, avrebbe potuto metterlo incinto indipendentemente dal sesso biologico.
Tuttavia, affinché l’insegnante potesse rimanere incinta, avrebbe dovuto legarsi a un uomo alpha.
Non conoscevo i dettagli, ma nemmeno con un uomo alpha la gravidanza era garantita al cento per cento.
Probabilmente il motivo per cui le persone intorno a loro si erano opposte al matrimonio dell’insegnante e di quella persona non era dovuto soltanto alla loro giovane età.
Non potei fare a meno di pensare a Morae e Yeehan hyung.
«Per questo non rimpiango di essermi sposata. Qualunque sia stato il finale, so che allora eravamo in una situazione in cui non potevamo fare altrimenti. È vero che a quel tempo desideravo il matrimonio con la stessa intensità con cui desideravo vivere. Se non avessi potuto sposarmi allora, conoscendo il mio carattere probabilmente avrei continuato a rimpiangerlo. Anche lui sarebbe stato lo stesso. Ero convinta, senza nemmeno l’uno per cento di dubbio, che sposandoci avremmo potuto vivere come una coppia di un bravo pittore e un’art dealer, come partner perfetti, come anime gemelle per tutta la vita. Allora ne ero certa. Quando una convinzione così assoluta occupa completamente la tua mente, come puoi rimandare una decisione?»
Una giovane coppia che, fortemente attratta l’una dall’altra non soltanto dal punto di vista romantico, ma anche come esseri umani, aveva scelto di sposarsi nonostante l’opposizione di chi li circondava.
Era una storia simile a quella di mia madre e mio padre.
Anche se il loro finale era stato diverso.
La coppia dell’insegnante si era scontrata fino a non avere più nulla da perdere, finendo per disgustarsi e stancarsi l’uno dell’altra, fino a porre personalmente fine alla relazione.
Mia madre e mio padre, invece, avevano costruito proprio il rapporto ideale che avevano sognato attraverso l’altro fin dall’inizio, ma un giorno un incidente piombato improvvisamente dall’esterno aveva strappato loro tutto con violenza, contro la loro volontà e senza che avessero alcun controllo sulla situazione.
Era difficile dire quale delle due coppie avesse avuto il finale più tragico.
«Capire davvero una persona… è un lavoro molto più duro di quanto pensassi. Alla fine ho capito perché si dice che l’essere umano sia un piccolo universo. È complicato… Ma a volte non ci sono nemmeno una logica o una ragione. È inevitabile che sia difficile comprendere qualcuno. Se nemmeno la persona stessa conosce il motivo per cui fa qualcosa, come potrei comprenderlo io, che sono un’altra persona? E vale lo stesso per lui nei miei confronti.»
Per me, che non ero mai stato innamorato, che non avevo mai avuto una relazione, per non parlare del matrimonio, erano parole un po’ difficili da comprendere.
Eppure, se si trattava della frustrazione di non riuscire a leggere le intenzioni di una persona che appariva complessa e difficile da decifrare, forse riuscivo almeno vagamente a capire.
«Per quella persona dipingere era naturale come mangiare tre volte al giorno, al punto che non riusciva nemmeno a immaginare se stesso senza dipingere… Mentre lo guardavo distruggersi sempre più a causa della pittura… Mi sembrava che anche quello fosse una forma d’amore. A volte un amore che prende la direzione sbagliata finisce per consumare entrambi, non credi? Proprio come l’amore che abbiamo avuto io e lui. Anche l’amore che provava per la pittura non riuscì a espandersi né a svilupparsi. Si rivolse verso l’interno, iniziò a consumarlo e alla fine lo portò ad abbandonare la pittura. Fu quello il finale a cui arrivammo.»
Un amore che, prendendo la direzione sbagliata, consuma sia l’altra persona sia se stessi.
Eppure, un amore così intenso da non riuscire a sopportare di non scontrarsi con l’oggetto del proprio amore fino a consumare tutte le proprie energie.
Si poteva davvero definire un’esperienza del genere soltanto un fallimento, solo perché il
suo finale era stato una separazione?
Non potevo dare una risposta a quella domanda, ma almeno cominciavo a capire che emozioni tanto violente non erano affatto un’esperienza comune, qualcosa che chiunque fosse destinato a vivere.
Mi tornò in mente il consiglio del signor Liu, quando mi aveva parlato della mia possibile relazione con Inwu, dicendo che probabilmente avrei dovuto dare importanza a un rapporto in cui le due persone imparassero lentamente a conoscersi e a entrare in sintonia.
