BEYOND THE MEMORIES – CAPITOLO 3.2

Contrariamente a tutte le mie preoccupazioni, mi svegliai dopo aver dormito profondamente come al solito.

Non ebbi incubi e non mi svegliai nemmeno durante la notte.

A quanto pareva, i feromoni di Kwon Ido erano davvero migliori dei sonniferi.

La sensazione di sicurezza che avevo appena riconosciuto era ormai troppo radicata perché potessi tornare indietro.

Kwon Ido, che non sapeva nulla di ciò che avevo fatto, fece colazione come sempre, perfettamente vestito.

Nonostante fosse domenica, sembrava intenzionato ad andare al lavoro anche quel giorno.

Stavo per chiedergli se avesse mai un giorno libero, ma il fatto che io stessi praticamente sempre a riposare mi mise in imbarazzo e lasciai perdere.

La colazione consisteva in zuppa di alghe con tenera carne di manzo. Il brodo, condito al punto giusto, si abbinava perfettamente al riso ben sgranato.

A differenza del giorno precedente, mangiavo diligentemente, e lui mi parlò con tono tranquillo.

«La cucina coreana è decisamente migliore.»

Lo sguardo di Kwon Ido non era rivolto a me, ma alla ciotola di riso già consumata per metà.

Sembrava quasi sollevato nel vedermi mangiare bene, cosa che mi fece sentire stranamente a disagio.

«Il riso è sicuramente il migliore.»

Cercai di sorridere naturalmente, facendo l’occhiolino. Ero bravo a fingere che non fosse successo nulla, quindi avevo intenzione di comportarmi con Kwon Ido come al solito.

Finché fossi rimasto zitto, lui non avrebbe saputo nulla.

«E allora, la guardia del corpo le dà fastidio?»

Per fortuna Kwon Ido non sembrava aver notato nulla di strano in me. Lo capii dal fatto che distolse immediatamente lo sguardo e passò a un altro argomento.

Il problema era che neppure quell’argomento mi faceva particolarmente piacere.

«Non è scomodo, ma… non è proprio come stare da solo.»

«Si abituerà. Gli dirò di cercare, per quanto possibile, di non farsi notare.»

«… Non lo faccia.»

Cosa pensava esattamente quest’uomo che fosse una guardia del corpo? Solo perché non si faceva notare non significava che non esistesse. E davvero pensava che sarebbe stato più comodo? Avevo la sensazione che, se glielo avessi chiesto, avrebbe risposto di sì, quindi decisi di non verificare.

«Se non le piace, me lo dica. Non è difficile sostituirlo con qualcun altro.»

«Va bene così. Mi piace.»

Per un istante, l’espressione di Kwon Ido si irrigidì completamente. Sembrava che qualcosa lo avesse offeso e il suo sguardo si fece più cupo. Poi prese il bicchiere d’acqua con il suo solito volto freddo. «Che cosa le piace particolarmente?»

«Beh, sotto diversi aspetti…»

Ecco, la dimensione delle mani è simile.

Forse, dato che le dita di Kwon Ido erano dritte, la sensazione di stringere il bicchiere era decisamente diversa.

«È notevole. Alla sua età è persino diventato capo squadra.»

«…Di cosa sta parlando?»

L’avevo detto soltanto perché non mi veniva in mente nient’altro, ma Kwon Ido cambiò immediatamente espressione e mi chiese cosa intendessi.

Per un momento pensai di essermi espresso male.

Poi la frase successiva spiegò il motivo del cambiamento della sua espressione.

«Direttore generale Jeong Sejin.»

Ah. Non pensavo che avrei sentito di nuovo quell’appellativo proprio oggi.

«Non sono più direttore generale.»

In fondo, la posizione di direttore generale non era stata qualcosa che avevo ottenuto grazie ai miei sforzi. Serviva soltanto a mostrare pubblicamente che non c’erano discriminazioni. Probabilmente nemmeno mio padre aveva grandi aspettative. Anche se Kwon Ido non mi avesse ordinato di dimettermi, prima o poi sarei stato costretto a lasciare quella posizione sotto la pressione.

«A quanto pare le dispiace aver lasciato la posizione di direttore generale.»

Rimasi in silenzio a guardare Kwon Ido. Sempre tenendo il bicchiere in mano, abbassò lo sguardo e bevve un sorso d’acqua. Il movimento della gola sembrava una scena di un film girato con estrema cura.

«Non mi dispiace poi tanto.»

Era davvero così. Mi sentivo soltanto un po’ vuoto.

«Non era una posizione adatta a me.»

