Bad side
Sopra il colore scuro che ricopriva interamente la tela, l’unica traccia di luce era una minuscola finestra dipinta. Il vestito azzurro sbiadito indossato dalla donna, che stava voltando le spalle con un’aria cupa, aveva l’orlo completamente afflosciato, come se fosse stato inzuppato nell’acqua sporca. Il pavimento che calpestava a piedi nudi era fango ottenuto impastando terra rossa, tanto da sembrare una pozza di sangue.
«…Io l’arte moderna non la capisco. E non ho nemmeno voglia di capirla.»
Al borbottio di Jaeha, il responsabile della galleria sorrise in modo impacciato.
«Non c’è altro da vedere, quindi passiamo al contratto. Finiamola in fretta.»
Di fronte a quell’atteggiamento che, a prima vista, sembrava quasi privo di interesse, tutti i presenti si mostrarono perplessi. Su richiesta di Lee Jaeha, avevano trasportato all’hotel diverse opere di Han Nari. Da quel momento avrebbero dovuto verificare le clausole contrattuali con il team legale e seguire le complesse procedure di consegna. Eppure, in mezzo a tutto quel lavoro svolto con estrema cautela, l’unico a mantenere un atteggiamento distaccato era proprio Lee Jaeha.
In realtà, non gli importava nulla che i quadri si danneggiassero o meno, che fossero le ultime opere lasciate da sua madre o quale fosse il loro valore. Nulla di tutto ciò aveva per lui alcun significato. Li stava semplicemente gestendo con indifferenza perché erano le ultime volontà di suo padre.
Nemmeno quelle ultime volontà avevano un significato particolare per lui. Stava soltanto sbrigando la faccenda il più velocemente possibile per evitare fastidi futuri. Una volta raccolti tutti i quadri sparsi e spediti in Corea, era evidente che non avrebbe più messo mano alla questione né vi avrebbe rivolto un solo sguardo.
Tra i responsabili della galleria c’era chi corrugava la fronte vedendo come trattasse le opere di sua madre alla stregua di oggetti usati da liquidare, ma, come spesso accade nei rapporti contrattuali, si adattarono rapidamente e continuarono il lavoro con professionalità e freddezza.
In verità, per Jaeha era estremamente doloroso guardare i quadri di sua madre.
Quella sensazione opprimente che gli schiacciava il petto si faceva sempre più intensa ogni volta che ne controllava uno.
Arrivò persino a pensare che suo padre gli avesse imposto quella punizione per fargli provare sofferenza.
Ogni volta che vedeva la donna rinsecchita raffigurata nei dipinti, finiva per riflettere su se stesso, che assomigliava tanto a suo padre.
Gli tornavano vividamente alla mente gli ultimi istanti di sua madre, mentre si consumava giorno dopo giorno fino a morire soffocata dai feromoni.
Quel corpo un tempo bellissimo era appassito, e perfino quella voce che era sempre stata gentile almeno con suo figlio, alla fine era diventata ruvida e gelida.
Come poteva un bambino sapere qualcosa?
Lei spesso incolpava e malediceva suo figlio con una voce colma di profondo risentimento.
Jaeha abbassò lo sguardo verso la propria mano, quella con cui aveva stretto con forza il braccio di Eunhong fino a fargli male.
La sensazione di quella pelle morbida che aveva affondato sotto le sue dita e strizzato con violenza era ancora impressa sulla punta delle dita, tanto da farlo trasalire.
Se avesse usato appena un po’ più di forza, glielo avrebbe spezzato senza difficoltà.
L’ultimo quadro raffigurava una donna rinchiusa dentro una scatola nera.
Jaeha gettò bruscamente un telo sopra il cavalletto e chiamò il segretario Kim.
«Abbiamo finito. Fate uscire tutti e sistemate tutto.»
«Sì.»
«E fate portare su anche quello che vi avevo chiesto ieri.»
«Certamente.»
Seguendo le istruzioni del segretario Kim, i responsabili si mossero con precisione militare e il soggiorno, prima caotico, venne riordinato in un attimo.
Quando anche il segretario Kim si ritirò dopo aver verificato che fossero state effettuate una rapida pulizia e l’aerazione della stanza, sulla suite calò un silenzio tale che sembrava impossibile che poco prima fosse stata piena di gente.
Jaeha si osservò allo specchio, sciolse l’espressione rigida e rilassò il collo, poi si diresse verso la camera interna dove stava dormendo Eunhong.
«Eunhong, è ora di alzarsi.»
«…Mmh.»
Jaeha strofinò delicatamente con il pollice le palpebre di Eunhong, gonfie quasi quanto le sue labbra.
Erano talmente gonfie che ci volle parecchio prima che riuscisse ad aprire bene gli occhi.
Solo dopo essersi rigirato a lungo nel letto sembrò accendersi lentamente; Eunhong si mosse e stirò braccia e gambe.
Era ancora un po’ presto rispetto al suo solito orario di risveglio, ma Jaeha era certo che avesse fame e questo lo preoccupava.
Sollevò la coperta e avvicinò l’orecchio al suo ventre piatto.
Come previsto, dal suo stomaco affamato provenne un forte brontolio.
«Smettila. Che stai facendo?»
Eunhong, imbarazzato, cercò di spingerlo via, ma Jaeha non si mosse di un centimetro.
Affondò il viso sul suo ventre e iniziò a soffiare facendo rumore, finché, sentendo che aveva fame, sollevò finalmente la testa.
In parte si sentiva responsabile.
Dopotutto, si erano praticamente barricati in bagno a lavarsi, lavarsi e lavarsi ancora, e poi Eunhong era crollato addormentato quasi svenendo, saltando così la cena.
Stringendosi lo stomaco vuoto, Eunhong si alzò di scatto, ma un dolore muscolare lo fece gemere e ricadere seduto.
Dopo aver litigato con Jaeha il giorno prima, anche se chiamarla una lite era un po’ imbarazzante, non poteva certo definirsi un capriccio accompagnato da pianti o comunque sia, fissò con occhi triangolari il colpevole che lo aveva ridotto in quello stato.
Jaeha afferrò il braccio di Eunhong, che teneva le guance gonfie in un broncio.
«Alzati. Devi mangiare.»
«Io non ti ho ancora perdonato. Non pensare che finisca così, come se niente fosse. Sul serio,» borbottò Eunhong con le labbra sporgenti.
Jaeha sorrise socchiudendo gli occhi e gli scostò i capelli dalla fronte.
Non importava quanto gli si fossero gonfiati gli occhi durante la notte: ai suoi occhi era comunque bellissimo.
«Va bene, va bene. Non perdonarmi.»
Vedendo quel volto che sorrideva così dolcemente, il suo rancore si sciolse con una facilità quasi irritante.
Facendo finta di essersi arreso, Eunhong afferrò la mano di Jaeha e si alzò.
«Devo dare da mangiare a Eunhong,» disse Jaeha mentre lo conduceva fuori.
I brontolii del suo stomaco erano così forti da sentirsi chiaramente.
Per un attimo, a Eunhong tornò in mente l’espressione che Jaeha aveva avuto la sera prima mentre lo tormentava senza pietà.
Strinse forte la mano che teneva nella sua e lo fulminò con lo sguardo.
«Ho davvero fame. Per colpa tua mi si è attaccata la pancia alla schiena.»
Come se se lo aspettasse, Jaeha scoppiò a ridere.
Era una risata completamente diversa da quella con cui aveva deriso i quadri di sua madre.
Proprio in quel momento era arrivato il servizio in camera.
Un dipendente entrò spingendo un carrello da servizio le cui ruote producevano un rumore continuo.
Indicando con il mento il cibo nascosto sotto i coperchi argentati, Jaeha disse: «Sono arrivati i ramyeon.»
