DIAMOND DUST – CAPITOLO 1

Paddling*

*(N/T: L’azione di sdraiarsi sulla tavola da surf e remare con le braccia per패들링 Paddling: termine del surf.  raggiungere la posizione da cui prendere l’onda.)

Era stato un cutback pulito.

Morae, alzatasi in piedi sulla tavola in un istante sopra la schiuma bianca delle onde che si infrangevano, cambiò immediatamente direzione e attraversò a zigzag la curva dell’onda che avanzava.

Di fronte a quei movimenti spettacolari che continuavano senza perdere nemmeno una volta il flusso dell’onda, alcune persone che osservavano la spiaggia esultarono.

Grazie al vento che soffiava con regolarità dal largo a est, la qualità delle onde era ottima. Anche per me, che non ero mai salito su una tavola ma che ormai da anni imparavo osservando e ascoltando, quelle erano condizioni perfette per praticare surf in tranquillità.

Il cielo e il mare sembravano una decalcomania all’interno di un foglio piegato a metà e poi riaperto. Come una marezzatura casuale creata dal mescolarsi di vernice blu e bianca sotto una leggera pressione.

Cielo azzurro e nuvole bianche.

Mare blu e onde bianche.

Nella lineup* erano in attesa una decina di persone per prendere un’onda, ma l’unica surfista che fosse davvero riuscita a cavalcarne una fino alla spiaggia era Morae.

*(N/T: nel surf, la lineup è la zona in cui i surfisti attendono l’arrivo delle onde.)

Il suo equilibrio sulla tavola era così perfetto che risultava difficile credere che stesse galleggiando sull’acqua affidandosi soltanto a una tavola lunga sei piedi e sette pollici.

In lei non c’era nulla di precario o rischioso. Sembrava più comoda e libera di una persona che andasse in bicicletta sulla terraferma, e le onde parevano un tappeto che la trasportava.

Un tappeto magico uscito da una vecchia fiaba di un paese lontano.

«Wow… chissà che sensazione si prova a surfare così?»

«Incredibile. Mi basterebbe riuscirci una sola volta e non avrei più desideri.»

Anche le persone che stavano seguendo una lezione a non più di dieci metri da dove sedevo io smisero di muovere freneticamente le braccia e si misero ad ammirare il surf di Morae. E ben presto quell’ammirazione si trasformò in pressioni rivolte al loro istruttore.

«Istruttore-nim, quando riusciremo a surfare così anche noi?»

Yeehan hyung, che stava dando le spalle al mare mentre guardava i suoi allievi, voltò leggermente la testa, confermò che il riferimento di quel “così” era Morae e lasciò uscire un sospiro.

Perfino dietro gli occhiali da sole si distingueva chiaramente la sua espressione contrariata.

«La surfista che state ammirando adesso ha sette anni di esperienza nel surf e, per quanto riguarda il nuoto in mare… beh, diciamo che galleggiava nell’oceano da quando aveva imparato a camminare. E voi invece come siete messi?»

Gli allievi, che stavano esercitandosi nel paddling agitando le braccia sopra tavole di polistirolo capovolte sulla sabbia, erano principianti che quel giorno avevano toccato una tavola per la prima volta.

Di fronte alle parole schiette e senza sconti di hyung, le loro spalle si abbassarono.

Avevano l’espressione di chi, prima di scalare una montagna altissima, ne osservasse la vetta dal punto di partenza.

Era aprile e faceva ancora troppo freddo per godersi il mare, ma non appena la temperatura tornava al minimo necessario per entrare in acqua con la muta, sia i principianti desiderosi di imparare a surfare sia i surfisti esperti si riversavano sulla spiaggia.

Grazie al boom del surf degli ultimi anni, anche il paesaggio e il settore turistico della zona erano cambiati molto.

Terminata la sua sessione, Morae uscì dal mare con la tavola sotto il braccio.

Abbassò da sola la cerniera della muta e si sfilò le braccia con la naturalezza dell’abitudine, poi si lasciò cadere pesantemente accanto a me.

«Ahh! Dopo tanto tempo non è affatto uno scherzo. Mi fa male tutto il corpo.»

Presi una borraccia dalla borsa che avevo portato e gliela porsi.

Era stata la sua prima sessione di surf dell’anno nel Mare dell’Est.

Morae aveva detto di essere stata in viaggio da qualche parte nel sud-est asiatico per fare surf mentre io e hyung trascorrevamo l’ultimo inverno del servizio militare nella nostra unità, ma anche quello era successo ormai tre mesi prima.

A parole diceva di essere stanca, ma sul suo viso bagnato si leggeva chiaramente l’eccitazione.

Era quell’energia particolare che emanano le persone mentre fanno qualcosa che amano.

Dalla ragazza seduta accanto a me arrivava il profumo fresco e salato del mare.

Anche la prima volta che ero arrivato su questa spiaggia in moto con hyung e avevo incontrato Morae, lei stava surfando.

Quando era uscita dall’acqua, mi aveva sorriso porgendomi la mano per stringerla, e anche allora avevo percepito quella stessa temperatura e quello stesso profumo.

Forse era per questo… Il suo nome era Morae, cioè “sabbia”, ma per me lei evocava sempre l’umidità e la vitalità del mare.

Non la sabbia secca e friabile che si trova nei campi sportivi scolastici o ammucchiata nei cantieri.

Piuttosto, la sabbia come parte del mare stesso, bagnata dalle onde che continuavano ad arrivare e che ne cambiavano forma di momento in momento.

Che fosse un’alpha oppure no… non aveva nulla a che vedere con questo.

Non era l’effetto dei feromoni, un fattore biologico legato alla riproduzione.

Era semplicemente l’impressione trasmessa dalla presenza di Lim Morae come persona.

Dopotutto io ero un beta: percepire i feromoni di un’alpha era impossibile.

«Com’è andata?»

«Sembrava che avessi surfato anche ieri. Tutto molto pulito.»

«Secondo te surfo meglio di Yeehan?»

Voltai la testa verso hyung, che stava mostrando un esempio agli allievi remando con le braccia sopra una tavola di polistirolo.