Forse avevo ottenuto quella posizione contro la mia volontà, ma tutto ciò che avevo fatto lì era stato per mia scelta. I risultati che avevo costruito con le mie mani. I colleghi con cui avevo consolidato la fiducia… E persino i risultati aziendali che stavano effettivamente seguendo una curva ascendente.

«Il nuovo direttore generale farà un buon lavoro.»

Naturalmente, il fatto che mi sentissi vuoto non significava che volessi tornare indietro. Era semplicemente scomparso qualcosa a cui mi ero abituato e avevo bisogno di qualcos’altro che potesse sostituirlo.

«Capisco.»

Kwon Ido annuì senza aggiungere altro, proprio come quando aveva sentito parlare della mia costituzione.

Forse, se mi avesse compatito, sarebbe sembrato falso.

Quella risposta quasi arida, invece, mi sembrò in qualche modo una forma di conforto.

«E allora, Jeong Sejin-ssi, cosa pensa che sia più adatto a lei?»

Non so perché quella domanda mi fece tornare in mente un sogno per il futuro che avevo completamente dimenticato. Era passato così tanto tempo da quando avevo smesso di pensarci che ero riuscito a ricordarlo a malapena durante la cerimonia di fidanzamento.

«Non saprei, non ne ho idea… E lei, vicepresidente esecutivo Kwon Ido? Pensa che il lavoro che fa adesso sia adatto a lei?»

Gli rivolsi la domanda con nonchalance, ma Kwon Ido lasciò sfuggire una breve risata. Era un sorriso che sembrava quasi derisorio, e il motivo divenne chiaro dalle sue parole successive.

«A quanto pare non vuole rispondere.»

Per poco non persi la mia poker face. Perché quest’uomo mi conosce così bene? O forse era semplicemente bravo a capire le persone.

«Adatto… Non ci ho mai pensato, ma, se proprio devo scegliere, la posizione di vicepresidente esecutivo non mi si addice molto.»

«…Capisco.»

Ripetei esattamente la sua risposta.

Era sorprendente che avesse risposto seriamente, ma ancora più sorprendente era che pensasse che il ruolo di vicepresidente esecutivo non fosse adatto a lui.

Dal mio punto di vista, era nato per essere un uomo d’affari.

«Forse la posizione di vicepresidente del gruppo sarebbe più adatta.»

Ah. Avrei dovuto dire: Un uomo ambizioso.

«Quale pensa che sia la società affiliata che costituisce il fulcro del Gruppo Seonho in questo momento?»

La domanda arrivò all’improvviso, ma mi venne immediatamente in mente una società affiliata. Pensavo che chiunque conoscesse Seonho avrebbe dato la stessa risposta.

«La Seonho Trading?»

Il Gruppo Seonho aveva così tante società affiliate che non bastavano le dita di una mano per contarle.

Seonho Trading, Seonho Electronics, Seonho Electric, Seonho Life, oltre all’attività collegata dell’Hotel Myeongseong e alla società pubblicitaria Yuil Planning. C’erano anche asili e musei appartenenti alla fondazione, ma il fulcro restava comunque la Seonho Trading.

«Esatto. È quello che pensa la maggior parte delle persone. Probabilmente perché è quella con il capitale maggiore.» Eppure Kwon Ido scosse la testa, come se la mia risposta fosse sbagliata. Poi, con una voce piatta, come se stesse valutando il menu di un pasto, disse: «Ma se il Gruppo Seonho dovesse dissolversi, la prima a diventare un campo di battaglia sarebbe la Seonho Trading. Dopo la separazione dei gruppi di potere, la Seonho Electronics diventerebbe il business fondamentale. E allora, a tutti gli effetti, il vicepresidente sarei io, in quanto massimo responsabile.»

Non era un discorso particolarmente difficile, eppure la mia mente impiegò tempo a comprenderlo.

Fin dalla prima ipotesi che aveva pronunciato, infatti, non riuscivo assolutamente ad accettarla.

«…Perché il Gruppo Seonho dovrebbe dissolversi?»

Non esiste un’azienda che non possa fallire.

Con una sola eccezione: Seonho.

Il Gruppo Seonho era considerato il più importante tra i numerosi grandi conglomerati del nostro Paese.

Dire che se Seonho fosse crollato sarebbe crollato anche il Paese non era una semplice battuta.

Era davvero un dominatore che teneva saldamente in mano il potere economico.

Eppure quel gruppo avrebbe potuto disperdersi?