Non sapevo ancora nemmeno io che tipo di persona fossi nel modo di vivere le relazioni e l’amore. Tuttavia, in modo molto vago, mi venne il pensiero che forse non ero quel tipo di persona. Forse ero una persona capace di concedersi molto semplicemente a una curiosità o a un impulso momentaneo.
Tuttavia, come l’insegnante, come mia madre e mio padre, non sembravo essere una persona capace di trovare il coraggio di affrontare le cose davanti a emozioni intense che sembravano inghiottire se stessi e alle quali era impossibile non abbandonarsi.
Sentivo che, almeno nella mia situazione attuale, non avevo quel tipo di coraggio.
«A Hong Kong, e poi dopo essere tornati a Seoul… mentre osservavo molti artisti, il pensiero che si è fatto sempre più saldo è stato… che, anche se si possiede talento, se non si ha la forza mentale necessaria per continuare a far crescere quel talento, non si arriva a un risultato. Quella persona aveva chiaramente un talento innato, ma continuava a dubitarne, si confrontava con gli altri, si frustrava e alla fine crollava.»
Alzai la testa e guardai il profilo dell’insegnante.
«Una direzione disperata, ostinata e coerente, quella di continuare a dipingere qualunque cosa accada. Solo avendola si può sfondare un certo punto e brillare, ma… io avevo chiaramente visto quell’energia nel Seo Yeehyeon di undici anni.»
Anche il volto dell’insegnante si rivolse lentamente verso di me.
«Puoi mangiare, respirare e, sì, fare tutte quelle cose anche senza dipingere. Non morirai. Sai che non è questo che sto dicendo, Yeehyeon. Voglio solo che tu rifletta sinceramente sul fatto che tu abbia bisogno o meno della pittura per vivere non semplicemente come uno dei tanti, ma come l’unico Seo Yeehyeon dotato di una personalità propria. Solo su questo. Tu, almeno… Prima che sia troppo tardi.»
Riflettere con sincerità.
Probabilmente avevo smesso di dipingere perché non ero più in grado di essere sincero
davanti a me stesso. Avevo imbalsamato il cuore, chiuso la bocca e gli occhi. Non avevo più nulla da dire.
No, non volevo dire nulla.
Al contrario, volevo nascondere molte cose.
Mentre ascoltavo il discorso dell’insegnante, ciò che mi premeva dal petto e mi chiedeva di decidere qualcosa, stranamente, non era la pittura.
Era qualcosa di più grande che includeva la pittura.
Un concetto che ancora non riuscivo a sentire vicino, ma, per così dire, la vita…
Le ultime parole dell’insegnante rimasero pesantemente nel mio petto, come un mite ma ineludibile severo avvertimento, come una roccia che lentamente affonda sul fondo di un fiume che scorre e rimane immobile.
«Prima che sia troppo tardi.»
***
Insalata piccante di razza cruda, piedino di maiale lucido e sodo, kimbap al tonno e jeon di patate. Non era un menù particolarmente armonioso, ma come sontuoso banchetto dopo tanto tempo passato insieme noi tre, era più che sufficiente.
Ovviamente era un banchetto accompagnato dall’alcol.
Yuni e Juhan dicevano scherzosamente che l’amore per il denaro e per l’alcol fosse un punto in comune tra i membri del Phantom. Anche se non era necessario arrivare fino all’ubriachezza, dovevo ammettere che aggiungere dell’alcol a una conversazione rendeva più facile iniziare a parlare.
«Allora inizia a incalzarlo dicendo: “Ma tu chi sei che continui a gironzolare da queste parti?”… La gente si è radunata ed è scoppiato un bel casino. Ovviamente anche quello non è rimasto fermo. Stavano quasi per fare a botte, te lo dico io. Anzi, non è che si siano scambiati solo qualche pugno, è stata proprio una rissa.»
Morae rivolse a Yeehan hyung uno sguardo leggermente accusatorio, poi bevve del soju.
Da diversi giorni, lo stesso uomo si aggirava all’ingresso delle scale accanto alla fermata dell’autobus. All’inizio né Morae né Yeehan hyung ci avevano dato particolare peso, ma quando l’uomo, che non sembrava avere una ragione particolare per essere lì, continuò ad andare avanti e indietro tra la fermata dell’autobus e le scale, Yeehan hyung aveva iniziato a insospettirsi.
Gli aveva attaccato briga, chiedendogli che razza di tipo fosse e perché continuasse a curiosare lì, dicendo che lo avrebbe consegnato alla polizia, e alla fine si scoprì che quell’uomo era il fidanzato di una residente del quartiere, venuto lì da giorni per chiederle perdono dopo aver litigato con la sua ragazza.