Poi abbassai la voce e risposi: «Noona, tu hai sempre surfato meglio di hyung.»

Anche Morae lanciò un’occhiata nella sua direzione e poi, facendo attenzione a non farsi notare, sorrise soltanto a me.

«Mentre voi eravate nell’esercito mi sono allenata parecchio. È bello tornare a surfare dopo tanto tempo, ma… le onde sono troppo tranquille. Ah, quanto vorrei cavalcare delle onde grandi!»

Era diventato il suo tormentone ultimamente.

Quando una big wave si avvolgeva su se stessa e collassava, al suo interno si formava un tunnel.

Morae mi aveva descritto più volte quanto fosse esaltante scivolarci dentro durante la corsa e quanto fosse misteriosa la sensazione di essere stati risucchiati, per un attimo, in una dimensione della natura diversa dalla Terra.

Onde del genere non erano facili da trovare nel Mare dell’Est.

Perfino hyung, che non aveva mai surfato all’estero, le conosceva soltanto dai racconti e dai video; non ne aveva mai cavalcata una davvero.

Essendo surfisti di alto livello, non potevano più accontentarsi delle onde di questo mare.

Per quanto tempo trascorressero sulla tavola, continuavano ad avere sete.

Sette anni prima, forse… In un’epoca in cui su questa spiaggia, dove ora c’erano più di dieci attività di noleggio e scuole di surf, si trovavano soltanto ristoranti di sashimi e caffetterie per turisti.

Fu Morae a mettere in acqua una tavola qui quasi per prima.

Durante un viaggio di famiglia alle Hawaii, aveva provato il surf su consiglio di una guida e, appena tornata in Corea, ne aveva comprata una.

Né viaggiare fino a un’isola del Pacifico né trasportare in aereo fino in patria un’attrezzatura tanto ingombrante rappresentavano per lei un problema.

Il padre di Morae era uno degli uomini più influenti della zona: possedeva diverse grandi barche da pesca e numerose attività nel settore della ristorazione.

E per Morae, l’unica figlia femmina dopo una serie di fratelli maggiori e, per di più, una rara alpha donna, non badava a spese.

Anche hyung si avvicinò naturalmente al surf grazie a lei e ne rimase immediatamente affascinato.

Ogni volta che il mare diventava abbastanza caldo da permettere alla muta di fare il suo lavoro, i due percorrevano in moto i quaranta minuti che li separavano da questa spiaggia.

E io, come adesso, rimanevo seduto sulla sabbia a guardarli mentre uscivano verso la lineup e poi venivano spinti di nuovo verso la riva, ancora e ancora, senza mai stancarsene.

Non sarebbe stato un’esagerazione dire che così erano trascorsi i miei tre anni di liceo.

«Ti insegno? Vuoi provare?»

Era una domanda che avevo sentito almeno un migliaio di volte in cinque anni.

E la mia risposta era sempre la stessa.

Rigirai tra le mani la borraccia che mi aveva restituito e scossi la testa.

«Non ti annoi?»

Anche questa volta reagii allo stesso modo.

Hyung e Morae me lo chiedevano periodicamente, ma non avevano mai cercato di convincermi con insistenza né avevano tentato di trascinarmi in mare contro la mia volontà.

Anche stavolta Morae si limitò a colpirmi leggermente la spalla con il pugno bagnato e a sorridere.

Tuttavia, in quel sorriso si intravedevano delusione e preoccupazione per il fatto che non fossi cambiato nemmeno dopo il servizio militare.

Lei si alzò per tornare in mare.

Anche io mi alzai, mi spolverai i pantaloni e le chiusi la cerniera della muta.

Era il mio compito quando mancava uno tra hyung e Morae.

«Su, sollevate il bacino! Guardate lontano davanti a voi! Forza sui tricipiti!»

«Istruttore-nim, basta esercizi! Vogliamo entrare in mare!»

«Con la forza che avete adesso nelle braccia non riuscireste nemmeno ad avanzare di dieci metri. Sollevate di più il busto. Se non avete una buona visuale, mettete in pericolo non solo voi stessi ma anche gli altri surfisti!»

Mentre correggeva la postura degli allievi e ribadiva ancora una volta l’importanza della sicurezza, hyung parlava con quel tono rigido e quella voce alta da assistente istruttore militare.

Morae rise sottovoce. «Credo che non si sia ancora liberato delle abitudini dell’esercito.»

Le sorrisi a mia volta, d’accordo con lei.

Morae mi diede qualche lieve pacca sulla guancia con la mano fresca e bagnata.

«Il nostro Hyeonie invece è ancora così morbido e pulito. Chi penserebbe mai che sei un ex soldato appena congedato?»

Un ex soldato.

Già.

Fino a pochi mesi prima dell’arruolamento, i militari mi erano sembrati appartenere a un mondo completamente diverso da quello degli studenti delle superiori.

Persone che avevano già completato il passaggio alla fase successiva della vita, adulti a tutti gli effetti.

Ma ora…

Non ero nemmeno sicuro che quei quasi due anni mi avessero lasciato qualcosa.

«Se qualche sconosciuto ti parla, non seguirlo. Resta qui seduto per bene, capito?»

Quando annuii, lei mi mostrò un ampio sorriso sul volto ancora cosparso di goccioline di mare, infilò la tavola sotto il braccio e si diresse di nuovo verso l’acqua.

Attraversò senza esitazione il confine tra il mare e la spiaggia.

Come hyung stava insegnando ai suoi allievi, anche sopra quel mare imprevedibile teneva alta la testa senza paura, remando contro la direzione delle onde per raggiungere la lineup.

E poi si alzava in piedi come per miracolo sopra una fragile schiuma bianca che sembrava sul punto di svanire da un momento all’altro.

Per quante volte l’avessi visto, per quanti anni l’avessi osservato, era sempre uno spettacolo sorprendente.

***

L’asta del pesce era in fermento per prepararsi ad accogliere le barche che sarebbero rientrate in serata.