«Non è poi così sorprendente. C’è abbastanza gente che lo aveva previsto e anche all’interno della famiglia se n’è parlato diverse volte. È diventato talmente grande e il presidente è ormai agli sgoccioli, quindi non è poi così difficile dividere un gruppo.»

«No, aspetti un momento. Kwon Ido-ssi.»

Interruppi precipitosamente Kwon Ido. Era stato un gesto istintivo. Ero così sconvolto che non ebbi nemmeno il tempo di pensare che non avrei dovuto farlo. Lo guardai senza riuscire a nascondere il mio imbarazzo. 

«Credo che non dovrei sentire queste cose.»

Era evidente che il “presidente” di cui parlava Kwon Ido fosse Kwon Byeonguk, il massimo responsabile del Gruppo Seonho. Sapevo che aveva smesso di apparire in pubblico circa due anni prima e che attualmente era in convalescenza. Si sentiva qua e là che era vicino alla morte, ma sentire dire “è agli sgoccioli” dal nipote diretto, Kwon Ido, aveva tutt’altro peso. 

«Farò finta di non aver sentito…»

«Anche se lei non è curioso, il presidente Jeong Cheolho lo sarà.»

Per un momento mi uscì una risatina vuota. Non perché fosse assurdo. Semplicemente perché non avevo nulla con cui ribattere.

«Anche lei dovrebbe avere un regalo per suo padre, non crede?»

«…Vuole che riferisca questa cosa a mio padre?»

«Beh, è una sua scelta, Jeong Sejin-ssi.»

Lo disse in modo ambiguo, ma alla fine il significato era chiaro: dovevo andare da mio padre e riferirgli le basi della sua sicurezza nel sostenere che alla fine sarebbe diventato vicepresidente.

Che vantaggio avrebbe avuto Kwon Ido se mio padre fosse venuto a conoscenza di tutto ciò?

Anche se il presidente Kwon Byeonguk fosse morto e Kwon Sangmi fosse diventata presidente, Kwon Ido aveva comunque altri due fratelli sopra di lui.

Senza contare il fratello maggiore Kwon Ijeong, persino la sorella maggiore Kwon Igyeong non era certo una persona che avrebbe ceduto facilmente la posizione di vicepresidente.

In altre parole, non sarebbe stato affatto semplice ottenere tutto come sosteneva Kwon Ido.

«…Farò finta di non aver sentito.»

Gli affari erano una lotta di informazioni, ma lasciare uno spazio vuoto era meglio che dare una risposta sbagliata. Forse era più sicuro restare in silenzio piuttosto che riferire qualcosa di cui non ero certo.

«A quanto pare non si fida completamente di me.»

Kwon Ido allungò le labbra, come se fosse un po’ dispiaciuto. Quell’espressione non mi fece alcun effetto perché, a guardarla bene, era chiaramente una recita. Per come avevo imparato a conoscere Kwon Ido fino a quel momento, doveva aver previsto perfettamente che non avrei riferito nulla.

«Allora smettiamo di parlare di questa noiosa questione dell’attitudine e torniamo alla guardia del corpo. Le piace?»

Ecco da dove era partito tutto.

Stavamo parlando di Lee Taeseong.

Non sapevo se fosse proprio quella la ragione per cui il tono iniziale era stato così ambiguo.

«Più che dire che mi piace… non credo sia necessario sostituirlo con qualcun altro.»

Era abbastanza taciturno e facile da gestire, quindi difficilmente sarebbe stato una presenza scomoda. Sembrava essere un po’ a disagio con me, ma non cercava di nasconderlo, e questo non mi dispiaceva. Più precisamente, probabilmente non era capace di nasconderlo.

Comunque sia.

«Meno male. Se più avanti dovesse iniziare a piacerle, me lo dica.»

Annuii distrattamente, poi mi fermai pensando che ci fosse qualcosa di strano.

Quando gli chiesi implicitamente “Perché?”, Kwon Ido sollevò obliquamente un angolo delle labbra.

«È un bravo ragazzo, quindi dovrò riprenderlo come capo squadra.»

A prima vista sembrava una condizione vantaggiosa, ma l’espressione con cui lo disse non lo era affatto. Era anche per quello che non riuscii a dirgli di promuovermi di nuovo, visto che gli piacevo. 

Invece di dargli una risposta definitiva, deviai con discrezione la conversazione.

«A proposito… avrei una cosa da chiederle.»

«Una cosa da chiedermi?» Non appena sentì la parola “chiedere”, Kwon Ido socchiuse gli occhi. Poi, forse colto da un pensiero, sollevò le sopracciglia ben delineate. «Vuole che elimini la guardia del corpo…»

«No, non è questo.»