Era successo proprio il pomeriggio del giorno prima.
«Visto che Yeehan gli è saltato addosso come se fosse davvero intenzionato a trascinarlo fino alla stazione di polizia, anche quel signore è andato completamente nel panico… Alla fine è finita solo dopo che è arrivata la sua ragazza e ha detto che era il suo fidanzato.»
«Di questi tempi, mica ce n’è solo uno di pazzo? Bisogna anche dubitare della parola “fidanzato”. Potrebbe essere uno che si illude da solo che lei sia la sua ragazza e la perseguita. Comunque… grazie a questo, quei due hanno anche fatto pace, quindi alla fine è andata bene, no?»
Forse era imbarazzato per il proprio errore, perché, pur dicendo quelle cose, Yeehan hyung continuava a tracannare soltanto soju senza riuscire a guardarmi bene in faccia.
Di solito Yeehan hyung non era assolutamente il tipo di persona che assumeva un atteggiamento coercitivo del genere. Era stata una situazione d’ansia a far emergere un altro lato di lui.
Addormentarsi e svegliarsi ogni giorno sotto la minaccia che la vita che avevamo in quel momento potesse essere distrutta in qualsiasi momento… anche riuscire a mantenere abbastanza serenità da ridere e parlare così era, a pensarci, qualcosa di straordinario.
«È perché sei diventato sensibile. Posso capire che persino un ago possa sembrarti un coltello da cucina.»
Morae diede qualche pacca sulla schiena di Yeehan hyung e concluse così. Era una frase detta con leggerezza, quasi di passaggio, ma era anche quella che descriveva meglio la loro situazione attuale.
Una vita in cui persino un ago sembrava un coltello da cucina.
Non poteva essere davvero una vita senza problemi solo perché ridevano senza dare a vedere nulla e parlavano con me.
Questa volta era stato un malinteso, ma la prossima? No, anche questo incidente era stato davvero un malinteso? Era una questione di cui nessuno poteva essere certo.
Non ero ancora così abituato al soju, ma vuotai in un sorso il quarto bicchiere. Non sentivo la mente allentarsi per l’ebbrezza; sembrava piuttosto che l’effetto dell’alcol che mi stringeva la gola mi avesse fatto tornare improvvisamente lucido.
«Non andate a Bali?»
Yeehan hyung, che stava aprendo una nuova bottiglia di soju, fermò la mano e mi guardò.
«Quale Bali?»
«Bali. Vi sto chiedendo se non volete andarci.»
«Che ti prende all’improvviso?»
Questa volta fu Morae, che stava prendendo l’insalata di razza, a fermare le bacchette con un’espressione perplessa.
«Io sto bene, quindi andate a Bali.»
«Che ti prende?»
Yeehan hyung posò la bottiglia di soju, mentre Morae posò le bacchette.
Stavo rimandando la decisione, dicendo che, se mi avessero dato solo un po’ più di tempo, avrei potuto prepararmi mentalmente, ma sapevo per esperienza che la situazione non avrebbe aspettato secondo i miei comodi.
La vita quotidiana è un pavimento di vetro estremamente fragile. È una pace non garantita, che non si sa quando, in che modo e per quale forza imprevista possa essere distrutta.
Tanto più in una situazione come quella attuale.
«Qui non sappiamo quando potremmo essere trascinati via di nuovo. Anch’io so almeno che più tiriamo per le lunghe, più diventa pericoloso.»
Da quando, alcuni giorni prima, avevo ascoltato le parole dell’insegnante, il pensiero di Morae e Yeehan hyung non aveva smesso di girarmi per la testa.
Noi tre non eravamo una coppia, ma l’essenza delle relazioni che si instaurano tra esseri
umani non era poi così diversa.
Tagliare fuori l’altra persona per proteggere se stessi quando ci si è stancati l’uno dell’altro non era un finale che poteva verificarsi soltanto tra innamorati.
Non potevamo spingere il nostro rapporto fino all’ultimo punto in cui ci saremmo ridotti a brandelli, come l’insegnante e quella persona.
Non lo volevo davvero.
«Il surf camp ha delle buone condizioni. Non capita spesso un’opportunità del genere.»
«Ehi, mi sono limitata a informarmi. Dove andiamo così, da un momento all’altro? Anche il deposito è ancora vincolato.»
Dicendo che facevo discorsi del genere dopo aver visto gli scarabocchi sul quaderno degli esercizi, Morae si rilassò e riprese le bacchette.
«Se è per risolvere la cosa, non è un problema che non si possa fare, almeno quello.»
Le bacchette di Morae si fermarono ancora una volta.
