BEYOND THE MEMORIES – CAPITOLO 4.1 (M)

Raison d’être

Nel silenzio dell’auto si sentiva il ticchettio della pioggia. Era la pioggerellina che batteva contro il finestrino. Tenevo entrambe le mani composte sulle cosce e fissavo distrattamente il paesaggio piovoso.

La strada tranquilla era deserta, senza neanche un’auto di passaggio. Era tardi e, in più, pioveva. I fari delle automobili si allungavano in scie luminose, mentre i raggi di luce si frammentavano in piccoli bagliori tra le gocce di pioggia che cadevano.

Ah, è davvero strano.

Con quel pensiero, lanciai un’occhiata a Kwon Ido. Di rado capitava di vederlo seduto al posto di guida; in quel momento, invece, fissava la strada davanti a sé senza dire una parola. Sulla mano che stringeva leggermente il volante spiccavano alcune vene.

«…Le piace stare sotto la pioggia?»

I momenti trascorsi poco prima insieme a lui riaffiorarono lentamente nella mia mente. Il respiro che si era intrecciato al mio con lentezza, i feromoni di Kwon Ido che mi aleggiavano intorno alla punta del naso, persino le sue labbra morbide che si erano avvicinate a me sotto l’ombra inclinata dell’ombrello.

Chissà da quanto tempo mi stava aspettando. Le sue labbra erano leggermente fredde. O forse era semplicemente una persona dalla temperatura corporea bassa fin dall’origine. Lo stesso valeva per la mano che, poco dopo, mi aveva accarezzato il viso.

Mi aveva sfiorato la guancia lentamente, molto lentamente. Con l’indice aveva persino seguito con cautela il contorno del mio orecchio, come se stesse toccando qualcosa che avrebbe potuto rompersi. La sua mano, abbastanza grande da coprirmi tutto il viso, era scesa delicatamente fino ad accarezzarmi la nuca.

Era una mano decisamente fredda, eppure ogni volta che mi toccava mi sembrava di bruciare. La sensazione era così vertiginosa da farmi ritrarre il collo; così, mi ero aggrappato alla mano di Kwon Ido come se fosse una corda lanciata a qualcuno che stava per annegare. Lui aveva staccato lentamente le labbra dalle mie, proprio come quando si era avvicinato per mordicchiarmi delicatamente il labbro inferiore.

«Torniamo a casa.»

Non capivo perché quelle parole mi avessero fatto provare tanta vergogna. Forse perché, dopo un semplice bacio, il mio corpo aveva desiderato Kwon Ido. Oppure perché mi era rimasto addosso un senso di insoddisfazione per quel gesto in cui non avevamo nemmeno intrecciato le lingue.

In ogni caso, avevo seguito Kwon Ido fino alla sua auto. Non c’era nessuno all’interno e lui era salito al posto di guida come se fosse la cosa più naturale del mondo. Quando gli avevo chiesto se fosse venuto addirittura guidando da solo, aveva lasciato sfuggire una breve risata prima di rispondere: «A volte è più comodo non avere un autista.»

Soltanto dopo essermi seduto al posto del passeggero avevo capito che cosa intendesse. Nel momento in cui la portiera si era chiusa e i rumori esterni erano rimasti fuori, avevo cominciato a essere consapevole della presenza di Kwon Ido in modo sorprendente.

Sia chiaro: non era stato il nostro primo bacio. Quando mi era arrivato il ciclo di calore, ci eravamo baciati intrecciando le lingue in maniera molto più intensa. Era stato un gesto impaziente, come bere per placare una gola arida, e tanto esasperante da farmi perdere quasi i sensi.

E allora perché quel bacio così semplice mi metteva più in agitazione di quello di allora?

Dal momento in cui l’auto era partita fino a quando ci eravamo immessi sulla strada deserta, l’atmosfera era stata indescrivibilmente imbarazzante. I feromoni di Kwon Ido riempivano l’abitacolo al punto che riuscivo a percepire la sua presenza persino mentre guardavo fuori dal finestrino.

Già, per fortuna non c’è l’autista. Se ci fosse stato, avrei dovuto preoccuparmi non soltanto di Kwon Ido, ma anche del suo innocente autista.

«…È un po’ tardi per dirlo, ma grazie per il vino. Grazie a lei, ho mangiato bene.»

Per cercare di sciogliere la tensione, trovai faticosamente qualcosa di cui parlare. Non era un argomento sbagliato, ma Kwon Ido non sembrava particolarmente intenzionato a collaborare.

«Non mi sembrava che sapesse di vino.»

Ci volle un momento per capire quelle parole. Quando finalmente mi voltai verso di lui con un’espressione incredula, sollevò gli angoli della bocca con aria divertita.

«Scherzavo.»

Lo pensavo spesso: più lo conoscevo, più scoprivo che era diverso da come me lo ero immaginato. Non aveva affatto l’aspetto di una persona capace di fare battute così impertinenti.

«L’importante è che le sia piaciuto. Può bere tutto quello che trova in casa, quindi scelga pure secondo i suoi gusti. Se preferisce i superalcolici, ce ne sono anche nella vetrinetta.»

«Sì, be’…»

Non ero un grande amante dell’alcol. Non avevo mai bevuto abbastanza da ubriacarmi e, a parte qualche bevanda leggera durante i pasti, non bevevo praticamente mai. Non c’era una ragione particolare: semplicemente, non mi piaceva la sensazione di perdere me stesso quando cominciavo a sentire gli effetti dell’alcol.

«Ha parlato con la sua famiglia?»

Alla domanda di Kwon Ido, le dita mi tremarono impercettibilmente. Tenendo lo sguardo fisso fuori dal finestrino, aprii bocca fingendo indifferenza.

«Sì, grazie a lei.»

Grazie a lui, un bel niente. Non ero riuscito a resistere nemmeno per quel poco tempo e me n’ero scappato immediatamente.

«Portami soltanto un documento.»

Le parole di mio padre mi erano rimaste attaccate nel profondo della coscienza, come un incantesimo. «Quell’uomo ti abbandonerà, quindi devi ascoltare me». Quella frase era come fango impossibile da lavare via. Le sue parole, appiccicate addosso una dopo l’altra, cominciavano a restituirmi il senso della realtà che Kwon Ido mi aveva fatto dimenticare.

«A proposito, perché non è rimasto a dormire?»

Kwon Ido continuava a non collaborare alla conversazione. Non era certo una persona così poco perspicace. Eppure tirava fuori proprio gli argomenti di cui non volevo parlare. E, quando non risposi, aggiunse persino un’altra osservazione.

«Eppure, alla fine, è andato in quel minuscolo monolocale.»

«…Quella casa non è poi così piccola.»

«A me sembrava piccola.»

Lo disse con assoluta convinzione. Non aveva nemmeno visto l’interno, eppure parlava con una sicurezza davvero notevole. Picchiettando leggermente le dita sul volante, continuò a bassa voce: «Di certo non era un posto adatto per scappare.»

Non avevo proprio nulla da obiettare sull’uso della parola “scappare”. Era vero, ero fuggito; poi, per caso, mi ero imbattuto in Kwon Ido. Almeno, secondo la sua versione, si era trattato di una coincidenza assoluta.

«Se si bagna sotto la pioggia lì, le verrà il raffreddore.»

Il tono era brusco, ma dietro quelle parole si nascondeva chiaramente la preoccupazione. Mi appoggiai allo schienale e risposi con calma: «Non avevo intenzione di bagnarmi.»