Lo interruppi senza volerlo, ma per fortuna non sembrò irritato. L’unico a restare in silenzio, sorpreso da sé stesso per aver tirato fuori l’argomento all’improvviso, fui io. Era un problema se cominciavo a sentirmi così a mio agio con lui: appena mi lasciava un po’ di spazio, finivo per allungare sempre di più le gambe.

«Mi chiedevo se potessi usare lo studio.»

«…Lo studio?»

«Sì. Ho letto tutti i libri che avevo in camera e non mi resta più niente da leggere.»

Anche oggi, non appena Kwon Ido fosse andato al lavoro, Lee Taeseong sarebbe venuto puntualmente a cercarmi. Mi avrebbe seguito come un’ombra, con quell’aria terribilmente a disagio, fino alla serra. A quel punto, forse sarebbe stato meglio portare con me due libri.

«Lo studio…» Pensavo che avrebbe accettato subito, invece Kwon Ido esitò senza rispondere. Mi guardò, poi voltò la testa come se stesse riflettendo su qualcosa. Alla fine schioccò brevemente la lingua e rispose con aria indifferente. «Va bene, faccia come preferisce. Può usare lo studio al primo piano.»

Al primo piano. Lo studio che avevo visto io era al secondo.

«Gli scaffali saranno alti, quindi non prenda da solo i libri in alto: chieda a un domestico. La scala è pericolosa.»

«…Sì, grazie.»

In una casa così grande era improbabile che ci fosse un solo studio, ma era strano che avesse indicato proprio quello al primo piano. In pratica, anche se le sue parole erano «Usi lo studio al primo piano», il sottinteso sembrava essere «Non usi nessun’altro».

Mentre mi domandavo il perché, Kwon Ido parlò proprio in quel momento.

«Quello dell’altra volta è il posto in cui lavoro.»

«Ah.»

Ecco perché la scrivania sembrava usata. A quanto pareva, quello studio era anche il suo ufficio. In tal caso, capivo perché avesse specificato il primo piano invece del secondo.

E allora perché continuavo ad avere una strana sensazione?

«Direi che possiamo alzarci.»

Finì di mangiare e si alzò per primo. Le posate, disposte ordinatamente, sembravano riflettere il suo carattere. Stavo per seguirlo fuori dalla cucina quando lui si voltò di scatto e mi guardò.

«Jeong Sejin-ssi.» 

A volte mi capitava di provare una lieve sensazione di déjà vu. Per esempio, proprio in quel momento, mentre lo guardavo dal basso, così vicino a me. 

«Per sicurezza, glielo dico chiaramente: non entri nello studio al secondo piano.»

«…Come?»

Mi sentii come se avesse colpito nel segno. Non avrei mai immaginato che Kwon Ido avrebbe pronunciato di sua iniziativa proprio ciò che mi sembrava strano. Mi parlò con tono estremamente serio, senza battere ciglio.

«Ci sono molti oggetti pericolosi per lei, Jeong Sejin-ssi.»

A quelle parole, mi venne subito in mente qualcosa. E ciò che avevo in testa mi tornò alle orecchie attraverso la voce di Kwon Ido.

«Per esempio, una pistola.»

Un brivido mi percorse la schiena. Una sensazione di freddo sconosciuta mi risalì lungo la spina dorsale. La paura, che si insinuava lentamente dentro di me, rimase impressa in un angolo del petto, provocandomi un dolore sordo.

Era una sensazione strana, impossibile da descrivere a parole. Mi era bastato sentire una frase perché l’aspetto della pistola mi tornasse nitidamente alla mente: l’impugnatura nera e affilata, il grilletto con la sicura inserita.

«La pistola è vera… Ho buttato via tutti i proiettili, però.»

Mi sembrò di sentire la voce di Kwon Ido nelle orecchie. Le fasi in cui aveva messo la pistola nel cassetto e l’aveva chiuso a chiave mi passarono davanti agli occhi come un film.

«…Non avrei comunque motivo di entrarci.»

Alla mia risposta, pronunciata lentamente, lo sguardo di Kwon Ido si addolcì. Sollevò piano gli angoli della bocca, con un’espressione lievemente sollevata. Il suo viso era tranquillo come non mai, eppure al suo interno si intravedeva una punta d’inquietudine.

«Meno male.»

Dopo aver detto questo, uscì dalla cucina senza voltarsi. Il peso che mi era rimasto nel petto sembrava imprimere nitidamente nella memoria la sua figura mentre si allontanava.