Era la prima volta che insistevo con i due in quel modo.
«Io… potrei ricominciare a dipingere.»
Gli occhi di Morae e Yeehan hyung si spalancarono.
La loro reazione era ancora più evidente alle parole che forse avrei ricominciato a dipingere, piuttosto che a quelle sul fatto che dovessero andare a Bali.
Non avevo ancora deciso nulla di certo riguardo alla pittura. Tuttavia, anche se avessi smesso di dipingere, non avevo intenzione di tenere più i piedi dei due legati qui in nome di “Seo Yeehyeon”.
Su questo, almeno, avevo preso una decisione ben precisa.
Il mio primo passo, per il momento, partiva da lì.
***
I due furono ancora più felici di quanto mi aspettassi quando dissi che forse avrei ricominciato a dipingere, ma, anche così, sembravano avere una reazione complicata, forse perché ancora non se la sentivano di partire lasciandomi indietro.
Il fatto di essermi imbattuto in “Esclusione” a casa del signor Liu, il fatto che lui avesse scoperto che era un’opera che avevo dipinto e mi avesse consigliato di provare a farlo di nuovo, fino alla proposta del viaggio di lavoro a Hong Kong.
Spiegai tutto nei dettagli affinché i due potessero stare tranquilli, ma… esclusi dal racconto l’episodio dell’iperventilazione e ciò che era accaduto a letto dopo.
La conclusione a cui arrivammo dopo una lunga persuasione fu tiepida.
Se avrei provato di nuovo a dipingere… Se sarei partito per Bali con loro… Decidemmo che, dopo averci riflettuto ciascuno per conto proprio, ne avremmo riparlato dopo il viaggio di lavoro a Hong Kong, e questo fu il risultato ottenuto.
L’ebbrezza del soju era diversa da quella della birra o del vino. Mentre bevevo sembrava
essere andato piuttosto bene, ma nel momento in cui mi alzai per sistemare il posto, la vista iniziò a girare e l’ubriachezza mi investì all’improvviso.
Anche Morae e Yeehan hyung dovevano essere piuttosto ubriachi, perché oltre la porta scorrevole era silenzioso.
Era per l’alcol? Come se fossi su una barca o, forse, su una tavola da surf, avevo la sensazione che il pavimento ondeggiasse. Persino la luce filtrata dalla finestra della cucina sembrava curvarsi e tremolare sul confine tra il soffitto e le pareti.
Pensavo che mi sarei addormentato subito, ma, come la notte prima del trasloco, dentro di me c’era confusione.
Continuai a rigirarmi a lungo, incapace di tenere i piedi ben saldi a terra per l’eccitazione in cui l’attesa e la preoccupazione per la nuova vita si mescolavano, poi presi il cellulare che avevo lasciato accanto alla testa.
Seo Yeehyeon: “Mi dispiace contattarla a quest’ora. Io… posso decidere dopo essere tornato da Hong Kong, come mi aveva detto l’altra volta?”
Non era necessario comunicargli la decisione proprio in quel momento.
Era semplicemente un impulso.
Per metà era stato un gesto provocato dalla leggera ebbrezza che mi rendeva un po’ brillo…o almeno, volevo insistere che fosse così.
Non pensavo che avrei ricevuto una risposta da lui dopo le undici… eppure mi chiamò. Non erano passati nemmeno pochi secondi da quando avevo inviato il messaggio.
Alla vista del nome salvato “Signor Liu” comparso sullo schermo, mi tirai inconsapevolmente su a sedere.
Oltre la porta scorrevole era ancora tutto tranquillo.
Stringendo forte il cellulare che vibrava, sollevai la coperta, mi alzai, infilai le pantofole facendo silenzio e uscii dall’ingresso.
Per fortuna la chiamata continuava a squillare con insistenza senza interrompersi.
La chiamata del “Signor Liu” che mi chiamava dallo schermo sembrava un segnale
inviato da un futuro lontanissimo.
Mi sedetti sulla veranda e risposi alla chiamata.
«Pronto?»
[…Stavi dormendo? Hai mandato il messaggio uno o due minuti fa. Non è così?]
Sentendo la mia voce assonnata, lui si fermò un attimo e chiese.
«No, non stavo dormendo. Sono uscito fuori per rispondere alla chiamata…»
[Non avevi detto che saresti andato nella casa in cui vivevi prima?]
«…Sì.»
Non gli avevo mai detto che quel giorno sarei andato a casa di Morae e Yeehan hyung, né ne avevo parlato mentre lui era presente ad ascoltare, ma poteva essere capitato che
l’argomento fosse saltato fuori per caso mentre parlava con la direttrice Han.