«Eh?!»
Quando il dipendente dell’hotel sollevò il coperchio, il vapore era visibile perfino da lontano.
L’intenso profumo del brodo di ramyeon riempì il soggiorno in un istante.
Dopo aver trascorso quattro giorni quasi immerso in burro e olio d’oliva, Eunhong non riuscì a nascondere la propria eccitazione.
Non avrebbe mai immaginato che Jaeha avesse ascoltato con tanta attenzione quelle parole che lui aveva pronunciato tra le lacrime la sera prima.
Felice come non mai, si sedette davanti al tavolo.
Un brodo rosso e piccante gli diede il benvenuto.
I cuochi avevano calcolato perfettamente il tempo necessario per portarlo dalla cucina alla suite, così i noodles erano ancora elastici e per nulla scotti.
Chissà dove li avessero trovati, ma c’erano persino cipollotto ed uovo nelle proporzioni perfette.
Vedendo Eunhong fissare il ramyeon con un’espressione commossa, Jaeha disse trattenendo una risata: «È tutta opera del segretario Kim. Mi hanno detto che anche il kimchi l’ha portato lui direttamente dalla Corea.»
«Il segretario Kim-nim è il migliore!»
«…In realtà il segretario Kim non aveva intenzione di dartelo. Sono stato io a portarglielo via.»
Jaeha osservò Eunhong illuminarsi mentre aspirava rumorosamente i noodles e corresse la propria affermazione.
Sentì il bisogno di fornire informazioni accurate.
«Capito. Grazie.»
Anche se Eunhong rispose distrattamente, Jaeha si limitò a sorridere.
Spinse semplicemente il piattino di kimchi verso di lui e si appoggiò comodamente allo schienale della sedia.
Solo allora Eunhong gli lanciò un’occhiata.
Sapeva che Jaeha non amava il ramyeon, ma arrivare a quel punto era davvero…
«Tu non mangi il ramyeon?»
«No.»
«Sei terribile. Davvero.»
Sentendosi definire terribile, Jaeha, che stava bevendo un espresso, protestò con aria ingiustamente accusata.
«Non è per mantenermi in forma… è davvero cattivo.»
Con la bocca piena di noodles e kimchi, Eunhong si limitò a corrugare la fronte senza dire una parola.
Possibile che non si rende conto che definire cattivo il ramyeon sia ancora più terribile?
Dopo aver bevuto fino all’ultima goccia del brodo piccante e corroborante, sentì la lingua, rimasta assopita per giorni a causa di sapori troppo delicati, risvegliarsi di colpo, come se gli fosse tornato l’appetito perduto.
«Mangiane quanto vuoi, Bunhong.»
I tre ramyeon preparati dal segretario Kim sarebbero stati più che sufficienti perché Eunhong li mangiasse da solo.
A essere sincero, in quel momento gli sembrava di poter arrivare anche a quattro.
Mentre Eunhong faceva sparire tre piatti, Jaeha parlò al telefono con qualcuno.
Ascoltando distrattamente il suono dell’italiano che si intrecciava nella conversazione, ripulì il piatto anche dall’ultimo pezzo di kimchi.
Aveva fame, certo, ma dopo tanti giorni era davvero piacevole mangiare un pasto caldo e abbondante.
«Stasera andiamo a un appuntamento,» disse Jaeha, chiudendo la chiamata, a Eunhong che si stava accarezzando il ventre soddisfatto.
Sentendo la parola “appuntamento”, gli occhi di Eunhong si spalancarono.
Per quanto la loro relazione fosse passata quasi naturalmente a quella di una coppia, non era ancora immune a parole del genere.
«U-un appuntamento? Dove?»
«Andremo a una festa.»
«Una festa?»
«Sì, una festa. Tu ed io. Ci metteremo un abito e uno smoking, come una principessa e un principe, e andremo in un castello.»
Dato che la reazione di Eunhong non era stata vivace quanto sperava, Jaeha si grattò un sopracciglio e aggiunse una spiegazione.
«Avevo ricevuto un invito. Pensavo di non andarci, ma ho cambiato idea perché mi sembrava una cosa che ti sarebbe piaciuta. E poi c’è qualcosa che voglio mostrarti. Consideralo anche un modo per farmi perdonare per averti ferito.»
«La persona che ti ha invitato è un alpha?»
«…Sì. Come hai fatto a capirlo?»
«Mah… di solito tutte le persone che sembrano particolarmente importanti sono alpha. Se è qualcuno che può invitare te, ho pensato che probabilmente lo fosse. Però è curioso. Ti comporti come se fossi allergico agli alpha, e invece con questa persona sembri piuttosto vicino.»
«È un uomo sposato e piuttosto anziano.»
«Ah, capisco…. Allora anche gli altri invitati saranno portatori di tratti di alto livello? Tutti di questo Paese?»
Jaeha aggrottò la fronte e socchiuse gli occhi.
«Che cosa stai cercando di dire? Non vuoi andare?»
«N-no…. Ero solo curioso.»
«Ti incuriosiscono proprio le cose più strane. Vuoi fare di nuovo il bagno con me?»
Eunhong, che era sprofondato sulla sedia con la schiena abbandonata contro lo schienale, spalancò la bocca.
Si voltò verso Jaeha con un’espressione attonita, ma lui sostenne il suo sguardo con assoluta faccia tosta, senza nemmeno muovere un sopracciglio.
«Quindi stai ammettendo che quello di ieri era un atto di vendetta, giusto? Adesso.»
«Non ho idea di cosa tu stia parlando.»
«Tu…» Alzando un dito, Eunhong tremò tutto.
Era irritante vedere Jaeha abbassare lo sguardo e portare con eleganza la tazza di caffè alle labbra.
Con quelle labbra così ordinate faceva certe cose…
«Tu che… tu davvero, con la gente, eh? Così, senza problemi, eh?»
«Ti è piaciuto così tanto?»
«Cosa?»
Non appena Eunhong glielo chiese con voce acuta, Jaeha posò la tazza ormai vuota e si alzò di scatto.
Vedendo quel corpo imponente avvicinarsi, Eunhong si rannicchiò istintivamente stringendo le spalle.
Un alpha come fidanzato, e non come semplice amico, a volte sapeva essere piuttosto opprimente…
Ultimamente aveva persino la sensazione di perdere sicurezza senza rendersene conto, e questo gli provocò una punta di ingiusta frustrazione.
Jaeha si piegò in avanti con il suo grande corpo e gli stampò un bacio sulla sommità della testa, poi si diresse verso la scrivania su cui erano stati sistemati alcuni documenti.
Eunhong pensava che ignorasse completamente il suo sguardo di rimprovero, ma forse aveva gli occhi anche dietro la schiena, perché se ne accorse immediatamente e sospirò.
«Non provocarmi. Gli alpha non vanno bene. Non mi piacciono. Non essere curioso. Non pensare nemmeno di avvicinarti a loro.»
«Quei feromoni alpha non sono così pericolosi come credi tu. Non mi provocano alcuna reazione.»
«…Di solito gli omega non sono così.»
Eunhong sporse il labbro inferiore.
Non poteva vedere l’espressione di Jaeha, che era voltato di spalle, ma dalla voce capì quanto fosse risoluto.
Quando Eunhong non rispose e rimase imbronciato, Jaeha continuò con tono pieno di preoccupazione.
«E poi il fatto che tu non sia influenzato dai feromoni degli altri alpha non è solo una cosa positiva.»
«A me piace così. Tanto non li percepisco.»
Anche solo ripensando all’incidente avvenuto durante la manifestazione del suo tratto, non desiderava mai più vivere un’esperienza in cui fosse in balia dei feromoni.