***

Lo studio al primo piano era molto più grande di quello al secondo. Tutte le pareti erano ricoperte di libri e c’era persino una scala per raggiungere quelli più in alto. Il domestico che mi aveva accompagnato mi raccomandò più volte di non usare la scala, poi uscì dallo studio con un inchino rispettoso.

Scelsi due libri dai titoli che mi attiravano e mi diressi verso la serra. Come previsto, Lee Taeseong mi seguì, ma, a differenza del giorno prima, si sedette di fronte a me senza protestare. Anche se, quando gli porsi il libro, la sua espressione si irrigidì come se avesse appena addentato qualcosa di disgustoso.

«…Che cos’è?»

«Un libro.»

Sapevo che non era quello che voleva chiedermi, ma gli risposi così. Nei suoi occhi passò ancora una volta un lampo di stizza. Mi dispiaceva pensarlo, ma il fatto che le sue emozioni gli si leggessero in faccia mi faceva pensare che assomigliasse a Minjae, in un certo senso.

«L’ho portato perché temevo si annoiasse. Non è obbligato a leggerlo, quindi faccia come vuole.»

Gli porsi un libro in coreano e aprii l’altro davanti a me. Lee Taeseong mi lanciò un’occhiata e sbatté le palpebre, perplesso. Intuii il significato del suo sguardo e parlai senza distogliere gli occhi dalla pagina.

«È in francese.»

«…Ah.»

Quando frequentavo l’università, avevo seguito per hobby un corso facoltativo di francese. Avevo imparato soltanto le basi della conversazione, ma la lingua mi aveva interessato molto e avevo continuato a studiarla per conto mio. Quando avevo trovato un libro in una lingua che conoscevo nella libreria di Kwon Ido, l’avevo preso con piacere.

L’unica cosa che avevo trascurato era che, se non si usa una lingua, la si dimentica.

Un tempo avrei letto quel testo senza troppi problemi, ma ora mi ci voleva tempo persino per una sola frase. A volte mi confondevo con la struttura e dovevo rileggere; altre volte incontravo una parola sconosciuta e mi bloccavo per un momento. Per fortuna non era un testo particolarmente difficile, e stavo voltando lentamente pagina quando lui parlò.

«Sa anche il francese?»

Doveva essere davvero curioso: Lee Taeseong mi rivolse la domanda con gli occhi che brillavano. Non riusciva a trattenere la curiosità, anche se continuava a mostrare quanto si sentisse a disagio. Forse ammirava moltissimo chi parlava una lingua straniera.

«No, lo guardo come se fosse un libro illustrato.»

Era nato un nuovo argomento di conversazione, ma finsi di niente e alzai le spalle. Ormai non ero nemmeno bravo, quindi non c’era bisogno di vantarmene.

«Ma che significa…? Piuttosto, legga questo.»

Con aria incredula, indicò il libro di cui non aveva ancora nemmeno girato la copertina. Mi aspettavo almeno che fingesse di leggerlo, ma era rimasto esattamente come l’avevo lasciato. La cosa mi fece un po’ ridere e mi sfuggì una risatina.

«Mi dispiace, ma quello l’ho già letto tutto.»

«E allora perché l’ha portato?»

«Non gliel’ho detto? L’ho portato perché temevo che Lee Taeseong-ssi si annoiasse.»

«…Non mi annoio.»

«Lo so.»

«Allora perché…»

A quanto pareva, leggere un libro in lingua straniera e conversare allo stesso tempo era impossibile. Scorsi con gli occhi la frase appena letta e cominciai a parlare con tono impassibile.

«Quel libro è piuttosto bello.»

«…»

«Perché non prova almeno a leggere la prima pagina?»

Questa volta Lee Taeseong chiuse davvero la bocca e prese il libro. Voltò la prima pagina con un gesto pesante, fruscio dopo fruscio. Finalmente si era creata la condizione perfetta per leggere sul serio.

Sulla punta del naso aleggiava il profumo dei fiori di colza e la luce del sole era piacevolmente calda. All’inizio faticavo a decifrare ogni frase, ma pian piano cominciai ad abituarmi. La lettura era ancora lenta, ma non importava, perché il contenuto era interessante.

Trascorsi un’ora leggendo il primo capitolo e altre due ripassando ciò che avevo letto. Quando finalmente arrivò l’ora di pranzo e alzai la testa, vidi Lee Taeseong immerso nel libro, tanto concentrato da divorarlo con gli occhi.

Era quella sensazione di soddisfazione che si prova quando anche un’altra persona finisce per apprezzare qualcosa che piace a noi.

«È interessante, vero?»