A pensarci, anche in passato lui sapeva in anticipo alcune cose che io non avevo detto. A volte si confrontava con altre persone riguardo a me. Se avessi studiato arte o meno, se fossi un omega o meno.
Secondo quello che avevano detto Yuni e Juhan, quando io non c’ero chiedeva anche informazioni su di me.
Eppure, davanti a me, non mostrava altro che uno sguardo impassibile.
«Sembra che sia fuori.»
A differenza della quiete di quel luogo, dall’altra parte del telefono c’era chiasso.
Mentre strofinavo sul pavimento i piedi con indosso le pantofole, cercai di concentrarmi sul suo respiro tra le risate della gente e le voci alte e allegre.
[Ah, sono stato invitato. È tutto parte dell’attività commerciale, dopotutto.]
Aveva una voce annoiata.
Anche il giorno in cui aveva bevuto vino nel locale spagnolo, appoggiato scomposto allo
schienale della sedia, non sembrava particolarmente interessato a quel posto.
Tuttavia, secondo quanto aveva detto Inwu, era venuto lì esclusivamente per sua volontà.
Inwu aveva detto di non avergli mai proposto di andare insieme.
Mi parve improvvisamente buffo che, solo adesso, stessi dando nuove annotazioni alle sue azioni che prima avevo lasciato passare senza pensarci troppo.
Inoltre, la direzione verso cui andava quell’interpretazione era insolitamente ottimistica, cosa che non era affatto da me.
Quel giorno forse voleva soltanto uscire da quella festa post-evento noiosa.
Ma, se fosse stato così, non ci sarebbe stato bisogno che seguisse Inwu per tornare di
nuovo al Phantom…
Fermai i pensieri e scossi la testa, lasciandomi sfuggire una piccola risata senza fare rumore.
Qualunque cosa fosse, erano congetture e calcoli privi di significato.
«Sarà stanco.»
[…]
Forse si stava spostando in un luogo lontano dal gruppo riunito, perché il rumore che si sentiva alle sue spalle diminuì gradualmente.
E, una volta terminato quello che sembrava essere lo spostamento in uno spazio isolato, divenne quasi impercettibile.
Seguirono il tintinnio e il clic di un accendino mentre accendeva una sigaretta, poi un respiro profondo.
Ascoltandolo, stranamente mi sentii tranquillo.
[Mi sento di buon umore perché sembra che presto potrò finalmente ingaggiare l’artista che ho sempre voluto… quindi riesco a resistere.] Disse così, espirando lentamente il respiro che aveva inspirato.
Ah, sta parlando di me.
Riuscii a rendermene conto solo dopo una breve pausa.
Il modo in cui aveva detto che mi aveva sempre voluto mi solleticò le orecchie.
«Non ho ancora deciso con certezza… Prenderò la decisione più tardi…»
[Signor Seo Yeehyeon, sono certo che vorrà tornare a dipingere.]
Avrei voluto chiedergli come potesse esserne così sicuro.
Non mi conosceva nemmeno bene e, anche se aveva visto come dipingevo, aveva visto soltanto un mio quadro.
Anche questa era un’intuizione da persona dotata di quella che l’insegnante aveva definito la “capacità di riconoscere l’opera”? Oppure era la sicurezza nella sua capacità di giudizio di cui lui stesso aveva parlato con tanta sicurezza?
Alzai la testa.
Le luci di Seoul viste dal tetto ondeggiavano e tremolavano di nuovo come barche da pesca dei calamari sul mare.
Era uscito da una riunione che sembrava rumorosa e allegra e si stava concentrando sulla telefonata con me, ma all’improvviso mi infastidì il fatto che in quel momento lui non fosse nel luogo in cui mi trovavo io e che io non fossi nel luogo in cui si trovava lui.
L’odore del suo profumo mi solleticò la memoria olfattiva, giocando con me come se stesse per riaffiorare e poi scomparire.
Strofinai il sudore che mi era comparso sul palmo sulla parte superiore dei pantaloncini e strinsi nuovamente il telefono.
«Voglio dipingere. Però… per molto tempo non ho potuto farlo.»
Non avrei mai immaginato che avrei fatto un’affermazione così sincera.
E per di più davanti a lui, non davanti a qualcun altro.
Lui non cercò di consolarmi con parole dolci e vuote.
Invece, ne era certo.
[Non ti preoccupare. Ci sarà di nuovo qualcosa che vorrai dipingere.]
Stava esprimendo una forte certezza, ma il tono era dolce.
Non avevo mai desiderato così tanto che le sue parole diventassero realtà.