Davvero, non avevo intenzione di prendere la pioggia. Avevo lasciato cadere l’ombrello d’impulso, ma anche in quel caso Kwon Ido non mi aveva forse riparato personalmente dalla pioggia? Se non ci fosse stato lui, sarei rientrato tranquillamente in casa, avrei trascorso lì la notte e poi mi sarei rimesso in sesto.

Naturalmente, c’era un solo motivo per cui non potevo permettermi di bagnarmi.

«Questi vestiti me li ha dati lei, Kwon Ido. Non posso rovinarli, no?»

Mi guardò in silenzio, poi assunse un’espressione leggermente smarrita. I nostri sguardi si erano incrociati proprio in quel momento, perciò vidi chiaramente i suoi occhi vacillare. Poco dopo tornò a guardare davanti a sé e mormorò con una voce appena udibile: «…Meno male.»

Non capivo se fosse sollevato perché non mi ero bagnato oppure perché non avevo rovinato i vestiti. Mi venivano in mente due possibili ragioni, ma, per qualche motivo, sentivo che non si trattava di nessuna delle due. Era qualcosa di insignificante, eppure Kwon Ido, visto da vicino, aveva un’espressione fin troppo sentimentale.

«Devo fare un salto negli Stati Uniti.»

Alle sue parole improvvise, sbattei distrattamente le palpebre. La luce di un lampione gli illuminò di sbieco il naso alto e ben definito. Appoggiò il polso sul volante e mosse lentamente le labbra.

«C’è l’assemblea degli azionisti di Citigroup.»

Come può una persona avere un aspetto del genere? Lo vedevo quasi ogni giorno, eppure in momenti come quello non riuscivo ad abituarmici.

«…Per quanti giorni resterà lì?»

Citigroup era la società in cui Kwon Ido ricopriva il ruolo di amministratore esterno. Probabilmente si trattava di una partecipazione di routine, ma, considerando la distanza, il viaggio avrebbe richiesto un po’ di tempo.

«Parto domani e…» Kwon Ido lasciò la frase in sospeso, muovendo appena le sopracciglia. Poi, come se gli fosse venuto in mente qualcosa, socchiuse leggermente gli occhi. «Circa una settimana.»

Una settimana. A partire dal giorno successivo, avrei dovuto trascorrere da solo in quella casa enorme fino a una settimana dopo. Più precisamente, sarei stato con il personale di servizio.

«Le porterò un regalo al ritorno.»

Lo disse con leggerezza, girando dolcemente il volante. Nel frattempo, eravamo già arrivati a casa di Kwon Ido.

«Che cosa vuole?»

Potrei chiedergli quel documento? Se tanto dovevo riceverlo, sarebbe stato meglio ottenerlo direttamente da Kwon Ido.

«…Niente.»

Ma era soltanto un’idea irrealizzabile. Parlare delle condizioni del fidanzamento, raccontargli la conversazione avuta con mio padre e poi chiedergli che cosa ne pensasse… Tra me e Kwon Ido mancavano ancora troppe cose perché potessi farlo.

«Allora ci pensi durante la settimana. Se, anche dopo, non vorrà niente, mi verrà di nuovo voglia di darle le chiavi dell’auto.»

«…Mi sta minacciando?»

«Può darsi.»

Le chiavi dell’auto erano ancora nella mia stanza. Erano rimaste sul tavolo senza che le avessi usate nemmeno una volta.

«Sto davvero… bene così.»

Kwon Ido mi aveva detto di accettare tutto ciò che mi offriva, ma, se avessi preso ogni cosa, temevo che sarei scoppiato. Avevo la netta sensazione che, secondo i suoi criteri, tre auto fossero soltanto un regalo da poco e che, prima o poi, sarebbero diventate tre case.

«Mi sta già dando tutto ciò di cui ho bisogno.»

Nel frattempo, Kwon Ido era entrato nel garage e aveva parcheggiato con abilità. Non reagì in alcun modo mentre cambiava marcia e spegneva il motore. Mi chiesi se, questa volta, si fosse davvero offeso. Fu soltanto quando cominciai a pensarci che aprì finalmente bocca, a bassa voce.

«Lo so che non ha bisogno di niente.»

La sua voce, carica di feromoni, non sembrava tanto arrabbiata quanto monotona. Dopo aver iniziato a parlare con tono distaccato, si slacciò la cintura di sicurezza e allungò una mano verso di me.

«So che è una persona senza grandi desideri, Jeong Sejin-ssi. E so anche che è capace di ottenere da solo tutto ciò che vuole, senza bisogno che sia io a darle queste cose.»

Con la mano sinistra, Kwon Ido mi slacciò la cintura di sicurezza. La cintura si riavvolse lentamente e lui inclinò sempre più il busto verso di me, seguendone il movimento. Quando tra noi rimase appena lo spazio di una spanna, mormorò con voce bassa: «È soltanto un mio desiderio egoistico.»

«…Un desiderio?»

«Vorrei che, almeno durante la settimana che impiegherà a scegliere qualcosa, lei pensasse a me.»

Era così vicino che persino respirare era diventato qualcosa di cui ero consapevole. Mi sembrava che il mio respiro, tremante a intervalli irregolari, potesse raggiungerlo. I suoi occhi abbassati, a una spanna di distanza, si sollevarono lentamente fino a incontrare i miei.

«E vorrei che fosse consapevole della mia esistenza anche mentre usa quell’oggetto.»

La mano che aveva lasciato la cintura mi sfiorò accanto all’orecchio. Si mosse lungo la linea della mandibola, senza arrivare davvero a toccarla, e si fermò alla nuca, dove avevo la cravatta. Seguendo il nodo come se ne stesse controllando la forma, mi sistemò con cura il colletto della camicia.

«Per esempio, come oggi, quando non hà potuto prendere la pioggia perché indossava i vestiti che le ho regalato.»

«Questo…»

«È proprio questo genere di piccoli cambiamenti che desidero.»

Le ultime parole furono così flebili da risultare quasi impercettibili. La sua voce era simile a un respiro, come se potesse svanire al minimo soffio di vento. Quando avvertii un solletico vicino all’orecchio e le palpebre mi tremarono leggermente, lui sussurrò con dolcezza: «Sto per baciarla… perché non chiude gli occhi?»

Come se avesse pronunciato un incantesimo, abbassai le palpebre non appena lo sentii. Le sue labbra si posarono delicatamente sulle mie, leggere come una piuma che si adagia. Kwon Ido rimase così per un momento, poi mi avvolse dolcemente il mento con una mano e inclinò la testa di lato.

Prima erano fredde perché era rimasto sotto la pioggia. Ora, invece, erano così calde e accoglienti.

La sua lingua morbida si insinuò con cautela tra le mie labbra. Si fermò tra i denti, come se stesse chiedendo il permesso, e, quando non opposi resistenza, avanzò un poco più in profondità. La sensazione della sua lingua che si faceva strada nella mia bocca era così nitida da provocarmi un brivido lungo la schiena.

Mi sembrava che la testa mi si stesse sciogliendo. I feromoni che mi arrivavano insieme alla saliva allentarono la tensione di tutto il mio corpo. La lingua di Kwon Ido si avvolse attorno alla mia, mentre la mano destra, che prima stringeva il sedile, risalì fino alla nuca.