Alla mia domanda, Lee Taeseong sussultò. Posò il libro, ormai letto a metà, e si leccò le labbra con aria dispiaciuta. La risposta che seguì era intrisa d’imbarazzo.

«…Sì, moltissimo.»

***

Avrei voluto prestare il libro a Lee Taeseong, ma non era mio, quindi non potevo. Gli dissi di continuare a leggerlo il giorno dopo e lui annuì, nascondendo la delusione. Sembrava un cane appena tornato da una passeggiata, e dovetti trattenere a fatica il sorriso che stava per sfuggirmi.

Il pranzo era simile alla colazione: cucina coreana. Ci servirono una vellutata di sesamo nero finemente macinato per stuzzicare l’appetito, insalata di merluzzo pollack, tangpyeongchae e controfiletto ben cotto. Per dessert arrivò il sujeonggwa, una bevanda dolce alla cannella, perfetta per concludere il pasto.

Lee Taeseong pranzò con i domestici e poi tornò a seguirmi mentre passeggiavo a una certa distanza. Ufficialmente era lì per proteggermi, ma non riuscivo a togliermi dalla testa che mi stesse sorvegliando. Almeno, aveva il merito di seguirmi senza fare il minimo rumore.

Kwon Ido tornò dal lavoro un po’ più tardi del solito. Arrivò appena in tempo per il pasto e, scusandosi per avermi fatto aspettare, si fece una doccia e cenò con me. Gli avevo detto chiaramente di non sforzarsi, eppure sembrava che avesse fatto di tutto per rientrare presto.

«Che cosa ha fatto oggi?»

Dopo cena, ci dirigemmo come sempre verso la stanza di Kwon Ido. Per fortuna, i feromoni che riempivano la camera non mi colpirono con la stessa sensibilità del giorno prima. Anzi, mi sembrò di provare una sensazione di stabilità e potei tirare un sospiro di sollievo.

«Le solite cose. La mattina ho letto nella serra, il pomeriggio ho fatto un giro in giardino…»

«È stato nello studio?»

«Sì. Il domestico mi ha raccomandato di non usare la scala, così ho scelto qualcosa che potessi raggiungere senza difficoltà.»

Parlavamo anche al mattino, ma la sera aveva sempre un’atmosfera diversa. Forse perché Kwon Ido non indossava il completo e la distanza tra noi sembrava ridursi un po’. Oppure perché mi ascoltava con un’espressione rilassata.

«La guardia del corpo le dà ancora fastidio?»

«Be’, oggi non tanto…»

Quello a sentirsi a disagio doveva essere Lee Taeseong, non io.

Non gli raccontai che avevamo letto seduti uno di fronte all’altro. Temevo che Kwon Ido, in quanto suo datore di lavoro, potesse non approvare quel comportamento. Avevo insistito per rendermi la vita più comoda, quindi volevo evitare che la cosa si ritorcesse contro di lui.

«Che libro ha letto oggi?»

Kwon Ido si girò in diagonale verso di me e mi guardò con aria compiaciuta. Di solito aveva le sopracciglia leggermente contratte all’attaccatura, mentre la sera il suo volto sembrava più mite nel complesso. Eppure la sua bellezza perfetta non cambiava affatto.

«Si intitola “L’origine del profumo”… È un libro in francese. Lo conosce?»

Glielo chiesi tanto per dire. La libreria era enorme: non poteva certo aver letto tutti i libri che conteneva. Sarebbe stato già sorprendente se avesse riconosciuto il titolo.

Eppure Kwon Ido rispose con noncuranza, in tono dolce: «Origine du parfum?»

Il francese elegante mi accarezzò dolcemente le orecchie. Erano soltanto poche parole, ma la pronuncia e persino l’accento erano perfetti. Quando spalancai gli occhi per la sorpresa, Kwon Ido sorrise, socchiudendo gli occhi.

«Lo conosco. È di Charles.»

«…Sa il francese?»

«Così, più o meno.» Rispose con leggerezza e abbassò lentamente lo sguardo. Le ciglia ordinate proiettarono un’ombra lunga. «Ho avuto occasione di studiarlo per un po’.»

Gli bastò abbassare gli occhi perché mi assalisse una sensazione di tristezza. Il suo volto, mentre pronunciava quelle parole, sembrava così malinconico. Non riuscendo a distogliere lo sguardo da lui, mormorai piano: «La pronuncia è precisa… Dev’essere stato un bravo insegnante.»

«Perché ho studiato con una persona molto intelligente.»