Più di chiunque altro, Eunhong desiderava diventare insensibile a quelle influenze.
«Potresti abbassare la guardia e ritrovarti improvvisamente coinvolto in qualche incidente. Tu non conosci ancora nemmeno il ciclo del tuo calore.»
Jaeha ricordò l’espressione di Eunhong che si era deformata quando il giorno prima aveva reagito in modo estremamente sensibile ai suoi feromoni.
Non era affatto una questione di scarsa sensibilità.
Anzi, da omega estremamente dominante, era probabilmente sensibile ai feromoni quanto lui.
Ma allora come si sarebbe dovuto interpretare il fatto che non percepisse assolutamente nulla dai feromoni degli altri alpha?
Naturalmente, vedere Eunhong reagire in modo così sensibile soltanto a lui era adorabile e gli dava piacere.
Temeva i sintomi dell’imprinting eppure, allo stesso tempo, ne traeva soddisfazione.
Era evidente che fosse parecchio fuori di testa.
«Ban Eunhong, tu non hai idea di quanto mi renda ansioso….»
Eunhong sporse di nuovo il labbro.
Quel tono era sleale.
Gli faceva perdere ogni forza per ribattere.
«E di cosa sei così ansioso? Non scapperò da nessuna parte.»
Jaeha si voltò e si avvicinò fino a fermarsi davanti a lui, seduto sulla sedia.
Le loro ginocchia si toccarono.
Mentre i feromoni diventavano sempre più intensi, Eunhong si irrigidì senza rendersene conto.
In contrasto con il corpo grande che proiettava un’ombra imponente, il volto di Jaeha appariva quasi quello di un bambino lamentoso.
Lo avvolse leggermente tra le braccia e gli accarezzò le spalle come per invitarlo a rilassarsi.
Il profumo dei feromoni divenne così dolce da lasciargli un sapore zuccherino in bocca.
Eunhong circondò piano la vita di Jaeha con le braccia. Nascose il volto ormai disarmato nel suo petto e sussurrò: «Allora basta che tu mi stia sempre dietro.»
«…Lo farò.»
«Se sei così preoccupato, portami con te ovunque.»
«Sì. Mi impegnerò di più.»
«Anch’io starò più attento….»
Sentendo quella voce che lo blandiva e lo rassicurava, Jaeha finì per sorridere.
«Stai cercando di risolvere tutto facendo il carino.»
«…Il ca… cosa?»
Sbatté le palpebre, chiedendosi se avesse sentito bene.
Ma aveva sentito correttamente.
Era una parola contro cui aveva poca resistenza quanto contro “appuntamento”, e il volto di Eunhong si arrossò all’istante.
Aveva pronunciato quelle parole sopportando a fatica l’imbarazzo, con l’intenzione evidente di implorarlo.
Era insopportabilmente mortificante mostrare quel desiderio appiccicoso che gli diceva di condividere tutto con lui.
Eppure, stranamente, quando Jaeha comprese subito quel sentimento e gli disse che avrebbe fatto uno sforzo, l’ansia che lo tormentava si ritirò e trovò perfino la serenità di aspettare che fosse Jaeha a decidere quando rivelargli le cose che voleva tenere nascoste.
Posso aspettarlo quanto vuole, come una persona magnanima.
Con il volto acceso nascosto tra le sue braccia, Eunhong fece quel proposito.
***
Una festa.
Ogni volta che Jaeha faceva cose del genere, Eunhong percepiva una distanza che normalmente non sentiva.
Il soggiorno della suite si riempì di sconosciuti.
Erano arrivati prima ancora che riuscisse a digerire il ramyeon mangiato quella mattina.
Le persone che si presentarono trascinando pesanti attaccapanni e numerose grandi valigie con le ruote appartenevano, a quanto pareva, alla sartoria chiamata da Jaeha.
Con gesti esperti sistemarono tutto nel soggiorno della suite e allestirono rapidamente il loro spazio di lavoro.
Uno di loro prese Eunhong per mano e lo condusse fuori nel soggiorno.
Tra tutti ce n’era uno particolarmente appariscente.
Eunhong fu certo che fosse il capo stilista.
Gli abiti che indossava e gli accessori che portava erano tutt’altro che ordinari.
Con tono languido e strascicato si lamentò con Jaeha.
«Sa bene che questa volta le sue richieste sono state irragionevoli e che i tempi erano strettissimi, vero?»
«Lo so. È proprio perché soltanto lei era in grado di rispettare queste tempistiche che le ho chiesto il favore.»
«Ah, se me lo dice così non posso ribattere. Io normalmente non lavoro mai in questo modo. Lo sa, vero? Mandarmi soltanto le misure e pretendere che porti gli abiti… al mondo c’è solo lei che fa una cosa del genere.»
Già capiva a fatica ciò che diceva.
In più, il modo di parlare dello stilista era talmente trascinato da risultare ancora più incomprensibile.
Vedendo le sopracciglia di Eunhong avvicinarsi sempre di più, Jaeha gliele distese premendo ripetutamente il pollice sulla fronte.
«Te l’ho detto prima. Per andare alla festa la principessa deve indossare un vestito.»
«…Perché sarei io la principessa?»
«Allora fai il principe. In ogni caso devi metterti qualcosa di bello, quindi togliamoci il pigiama.»
Jaeha lo trascinò davanti allo specchio.
Uno dei dipendenti si avvicinò e gli accostò sotto il mento una giacca da completo.
Sentendosi a disagio per quella sensazione insolita, Eunhong sorrise goffamente.
Tuttavia, vedendo nello specchio l’espressione soddisfatta di Jaeha, che sorrideva compiaciuto, si sentì un po’ più tranquillo.
L’impressione era completamente diversa dai completi che aveva indossato per colloqui di lavoro o cerimonie.
Non sarebbe stato esagerato dire che non aveva mai portato abiti del genere in tutta la sua vita.
La camicia che aderiva alla figura come ad abbracciargli la vita e il tessuto lucido del completo gli sembravano così preziosi da metterlo quasi a disagio perfino toccarli.
Eunhong lasciò il proprio corpo nelle mani dei dipendenti indaffarati come fosse una bambola da vestire.
Tra gli abiti mostrati dallo stilista comparve anche un completo rosa.
Eunhong socchiuse gli occhi e lanciò un’occhiata assassina a Jaeha, ma con sua sorpresa quest’ultimo lo rifiutò.
Disse che sembrava adatto, ma che una volta indossato non era granché.
«Questo è il più bello!»
Dopo aver provato sei o sette completi e aver perso sempre più fiducia in sé stesso, Jaeha applaudì con entusiasmo e sorrise raggiante.
Osservando Eunhong che si voltava goffamente verso di lui, emise un basso fischio di approvazione.
Con un sorriso pienamente soddisfatto sul volto, fece un passo indietro per ammirarlo dalla testa ai piedi.
«Davvero?»
«Io prenderò senza nemmeno guardare quello coordinato a questo.»
«Decidi senza neanche provarlo?»
Lui stesso era talmente rigido e impacciato da non riuscire nemmeno a capire cosa gli stesse meglio.
Indossare abiti che fino a quel momento aveva visto soltanto in fotografie gli aveva completamente annullato qualunque senso estetico.
Quella che un tempo considerava una buona capacità di giudizio era sparita in un attimo, e non riusciva minimamente a capire quale fosse l’abito più bello.
Jaeha gli diede una pacca sulla spalla e sorrise. «Non preoccuparti. A me sta bene qualsiasi cosa.»
Dopo avergli stampato un sonoro bacio sulla guancia accigliata, Jaeha prese i propri vestiti e si ritirò nella stanza interna.
Eunhong si sfiorò il viso ormai rosso e tornò a osservare il proprio riflesso nello specchio.
Mh…
Continuava a non capirci molto.
Quando uscì dopo essersi cambiato, davanti all’ingresso dell’hotel lo attendeva non l’auto che Jaeha aveva usato nei giorni precedenti, bensì una lunghissima limousine.
Era una vettura enorme, quasi eccessiva, con un’aquila argentata scintillante posata sopra la griglia anteriore.
A voler esagerare un po’, agli occhi di Eunhong sembrava un autobus.
E anche l’alpha dall’aspetto fuori dal comune che stava in piedi accanto a lui contribuiva non poco a rendere quella situazione ancora più surreale.
Eunhong salì sulla limousine armeggiando con cautela con le chiusure dell’abito, alle quali non era ancora abituato.
Lo stilista aveva continuato a riempirlo di complimenti di circostanza, sostenendo che quel completo fosse tra le cinque cose che gli stavano meglio in tutta la sua vita, ma in quel momento le parole non gli entravano nemmeno nelle orecchie.
La limousine lasciò il centro cittadino e si diresse verso la periferia.
Dopo aver percorso per un po’ una strada costeggiata da dolci colline su entrambi i lati, arrivarono a un paesino isolato dove un enorme castello antico, costruito sulla cima di una bassa montagna, era circondato da case di pietra rossa.
Alzando lo sguardo verso le mura del castello decorate da scintillanti luci gialle, Eunhong rimase sbalordito.
«Che sarebbe questo? Ci vive qualcuno tipo un aristocratico?»
«Non agitarti. La festa in sé è piccola. È solo che… la casa dell’organizzatore che ci ha invitati è un po’ grande.»
Eunhong aveva immaginato che sarebbero entrati in un ristorante nascosto da qualche parte nel tranquillo paesino.
Per questo aveva iniziato a sentirsi inquieto già quando la limousine aveva preso la strada tortuosa che saliva fino alla cima.
Quando infine il motore si fermò, abbassò il finestrino e ciò che lo accolse furono mura che sembravano avere centinaia di anni e la grande residenza nascosta al loro interno.
«Scendi.»
Jaeha lo sollecitò mentre lui rimaneva seduto a sporgere il collo fuori dal finestrino, osservando l’esterno con disagio.
Eunhong esitò e mise un piede fuori dall’auto.
Mentre si guardava intorno piegando il collo in ogni direzione, perse quasi l’equilibrio.
Jaeha gli afferrò saldamente la mano e lo tirò verso di sé.
Il suo corpo gli andò addosso, urtando contro il petto di Jaeha.
Tra il profumo fresco della colonia da doccia, i pesanti feromoni di Jaeha lo avvolsero.
Quella mano che lo teneva con dolcezza e il calore del suo corpo lo rassicurarono, ma allo stesso tempo gli colorarono il volto di rosso per l’imbarazzo.
«Grazie.»
Eunhong si sentì di nuovo come un bambino.
Jaeha, invece, sembrava il protagonista maschile appena uscito da un servizio fotografico, perfettamente a suo agio in quel luogo.
Il completo coordinato al suo lo rendeva di una bellezza quasi irreale.
E con quel castello antico sullo sfondo, sembrava ancora di più un nobile uscito da una vecchia fiaba.
Quando superarono l’alto portone ad arco sorvegliato dagli addetti alla sicurezza, il mondo attorno a loro si fece improvvisamente silenzioso.
Forse, proprio come aveva detto Jaeha, si trattava davvero di una festa in piccolo… una “piccola festa”.
Mentre salivano la scalinata di pietra diretta alla sala centrale, Jaeha avvicinò improvvisamente il viso alla sua nuca e gli sussurrò all’orecchio.
Nello stesso istante, un’ondata intensa di feromoni lo investì.
«Come sto? Oggi sono piuttosto bello, vero?»
Il piede che avrebbe dovuto posarsi sul gradino finì nel vuoto.
Eunhong agitò le gambe cercando l’appoggio, inciampò nel passo e vacillò.
Jaeha gli afferrò prontamente il braccio.
«…C-che vuoi dire con “come sto”?»
«Sono bello? È da prima che continui a fissarmi con l’aria assente.»
Il modo in cui gli sollevò la mano e ne baciò la punta delle dita aveva qualcosa di malizioso.
Sentì chiaramente il sorriso che si allargava sulle sue labbra attraverso quel bacio e si strinse nelle spalle.
In quello spazio dove il tempo sembrava essersi fermato, Jaeha sorrideva come un personaggio dipinto.
Se lui era davvero un nobile o un principe delle fiabe, allora Eunhong doveva essere al massimo una timida ranocchia.
Senza accorgersene, iniziò a balbettare.
Il viso gli si era scaldato, la lingua si era aggrovigliata e finì davvero per comportarsi come una ranocchia impacciata.
«…Sei b-bello. Davvero… davvero tanto.»
A quella risposta sincera, Jaeha spalancò gli occhi e poi li curvò a mezzaluna.
«Allora ha funzionato.»
«Cosa?»
«Il piccolo trucco che ho preparato oggi.»
La risposta successiva di Eunhong si dissolse nell’aria. Jaeha lo aveva attirato a sé e lo aveva baciato.
Nascondendosi nell’ombra scura accanto alla scalinata di pietra irregolare, i due intrecciarono il respiro.
I loro respiri affannosi, diventati rapidamente più intensi, vennero opportunamente coperti dalla musica soffusa che proveniva dalla sala centrale.
Non c’era nulla di cui preoccuparsi.
***
Come si addiceva a un enorme castello antico, la sala centrale aveva un soffitto altissimo.
L’interno, piuttosto austero e circondato da mura di pietra, era stato trasformato in qualcosa di spettacolare grazie ai sontuosi arazzi e ai lunghi drappi che scendevano dal soffitto.
O forse era merito delle candele.
Sembrava davvero di essere tornati indietro nel tempo.
Per essere una piccola festa, nella sala si stava perfino tenendo uno spettacolo per gli ospiti.
I musicisti in frac continuavano a suonare melodie delicate come se gli invitati fossero invisibili e loro stessi facessero parte dell’arredamento.
In uno spazio leggermente ribassato, raggiungibile scendendo pochi gradini, era stata apparecchiata una lunga tavolata.
Le candele e le composizioni floreali che la ricoprivano quasi interamente, insieme al grande forno in mattoni poco distante, catturarono subito l’attenzione di Eunhong.
«Entriamo?»
Grattandosi un sopracciglio, Jaeha parlò con un certo imbarazzo.
Per Eunhong era la prima volta che incontrava conoscenti di Jaeha che non conosceva affatto, e il cuore gli batteva forte.
Il signor Greco, che aveva invitato Jaeha, era un commerciante.
A quanto gli aveva raccontato, si erano conosciuti agli inizi della sua attività imprenditoriale e, dato il suo interesse per la Corea, si erano incontrati spesso nel corso degli anni anche al di fuori degli affari.
Nemmeno gli altri presenti a cena erano molto diversi.
Le età variavano, ma tutti accolsero Eunhong con sorrisi educati.
«È passato molto tempo. Grazie per aver accettato un invito così improvviso.»
«Sono io che dovrei ringraziarla. Spero che mi perdonerà per aver pensato di venire fin qui soltanto per lavoro e poi ripartire.»
Un anziano signore con la barba uscì dalla sala da pranzo per accogliere Jaeha.
Bastava un’occhiata per capire che era il padrone di casa e l’organizzatore della festa.
Dopo aver salutato Eunhong, abbracciò Jaeha.
Anche se era ormai avanti con gli anni, restava pur sempre un alpha.
I feromoni che emanava con discrezione avevano comunque qualcosa di intimidatorio.
«Questo è il tuo partner?»