Attorno ad alcuni pescherecci arrivati un po’ prima del previsto si stavano già svolgendo le aste. Forse perché il clima si era finalmente addolcito, si vedevano anche parecchi turisti. Perfino i negozi che vendevano ghiaccio e contenitori termici erano pieni di vita.

Mi trovavo quasi all’estremità del molo che conduceva al frangiflutti.

Seduto sopra uno dei bassi pilastri di cemento usati per ormeggiare le barche, rivolsi lo sguardo verso il mare.

Le imbarcazioni che avevano terminato il lavoro della giornata stavano tornando al porto e cominciavano a comparire una dopo l’altra dal largo.

Erano le stesse che erano uscite per la pesca all’alba.

Una raffica di vento marino portò con sé l’odore pungente del pesce.

Con il freddo che si era fatto improvvisamente più intenso al tramonto, infilai le mani nelle tasche del giubbotto da mezza stagione e strinsi le spalle.

Quel giorno hyung era uscito in mare insieme al nonno e allo zio.

Quando hyung non saliva sulla barca, io quasi non andavo mai fino al porto ad aspettare il loro rientro.

Mio zio maggiore, padre di hyung, e nostro nonno avevano sempre insistito affinché lui diventasse pescatore.

Probabilmente avevano iniziato quando hyung frequentava ancora le scuole medie, molto prima che io venissi a vivere qui.

A me era stata concessa una sorta di esenzione.

A hyung no.

Dagli ultimi anni delle elementari aveva iniziato a salire occasionalmente sulle barche per fare piccoli lavori, e quando io ero arrivato qui possedeva già tutte le capacità necessarie per dare un contributo concreto come pescatore.

Tuttavia, lui aveva sempre considerato quel lavoro soltanto un aiuto temporaneo per il nonno e il padre, che faticavano ogni giorno.

Non aveva mai avuto intenzione di diventare pescatore e imbarcarsi stabilmente.

Eppure, come se avessero aspettato soltanto il suo congedo dall’esercito, il nonno e lo zio avevano iniziato a fare pressioni ancora più ostinate.

Secondo loro, dopo aver completato il servizio militare era arrivato il momento di sistemarsi e trovare una posizione stabile.

Hyung aveva appena ventitré anni.

Dopo il congedo aveva persino rifiutato categoricamente di salire sulle barche, temendo che qualcuno potesse interpretarlo come un segnale della sua intenzione di continuare quel lavoro per tutta la vita o, peggio, iniziare ad aspettarselo da lui.

Eppure quel giorno era uscito in mare.

Il telefono di Morae era rimasto spento per tutta la giornata.

La barca del nonno entrò nel mio campo visivo. Era un piccolo peschereccio usato, acquistato accumulando debiti un po’ ovunque. Abbastanza piccolo da permettere a tre uomini robusti, il nonno, lo zio e hyung, di svolgere il lavoro senza problemi.

Il punto in cui sedevo era l’ormeggio assegnato alla nostra imbarcazione.

I miei occhi incontrarono quelli di hyung, che stava in piedi a prua preparando l’attracco.

Ricevetti la cima che mi lanciò e la avvolsi attorno al pilastro.

Vedendomi armeggiare goffamente con la corda, hyung ridacchiò.

Il semplice fatto che riuscisse ancora a sorridere vedendomi bastò a sciogliere almeno in parte la stretta d’ansia che mi aveva accompagnato per tutto il giorno.

In un attimo il pescato venne trasferito al mercato ittico accanto al porto e un dipendente della cooperativa della pesca, con un cappello rosso in testa, richiamò gli acquirenti al suono di un fischietto.

Dal momento dell’attracco fino all’assegnazione del pescato al miglior offerente non passarono nemmeno dieci minuti.

Tutti i presenti erano professionisti.

Anche senza istruzioni da parte del nonno o dello zio, non appena l’asta terminò hyung caricò la merce su un carrello dotato di bombole d’ossigeno e iniziò a consegnarla al centro sashimi che l’aveva acquistata.

Stavo seguendo con lo sguardo la sua larga schiena quando, all’improvviso, percepii un cambiamento nell’atmosfera circostante.

Voltai la testa.

«Vecchio, venga un momento. Dobbiamo parlare.»

Era il padre di Morae.

Il “maestro Lim”*, senza nemmeno salutare mio nonno, che aveva l’età di suo padre, si limitò a rivolgergli quella richiesta con il volto scuro.

E prima ancora che il nonno potesse rispondere, si voltò e si mise a camminare davanti a lui.

*(N/T: In Corea chiamare qualcuno 선생님, seonsaengnim, può essere una forma rispettosa di appellativo, non necessariamente riferita a un insegnante.)

Gli adulti dicevano sempre che, esclusi i forestieri, tra tutte le persone che compravano, vendevano o trasportavano pesce in quel mercato non ce n’era una che non avesse preso denaro in prestito da quell’uomo.

Forse era un’esagerazione.

Forse no.

Di certo non era una voce priva di fondamento.

Anche la nostra famiglia aveva dei debiti con lui.

Il nonno e l’uomo attraversarono il mercato facendosi strada tra gli sguardi curiosi di chi fingendo indifferenza li osservava di nascosto, poi scomparvero dietro l’edificio della cooperativa della pesca.

Quando sparirono completamente dalla vista, il brusio intorno tornò gradualmente alla normalità.

Soltanto lo zio continuava a fissare il punto in cui erano scomparsi, incapace di liberarsi dal retrogusto inquietante lasciato da quella scena.

Sotto la visiera del cappello che portava calcato fin sugli occhi, impregnato di un odore di pesce che non se ne andava per quanti lavaggi subisse, gli occhi profondamente segnati dalle rughe osservavano ancora quel punto.

Poi riprese a muovere le mani.

Con movimenti meccanici preparava il lotto successivo per l’asta.

Le sue mani, che affondavano senza esitazione nei mucchi di pesce, sembravano tanto spesse e resistenti da essere incapaci di provare dolore o emozioni.

Le mie, morbide e delicate, che non avevano mai aperto nemmeno il ventre di un pesce, mi apparvero all’improvviso come mani sporche di sangue dopo aver ferito qualcuno.