Kwon Ido alzò le spalle e sorrise di nuovo appena. L’ombra che gli era passata sul volto poco prima era ormai scomparsa. Ecco, l’avevo detto: quest’uomo sorride più spesso del segretario Kim.

«Le piacciono i profumi?»

Il sorriso di Kwon Ido era come un fiore splendido che sbocciava in piena fioritura. Il suo viso, che da fermo sembrava freddo, cambiava atmosfera nel momento in cui sorrideva. A guardarlo, si poteva perdere la cognizione del tempo.

«Più che i profumi, mi interessano gli odori in generale. Da bambino volevo diventare un profumiere…»

Parlai senza pensarci, poi mi resi conto di quello che avevo detto e chiusi di colpo la bocca. Non era un sogno da raccontare agli altri, eppure le parole mi erano uscite senza riflettere. Diventare profumiere. Se l’avessi detto a qualcuno, mi avrebbe soltanto deriso.

«Le si addice.»

Per un attimo dubitai delle mie orecchie. Mi si addice? A me?

«È un mestiere che le si addice, Jeong Sejin-ssi. Molto più che essere direttore di un gruppo finanziario.»

Avrei dovuto rifletterci a fondo. Intendeva dire che il ruolo di direttore era troppo per me, oppure pensava davvero che fossi adatto a fare il profumiere?

«A proposito, ogni anno la società G lancia un nuovo profumo. Se le interessa, me lo dica. Per me è un po’ troppo floreale, ma a lei starebbe bene.»

Per quanto ascoltassi, non riuscivo a percepire alcuna ironia nelle parole di Kwon Ido. Non mi stava dicendo che era una sciocchezza, né di preoccuparmi piuttosto di sentire l’odore dei miei feromoni. E non cercava neppure di riportarmi alla realtà, dicendomi di smetterla di inseguire sogni irrealizzabili.

«Non è strano? Che qualcuno che non ha nemmeno un odore di feromoni voglia creare profumi…»

«Odore di feromoni?» Alla domanda improvvisa, Kwon Ido aggrottò la fronte come se non capisse di cosa stessi parlando. Appoggiò un braccio sul bracciolo del divano e parlò con calma. «Non gliel’ho già detto? I suoi feromoni somigliano al profumo dei fiori.»

Era ciò che aveva detto a sua sorella il giorno della cerimonia di fidanzamento. Una frase pronunciata con voce gentile, dolce come in un sogno.

«I feromoni di Jeong Sejin-ssi somigliano al profumo dei fiori.»

«In ogni caso, i feromoni non sono qualcosa da considerare un profumo… ma, a meno che non abbia perso l’olfatto, non capisco che relazione ci sia con il profumo.»

Per poco non gli risposi: «Già. Che cosa c’entra davvero?» Uno che non ha nemmeno odore di feromoni… Se qualcuno mi dicesse di non mangiare le mele perché sono rosse, all’inizio gli chiederei perché quello dovrebbe essere un motivo per non mangiarle. Ma, dopo averlo sentito ripetere tre volte, finirei forse per pensare che potrebbe essere vero. E se non fossi nemmeno nella condizione di chiedere perché?

«Smettila di dire sciocchezze e pensa a studiare.»

«…Un profumiere non crea soltanto profumi. Esistono anche professioni che aggiungono aromi agli alimenti.»

Strinsi le mani appoggiate sulle cosce e poi le rilassai. L’anello all’anulare mi lasciò un leggero segno sulla pelle. Kwon Ido disse che non lo sapeva e mi chiese con semplicità: «Quale dei due lavori voleva fare, Jeong Sejin-ssi?»

«Io…»

Ah, perché mi si chiude così la gola?

«Non lo so bene. Volevo semplicemente creare degli odori.»

A ogni respiro, i feromoni che riempivano la stanza mi facevano vibrare il petto. Kwon Ido era così vivido che riuscivo a percepirlo intensamente attraverso il respiro e la pelle.

Forse, da bambino, volevo trasformare proprio quelle sensazioni in odori. Forse non volevo lasciarmele sfuggire e desideravo conservarle il più a lungo possibile.

«L’erba e i fiori hanno un buon odore, sa? Trovo affascinante che qualcosa d’invisibile possa lasciare una traccia.»

Raccontai lentamente ciò che avevo sempre percepito: come cambiassero gli odori quando pioveva, quali profumi si mescolassero nell’aria al cambiare delle stagioni. Gli dissi che per questo mi piacevano i fiori e che le tisane floreali preparate dai domestici erano sempre profumate e piacevoli.