«Mh…»
Pur essendo in italiano, Eunhong capì che stavano parlando di lui.
I suoi occhi incontrarono quelli di Jaeha, che si era voltato verso di lui.
Jaeha arricciò il naso con un sorriso e rispose brevemente.
«Oh!»
Qualunque cosa avesse detto Jaeha, l’uomo lo guardò con occhi scintillanti per la sorpresa.
Con la naturale eleganza di chi era nato in quell’ambiente, guidò gentilmente Eunhong verso il tavolo.
***
L’atmosfera della cena era calda e piacevole.
Eunhong non comprendeva nemmeno un terzo delle conversazioni che si intrecciavano attorno a lui, ma il fatto che Jaeha gli sussurrasse continuamente all’orecchio una traduzione discreta era di per sé una gioia.
A essere sinceri, più del contenuto delle conversazioni, gli piacevano il soffio di fiato che gli sfiorava l’orecchio e quell’affetto ostentato senza pudore in un luogo pubblico.
Contrariamente alle preoccupazioni che aveva avuto quando era partito indossando abiti che non sentiva propri, Eunhong si integrò piuttosto bene.
Quando il banchetto raggiunse il suo momento migliore, si era già abituato abbastanza alla lingua da riuscire persino a rispondere a qualche breve battuta.
Per tutto il tempo Jaeha osservò Eunhong con uno sguardo profondo, guidando l’atmosfera della serata.
Quando il piatto principale fu terminato e anche i dessert ebbero compiuto il loro giro, l’euforia della festa iniziò lentamente a calmarsi.
Jaeha infilò tra le dita due grandi calici di vino, fece alzare Eunhong e si rivolse brevemente al signor Greco.
«Vorrei accompagnarlo a fare un giro del castello. Sarebbe possibile?»
«Naturalmente. Si goda il posto come se fosse casa sua.»
Così i due lasciarono la sala adiacente alla sala da pranzo e si inoltrarono in uno stretto corridoio.
Camminarono a lungo nell’oscurità, svoltarono due volte e poi iniziarono a salire una scala a chiocciola.
Su quei gradini stretti, dove passava a malapena una persona, Jaeha lo guidò tenendolo per mano.
Dopo aver continuato a salire in tondo per parecchio tempo, l’aria divenne sempre più fredda.
Seguendo una debole luce, lasciarono finalmente la scala oscura e si ritrovarono all’aperto.
Oltre le mura illuminate del castello si estendeva una vasta pianura nera.
«Wow….»
Era un panorama notturno davvero insolito.
Sull’oscurità che sembrava un mare nero galleggiavano qua e là luci gialle, come stelle smarrite.
In lontananza si distingueva la cupola rotonda di un tempio di cui non conosceva il nome.
Eunhong si lasciò sfuggire una sincera esclamazione di meraviglia mentre ammirava il paesaggio.
Quando sentì una mano posarsi sulle sue spalle, si voltò.
Jaeha lo stava osservando sorridendo.
Eunhong prese il calice di vino che lui gli porgeva e lo fece tintinnare leggermente contro il proprio.
Non sapeva se fosse il profumo del vino che gli sfiorava il naso o i feromoni di Jaeha trasportati dal vento.
In ogni caso, forse perché si sentiva particolarmente felice, il vino gli diede subito alla testa.
«Il motivo per cui si viene al castello dei Greco è questo. Anche se c’entra pure il vino che stai bevendo.»
Jaeha lanciò uno sguardo al calice di Eunhong, ormai completamente vuoto, e rise tra sé.
Poi gli porse perfino il proprio.
«Ogni volta che partecipavo a queste feste, il discorso finiva sempre sui matrimoni o sulle compatibilità dei tratti, quindi cercavo di evitarle. Non mi interessavano e non erano ambienti a cui sentivo di appartenere. Oggi, però, è stato diverso.»
«Jaeha, ma cosa avresti che non va…? Come fai a dire che non è il tuo posto? Lì dentro sei quello più affascinante di tutti.»
«Lo pensi davvero?»
Non lo stava dicendo perché Jaeha era il suo compagno.
Anche da un punto di vista oggettivo era un’assurdità.
Eunhong sollevò le sopracciglia.
«Certo. Nessuno lì dentro… arriva nemmeno a un quarto di te.»
«Mmh.»
Jaeha socchiuse gli occhi osservandolo dall’alto. Poi abbassò la testa e appoggiò la fronte sulla sua spalla.
«Tu sei la persona più bella che conosca. Hai un carattere un po’ testardo, ma tutti hanno qualche difetto… Sei gentile e intelligente. E poi sei anche sexy, forte e hai un bellissimo corpo….»
Le spalle di Jaeha tremarono e infine scoppiò a ridere. Sollevò la testa e, come se non riuscisse più a trattenersi, gli baciò la guancia.
«Sei il migliore.»
«…Mm.»
Dopo aver elencato tutte quelle cose preso dall’entusiasmo, Eunhong sentì il volto diventare bollente per l’imbarazzo.
Tenendo entrambi i calici in una sola mano, si passò l’altra sul viso.
Si appoggiò leggermente alle mura per lasciare che il vento lo rinfrescasse.
«Sinceramente, se uno come te andasse in giro a svalutarsi con quella faccia e quel fisico, gli altri come dovrebbero vivere? Stai attento a quello che dici. Ti prenderesti un sacco di insulti. Io ti ascolto solo perché sono io.»
Mentre borbottava, si accorse che Jaeha era diventato improvvisamente silenzioso e si voltò verso di lui.
La luce gialla dei riflettori che illuminavano le mura lo colorava d’oro.
Lo sguardo con cui lo osservava era così profondo che Eunhong smise di parlare e deglutì.
La tensione si accumulò dentro di lui.
Jaeha lo stava guardando come se vedesse una persona sconosciuta per la prima volta.
La mano che reggeva il calice sembrava inumidirsi di sudore e dovette stringere consapevolmente le dita.
I feromoni che si sprigionavano dal corpo di Jaeha si fecero sempre più intensi.
Il loro profumo, simile a una foresta all’alba, sembrò assumere una forma concreta e avvolgerlo.
Eunhong si girò leggermente per trovarsi faccia a faccia con lui.
Quando avvicinò il viso al suo petto, ebbe quasi l’impressione di soffocare in quel profumo.
«Prima… che cosa hai detto?»
«Prima?»
Jaeha fece finta di non capire, ma intuì immediatamente a cosa si riferisse.
Si avvicinò ancora di più a Eunhong, che aveva abbassato leggermente la testa per ascoltare.
Portò le labbra accanto al suo orecchio arrossato.
Quando il calore del suo respiro sfiorò quell’orecchio rimasto immobile, Eunhong rabbrividì.
«Tesoro.»
Forse era per quella parola pronunciata in una lingua straniera, ma Eunhong ebbe l’impressione di stare sfiorando il corpo di uno sconosciuto.
Le loro guance si toccarono.
La punta dritta del naso di Jaeha gli scivolò sul viso.
Quando il respiro profumato si avvicinò alle sue labbra, ebbe la sensazione di aver già capito il significato di quella parola senza bisogno di ulteriori spiegazioni.
Le labbra si sfiorarono appena.
Subito dopo, il peso del corpo di Jaeha si fece sentire con discrezione.
I denti di Eunhong, irrigiditi dalla tensione, graffiarono le labbra di Jaeha.
Lui non ci fece caso, lo baciò come se volesse divorarlo. Mordicchiò e succhiò la carne morbida delle sue labbra, poi catturò perfino la lingua umida di saliva.
Sembrava una persona desiderosa di portargli via ogni cosa: la saliva impregnata di feromoni, il calore del suo corpo, perfino il suo respiro profumato.