Colto da un senso di colpa inspiegabile, le nascosi lentamente nelle tasche del giubbotto.

***

Il nonno aveva detto che avrebbe ucciso hyung.

Colpendo il terreno con il lungo bastone che teneva nel cortile, urlava che “un bastardo incapace di conoscere il proprio posto e deciso a coprire di vergogna il volto dei genitori” meritava di essere ammazzato di botte.

«Tu, miserabile… come osi puntare così in alto? Come osi?!»

In quel momento il nonno sembrava più il nonno di Lim Morae che quello di Seo Yeehan.

«Come hai osato andare in giro con la figlia del maestro Lim? Come?! Volevi davvero vedere questo vecchio nonno piegarsi davanti a lui come un criminale? Brutto figlio di puttana!»

Il bastone colpì di nuovo violentemente il pavimento.

«Chi avrebbe trascinato chi? Chi è quel bastardo che va in giro a dire certe stronzate? Gli spaccherò quella bocca!»

Neppure hyung rimase in silenzio.

Pur essendo chiuso nella sua stanza, riuscivo quasi a immaginare il suo volto congestionato mentre urlava.

«Vuoi stare zitto?! Quello a cui stanno per strappare la bocca sei tu! Hai portato la figlia di una famiglia rispettabile in un motel, razza d’idiota!»

Morae e hyung stavano insieme fin dalle scuole medie.

Verso il liceo, quando la famiglia di Morae aveva iniziato a sentire voci sulla loro relazione, avevano cominciato a fare pressioni.

All’inizio si erano limitati a mostrare saltuariamente il loro disappunto, forse pensando che fossero ancora giovani e che presto si sarebbero lasciati.

Ma dopo il congedo di hyung quelle pressioni avevano assunto gradualmente la forma di minacce concrete.

Qualche giorno prima, quando erano andati a surfare.

Dopo esserci separati, io ero tornato a casa per primo e hyung era rientrato soltanto a notte fonda.

Probabilmente qualcuno aveva visto lui e Morae entrare in un motel e lo aveva riferito al padre di lei.

In un piccolo villaggio di pescatori come quello, le storie d’amore continuavano a essere un argomento irresistibile.

Il paese era pieno di pettegolezzi.

Chi tradiva chi.

Chi era scappato abbandonando perfino i figli.

Scandali di quel genere riempivano le conversazioni quotidiane.

«Tutti hanno visto che hai portato in un motel la sua unica figlia… come credi che si senta il maestro Lim, maledetto idiota? Anche se ti mettessi a fare ogni genere di follia, lui non ti darà mai sua figlia! Possibile che tu non l’abbia ancora capito? È ovvio che finirai come un cane che guarda il tetto! Perché continui a inseguire un pollo che non riuscirai mai a prendere?!»

Io non ero presente.

Tuttavia sapevo senza bisogno di vedere che hyung non aveva trascinato Morae da nessuna parte.

Erano andati insieme.

Anche se la conclusione era la stessa, che erano entrati in un motel, le due formulazioni contenevano significati completamente diversi.

«Chi gli ha chiesto sua figlia? Morae appartiene forse a quell’uomo? Se è sua figlia può regalarla a qualcun altro?!»

«Smettila di dire sciocchezze da bambino! Davvero credi che una famiglia del genere darebbe la propria figlia a uno come te?!»

Il nonno pensava che l’opposizione dei genitori di Morae fosse dovuta al declino economico della nostra famiglia.

In realtà la questione era molto più complessa.

Il nonno e gli altri adulti ignoravano che Morae fosse un’alpha.

In tutto il villaggio, oltre alla sua famiglia, soltanto hyung e io conoscevamo quel segreto.

Gli alpha, che secondo le statistiche erano circa uno ogni mille abitanti, tendevano a concentrarsi nelle zone più ricche e istruite.

Seguendo quei numeri, in un piccolo porto di trentamila abitanti come il nostro avrebbero dovuto esserci circa trenta alpha.

Nella realtà, probabilmente erano appena due o tre.

E anche quelli erano semplicemente “alpha biologici”, quasi indistinguibili dai beta.

La maggior parte delle persone trascorreva l’intera vita senza incontrare nemmeno una volta alpha potenti come i Golden Alpha, quelli dotati di feromoni e capacità riproduttive eccezionali che comparivano nei film e nei drama.

E anche quando un alpha del genere nasceva in posti come quello, di solito se ne andava nelle grandi città per sfruttare i vantaggi della propria condizione.

In un piccolo villaggio di pescatori, abitato quasi esclusivamente da beta e con una popolazione mediamente anziana, alpha e omega non godevano di particolare simpatia.

La discriminazione contro le alpha donne e gli omega uomini era particolarmente feroce.

Per molti non erano altro che mutanti disgustosi.

Era per questo che la famiglia di Morae aveva tenuto segreta la sua natura di alpha.

Non sapevo esattamente quanto fosse potente come alpha né come funzionasse nel dettaglio la biologia riproduttiva delle alpha femmine.

Sapevo soltanto che per lei era molto difficile rimanere incinta con un beta maschio.

Quasi impossibile.

Per questo la sua famiglia si opponeva alla relazione con hyung, che era un beta.

E se lei avesse persino dichiarato di voler formare una coppia con un’omega donna, sembrava che qualcuno della famiglia sarebbe stato pronto a minacciare il suicidio.

Come familiari, potevo capire almeno in parte il loro desiderio che lei vivesse una vita “serena e irreprensibile agli occhi degli altri”.

Il problema era che Morae desiderava qualcosa di diverso.

Più di una vita tranquilla e approvata da tutti, voleva una vita insieme a Seo Yeehan.

E il problema successivo era che la sua famiglia era assolutamente convinta che un giorno si sarebbe pentita della scelta che stava facendo.

Essere così certi del futuro di qualcun altro.

Avere il coraggio di garantire con tanta sicurezza ciò che sarebbe accaduto a un’altra persona.

Io non riuscivo a dire nemmeno una parola sul mio stesso futuro.

Nemmeno una.

«Guarda tuo zio. Ha insistito a sposarsi contro il parere di entrambe le famiglie e guarda in che situazione si trova adesso. Eh? Perché sprechi le tue forze in qualcosa che non può funzionare? Tu non hai una vita tanto fortunata da permetterti queste sciocchezze! Non ti importa nulla di tuo nonno, che ormai fa fatica perfino a tirare su le reti, o di tuo padre?!»

Quando il discorso scivolò improvvisamente su mio padre, mi tappai le orecchie.

Fu inutile.

Il nonno stava scavando senza pietà in vecchie ferite della famiglia che non avevano nulla a che vedere con la questione di hyung e Morae.

«E che c’entra adesso lo zio? Cazzo, almeno si dovrebbe riuscire a ragionare!»

Che fosse una bacinella o un secchio, hyung prese a calci qualcosa mentre sputava quell’imprecazione.

«Idiota, ascolta bene quello che ti dice tuo nonno.»

Il tono del nonno, che fino a quel momento era stato soltanto furioso, cambiò improvvisamente.

Non era più la voce di prima, che urlava a squarciagola senza curarsi dei vicini. Era una voce strozzata, come se qualcuno gli stesse stringendo la gola.

Come se soltanto da quel momento iniziasse il vero discorso.

«Se continui così, non sai cosa potrebbe farti il maestro Lim, stupido ragazzo! Per sua figlia… per sua figlia sarebbe capace di rendere storpio uno come te senza nemmeno battere ciglio. Se fino adesso ti ha lasciato stare è stato solo perché non voleva far piangere sua figlia, non perché non potesse schiacciarti quando voleva! Ascolta tuo nonno. Chiudi questa relazione oggi stesso. E se proprio non riesci a togliertela dalla testa, allora imbarcati su un peschereccio oceanico per un anno e sparisci da qui. Ascoltami, maledetto bastardo!»

Il maestro Lim.

Pur non facendo l’insegnante di professione e pur non essendo una persona particolarmente rispettata per competenze o meriti tali da giustificare quel titolo, il padre di Morae veniva chiamato così da tutti in quella zona.

Era diverso da prima.

Fino a poco prima il nonno aveva soltanto perso le staffe senza alcun criterio, ma dopo aver parlato con il “maestro Lim” dietro l’edificio della cooperativa della pesca, qualunque cosa si fossero detti, adesso parlava con autentica paura.

La tempesta si placò soltanto quando hyung uscì di casa sbattendo la porta.

Ma non eravamo più bambini al punto da non capire che quello era soltanto l’inizio.

Loro non si sarebbero fermati.

Il maestro Lim avrebbe tentato di separare Morae e hyung.

Il nonno e lo zio avrebbero cercato di costringere hyung a imbarcarsi.

Perché quello era ciò che consideravano “il giusto comportamento di una persona”.

Perché quello era ciò che ritenevano essere la “felicità” di Lim Morae e Seo Yeehan.

O almeno perché erano convinti che fosse la strada per evitare l’ “infelicità”.

Mentre continuavano le imprecazioni del nonno e il litigio tra lui e lo zio, che si rinfacciavano a vicenda le responsabilità della situazione, rimasi seduto nella stanza, esposto a tutto quel caos.

Quando ero arrivato lì per la prima volta, quella camera era stata un disastro.

Vestiti lasciati ovunque, manga e riviste di surf sparsi in ogni angolo.

Sulla scrivania bassa erano impilate in equilibrio precario guide scolastiche e libri di testo che nessuno apriva mai.

Come uno di quegli oggetti accatastati in un angolo, anch’io ero rimasto immobile e dimenticato.

Poi, qualche giorno dopo, avevo aperto la finestra e avevo iniziato a sistemare la stanza.

Avevo ordinato riviste e fumetti per data di pubblicazione.

Avevo piegato i vestiti nei cassetti dividendoli per stagione e colore.

Avevo organizzato libri di testo e manuali in ordine alfabetico secondo consonanti e vocali coreane.

E ogni volta che hyung rimetteva tutto in disordine, io sistemavo di nuovo.

L’unica cosa in quella stanza che non avevo mai toccato era una fotografia appesa al muro.

Dietro alcune palme esotiche illuminate controluce dal tramonto, due minuscole sagome stavano surfando su un mare rosso fuoco.

Hyung aveva detto di aver strappato quella foto da una rivista.

Era lì da prima ancora che arrivassi, cinque anni prima.

Un giorno sarebbe andato a vivere in un posto del genere.

Lo ripeteva come un’abitudine.

Non diceva mai con chi.

Ma nel futuro immaginato da hyung, Morae era naturalmente presente.

Era una presenza talmente ovvia da non aver bisogno di essere nominata.

Erano due persone che non avevano mai immaginato nemmeno per un istante qualcun altro al posto dell’altro nella propria vita.

Provai a concentrare tutta la mia attenzione su quella fotografia scolorita, con gli angoli ormai arricciati.

«Bali…»

Pronunciai ad alta voce il nome di quel luogo esotico che hyung mi aveva fatto conoscere.

Le imprecazioni del nonno si erano ormai spostate su me e mio padre.

Diceva che eravamo dei bastardi senza cuore, capaci di restare chiusi in camera mentre la famiglia andava in pezzi.

Ero preoccupato per Morae.

Ma non potevo nemmeno inviarle un messaggio.

Temevo che qualsiasi contatto potesse diventare un nuovo pretesto per la sua famiglia.

***

«Seo Yeehyeon. Seo Yeehyeon, svegliati.»

Non sapevo quando mi fossi addormentato.

Ero accovacciato sul pavimento nudo, ancora vestito come quando ero tornato dal porto.

A scuotermi era stato hyung.

Nel buio i suoi occhi brillavano in modo insolito.

Non era una luce abituale.

Era notte fonda.

Nella stanza entrava appena il chiarore giallastro della lampada al sodio appesa sopra il cancello.

Nel frattempo la casa era sprofondata nel silenzio.