Kwon Ido non mi interruppe. Dopo avermi ascoltato fino alla fine, disse: «Anche senza diventare profumiere, sarebbe divertente trovare il tempo per provare a creare qualche fragranza.»

La sua voce era più gentile di qualsiasi altra avessi mai sentito. Parlava come sempre, ma io accolsi quelle parole in modo diverso dal solito. L’emozione che mi colmò, traboccando piano, sembrò un conforto impossibile da esprimere.

Perciò non riuscii a chiederglielo: quel giorno in cui non avevo nemmeno avuto il ciclo di calore, il giorno della cerimonia di fidanzamento in cui ci eravamo incontrati per la prima volta, come aveva fatto a riconoscere i miei feromoni?

***

Per alcuni giorni trascorsi le mattine leggendo il libro intitolato “L’origine del profumo”. Nel frattempo anche Lee Taeseong finì il libro e, quando voltò l’ultima pagina, mi guardò con aria indignata. In sostanza, voleva sapere perché gli avessi consigliato un libro così triste; quando gli chiesi se non gli fosse piaciuto, però, rispose che non era quello.

Nel frattempo scoprii anche che Kwon Ido aveva letto tutti i libri della libreria. Glielo chiesi di sfuggita, incredulo che potesse averli letti davvero tutti, e lui mi rispose con una domanda: «Perché tenere sugli scaffali libri che non si sono letti?» Fu così che lo capii. Era un mostro, davvero. Doveva avere giornate di settantadue ore.

Inoltre, a sentire Lee Taeseong, Kwon Ido andava al lavoro quasi sempre senza prendersi giorni di riposo. Durante tutto il periodo in cui Lee Taeseong era stato il suo caposquadra, non lo aveva mai visto battere la fiacca. Anch’io avevo sempre avuto una vita piuttosto impegnata, ma l’idea di non avere nemmeno i fine settimana liberi mi lasciò senza parole.

Anche se, naturalmente, la cosa che mi sconcertò di più fu che alla mia domanda «Allora anche Lee Taeseong-ssi non può riposarsi?» non arrivò alcuna risposta.

«Ora si siede con naturalezza.»

Anche oggi Lee Taeseong, incaricato della mia protezione, si sedette al tavolo di fronte a me senza che gli dicessi niente. Se ne stupì persino lui e assunse un’espressione molto imbarazzata. Lasciai sfuggire una risatina e gli feci un cenno distratto con il mento.

«Scherzavo. Si metta comodo.»

La tisana floreale preparata oggi dal domestico era a base di fiori di prugno, dal profumo dolciastro. I fiori essiccati galleggiavano a piccoli gruppi nella tazza di vetro. Mentre li osservavo assorto, dalla persona seduta di fronte a me arrivò una domanda esitante.

«…Si mangiano anche i fiori?»

Mi scappò una risata. Non volevo prenderlo in giro, ma l’aveva chiesto con tanta cautela che non riuscii a trattenermi. Mi coprii la bocca e inghiottii la risata che stava per esplodere.

«Ah… mi scusi. È che è carino.»

Lee Taeseong si irrigidì all’istante. Aveva un’aria piuttosto minacciosa, ma non mi fece né caldo né freddo.

«Non succede niente se li mangia, ma non saranno granché, quindi è meglio di no. Sono come le foglie di tè che si lasciano galleggiare per evitare che si beva troppo in fretta e si vada di traverso.»

I petali bianchi erano bellissimi anche solo da vedere. Facevano una gran figura, quindi svolgevano egregiamente la loro funzione estetica. A pensarci bene, sarebbe stato un peccato mangiarli.

Lee Taeseong bevve il tè con cautela, come gli avevo detto. Continuava a sembrare poco entusiasta del gusto, ma dopo alcuni giorni si era abituato almeno un po’. A pensarci bene, mi aveva detto che non beveva niente senza motivo, a parte l’acqua.

«Mi sembrava che il libro che ha letto l’altra volta le fosse piaciuto, così ne ho preso uno dello stesso autore.»

Gli porsi uno dei libri che avevo portato e lui mi lanciò uno sguardo pieno di diffidenza. Sembrava chiedermi se anche questo fosse triste. Invece di dargli la risposta, mi limitai a sorridere con aria misteriosa.

«Se le dico cosa succede, non sarà più divertente leggerlo.»

«…Allora mi dica solo questo. Il protagonista muore?»

«Chissà, non me lo ricordo.»

Probabilmente il protagonista non sarebbe morto. Piuttosto, sarebbe morta la persona amata.

«Lo scoprirà leggendolo.»

Le sue pupille nere si mossero con inquietudine. