Il cielo di maggio fuori dalla finestra sembrava incredibilmente blu. Non c’erano nuvole nel firmamento.
In una giornata come quella, quando la brezza era fresca, lui avrebbe voluto giocare tutto il giorno con i fiori in un angolo del giardinetto, dove nessuno poteva raggiungerlo con gli occhi. La bocca di Mika si alzò, come se fosse divertente solo a pensarci.
«Mika! Mika! Dove sei?!» Mika, che era ancora assorto nei suoi pensieri dopo aver pulito il corridoio, si mosse al suono di qualcuno che si avvicinava di corsa. Diede due colpetti sulla schiena del maggiordomo, mentre questo urlava nella direzione sbagliata.
Tock tock.
La mano destra di Mika, più piccola e carina rispetto ai suoi coetanei, fu respinta dall‘enorme maggiordomo.
«Hai fatto tutto quello che ti era stato ordinato di fare oggi?! Avresti dovuto pulire il corridoio!»
Mika, che voleva informarlo che non aveva giocato e che aveva pulito la stanza con molta cura, annuì vigorosamente con la testa, i suoi grandi occhi azzurri brillavano. Il maggiordomo, che lo guardava senza alcuna espressione, sembrava molto nervoso.
«Anche se fai qualcosa, sei sempre lento.»
Gli occhi di Mika, desiderosi di lode, riflettevano la sua delusione. Guardando in basso, il maggiordomo fece schioccare la lingua e spinse la schiena di Mika.
«È ora che arrivino gli ospiti. Non sei di alcuna utilità, qui! Vai fuori!»
Annuendo di nuovo, Mika lasciò la villa come ordinato dal maggiordomo. Il luogo dove sarebbe andato era il suo angolo di giardino, uno spazio tutto suo dove nessuno poteva vederlo se non lo cercava.
Non lo sapeva perché si era concentrato sul cielo azzurro, ma oggi la villa era molto affollata.
Gli occhi spalancati di Mika si lanciarono rapidi verso la finestra della cucina, dove le cameriere erano impegnate a preparare il cibo e a spolverare. Quando un delizioso profumo di pane gli passò per il naso, gli venne l’acquolina in bocca. Poi si ricordò di aver saltato la colazione per la fretta di pulire fin dal mattino presto.
Solo allora il suo stomaco iniziò a brontolare per la fame.
Sollevandosi in punta di piedi, Mika sbirciò dai vetri del locale . Se fosse stata una giornata normale, zia Bella o Sarah si sarebbero accorte delle sue condizioni e gli avrebbero prontamente consegnato un pezzo di pane appena sfornato; ma a nessuno importava di Mika, dato che gli altri nemmeno si sentivano a loro agio con lui. Non poteva disturbarli. Soffrire la fame per una volta non lo avrebbe ucciso; quindi, Mika si arrese e lasciò la cucina.
Il dottore aveva detto che Mika aveva un problema congenito alle corde vocali e che non riusciva a emettere alcun suono. I suoi poveri genitori non erano andati all’ospedale e non avevano chiesto che male avesse o se fosse possibile curarlo, quasi incolpando la sorte di quel bambino che era nato nella loro stessa casa ed era stato lasciato a se stesso.
Nel vecchio sentiero utilizzato dalla servitù, proprio dietro la prestigiosa magione Chester, il ragazzino era stato lasciato avvolto in una sottile coperta. In un inverno tanto freddo essere considerato uno dei peggiori del paese, fu una fortuna che il bambino non fosse morto dopo essere stato abbandonato.
La gente diceva che un bambino che non piangeva era un essere sinistro. La maggior parte dei commenti che suggerivano di mandarlo in un rifugio erano stati respinti dal figlio di sei anni della famiglia Chester. Il secondo figlio guardò il piccolo che non piangeva e mostrò curiosità nei suoi confronti. A quel tempo, Murray aveva il cuore spezzato per la morte del suo migliore amico, il suo animale domestico, Mika; e il bambino, che era un beta, gli suscitava un senso di protezione. I bambini erano legati da una serie di coincidenze, fra cui, per fortuna, che vivevano in Hechester Street.
***
Mika dormiva con la faccia sepolta in mezzo alle ginocchia, in un piccolo spazio accanto a una piccola lapide con il suo stesso nome.
La calda brezza primaverile di maggio scosse i suoi morbidi ricci biondi. Aprì gli occhi di fronte a un rumore che sentiva in lontananza.
“Quanto tempo ho dormito?”
Forse il maggiordomo lo stava cercando, sarebbe andato lì e l’avrebbe rimproverato perché era pigro. Si alzò e si spolverò il sedere.
Aveva visto il tramonto rossastro nel cielo luminoso per questo gli era sembrato che fosse passato più tempo di quanto non fosse: sul retro della villa, i servi si affrettavano a lavare i vestiti e fare le faccende domestiche, così Mika decise di aspettare che tutto si calmasse.
Con il cuore ansioso, inumidì con la lingua la bocca secca. Quando si avvicinò alla porta d’ingresso riservata ai servi, notò da lontano un uomo che sembrava essersi perso. Dopo aver visto Mika, iniziò a camminare veloce verso di lui.
«Ehi , tu.» Il corpo di Mika si congelò nel sentire una voce sconosciuta e nel vedere il volto di un uomo due volte più alto di lui.
«Sei un servo in questa casa? In questa villa, qualcuno con i capelli biondi…»
«Mika!» Il ragazzo rivolse subito lo sguardo al grido che aveva fermato le parole dello straniero.
Da dietro, Murray gli balzò davanti come fosse disperato. Poi accarezzò la testa di Mika con sguardo ansioso. Voleva regalargli un sorriso piacevole ogni volta che lo vedeva, ma oggi non poteva permetterselo. La testa invasa solo dal pensiero che l’uomo di fronte a lui lo stesse spaventando.
Fortunatamente, l’altezza di Murray era simile a quella dello sconosciuto, e nascondeva il volto dell’uomo alla vista di Mika. Murray sospirò e accarezzò Mika, il cui corpo era rigido.
«Mika, ti stavo cercando. Sei stato qui tutto il tempo?» Solo allora un piccolo sospiro di sollievo uscì dalla bocca di Mika.
«Hai mangiato? Ti ho detto che non dovresti rimanere a digiuno… Non fa bene al tuo corpo. Oggi la casa è un po’ in disordine, quindi, perché non vai in camera e ti riposi?»
Murray aveva piegato leggermente le ginocchia e parlava a Mika all’altezza degli occhi. Mika annuì guardando solo il suo volto.
«E, dopo che avrai mangiato un pasto delizioso, potrai sdraiarti, se hai sonno…» Le mani calde accarezzavano i capelli biondi semi-ricci, cercando di calmarlo.
«Murray, devo chiederti una cosa…»
Per un po’ l’uomo aveva osservato la situazione senza interromperli. Quando la sua esistenza fu ignorata, volle ancora una volta ricordare loro che era presente. Ma Murray sorrise gentilmente, guardando solo gli occhi di Mika. E, come se lui non fosse lì, Mika sbatté le palpebre, in attesa della prossima parola di Murray.
«Bene, fila subito dentro.»
Finito di parlare, aprì la porta vicina, spinse Mika per la schiena e la richiuse subito alle sue spalle. Da quando Murray era corso in suo aiuto, la tensione nel suo corpo aveva iniziato a scemare e, adesso, stava lentamente cessando di tremare. L’orrore che pensava di aver dimenticato tornò a tormentarlo, i suoi occhi cominciarono a riempirsi di lacrime. Si morse le labbra per impedirsi di piangere, ma quando raggiunse la porta all’estremità del corridoio della servitù, dovette strofinarsi le orbite con i pugni.