La sensazione delle sue dita lunghe che mi scompigliavano i capelli era sempre incredibilmente sensuale, per quanto potessi averla già provata. La nuca, il collo, la zona dietro le orecchie e persino i padiglioni auricolari: le sue mani delicate accarezzavano, una dopo l’altra, tutte le parti che riuscivano a raggiungere. Senza interrompere il bacio, cambiò l’inclinazione della testa e con l’altra mano seguì il contorno dei miei occhi.

Sembrava un gesto compiuto per assicurarsi della mia esistenza. Come se volesse ricordare ogni cosa che entrava in contatto con lui, Kwon Ido concentrava tutta la sua attenzione su di me, in ogni singolo istante. Lo capivo dai feromoni che si diffondevano in ondate e dal suo respiro che, di tanto in tanto, tremava leggermente.

Le mie palpebre fremettero appena mentre gli afferravo il polso. Se non avessi fatto almeno quello, temevo che sarei precipitato chissà dove, sopraffatto dal senso di appagamento che mi stava dando. Invece di allontanarmi, Kwon Ido intensificò ancora di più il contatto tra le nostre labbra.

Non avrei mai immaginato di poter provare una soddisfazione simile con un semplice bacio. Se avessi saputo che sarebbe stato così, gli avrei teso la mano molto prima.

Una sensazione di gioia si riversò dentro di me, salendo dalle profondità del ventre come un’onda impetuosa. Ogni volta che lui sfiorava la mia lingua, mi sembrava che i peli sulla nuca si rizzassero tutti insieme.

Soltanto dopo avermi baciato a lungo, Kwon Ido si staccò dalle mie labbra, indugiando con le dita sulla mia nuca. Quando sollevai lentamente gli occhi, vidi il suo sguardo acceso dal calore. Nelle iridi scure ondeggiava un’espressione colma di desiderio.

«Jeong Sejin-ssi.»

La sua voce era più bassa del solito. Eppure restava limpida e, come sempre, elegante.

«Sono una persona capace di darle molte più cose di quante lei possa immaginare, Jeong Sejin-ssi.»

I suoi feromoni, di solito pesanti come il legno bagnato, in quel momento erano luminosi, come fiori appena sbocciati. Erano dolci al punto da farmi girare la testa, come un profumo capace di attirare gli insetti.

«Tanto non ha nulla da perdere. Non sarebbe meglio chiedere qualcosa, qualsiasi cosa?»

«…Non desidero niente.»

Avevo cercato di parlare con la massima sincerità, ma avevo la sensazione che si fosse accorto della mia esitazione. Kwon Ido mi fissò a lungo, poi sorrise con aria disinvolta, piegando gli occhi.

«Be’… allora me lo dirà tra una settimana.»

Dopo aver risposto così, si raddrizzò immediatamente. Prese qualcosa dal sedile posteriore e mi porse la borsa che teneva in mano.

«Tenga. È il profumo di cui le avevo parlato.»

Sulla borsa, decorata con un nastro bianco, era stampato il nome del marchio di cosmetici di cui avevamo discusso. Guardando appena al suo interno, vidi una scatola altrettanto candida. Fino a quel momento, i feromoni di Kwon Ido avevano coperto ogni altro odore, ma dalla borsa proveniva una piacevole fragranza residua.

«Grazie. Lo userò con cura.»

Per quanto riguardava i profumi, avevo provato soltanto quelli che il segretario Kim mi portava di tanto in tanto. Perlopiù erano prodotti che imitavano maldestramente i feromoni, e il loro unico scopo era farmi sembrare un omega. Anche se, probabilmente, non avevano mai avuto alcun effetto.

«Ogni volta che lo userò, mi verrà in mente lei, Kwon Ido.»

Alle mie parole spontanee, Kwon Ido si fermò per un istante. Lasciò uscire un respiro leggero e sbatté lentamente le palpebre. Poi si lasciò sfuggire una breve risata e mormorò, quasi parlando tra sé: «Lo fa apposta oppure…»

Aveva un’espressione felice. Il suo sorriso era così tenue e piacevole che persino io, guardandolo, finii per sentirmi di buon umore.

«Entriamo. Sarà stanco.»

Non aprii il profumo per guardarlo meglio. Avevo intenzione di farlo una volta tornato in camera, così scesi dall’auto seguendo Kwon Ido. In realtà, per ricordarmi di lui sarebbe stato molto più utile il suo profumo feromonale che non quello contenuto nel flacone. Ma decisi di non dirlo ad alta voce.

***

Il profumo che Kwon Ido mi aveva regalato era contenuto in un flacone color verde foglia, trasparente, decorato con piccoli petali di stoffa e cristalli. Il tappo aveva la forma di una sfera rotonda, mentre il nastro che avvolgeva il collo della bottiglia sembrava un’ala semitrasparente. Come ci si poteva aspettare da un prodotto ispirato al mughetto, il design era di una delicatezza e di una purezza straordinarie.

All’inizio la fragranza era fresca e vivace, ma con il passare del tempo si trasformava gradualmente in un profumo floreale più delicato, quasi diluito dall’acqua. La nota persistente, leggera e per nulla invadente, mi ricordava il gelsomino e le rose del prodotto da bagno che avevo usato qualche tempo prima.

Dopo aver assaporato a lungo quella fragranza, ci pensai per un po’ e infine travasai una piccola quantità di profumo nel flaconcino vuoto incluso nella confezione.

La mattina seguente, mentre Kwon Ido si preparava a uscire di casa, gli dissi: «Mi dà un momento la mano?»

«La mano?»

Anche quel giorno Kwon Ido era vestito in modo impeccabile. Indossava un completo senza alcuna fantasia e un gilet con due bottoni. La cravatta aveva una leggera sfumatura grigia e, guardando attentamente, si poteva intravedere il logo del marchio, minuscolo.

«Perché all’improvviso vuole la mia mano…?»

Aveva un’espressione perplessa, ma me la porse senza fare obiezioni. La mano, aperta con il palmo rivolto verso l’alto, era più grande della mia di circa una falange. Gliela presi con delicatezza e lui rimase immobile a osservare quello che facevo.

«…Mi sta mettendo il profumo?»

«Sì, quello che mi ha regalato ieri.»

Non sul polso, ma sulla parte superiore del dorso della mano. Spruzzai lì il profumo, poi gli porsi l’altra mano, ancora libera. Mi dispiaceva quasi descriverlo in quel modo, ma lui mi porse anche l’altra mano, proprio come un cane ben addestrato. Accostai delicatamente i dorsi delle nostre mani e incurvai appena gli angoli della bocca in un sorriso.

«Ho sentito dire che, per chi lavora in ufficio, il profumo dura più a lungo se viene spruzzato sul dorso della mano anziché sul polso.»

Kwon Ido mi fissò intensamente, come se mi stesse chiedendo: E quindi?

Gli misi in mano il flaconcino che avevo riempito e sollevai il viso per incontrare il suo sguardo.

«Adesso penserà a me finché questa fragranza non sarà svanita.»

Non era un gesto particolarmente romantico. Volevo soltanto creare anche per lui qualcosa che gli restasse impresso nella memoria, proprio come aveva fatto Kwon Ido con me. Io avrei aspettato il suo ritorno in quella casa così grande, e desideravo che anche lui si ricordasse di me.

Lui, però, rimase subito interdetto e sbatté lentamente le palpebre. Abbassò lo sguardo e, fissando il flacone di profumo che teneva in mano, schiuse appena le labbra.

«Questo… è un bel problema.»

Un problema? Non riuscii a chiedergli che cosa intendesse. La sua risposta, pronunciata con un filo di voce, mi era arrivata dritta alle orecchie.

«In questo modo non riuscirò a lavorare.»

A volte pensavo che fosse una persona fin troppo imbarazzante. Dire certe cose con un volto che non sembrava capace di scherzare nemmeno per sbaglio…

Che sapesse o meno che cosa mi stava passando per la testa, incurvò leggermente gli angoli delle labbra e disse: «Allora vado.»

La casa, dopo che Kwon Ido se ne fu andato, mi sembrò tre volte più vuota del solito. Ogni spazio era inutilmente enorme e la mattinata trascorse così lentamente da risultare noiosa. Come sempre, presi un libro e mi diressi verso la serra, ma la situazione peggiorò perché persino Lee Taeseong, che mi accompagnava, se ne stava con lo sguardo perso nel vuoto.

«…Mi hanno aumentato lo stipendio annuale.»

Lee Taeseong pronunciò soltanto quelle parole, come se fosse stato posseduto da un fantasma. Stavo per chiedergli qualcos’altro, ma mi tornò in mente il motivo per cui gli avevano aumentato lo stipendio e decisi di tacere. Non sembrava necessario che fossi proprio io a fargli notare che quell’aumento era il compenso per aver rinunciato a una parte della propria vita privata.

Come antipasto del pranzo servirono ricci di mare e calamari preparati a freddo. Il sapore era leggermente acidulo, ma non era affatto male per stuzzicare l’appetito. Anche la frittella preparata con gamberi carnosi, appiattiti e rosolati, e il yukhoe, carne cruda di manzo condita in modo delicato ma saporito, erano piatti scelti tenendo interamente conto dei miei gusti.

Non appena terminai di mangiare, tornai in camera e trascorsi il tempo senza fare nulla di particolare. Guardando le chiavi dell’auto appoggiate sul tavolo, pensai che avrei dovuto restituirle a Kwon Ido al suo ritorno. A meno che non fossi stato io ad affrontare per primo l’argomento, lui non avrebbe mai parlato spontaneamente di quelle chiavi.

«Una settimana, eh…»

Mi sedetti tranquillamente sul divano e fissai il vuoto con aria assente. Una settimana senza di lui. Un periodo lungo, se lo si considerava in un certo modo, e breve, se lo si considerava in un altro. Un periodo di libertà durante il quale persino i domestici, che si muovevano per casa come ombre, non avrebbero interferito con me.

«Portami soltanto un documento.»

Avevo certamente qualcosa da fare. Era un ordine assurdo, ma non avevo alcuna possibilità di scelta. Non si trattava di decidere se eseguirlo oppure no: dovevo soltanto capire “come” farlo.

Non era che mi sentissi in colpa. Per quanto mi dispiacesse ammetterlo, i miei sentimenti per Kwon Ido non erano ancora così profondi. Anche se ci eravamo scambiati baci appassionati e parole capaci di farmi arrossire. E, ne ero certo, neppure Kwon Ido provava per me sentimenti altrettanto profondi.

«…Perché proprio adesso dovevi lasciare casa?»

Se esisteva un dio del tempismo, doveva essere una creatura terribilmente dispettosa. A meno che non si divertisse semplicemente a tormentarmi.

Mi alzai lentamente dal divano e mi avvicinai alla porta senza fare rumore. Anche se nella stanza non c’era nessun altro, sentivo che da quel momento in poi avrei dovuto prestare molta attenzione. Perché il luogo verso cui mi stavo dirigendo, una volta uscito dalla camera, era lo studio al secondo piano in cui Kwon Ido mi aveva proibito di entrare.

Se mi avessero chiesto perché, avrei voluto rispondere che si trattava soltanto di un presentimento. Era il luogo in cui lavorava, quello sul quale mi aveva espressamente raccomandato di fare attenzione. Di solito, i documenti importanti venivano conservati proprio in posti simili. Naturalmente, avrei preferito che Kwon Ido, così meticoloso com’era, non tenesse nulla di importante in una casa in cui viveva un fidanzato che conosceva ancora così poco.

Attraversai il corridoio, dove non si avvertiva la minima presenza, e raggiunsi lo studio in fondo. Il cuore mi batteva molto più velocemente di quanto avessi immaginato. Il tappeto sul pavimento attutiva persino i miei passi, ma ero talmente agitato che pensai che qualcuno avrebbe potuto scoprirmi soltanto sentendo il battito del mio cuore.

Quando arrivai davanti allo studio, osservai la familiare porta di legno e mi strofinai le dita, ormai fredde. Non riuscivo a capire se quella sensazione di inquietudine fosse dovuta a ciò che stavo per fare oppure a qualcos’altro.

Appoggiai cautamente la mano sulla maniglia. A causa della tensione, le dita erano fredde e persino il metallo, che normalmente avrei percepito come gelido, mi sembrava tiepido. Ero così nervoso che mi sudavano le mani e temevo di perdere la presa da un momento all’altro.

Deglutii a fatica e strinsi la maniglia. Lentamente, molto lentamente, la lunga maniglia si abbassò. E proprio quando, dopo aver preso una piccola decisione, stavo per premere con maggiore convinzione…

La maniglia, che fino a quel momento si era abbassata senza problemi, si bloccò a metà. Come se qualcosa la trattenesse, la porta non si aprì e la maniglia non riuscì nemmeno a ruotare completamente.

Lasciai uscire il respiro che avevo trattenuto e mi sfuggì una risata priva di energia.

Lo studio era già chiuso a chiave.

***

Nel mondo esistevano sicuramente cose che non si potevano ottenere con il semplice impegno. Per quanto le si desiderasse ardentemente, spesso ogni sforzo si rivelava inutile se le circostanze non erano favorevoli. Gli esempi erano così numerosi che non ritenevo necessario aggiungerne uno o due.

Per questo, quando scoprii che lo studio era chiuso a chiave, la prima emozione che provai fu il sollievo. Poi arrivarono il vuoto e, infine, la delusione. Non sapevo bene che cosa mi avesse deluso, ma di certo non era il dispiacere di non essere riuscito a portare via i documenti.

“Ci ho provato con tutte le mie forze, ma non sono riuscito a trovarli”. “Non sapevo dove fossero conservati”.

Erano scuse abbastanza buone per passare per un figlio stupido e incapace. Mio padre avrebbe dovuto sapere che non avevo altre possibilità. Se Kwon Ido non si fidava di me, che cosa avrei potuto fare?

***

[Stava dormendo?]

La mattina seguente ricevetti una telefonata da Kwon Ido. Era ancora presto, quindi in America dovevano essere più o meno le sei del pomeriggio. Avevo preso addirittura due sonniferi senza riuscire ad addormentarmi e avevo trascorso la notte a rigirarmi nel letto, con gli occhi spalancati.

«No… ero sveglio.»

Ah, avrei dovuto schiarirmi la voce prima di rispondere. Non immaginavo che sentire la mia voce roca e malridotta sarebbe stato tanto imbarazzante.

«È arrivato sano e salvo?»

[Io sono arrivato sano e salvo… ma non riesco a capire se lei, Jeong Sejin-ssi, si sia appena svegliato oppure non abbia proprio dormito.]

Stavo per sollevarmi dal letto, ma mi fermai di colpo. Aveva un intuito fin troppo sviluppato e riusciva a notare persino cose che non avrebbe avuto bisogno di sapere. Mentre mi massaggiavo le tempie doloranti, la sua voce bassa giunse dall’altro capo del telefono.