E riuscivo a percepire che stava piovendo.

La pioggia quasi non si sentiva.

Era l’odore dell’aria a essere cambiato.

«Prendi soltanto quello che ti serve.» Hyung parlò rapidamente a bassa voce. «Morae ci aspetterà nell’ufficio di Jaeyun hyung. Da lì andremo a Seoul con la sua macchina.»

Jaeyun hyung era il proprietario della scuola di surf ed era molto legato sia a Morae sia a hyung.

Prima dell’esercito, hyung aveva lavorato lì come istruttore e, anche dopo il congedo, ogni tanto tornava a tenere lezioni temporanee per guadagnare qualcosa.

Era un piano che avevamo costruito da molto tempo.

Fin dai tempi del liceo.

Se la situazione fosse diventata davvero senza speranza, se non fosse più esistita alcuna possibilità di migliorarla, saremmo fuggiti.

Era praticamente una fuga d’amore.

A volte mi sembrava strano essere coinvolto anch’io.

Nessuno mi obbligava a salire su una barca.

Nessuno mi costringeva a lasciare la persona che amavo.

Eppure loro mi avevano sempre incluso nel piano come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Per me, il motivo per andarmene era proprio il fatto di non avere nulla.

Non avevo ragioni per fuggire.

Ma non avevo nemmeno ragioni per restare.

All’inizio era stato quasi uno scherzo.

Quando al liceo ci sdraiavamo sulla spiaggia ridacchiando e inventando piani assurdi degni di un film hollywoodiano di serie C, non avevamo mai pensato che sarebbe davvero arrivato il giorno di metterli in pratica.

Le nostre mani si mossero senza esitazione mentre preparavamo i bagagli.

Non c’era nulla, in quella casa, che fosse abbastanza prezioso da dover essere portato via a ogni costo.

Da un cassetto pieno quasi esclusivamente di magliette a righe presi un paio di magliette e della biancheria.

Hyung infilò nello zaino il suo manga preferito, chiuse la cerniera e si alzò.

Poi si fermò davanti alla fotografia appesa al muro.

La staccò, la piegò a metà e la infilò nella tasca del giubbotto.

La casa, composta da tre stanze disposte in fila verso il mare, era stata ristrutturata in stile moderno alcuni anni prima.

Tuttavia la struttura di base era ancora quella di un hanok*.

*(N/T: l’hanok è la casa tradizionale coreana.)

Aprendo con cautela la porta scorrevole, uscimmo sul maru* rialzato in pietra e cemento.

*(N/T: il maru è una veranda o pavimento rialzato tipico delle abitazioni tradizionali coreane.)

Come previsto, stava piovigginando.

Il vento proveniente dal mare che colpiva la pelle scoperta sembrava più freddo del solito… Un freddo sgradevole che faceva contrarre involontariamente la nuca.

Attraversammo il cortile sotto quella pioggia fastidiosa.

Hyung mi fece cenno di non aprire il cancello ma di scavalcare il muro.

Non era particolarmente alto.

Ed era sicuramente meglio che fare rumore.

Stavo per dirigermi verso la recinzione quando la porta della casa principale si aprì alle nostre spalle.

Era il suono di una porta scorrevole spinta dall’interno.

Ci fermammo d’istinto.

Poi ci voltammo lentamente.

Era mio padre.

Nel buio, accompagnato soltanto dal rumore informe delle onde, sedeva nella stanza con una mano sulla maniglia e guardava nella nostra direzione.

Io e Hyung eravamo lì, sotto la pioggia, ben oltre la mezzanotte.

Con uno zaino sulle spalle.

Senza ombrello.

Chiunque avrebbe capito che non stavamo uscendo per fare una passeggiata.

Come avrebbe reagito?

Il sudore mi imperlò immediatamente la fronte e la schiena.

Il cuore sembrava sul punto di esplodere.

In quel momento, più ancora del successo della fuga, tutta la mia attenzione era rivolta alle labbra di mio padre.

Non perché ci avesse scoperti.

Per cinque anni avevo continuato ad aspettare.

Ad arrabbiarmi.

A sperare.

A ricominciare da capo.

Finché avevo smesso di farlo.

Quelle labbra mi avevano insegnato a rinunciare alla speranza.

Il silenzio era insopportabile.

Eppure anch’io stavo diventando una persona immersa nel silenzio.

Una persona abituata al silenzio più di ogni altra cosa.

Papà…

«Hyeon-ah, andiamo.»

Quanto tempo fossi rimasto lì sotto la pioggia non lo sapevo.

Hyung mi posò una mano sulla spalla.

Non era un gesto per affrettarmi.

Lui sapeva cosa stessi pensando.

Sapeva cosa provassi.

Alla fine cambiammo idea.

Invece di scavalcare il muro, aprimmo il cancello.

Il cancello di ferro, mai oliato e corroso dalla salsedine, si aprì con un cigolio metallico.

Hyung uscì.

Poi anch’io misi un piede oltre la soglia.

Con un cuore ancora più pieno di rimpianto della moglie di Lot che lasciava Sodoma, mi voltai un’ultima volta.

Dove stai andando? Non andare.

Ma mio padre non disse nulla… Mai.

***

L’interno dell’elegante vetrina vintage era pieno fino all’inverosimile.

Di norma, quando il cliente non forniva indicazioni particolari, gli oggetti venivano sistemati seguendo le fotografie scattate prima del trasloco.

Tuttavia, osservando quelle immagini, era impossibile definire il contenuto della vetrina in modo diverso da “caotico”.

Per quanto gli oggetti fossero raffinati e costosi, l’esposizione era pessima.

Se il cliente fosse stato presente, sarebbe bastato chiedergli come desiderasse organizzare tutto.

Quel giorno, però, il cliente era assente.

Anche nella vecchia casa eravamo entrati usando personalmente il codice della serratura elettronica.

E lo stesso era accaduto nella nuova.

Nonostante il trasloco fosse ormai quasi terminato, il proprietario non si era ancora fatto vedere.

«Fate pure come ritenete opportuno.»

Quella era stata l’unica richiesta. Anzi, a dire il vero, c’era stata un’eccezione.

«I quadri. Assolutamente, assolutamente, assolutamente maneggiarli con la massima cautela.»

Secondo quanto avevano raccontato durante la firma del contratto, il cliente non sembrava particolarmente esigente.

Eppure quella era l’unica raccomandazione che aveva ripetuto più volte.

Il cliente si era trasferito in un appartamento con una vista magnifica sul fiume Han, direttamente affacciato sulla foresta di grattacieli di Yeouido.

Possedeva non soltanto costosi oggetti da collezione, ma anche un numero impressionante di quadri.

Non sarebbe stato un’esagerazione dire che le pareti erano quasi completamente coperte da opere d’arte.

Una delle quattro stanze era addirittura utilizzata esclusivamente come deposito per i dipinti.

All’inizio avevo pensato che il proprietario fosse un pittore.

Tuttavia, nonostante la quantità di opere, non si vedeva alcuno strumento per dipingere.

Era molto più probabile che fosse un collezionista appassionato o qualcuno che lavorava nel settore artistico.

Era da molto tempo che non mi capitava di trovarmi davanti a così tanti quadri tutti insieme.

Negli ultimi anni, gli unici dipinti che avevo visto intorno a me erano stati il murale della famiglia di squali e quello con le ali d’angelo sulla salita che conduceva alla casa di mio nonno.

«Ma dove andrà a finire il mondo? Davvero possono succedere cose del genere?»

Alle mie spalle si levò la voce agitata del caposquadra, mentre stavo riflettendo su dove collocare una raffinata bambola di porcellana vestita in stile settecentesco.

Probabilmente stava leggendo qualche notizia su internet.

Il caposquadra e gli altri quattro colleghi avevano ormai quasi terminato le rispettive operazioni di sistemazione e pulizia.

Erano seduti sul tappeto steso per proteggere il pavimento durante il trasporto dei mobili e degli scatoloni, aspettando il cliente e ammazzando il tempo.

Normalmente la squadra comprendeva anche la signora addetta alla cucina e al bagno, ma quel giorno lei e suo marito, che era il caposquadra, avevano un impegno urgente con il figlio e la nuora. Avevano bisogno di qualcuno che si occupasse del nipotino, che aveva superato da poco i cento giorni di vita, così avevo preso il suo posto.

A scuola avevo avuto voti piuttosto alti, ma non ero andato all’università e non avevo nemmeno fiducia nelle mie capacità di adattarmi a una vita d’ufficio, per quanto semplice.

Inoltre, considerando che la mia situazione era stata poco diversa da una fuga, avevo rimandato qualsiasi impiego che richiedesse un contratto stabile.

Così mi era capitato sotto gli occhi un lavoro part-time presso una ditta di traslochi.

Il caposquadra mi rimproverava spesso dicendo che era uno spreco avere tutta quella statura senza aver mai fatto lavori pesanti, ma non era una persona che cercava pretesti ingiusti per criticare.

All’inizio mi ero candidato pensando soltanto alla paga giornaliera, che veniva versata il giorno stesso.

Poi avevo scoperto che potevo scegliere liberamente i giorni di lavoro e che la retribuzione non era affatto male.

«Che succede? Che scandalo è scoppiato stavolta?»

Ai colleghi che avevano mostrato curiosità, il caposquadra iniziò a leggere l’articolo con voce indignata.

«Un bastardo alpha si è ubriacato e ha fatto casino dentro un taxi. Il tassista si è infuriato e, mentre era in viaggio, l’ha scaricato da qualche parte senza pensarci troppo. Quel bastardo, completamente ubriaco, ha iniziato a vagare senza sapere dove si trovasse e si è imbattuto in un omega. La cosa assurda è che proprio quel giorno l’omega aveva iniziato quel ciclo o come si chiama prima del solito, e il suo capo, credendo di fare una buona azione, l’aveva mandato a casa in anticipo dicendogli di andare a prendere le medicine.»

Già sentendo soltanto quella parte, avevo intuito come fosse andata a finire.

Anche gli altri colleghi sembravano averlo capito, perché iniziarono a mostrare dispiacere ancora prima che il racconto fosse concluso.

«Pare che quel bastardo avesse litigato col tassista, prendendo a calci il sedile e persino aprendo la portiera mentre il taxi era in movimento… Non si può nemmeno dare la colpa al tassista per averlo lasciato a metà strada… E pensare che, se il capo non fosse stato così gentile da mandare via prima quell’omega, non gli sarebbe successo nulla del genere. È incredibile come vadano le cose. Sarebbe bastato che una sola circostanza fosse stata diversa e non sarebbe accaduto….»

Continuai a giocherellare senza motivo con l’orlo dell’abito della dama settecentesca, ascoltando in silenzio il lamento del caposquadra sulla crudeltà del destino.

«A guardarle bene, queste persone alpha non sono poi tanto diverse dagli animali. Dicono che siano belli, intelligenti e tutto il resto… ma se ascolti le cose che combinano nei notiziari, viene da rabbrividire. Dicono che non riescano a controllarsi con la ragione. E quella sarebbe gente? Io non ho mai incontrato nemmeno un alpha in tutta la mia vita, ma l’idea che qualcuno possa essere manipolato da ormoni o feromoni mi mette davvero a disagio.»

Il secondo al comando, che lavorava con il caposquadra da quasi trent’anni, criticò gli alpha con ancora più fervore.

Se il caposquadra era una persona particolarmente compassionevole, quel collega possedeva invece un fortissimo senso della giustizia.

Da quel che avevo sentito dire, nel corso degli anni entrambi si erano trovati coinvolti in innumerevoli situazioni proprio per questo motivo.

«Anche per gente come noi servono soldi, ma per gli alpha e gli omega ancora di più. Senza soldi perdono subito la dignità e diventano bestie. Poi tra farmaci nuovi e trattamenti vari spendono un patrimonio. In ogni caso, l’unica persona da compatire è la vittima… Che coincidenze assurde devono essersi sovrapposte perché accadesse una cosa simile. Davvero esistono situazioni del genere…»

Nel mondo esistevano davvero eventi tanto assurdi.