Eunhong ebbe la sensazione che il terreno sotto i piedi stesse crollando. Le spalle si incurvarono verso l’interno. Quando aprì gli occhi per un istante, vide le stelle riversarsi nel cielo notturno. Dovette impegnarsi enormemente per non lasciar cadere i calici.
Resistette e resistette ancora, ma quando finì per vacillare, Jaeha lo afferrò con forza e lo rimise in piedi.
La sua risata bassa e vibrante era così piacevole da far male al petto. La mano che si era infilata sotto la giacca aperta accarezzò la camicia aderente. Il contrasto tra il tessuto freddo e quel calore intenso fece tremare Eunhong. Accarezzandogli la vita, la mano salì sempre più in alto. Quando gli strinse il petto e iniziò a tormentare una zona particolarmente sensibile, Eunhong lasciò sfuggire un gemito tra le labbra ancora vicine.
«…Hng.»
«Guarda come sei diventato in un attimo. Sei negato per tutto il resto, ma queste cose le impari in fretta, lo sai?»
«Tu… perché proprio in momenti come questi parli così…?»
Eunhong si morse il labbro inferiore e abbassò la testa.
Quando Jaeha gli strinse con forza il petto e lo torse leggermente, una scossa gli attraversò il corpo.
I muscoli si contrassero involontariamente.
Il basso ventre si tese e i feromoni si accesero come una fiamma.
«È perché sei troppo sexy. È colpa tua.»
«Ah… ngh…!»
Come se avesse aspettato proprio quel respiro spezzato, Jaeha lo baciò di nuovo profondamente.
I feromoni che inducevano eccitazione gli invasero la bocca e sembrarono scorrere nelle vene sotto la pelle.
La mano di Jaeha diventò sempre più audace.
Quella che fino a poco prima gli accarezzava la schiena scese lentamente più in basso.
Quando lo afferrò con forza attraverso i vestiti, Eunhong ebbe l’impressione che avrebbe potuto superare ogni barriera da un momento all’altro.
E quando quella mano cercò un contatto ancora più profondo, gli risultò impossibile rimanere in piedi correttamente.
«Hng…»
Jaeha infilò una coscia tra le sue gambe.
Quando la parte inferiore del corpo sfregò contro quel muscolo solido, Eunhong si staccò dalle sue labbra quasi fuggendo e prese fiato.
Uno dei calici gli scivolò dalla mano ormai indebolita.
Cadde a terra e si frantumò con un fragore improvviso.
«Oh.»
«Ti sei fatto male?»
Jaeha gli prese subito la mano e controllò che nessuna scheggia lo avesse colpito.
Eunhong scosse la testa senza parlare.
Allora Jaeha lo racchiuse tra le proprie lunghe braccia.
Mentre oscillavano leggermente, i frammenti di vetro sotto le scarpe producevano un secco scricchiolio.
Jaeha lo strinse forte e gli accarezzò la schiena come per calmare un bambino.
«Torniamo in hotel?»
Alla domanda sussurrata tra una lieve risata e l’altra, Eunhong annuì con la mente annebbiata.
I feromoni di Jaeha riuscivano sempre a disarmarlo con estrema facilità.
«Mm.»
Affondò il viso nella sua spalla per non lasciarsi sfuggire alcun suono.
In quel momento avvertì una sensazione improvvisa di qualcosa che traboccava dentro di lui e, subito dopo, i feromoni si riversarono all’esterno.
Mentre cercava disperatamente di trattenere un grido, sentì la voce di Jaeha mormorare un’imprecazione a denti stretti vicino al suo orecchio.
***
Il giorno prima del rientro in Corea, dopo aver completato quasi tutti gli impegni, i due prepararono i bagagli per spostarsi in un’altra città.
Affidarono tutto il grosso del bagaglio ai segretari e salirono in macchina portando con sé soltanto una piccola valigia.
Questa volta viaggiavano da soli.
Anche alla guida c’era Jaeha.
Presero l’autostrada e si diressero verso sud.
Eunhong aveva già intuito quale fosse la loro destinazione finale, ma dato che Jaeha sembrava non voler affrontare l’argomento, si limitò a godersi il viaggio in silenzio.
Dopo circa quattro ore di guida, con un paio di soste lungo il tragitto, arrivarono in una piccola cittadina costiera del sud.
La cosa insolita era la presenza di un lussuoso centro medico privato che mal si adattava a quel tranquillo paesino rurale.
Era proprio lì che il padre di Jaeha soggiornava.
Le uniche persone che si vedevano per strada erano anziani che passeggiavano senza fretta, e il paese appariva incredibilmente pacifico.
Jaeha non si diresse subito all’ospedale.
Andò invece verso l’alloggio che aveva prenotato in anticipo.
Davanti a una piccola casa a due piani li stava aspettando il professor Choi.
Quando Eunhong scese dall’auto e lo salutò con un rispettoso cenno del capo, anche il professore lo accolse calorosamente.
Aveva un’aria piuttosto stanca, probabilmente per il lavoro svolto insieme al personale medico arrivato in anticipo.
Jaeha tirò fuori la valigia dal bagagliaio e disse a Eunhong: «Io andrò con il professor Choi a… vedere mio padre.»
«E io aspetterò qui?»
«…Sì.»
«Va bene. Aspetterò tranquillo.»
Jaeha arricciò il ponte del naso con un’espressione in difficoltà. «So che ti dispiace, ma… per me non ha davvero alcun significato come famiglia. Non voglio mostrartelo. Non sto cercando di escluderti…. Non sto prendendo le distanze da te, Eunhong.»
Aveva deciso appena il giorno prima che avrebbe aspettato con pazienza Jaeha, che continuava a nascondere i propri sentimenti più profondi mostrando solo ciò che desiderava far vedere.
Eppure il suo cuore continuava a ribellarsi.
Davvero, le persone non riescono mai a controllare i propri sentimenti come vorrebbero.
Eunhong si costrinse a sorridere.
«Va bene. Chi ha detto qualcosa? Farò un sonnellino. Oppure farò un giro per il paese.»
«Lascia perdere il mare. Voglio vederlo insieme a te.»
Eunhong sorrise e annuì lentamente. «Sto davvero bene. Non preoccuparti per me e vai.»
«Devo solo andare a controllare. Il personale medico è già arrivato e sta aspettando. Non ci vorrà molto. Mi limiterò a sbrigare alcune pratiche e a firmare qualche consenso. Farò tutto in fretta e tornerò.»
Eunhong chiuse la bocca e studiò la sua espressione.
Per quanto dicesse quelle cose, stava comunque andando a trovare il padre malato.
Per un attimo la delusione per il fatto che non gli aprisse completamente il proprio cuore svanì, lasciando posto alla preoccupazione.
I suoi occhi si fecero cupi. Stava per prendere la valigia e dirigersi verso l’alloggio quando Jaeha lo seguì e gli lasciò un bacio sulla tempia.
«Tornerò presto.»
Sentendo i feromoni che lo avvolgevano insieme a quel bacio, Eunhong sbatté lentamente le palpebre.
Forse Jaeha temeva persino che, in quel tranquillo paesino di campagna, potesse incontrare qualche alpha durante la mezza giornata in cui sarebbero stati separati.
«Va’ e torna presto.»
Lo salutò con un gesto della mano ed entrò nella casa.
Un assistente arrivato in anticipo per occuparsi del check-in lo riconobbe e si avvicinò.
Ricevere quel tipo di attenzioni continuava a sembrargli strano, ma gli esseri umani erano creature capaci di adattarsi, e stava iniziando ad accettarlo sempre più naturalmente.
Dopotutto, ora che trascorreva molto più tempo accanto a Jaeha rispetto al passato, era qualcosa a cui avrebbe dovuto abituarsi.
La piccola casa presa in affitto per una sola notte era una tipica abitazione rurale a due piani.
L’interno, decorato con tessuti di lino dai motivi esotici, emanava un’atmosfera calda e pastorale.
Tutte le procedure necessarie erano già state completate e non c’era nessun altro all’interno.
Eunhong prese un succo dal cestino lasciato sul tavolo della cucina e salì nella camera da letto al secondo piano.
«Haa….»
Aprì la bottiglia e la bevve tutta d’un fiato. Poi si lasciò cadere sul letto con un tonfo. Espulse lentamente il respiro che aveva trattenuto fino a quel momento. Provò un impulso quasi spaventoso: uscire immediatamente e seguire di nascosto Jaeha fino all’ospedale.
***
La dimensione del paesino era modesta rispetto al lusso che trasmetteva, ma l’ospedale in sé era estremamente semplice.
L’interno assomigliava più a un tranquillo monastero che a una struttura medica.
Perfino Jaeha, che di Lee Suhyeok sapeva ben poco al di là del fatto che fosse suo padre biologico, riuscì a capire facilmente perché avesse scelto quel posto.
Nel silenzioso e immacolato corridoio delle stanze, Jaeha si fermò all’improvviso.
Sulla porta davanti a lui era affisso un nome sconosciuto scritto in corsivo, ma il cognome che lo seguiva gli confermò senza alcun dubbio che si trattava di suo padre.
«Se per lei fosse troppo difficile incontrarlo, entrerò da solo. Direttore Lee, potrebbe andare dal direttore sanitario e occuparsi della documentazione.»
Il professor Choi posò la propria mano sopra quella di Jaeha, già stretta sulla maniglia.
Solo allora Jaeha si rese conto che stava tremando leggermente.
«…No. Se avessi davvero voluto evitarlo, non sarei arrivato fin qui.»
La stanza era tranquilla e serena. La luce che filtrava tra le persiane sembrava perfino calda. Nell’ampio spazio, l’unico suono era il lieve bip delle macchine che monitoravano i parametri vitali.
Se non fosse stato per i pesanti feromoni alpha che ancora aleggiavano nell’aria, Lee Suhyeok, ormai quasi privo perfino del rumore del respiro, sarebbe sembrato un cadavere.
La pelle che ricopriva il suo volto pallidissimo era secca e tirata in modo miserabile. Le orbite infossate erano avvolte da ombre nere. Le mani scheletriche posate sul lenzuolo apparivano così affilate che sembravano ancora capaci di stringergli il collo.
Eppure non era ridotto tanto male quanto Jaeha aveva immaginato.
Jaeha estrasse un fazzoletto e si coprì naso e bocca. I feromoni di suo padre biologico gli provocarono un conato di nausea.
Con il volto pallido, rimase fermo a due passi di distanza e osservò lentamente il proprio genitore.
«Le sue condizioni sono peggiorate molto dall’ultima volta che l’ho visto, l’estate scorsa.»
Il professor Choi, che era arrivato in anticipo e aveva già controllato il paziente, proseguì con una breve spiegazione.
Il corpo di un alpha dominante era resistente, ma solo finché attraversava il rut ricevendo regolarmente i feromoni di un omega. Disse che, nonostante tutto, aveva resistito a lungo. Aggiunse che probabilmente aveva sofferto per tutti quegli anni. E che era una fortuna che Jaeha fosse arrivato quando gli restavano ancora abbastanza forze da sopportare il volo di ritorno verso la Corea.
Jaeha si sentì sopraffatto dall’amarezza.
Sua madre.
Le madri delle sue sorelle.
Per una persona che aveva distrutto la vita di due donne, la vecchiaia appariva fin troppo tranquilla.
«Ha vissuto come desiderava, ottenendo tutto ciò che voleva, e se ne andrà serenamente. Persino alla fine ha realizzato ciò che desiderava….»
Che cosa si era aspettato? Di trovarlo attaccato a decine di tubi e macchine, sofferente? Se almeno stesse sanguinando copiosamente, avrebbe avuto la sensazione che stesse espiando le proprie colpe.
«Che genoma davvero egoista… gli alpha.»
Jaeha vacillò e fece un passo indietro.
Aveva sempre vissuto tormentato dall’idea di aver sottratto la vita a sua madre.
Se almeno suo padre avesse sanguinato e sofferto per espiare, forse il peso che gravava su di lui sarebbe stato un po’ più leggero.
Se non fosse mai nato.
Se non fosse mai stato concepito.
Forse la vita di Han Nari si sarebbe conclusa in modo diverso.
Mentre il professor Choi controllava i parametri di base, Lee Suhyeok non aprì nemmeno gli occhi. Anche quando un grosso ago penetrò la sua pelle rinsecchita, non reagì minimamente.
Seduto a osservare tutto quel processo, Jaeha sentì una stanchezza schiacciante. Si passò le mani sul volto e premette forte sugli occhi ormai indolenziti.
«Beva almeno questo.»
Il professor Choi si avvicinò e gli porse una bottiglia d’acqua fredda.
Quando sollevò la testa, Jaeha si accorse che la stanza si era ormai riempita di personale medico. Accettò la bottiglia con una mano priva di forza e si alzò.
Quando uscì nel corridoio, la vista si oscurò all’improvviso. Un capogiro gli fece perdere l’equilibrio. Forse era il contraccolpo di quella settimana estenuante, affrontata a ritmi forzati nonostante la pressione mentale.
Jaeha dovette fermarsi appoggiandosi alla ringhiera delle scale e riprendere fiato per un po’.
«Che ne dice di sdraiarsi e riposare un momento? La stanza accanto è libera.»
Uno dei medici che lo aveva seguito indicò Jaeha mentre parlava al professor Choi.
Aveva il viso così pallido da sembrare di cera.
Jaeha rifiutò ogni offerta di aiuto e completò tutta la documentazione senza fermarsi.
Non voleva trascorrere un solo istante in più in quel luogo.
Riposo? Separato soltanto da una parete dalla stanza dove giaceva suo padre? Sentì persino sfuggirgli una risata. Avrebbe potuto morire soffocato.
«Adesso è tutto finito, vero?»
Pur conoscendo già la risposta, Jaeha volle sentirla confermare.
«Sì. Il trasferimento del paziente procederà secondo quanto abbiamo preparato. Il jet privato sta attendendo all’aeroporto e il segretario Kim…»
«Basta. Non voglio saperlo. Il mio ruolo è terminato. Separiamoci qui.»
Poiché la spiegazione si stava facendo troppo lunga, Jaeha agitò la mano con aria infastidita.
Lasciandosi alle spalle il professor Choi, il personale medico e suo padre, uscì dall’ospedale.
L’edificio non era neppure grande, eppure ogni passo sembrava pesargli enormemente.
Era come se qualcosa alle sue spalle stesse trattenendo la sua ombra.
Guardare i quadri di sua madre e trovarsi davanti al suo inferno, poi occuparsi di suo padre… Era stato davvero un programma infernale.
L’egoismo di suo nonno, quell’ambizione incomprensibile che continuava a nutrire nei suoi confronti, lo disgustava.
Eppure aveva accettato tutto senza opporsi.
Solo per il senso di debito che provava verso la donna che lo aveva messo al mondo.
Sperò sinceramente che quella fosse l’ultima volta.
Quando spinse il pesante portone principale, l’aria fredda gli sfiorò le guance.
Con l’intenzione di raggiungere a piedi l’alloggio dove si trovava Eunhong, lasciò lentamente il parcheggio.
Sperò che il vento portasse via i feromoni del padre rimasti addosso a lui.
E che spazzasse via anche i pensieri che continuavano a tormentarlo.
Così sarebbe tornato a essere il solito sé stesso.
E avrebbe potuto presentarsi davanti a Eunhong con il volto migliore.
Mentre scendeva lungo il basso pendio, quei pensieri finirono per schiarirgli la mente.
Il tempo era magnifico. Il mare, così vicino, brillava tanto da costringerlo quasi a socchiudere gli occhi.
Jaeha estrasse il telefono quasi d’istinto.
Nel momento in cui sentì partire il segnale della chiamata, una melodia risuonò poco distante.
Alzò la testa.
Eunhong, che era accovacciato sopra una bassa pietra sul ciglio della strada, sobbalzò e si alzò di scatto, rischiando subito di perdere l’equilibrio.
«Eh? Hai già finito?»
Sembrava sinceramente sorpreso di trovarsi Jaeha davanti.
Quando lui lo sostenne, Eunhong sussultò e le sue guance si tinsero immediatamente di rosso.
«Ah, io non sono venuto qui per seguirti…, è che mi hanno detto che da questa parte c’era una gelateria…»
Disse che era stato un anziano incontrato lungo la strada a indicargliela.
Quando Eunhong si voltò, si vedeva chiaramente che era arrossito dalle orecchie fino alla nuca.
Jaeha si tolse la sciarpa che portava e la avvolse attorno al collo scoperto di Eunhong.
«Dietro l’ospedale c’è una scogliera.»
«D-davvero? Forse quel nonno si è sbagliato. O magari sono stato io a capire male.»
Jaeha parlò con tono scherzoso.
Capì tutto in un istante.
Capì perché fosse arrivato fin lì.
E perché fosse rimasto nascosto ad aspettarlo senza avere il coraggio di entrare.
«Grazie per essere venuto a prendermi.»
Guardando quei suoi occhi agitati e indecisi, Jaeha sorrise apertamente.
Sembrava che i polmoni, fino a poco prima oppressi, riuscissero finalmente a respirare. Il petto si espanse. Tirò leggermente la sciarpa attorno al collo di Eunhong e, come faceva sempre, gli posò un bacio sulla fronte rotonda.
I capelli di Eunhong, l’odore della sua pelle, I limpidi occhi castani che lo guardavano dal basso… Tutto era lì.
Una soffocante sensazione di soddisfazione e affetto.
E, allo stesso tempo, inquietudine.
Quei feromoni adorabili che reagivano fedelmente a lui.
Quella persona che rispondeva ogni volta che sorrideva, ogni volta che la toccava, ogni volta che il loro calore si sfiorava.
Gli donava appagamento e ansia nello stesso momento.
Jaeha arricciò il naso.
Come sempre, gli occhi puri di Eunhong che lo osservavano erano limpidi e sinceri.
Innocenti oltre ogni misura.
***
«Bisognerebbe venire qui quando fa caldo.»
Jaeha mormorò mentre avvolgeva il collo di Eunhong con un braccio.
Il paesino era formato da una fila serrata di edifici identici, con muri color albicocca e tetti arancioni.
Se non fosse stato per il loro aspetto curato, si sarebbe potuto credere che fossero abbandonati.
Durante il tragitto dall’alloggio all’ospedale, infatti, Eunhong aveva incontrato soltanto un anziano e un cane.
I due scelsero di seguire il sentiero che correva lungo la scogliera affacciata sul mare. Era una strada più lunga, ma sarebbe stato un peccato rientrare subito all’alloggio.
Pur essendo inverno, il sole era caldo e il clima piacevole. Il mare aperto era limpido e bellissimo. Questo contribuì non poco alla loro voglia di passeggiare.
Camminarono a lungo lungo il sentiero costiero che seguiva le curve della scogliera.
Quando incontravano una stretta scalinata, passavano uno dopo l’altro.
Quando trovavano un piccolo arco, si chinavano insieme per attraversarlo.
Sebbene fosse un paesino minuscolo, qualche turista doveva pur arrivarci.
Sui muri bianchi erano sparse scritte e graffiti in lingue provenienti da tutto il mondo.
Dopo aver camminato in silenzio per parecchio tempo, Jaeha fissò il mare in lontananza e disse come se stesse parlando tra sé e sé: «Il professor Choi tornerà in Corea con mio padre sul jet privato. Anche gli assistenti… e il segretario Kim sono già partiti. Tu e io resteremo qui da soli per una notte e rientreremo domani.»
Eunhong lo guardò perplesso. «Davvero? Non sarebbe meglio partire insieme a tuo padre? A me andrebbe bene. Potevi chiedermelo prima. Anche adesso….»
«…Io non voglio.»
Eun-hong sobbalzò, chiedendosi se avesse fatto quella scelta per paura che lui si sentisse a disagio, ma Jaeha invece aveva un’espressione di disgusto.
«Anche se fosse stato cosciente, a mio padre sarebbero serviti dei medici… non io. E adesso che è incosciente, ancora di più.»
I capelli gli ricaddero disordinatamente sulla fronte corrugata.
Eunhong alzò una mano e glieli sistemò all’indietro.
Jaeha forzò gli angoli delle labbra in un sorriso.
«Anche il fatto che mi abbiano mandato qui è soltanto l’egoismo di mio nonno. Io… lo detesto.»
Alla sua voce bassa e pesante, il cuore di Eunhong si fece oppresso.
Anche lui non aveva mai trascorso molto tempo con suo padre, quindi il loro rapporto era stato distante, ma ciò che provava Jaeha era diverso.
Quando gli avevano comunicato che a suo padre non restava molto da vivere, lui non aveva provato un dolore profondo, ma almeno aveva sentito una certa tenerezza.
Quell’oscurità che fino a quel momento aveva soltanto intuito nei suoi sguardi fugaci, ora che la vedeva da vicino gli faceva perfino male.
Dopo la manifestazione, gli sembrava persino di percepire le emozioni di Jaeha attraverso i suoi feromoni, e per questo il dolore era ancora più intenso.
Era una distanza dai propri genitori che per lui era difficile persino immaginare.
Non sapendo che parole usare per consolarlo, Eunhong si limitò a mordicchiarsi il labbro.
Proprio mentre iniziava a sentirsi in colpa per aver continuato a fare domande e a sentirsi ferito, Jaeha lo attirò a sé e lo strinse forte.
Gli affondò il volto nel collo e lo abbracciò con tale forza da farlo quasi piegare all’indietro.
Eunhong afferrò goffamente le sue spalle e, per abitudine, si guardò attorno. Era ancora pieno giorno.
«Che cosa ti guardi intorno? Dovresti essere tu a guarirmi. Subito.»
«Che…? E come dovrei fare, esattamente?»
Eunhong, che aveva spalancato gli occhi, scoppiò a ridere sentendo quella parola, “guarirmi“.
Vedere Jaeha affidarsi emotivamente a lui gli dava la sensazione di essere diventato una persona necessaria per lui, di essergli davvero d’aiuto.
E questo fece nascere una piccola gioia nel suo petto.
«Per fortuna ci sei tu. Tra noi non serve nient’altro. Non preoccuparti di mio padre. Ormai è una persona che non vedrò mai più.»
Sciolse l’abbraccio e gli mostrò un sorriso perfetto, come dipinto.
Come se fosse stato davvero guarito, quell’espressione sofferente che per un attimo aveva attraversato il suo volto scomparve senza lasciare traccia, tornando alla consueta espressione che Eunhong conosceva bene.
La mano con cui lo tirò a sé era ferma e decisa.
Non riusciva però ad essere completamente d’accordo con quel «Non preoccuparti».
Il cuore di Eunhong era pieno di pensieri complicati e di dubbi difficili da risolvere, ma per il momento non aveva altra scelta che riporli con cura in un angolo.
Così si limitò ad annuire.