[Soffre ancora così tanto d’insonnia?]

«No, ieri…»

Stavo per rispondergli che era stata una notte diversa dal solito e che ultimamente riuscivo a dormire bene, ma all’improvviso mi resi conto di un dettaglio strano e mi interruppi. In quella casa avevo dormito bene e Kwon Ido non mi aveva mai sorpreso mentre prendevo sonniferi. Come faceva, allora, a sapere che soffrivo d’insonnia?

«…Ho dormito male perché lei non c’era, Kwon Ido-ssi.»

Invece di sollevare la questione, scelsi di cambiare argomento con una risposta gentile. Ormai il momento era diventato troppo imbarazzante per fargli domande. Forse quella frase, condita da una piccola adulazione, non gli dispiacque, perché mi rispose con tono più morbido.

[Può dormire nella mia stanza, se vuole. Fa come le è più comodo.]

«Sì, be’…»

Non avrei potuto rifiutare, nemmeno per finta. Nel momento in cui avevo sentito quelle parole, ero stato davvero tentato di accettare.

«A proposito, perché mi ha chiamato?»

Mi alzai e spalancai le tende che coprivano la finestra. Alla luce azzurrina dell’alba, il giardino verdeggiante aveva un aspetto stranamente misterioso. Mi sedetti al davanzale e aprii la finestra; una brezza ancora fresca penetrò delicatamente nella stanza.

[Niente di particolare. Ho lasciato lì alcuni documenti e nel pomeriggio passerà un segretario a ritirarli. Se non le dispiace, potete prenderli e consegnarglieli?]

«Dei documenti…»

Si dice che il ladro sia il primo a sentirsi chiamato in causa? Non appena lo sentii parlare, mi raddrizzai di scatto. Eppure Kwon Ido stava semplicemente parlando come al solito, con la sua pronuncia precisa e scandita.

[Sul tavolo della mia stanza dovrebbe esserci un portatile. Deve soltanto estrarre la chiavetta USB inserita e consegnarla al segretario.]

«Intende una chiavetta USB?»

Per quale motivo una persona meticolosa come Kwon Ido aveva dimenticato qualcosa? E per di più mentre partiva per un Paese che si trovava a più di dieci ore di viaggio. Dal momento che aveva deciso di mandare un segretario, forse era partito da solo, senza portarselo dietro?

[Sì, una chiavetta USB. Se può, vada a controllare adesso.]

Richiusi la finestra che avevo appena aperto. Sentivo lo stomaco sottosopra e il cuore battere in modo irregolare. Poiché non rispondevo, Kwon Ido aggiunse con tono pacato: [Non riattacchi.]

«…Non ho riattaccato.»

Mi schiarii la voce, cercando di sembrare indifferente. Non c’era motivo di agitarsi inutilmente: non era che mi stesse dando quell’incarico perché sapesse qualcosa. I documenti di cui parlava Kwon Ido dovevano essere, naturalmente, diversi da quelli che stavo cercando io.

Con il telefono premuto contro l’orecchio, attraversai il corridoio e mi diressi verso la sua stanza. Dall’altro capo non proveniva alcun suono e io ero così teso da temere persino che potesse sentire il mio respiro. Quando arrivai davanti alla porta, per abitudine stavo per bussare, ma abbassai la mano con un certo imbarazzo.

[Ha fatto colazione?]

La porta si aprì e Kwon Ido me lo chiese con noncuranza. Mi lasciai avvolgere dai feromoni che mi investirono all’improvviso e schiusi lentamente le labbra.

«Non ancora. E lei, Kwon Ido-ssi?»

[Tra poco dovrò andare a mangiare.]

«Non salti i pasti.»

Che cosa mi aveva detto poco prima? Che potevo dormire nella sua stanza e fare come mi era più comodo. Forse sarebbe stato meglio approfittare della sua gentilezza, senza preoccuparmi troppo di essere sfacciato, piuttosto che continuare a prendere sonniferi che non funzionavano. Mi era bastato sentire per un momento i suoi feromoni perché gli occhi cominciassero a chiudermisi.

[L’ha trovata?]

«Sì, è quella nera, giusto?»

Sul tavolo c’era un portatile con il logo della Seonho. Probabilmente la chiavetta inserita accanto era quella di cui parlava. La estrassi e, senza pensarci, spostai lo sguardo sulla pila di fogli accanto al computer.

«La consegnerò al segretario più tardi…»

Le mie labbra si chiusero di colpo. Fu proprio nell’istante in cui stavo per dire che gliel’avrei consegnata. La gola, che stava per produrre la mia voce, si serrò bruscamente e sentii il petto stringersi, come se un macigno mi fosse precipitato sullo sterno.

[Mi dispiace disturbarla fin dal mattino…]

Non riuscii più a sentire ciò che Kwon Ido stava dicendo. Le orecchie mi si ovattarono e mi sembrò persino di udire un fischio acuto. Lui concluse dicendomi di occuparmene e riattaccò. Rimasi a stringere il telefono ormai silenzioso e inspirai profondamente.

***

Non sapevo quanto tempo fosse passato. Uscii dalla stanza di Kwon Ido in uno stato di confusione e mi rinchiusi altrettanto distrattamente nella mia. Se un domestico non fosse venuto a chiamarmi per la colazione, probabilmente sarei rimasto lì a fissare il vuoto fino all’ora di pranzo.

Dopo aver fatto colazione, mi sentii peggio che mai. Non avevo voglia di andare nella serra, come facevo sempre, e non riuscivo nemmeno a concentrarmi sul libro che stavo leggendo con tanto interesse. Rimasi semplicemente seduto nella mia stanza, lasciando trascorrere il tempo. All’infinito, senza fare nulla.

Il segretario di Kwon Ido arrivò soltanto dopo che ebbi finito di pranzare. Avevo ingoiato il cibo a fatica e sentivo lo stomaco pesante, come se avessi un’indigestione. Temevo che, se avessi mostrato di stare male, qualcuno avrebbe contattato Kwon Ido, quindi mi ero nascosto in camera e avevo sopportato il dolore in silenzio.

«Sono venuto per conto del direttore esecutivo.»

Il segretario era un giovane uomo sulla trentina. Con i suoi occhiali dalla montatura sottile, ricordava vagamente il segretario Kim. Quando gli consegnai la chiavetta USB, la prese con un’espressione un po’ sorpresa e mi chiese: «…Si sente poco bene?»

Mi resi conto all’improvviso di aver commesso un errore e mi costrinsi a sorridere. Avevo cercato di comportarmi come se nulla fosse, ma forse il mio colorito era talmente pessimo da essere evidente a prima vista.

«No, ho dormito un po’ male. Sto bene.»

Sorrisi in modo naturale e il segretario annuì subito. Dopo avermi rivolto un inchino, uscì immediatamente dalla casa. “Solo lo stretto necessario”… Sembrava proprio una persona che metteva in pratica quel principio.

«…Uff.»

Mi premetti la zona dello stomaco e mi avviai verso il secondo piano. Non avevo ancora voglia di uscire di casa e il peso che sentivo nello stomaco diventava sempre più sgradevole. Magari fossi riuscito almeno a dormire. Quella maledetta insonnia continuava a tormentarmi anche nei momenti peggiori.

La stanza in fondo al secondo piano. Un luogo scomodo da raggiungere, ma perfetto come spazio personale.

Chiusi la porta. Era passato così poco tempo dal mio arrivo eppure ormai la consideravo soltanto “la mia stanza”. Non avevo mai provato una sensazione di intimità così accogliente, né nella camera della casa di famiglia né nell’appartamento in cui avevo vissuto dai vent’anni in poi.

Eppure, perché continuavo a sentire lo stomaco in subbuglio? Forse perché le parole di Kwon Ido continuavano a tornarmi in mente.

«Le porterò un regalo al ritorno.»

Mi diressi distrattamente verso la zona in cui si trovava il tavolo. A destra, separato dalla camera da letto, c’era un divano bianco rivestito di un tessuto morbido. La disposizione ricordava quella della stanza di Kwon Ido, anche se era leggermente diversa. Invece di sedermi sul divano lungo, scelsi quello a una sola seduta e rimasi a fissare il tavolo.

«Che cosa vuole?»

Se gli avessi detto che cosa desideravo davvero, come avrebbe reagito Kwon Ido? Fino a che punto sarebbe stato disposto a concedersi a qualcuno con cui aveva condiviso il ciclo di calore e un bacio?

«Sono una persona capace di darle molte più cose di quante lei possa immaginare, Jeong Sejin-ssi.»

Presi con cautela i documenti appoggiati sul tavolo. Erano pieni di testo in inglese e di ogni sorta di termini di programmazione che non riuscivo a comprendere. Anche senza conoscere quelle parole, era ovvio che cosa rappresentassero i numerosi schemi e le spiegazioni.

«…Almeno questo non potrà darmelo.»

Erano i documenti che mio padre desiderava. Più precisamente, un rapporto relativo al nuovo telefono che Seonho Electronics stava per lanciare. Conteneva informazioni sul sistema di sicurezza, il materiale che, a quanto aveva detto mio padre, avrebbe dovuto ricevere da Kwon Ido.

Non ero un esperto, quindi non sapevo quante informazioni fossero contenute in quel mucchio di fogli. Sapevo soltanto che, se glieli avessi portati, avrei almeno dimostrato un minimo di buona volontà. Riuscivo a immaginare vividamente l’espressione di mio padre, che mi aveva sempre considerato inadeguato.

«Ecco, così si comporta mio figlio.»

Con quale stato d’animo avevo preso quei documenti dalla stanza di Kwon Ido? Il mio corpo si era mosso prima ancora che la mia mente potesse ragionare, e avevo cercato di giustificarmi pensando che lui non sarebbe tornato per diversi giorni. Il petto mi faceva male, ma avevo chiuso gli occhi e finto di non accorgermene.

Era un furto. Un furto per il quale Kwon Ido avrebbe potuto cacciarmi immediatamente da quella casa non appena l’avesse scoperto. Non solo: avrebbe potuto annullare il fidanzamento e chiedermi un risarcimento. Un furto che, al suo ritorno, sarebbe stato inevitabilmente scoperto.

«Tanto non ha nulla da perdere. Non sarebbe meglio chiedere qualcosa, qualsiasi cosa?»

La mano che stringeva i documenti tremò leggermente. Temendo di stropicciarli, li posai con cautela sul tavolo. Il logo del Gruppo Seonho, stampato in un angolo, appariva appena spiegazzato.

Forse sarebbe stato meglio rimetterli al loro posto prima che fosse troppo tardi. Magari quei documenti non sarebbero stati di alcuna utilità per mio padre. Invece di creare inutilmente altri problemi, sarebbe stato più prudente tornare a mani vuote.

«Figlio inutile…»

Mi si contorse lo stomaco, fino a farmi male. Quello sguardo, rimasto immutato per anni, mi si era inciso sulla pelle come un marchio. Il pavimento sembrava ondeggiare, facendomi sentire come se stesse per inghiottirmi completamente e stringermi la nuca.

«No, quell’uomo ti abbandonerà sicuramente.»

Non volevo essere abbandonato. Né da mio padre, né da Kwon Ido. Non volevo ritrovarmi di nuovo sull’orlo di un precipizio, come quando avevo vagato a piedi nudi sulla neve.

«Puoi fidarti soltanto della famiglia.»

La famiglia che conoscevo io non era fatta così. Forse il rifugio che avevo sempre desiderato e bramato era qualcosa di molto più difficile da ottenere di quanto avessi immaginato.

Mi sembrava di stare per vomitare da un momento all’altro. Forse era colpa del pasto che avevo mangiato a forza. Bastava allentare appena la tensione perché la nausea mi risalisse in gola. Mi sarei sentito meglio se avessi svuotato lo stomaco? Lo pensavo, eppure non riuscivo a muovermi.

«Jeong Sejin.»

Forse sarebbe stato meglio se non avesse lasciato nulla. Avrebbe potuto nascondere tutto per bene in un posto inaccessibile, proprio come lo studio che aveva già chiuso a chiave.

Sapevo che la persona da incolpare era quella sbagliata, ma non riuscivo a ragionare lucidamente. I pensieri si rincorrevano senza fine e diventavano, persino ai miei occhi, eccessivamente emotivi.

Forse era meglio non cenare. Se avessi mangiato ancora in quelle condizioni, il mio stomaco sarebbe andato definitivamente in pezzi. Se Kwon Ido mi avesse contattato, gli avrei detto semplicemente che ero andato a letto presto.

Posai i documenti rubati sul tavolo, masticai e ingoiai alcune pillole per dormire, poi mi infilai nel letto. Mi coprii fino alla testa e mi rannicchiai, proprio come facevo quando ero molto piccolo. Per fortuna, dopo aver trascorso una notte insonne, il sonno arrivò prima del solito.

Quella notte feci un incubo terribile, uno di quelli che non mi capitavano da molto tempo. Kwon Ido, con un’espressione gelida, mi schiaffeggiava guardandomi con gli stessi occhi di mio padre.

***

Erano passati tre giorni. A differenza del primo giorno, il tempo trascorso senza Kwon Ido non mi sembrava più così vuoto. Dal giorno successivo ero tornato nella serra e avevo passato il tempo a leggere, come se niente fosse.

Come aveva promesso, Kwon Ido aveva fatto installare le luci nella serra mentre mi trovavo nella casa di famiglia, affidando a degli operai un intervento su larga scala. Avevano portato i cavi e li avevano collegati al soffitto, in modo che le luci si accendessero automaticamente a tarda sera. Non ero ancora andato a vedere la serra quando era buio, ma ero sicuro che fosse bella anche senza averla vista.

«Ha qualcosa da fare domani?»

«Domani?»

Stavo bevendo il tè come al solito quando Lee Taeseong mi pose quella domanda del tutto inaspettata. Ero intento a respirare il profumo della lavanda e a osservare i petali che galleggiavano nella tazza. 

Non dovrebbe ancora essere il periodo della fioritura, pensai, prima di chiedergli cosa intendesse. 

Lee Taeseong, invece, mi guardò con un’espressione ancora più perplessa. «Il direttore esecutivo ha detto che domani non devo venire al lavoro.»

«…Mmh.»

Che cosa c’è domani? Ci pensai attentamente, ma non mi venne in mente nulla. Non era il giorno del ritorno di Kwon Ido, né avevo in programma di uscire. L’unica cosa che mi veniva in mente era che, tutto sommato, forse aveva deciso di concedergli un po’ di riposo, seppure con un certo ritardo.

«Be’… perché non si riposa?»

Kwon Ido doveva avere le sue ragioni. Gli risposi pensando questo, ma l’espressione di Lee Taeseong si fece decisamente strana. Bevve un sorso di tè alla lavanda come me, corrugò la fronte e parlò a bassa voce.

«Posso farle una domanda?»

«Mi dica.»

Posai il libro che stavo leggendo e incrociai il suo sguardo. Lee Taeseong avvolse la tazza con le sue grandi mani, continuando a tenere la fronte aggrottata.

«È da un po’ che me lo chiedo. Ha davvero senso che io faccia da guardia del corpo a lei, direttore generale?»

«…Mmh.»

Era una domanda che mi ero posto anch’io. Con quale intenzione Kwon Ido aveva assegnato Lee Taeseong a me? Se il suo scopo non era tenermi sotto controllo, non c’era motivo di mettere qualcuno così vicino a me.

«Questo dovrebbe chiederlo al suo datore di lavoro.»

Tuttavia, non avevo nessuna risposta da dargli. Non ero stato io ad assumerlo, e come avrei potuto conoscere tutte le intenzioni di Kwon Ido? Mi era stato detto che si occupava sia della mia sicurezza sia delle commissioni. Se gli avessi risposto che non c’era alcun bisogno di una guardia del corpo, era ovvio che mi avrebbe detto di affidargli qualche commissione.

«Non ne so molto, in realtà.»

Gli risposi con calma e Lee Taeseong tacque. Presi il telefono per controllare l’ora e mi alzai. Era già quasi ora di pranzo, così anche lui raccolse il libro che stava leggendo e si alzò per seguirmi.

A pranzo, prima della portata principale, ci servirono un porridge di riso e latte, guarnito con castagne tagliate a fettine sottili. La consistenza era liscia e densa, ma il retrogusto delicato e di frutta secca lo rendeva facile da mandare giù. In realtà, c’era sempre stata una portata prima del pasto principale, ma da qualche giorno avevo l’impressione che venissero serviti soltanto cibi facili da digerire. Quasi come se qualcuno sapesse già che, quel giorno, avevo avuto un’indigestione.

Tre giorni prima. Il giorno in cui avevo rubato i documenti dalla stanza di Kwon Ido.

Mi ero svegliato e avevo vomitato tutto quello che avevo mangiato il giorno precedente. Le lenzuola erano in disordine, intrise del sudore freddo che avevo versato durante la notte, e il mio colorito era così pallido da farmi sembrare malato. Se mio padre mi avesse visto, probabilmente avrebbe pensato che ormai non servissi più a nulla e avrebbe voluto liberarsi di me.

La nausea era stata causata dall’indigestione? Ancora non ne ero del tutto sicuro. Era vero che avevo avuto difficoltà a digerire, ma il senso di malessere era dovuto soprattutto all’incubo che avevo fatto quella notte.

«Avresti dovuto conoscere meglio il tuo posto.»

Nel sogno, Kwon Ido aveva un’espressione gelida che non mi aveva mai mostrato. Con gli occhi freddi e lo sguardo irrigidito, mi fissava dall’alto in basso come se fossi un insetto insignificante. Ero convinto che i suoi feromoni, riversati su di me con quella ferocia, fossero stati persino più dolorosi del gonfiore e del bruciore alla guancia sinistra.

Era come se qualcuno mi stesse facendo a pezzi le viscere con un coltello. Fino a quel momento avevo conosciuto un solo alpha dominante: Kwon Ido. Eppure lui non aveva mai riversato su di me feromoni carichi di rabbia.

Anche se era stato soltanto un sogno, avevo pensato che sarebbe stato meglio morire. Quel momento in cui ero stato investito dai suoi feromoni a pelle nuda era stato persino più doloroso di quando, da bambino, avevo sofferto per l’influenza. Faceva male, era angosciante e mi sentivo così miserabile che, quando mi ero svegliato, avevo il viso completamente bagnato di lacrime.

Gli incubi peggioravano davvero con il passare dei giorni? O forse sognare di essere trattato con disprezzo da Kwon Ido era comunque meglio che sognare di essere violentato da uno sconosciuto?

In ogni caso, dopo aver svuotato lo stomaco, ero sceso a mangiare facendo finta di stare bene. Era stato un capriccio dettato dall’orgoglio, ma mostrare agli altri che stavo male non mi avrebbe portato alcun vantaggio. Per una coincidenza fortunata, quel giorno tutti i piatti preparati erano a base di porridge.

«Ha detto che tornerà dopodomani…»

Tornato in camera, mi sedetti sul divano e cercai di calcolare quanto mancasse. Una settimana mi era sembrata piuttosto lunga, ma ora che la stavo vivendo mi pareva fin troppo breve. Avevo la testa così piena di pensieri che mi sembrava di impiegare un’intera giornata soltanto per rimetterli in ordine.

Sul tavolo della mia stanza c’erano ancora i documenti che avevo rubato a Kwon Ido. Sapevo che avrei dovuto rimetterli al loro posto, ma non riuscivo a trovare il coraggio di entrare di nuovo nella sua camera. Li avevo nascosti tra i libri, temendo che qualcuno del personale domestico potesse vederli; eppure, nel pomeriggio, avevo preso l’abitudine di tirarli fuori per controllarli personalmente.

«Jeong Sejin-ssi.»

Nel sogno, Kwon Ido mi aveva chiamato, ma non era stato il suo solito tono gentile. E nemmeno le parole gelide che erano seguite lo erano state.

«Si pentirà a lungo di quello che ha fatto.»

Nella vita capitava di trovarsi a un bivio almeno una o due volte. Nel mio caso era successo più spesso, e avevo la sensazione che quello fosse un altro di quei momenti. Tradire Kwon Ido oppure tradire mio padre.

«…Tradire.»

Mi sfuggì una risata amara. Come potevo parlare di tradimento quando non avevo mai avuto un legame di lealtà da infrangere? Non era forse un’esagerazione del mio ego?

Dovevo decidere prima che Kwon Ido tornasse…

Con quel pensiero, chiusi con forza gli occhi stanchi e poi li riaprii. Negli ultimi tre giorni non avevo dormito bene neppure tre ore in totale. Anche quando prendevo i sonniferi non riuscivo ad addormentarmi; e, una volta preso sonno, il pensiero di poter fare un incubo mi faceva passare immediatamente la sonnolenza.

Girai distrattamente la testa e vidi la campana di vetro sul comodino accanto al letto. Era una decorazione che conteneva il bouquet che Kwon Ido mi aveva regalato il giorno della cerimonia di fidanzamento, sistemato in modo grazioso. Accanto c’era anche il profumo contenuto in un flacone color verde foglia.

Forse sarebbe meglio restituire anche questi.

Come facevo spesso, cominciai a giocherellare con l’anello all’anulare sinistro. Era un gesto che mi sfuggiva ogni volta che mi perdevo nei pensieri negli ultimi giorni. Questa casa, questa stanza e persino le chiavi dell’auto che avevo messo da parte: era tutto pieno di oggetti che Kwon Ido mi aveva dato.

Per quanto fossi nato e cresciuto senza un vero fondamento, sapevo quanto fosse privo di coscienza quello che stavo per fare. Persino il fatto stesso di pensarci era spregevole. Se non fosse stato per quella voce che continuava a ronzarmi nella testa, avrei già rimesso i documenti al loro posto.

«Persino gli animali sanno riconoscere chi li ha allevati e accuditi…»

Lo scopo di questo matrimonio era aiutare il Gruppo Haeshin a rialzarsi. Forse dovevo rendermi utile in qualche modo, anche solo così. Se il motivo della mia esistenza coincideva con gli ordini di mio padre, non avrei dovuto impegnarmi per il bene della famiglia, tra le cui braccia sarei tornato un giorno?

Ogni volta che riuscivo a convincermi a prendere una decisione razionale, l’ansia che avevo continuato a ignorare fino all’ultimo momento mi afferrava per le caviglie. 

Domani devo assolutamente concludere questa faccenda, qualunque cosa accada. 

Erano già passati tre giorni da quando avevo cominciato a ripetermelo. Sapevo che avrei dovuto agire subito, ma non riuscivo a trovare il coraggio di prendere una decisione definitiva.

Alla fine, presi il fascio di documenti e mi alzai, nascondendolo di nuovo in un angolo della libreria, in modo che non si notasse. Mancavano due giorni al ritorno di Kwon Ido. Qualunque cosa fosse successa, il giorno dopo avrei dovuto decidere. Continuare a rimandare e rimuginarci sopra non avrebbe risolto nulla.

Fino a quel momento, non avevo neppure prestato attenzione al fatto che Kwon Ido avesse detto a Lee Taeseong di non andare al lavoro.

***

Dopo cena, mi immersi nell’acqua del bagno che il personale domestico aveva preparato per me. Dalla vasca piena di schiuma si diffondeva un profumo di lavanda simile a quello del tè che avevo bevuto nel pomeriggio. 

La lavanda ha effetti calmanti, giusto? Mi sembrò che la rigidità alla base della nuca si stesse finalmente allentando.

Dopo la doccia, mi lasciai cadere a pancia in giù sul letto, indossando soltanto una vestaglia. Poiché mi ero asciugato in fretta e senza troppa cura, i capelli erano ancora umidi. Sapevo che avrei dovuto cambiarmi prima di coricarmi, ma non riuscivo a muovere neppure un dito, come se fossi fatto di cotone impregnato d’acqua.

Per fortuna ho preso il farmaco in anticipo.

La sonnolenza stava arrivando al momento giusto. Nella mia coscienza, ormai sempre più distante, i pensieri confusi e spiacevoli cominciarono a dissolversi uno dopo l’altro. Anche la paura dell’incubo sconosciuto svanì lentamente, senza che me ne rendessi conto.

Dopo essermi addormentato, cominciai a sentire un caldo eccessivo. Ogni volta che respiravo, dalla bocca usciva aria rovente; la gola bruciava come se avessi inghiottito una palla di fuoco. Non era una giornata abbastanza calda da giustificare quella sensazione, eppure la mia temperatura continuava a salire in modo anomalo.

Sto sognando?

All’inizio, credo di aver pensato proprio questo. I sogni che facevo erano così vividi che forse anche quel caldo faceva parte del sogno. In tal caso, non appena mi fossi svegliato, sarei tornato fresco come se non fosse successo nulla.

«Sejin-ah.»

Già, doveva essere un sogno. Una voce familiare mi chiamò Sejin e mi sollecitò piano. Quando non risposi, il tono basso e profondo dell’uomo si fece più pesante.

«Jeong Sejin.»

L’uomo mi afferrò entrambi i polsi e me li bloccò saldamente sopra la testa. Io non avevo neppure intenzione di oppormi, eppure lui si comportava come se non volesse lasciarmi il minimo spazio per muovermi. Con l’altra mano mi afferrò la coscia e mi divaricò le gambe con la forza, lasciandosi sfuggire una risata sprezzante.

«Se ti piace così tanto farti scopare, avresti dovuto dirlo a parole.»

Il tono era chiaramente sarcastico, ma invece di sentirmi disgustato provai una fitta al petto. Non riuscivo a giustificarmi, ma non potevo neppure liberarmi da lui. Mi limitai ad ansimare e a sbattere lentamente le palpebre, con lo sguardo sempre più annebbiato.

«Divarica bene le gambe.»

Non riuscivo a vedere il suo volto. Attraverso la vista appannata non riuscivo assolutamente a capire chi fosse. La voce mi era familiare, eppure non avevo mai sentito nessuno parlare con una freddezza simile.

«…Ah.»

Senza dire nulla, infilò una mano tra le mie gambe. Le sue dita raggiunsero senza esitazione la mia intimità e si insinuarono al suo interno, accompagnate da un rumore umido. Quando si accorse che ero già completamente bagnato, esitò per un istante e poi sibilò con voce trattenuta: «E dopo essere stato trattato in questo modo…»

Espirai rumorosamente. L’uomo ritirò subito le dita e mi afferrò saldamente le cosce. Anche dopo che mi ebbe lasciato andare, le mie braccia rimasero abbandonate sopra la testa. Mentre ansimavo, qualcosa di enorme mi penetrò brutalmente.

Era come se le viscere mi venissero schiacciate. Il membro che aveva forzato le pareti strette del mio corpo cominciò a ritirarsi lentamente, senza concedermi il tempo di abituarmi. Poi mi penetrò di nuovo, tutto d’un colpo, fino alla radice, senza alcuna pietà.

«Ah, mi fa male…»

«…Male?»

L’uomo si fermò istintivamente al suono delle mie parole, che erano sfuggite come un gemito, e mi rivolse quella domanda. Poi si passò una mano tra i capelli e lasciò uscire una risata sprezzante.

«Con tutto questo così duro… e mi dici che ti fa male?»

La sua grande mano afferrò con forza il mio membro, ormai completamente eretto. Non sapevo da quanto tempo fosse così, ma dalla punta colava già un liquido sottile. L’uomo mi strofinò il glande con il pollice e spinse con forza verso l’alto il membro che mi penetrava in profondità.

«Ah, ah…!»

Il basso ventre mi doleva. Le gambe, divaricate fino al limite, sembravano urlare dal dolore, e le pareti interne, forzatamente allargate, parevano sul punto di lacerarsi. Eppure il piacere, già salito a un livello insopportabile, non mostrava alcuna intenzione di placarsi.

«Se non vuoi diventare un incapace…»

«Ah, ah…!»

«…faresti meglio a rilassarti.»

L’interno delle cosce tremava convulsamente. Quando contorsi il corpo come se avessi un crampo, lui mi strinse ancora di più il bacino, come per impedirmi di scappare. Il membro si ritirò con un suono viscido, graffiando a lungo le pareti interne, per poi spingere di nuovo dentro, ripetutamente.

Alla fine, dopo che l’uomo mi ebbe penetrato ancora un paio di volte, eiaculai. Ricordo che, vedendo il liquido seminale sgorgare all’improvviso, pronunciò qualcosa di offensivo. Mi girò con noncuranza, come se fossi un oggetto, poi mi premette con forza tra le scapole e sussurrò al mio orecchio:

«Ti avevo detto che te ne saresti pentito.»

«Ah!»

Il respiro che mi era rimasto bloccato in gola esplose all’improvviso. Nello stesso istante spalancai gli occhi di scatto, come se fossi stato colpito da una crisi. Il dolore, come se il mio corpo si fosse spezzato in due, scomparve; al suo posto, però, avvertii una sensazione pungente su tutto il corpo, come se mi avessero rovesciato addosso acqua bollente.

«Ah, ah…»

Mi rannicchiai su me stesso, ma non potevo fermare il calore che aveva già cominciato a diffondersi. Graffiai le coperte con la punta delle dita, serrai i denti e inghiottii a fatica. Il desiderio che mi riempiva il ventre e i feromoni che fuoriuscivano da me, quasi soffocandomi…

Era il ciclo di calore.

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