Eventi che potevano verificarsi soltanto quando una coincidenza si sovrapponeva a un’altra coincidenza e poi a un’altra ancora.

Come un enorme camion che investiva il protagonista mentre attraversava tranquillamente sulle strisce con il semaforo verde.

Eventi così improvvisi e privi di qualsiasi logica da sembrare troppo inverosimili perfino per un film o una serie televisiva.

«Maknae, hai finito con la cucina?»

«Sì, ho finito,» risposi sistemando leggermente di sbieco la bambola di porcellana che reggeva un ombrellino.

In realtà avevo terminato già da un pezzo.

Semplicemente mi sentivo a disagio in mezzo a uomini che avevano almeno quindici anni più di me e continuavo a trafficare con qualcosa per tenermi occupato.

«La cliente arriverà entro dieci minuti. Sistemiamo le ultime cose e poi andiamo tutti a casa.»

Quando si rivolse a noi, la voce del caposquadra non era più colma di compassione per l’omega della notizia.

Ora era piena soltanto dell’attesa per il termine della giornata lavorativa.

Dopo aver raccolto perfino gli attrezzi per le pulizie e averli fatti scendere con la piattaforma elevatrice, la cliente arrivò quasi immediatamente.

Dai gesti e dall’espressione era evidente che fosse di fretta.

Scusandosi per essere stata assente tutto il giorno, consegnò una busta al caposquadra dicendo che avremmo dovuto usarla per offrirci la cena.

Le relazioni con i clienti erano compito del caposquadra, quindi la osservai soltanto di sfuggita.

Vestiva in modo elegante ma rilassato e, proprio come avevo sentito dire, non sembrava affatto una persona difficile.

Anche il controllo finale fu rapidissimo.

A eccezione della stanza dove erano conservati i quadri, si limitò ad aprire le porte delle varie stanze e dare una rapida occhiata.

Mentre aspettavamo l’ascensore, tutti si misero a lodare la cliente.

Non solo perché ci aveva lasciato dei soldi per la cena.

Dicevano che, se tutti i clienti fossero stati così accomodanti, quel lavoro sarebbe stato molto più sopportabile.

«Comunque pare che viva da sola in una casa del genere. Dev’essere davvero una persona capace.»

«Già. Anche se fosse in affitto con deposito e non di proprietà, con questa metratura qui si parlerebbe comunque di circa un miliardo e mezzo di won*.»

*(N/T: circa 1,5 miliardi di won sono equivalenti a oltre un milione di euro.)

«Costa davvero così tanto questa casa?»

Alla spiegazione del collega sulla trentina, il più giovane del gruppo dopo di me, gli altri traslocatori spalancarono gli occhi all’unisono.

Un miliardo e mezzo di won.

Per me era una cifra indistinguibile da cento miliardi, mille miliardi o persino un trilione.

Un numero enorme.

Talmente enorme da risultare completamente irreale.

«Abbiamo incontrato una cliente che ci ha pure lasciato i soldi per la cena. Oggi siamo stati fortunati. Forse dovremmo comprarci un gratta e vinci.»

«Caposquadra, quant’è? Mi sono stufato di pancetta di maiale e soju. Se ci ha lasciato una bella somma, oggi mangiamo qualcosa di diverso.»

Spronato dal secondo al comando, il caposquadra tirò fuori la busta dalla tasca posteriore e stava per aprirla.

In quel momento, dall’ingresso dell’appartamento da cui eravamo appena usciti si sentì il rumore della serratura elettronica che si sbloccava.

Il caposquadra infilò immediatamente la busta al suo posto.

«Un momento!»

A fermarci con urgenza fu proprio la cliente.

«Chi ha sistemato la cucina?»

Per un istante nessuno rispose.

Temevamo che ci fosse qualcosa che non le fosse piaciuto o che fosse stato commesso qualche errore.

Sui volti dei colleghi, che fino a pochi secondi prima erano entusiasti all’idea della cena offerta, comparve immediatamente un’espressione sconsolata.

Ripercorsi mentalmente tutto il lavoro.

Almeno non avevamo rotto né perso nulla.

Probabilmente non si trattava della situazione peggiore.

Continuando a rassicurarmi in quel modo, feci mezzo passo avanti.

«La signora della nostra squadra oggi era assente, quindi me ne sono occupato io,» risposi guardando non il volto della cliente, ma il pavimento vicino ai suoi piedi.

Doveva essere uscita di corsa per raggiungerci, perché indossava soltanto pantofole sopra le calze.

«Ecco… vede, questo ragazzo è ancora molto giovane… quindi, se c’è qualcosa che non le è piaciuto…»

Il caposquadra cercò immediatamente di difendermi.

La cliente però sorrise apertamente e scosse la testa.

«No, no, non è per quello… Per caso ti andrebbe di lavorare a casa mia? Sei completamente il mio tipo.»

Non riuscii a capire il significato di quelle parole.

Le mie labbra si limitarono a muoversi senza emettere alcun suono.

«Ah, mi sono espressa male, vero? Intendo dire che il tuo modo di lavorare è esattamente il mio tipo. Ultimamente sono troppo occupata e non riesco a tenere la casa in ordine… ma quando non è tutto sistemato mi viene lo stress. E trovare qualcuno che mi soddisfi non è affatto semplice, quindi stavo avendo parecchi problemi. Poi ho aperto gli armadietti della cucina e…» La cliente stava dilungandosi in una spiegazione piena di lamentele sulla propria situazione quando, all’improvviso, si interruppe. «Aspetta… sei forse Yeehyeon? Seo Yeehyeon?»

Da sotto la visiera del cappellino che portavo calcato sulla testa, vidi chiaramente il volto della cliente che aveva pronunciato il mio nome senza sbagliare.

Era la prima volta che osservavo davvero il suo volto.

E fu il momento in cui una persona relegata da tempo nelle profondità del retroscena della mia vita, ormai dimenticata completamente, riapparve all’improvviso al centro del palcoscenico.

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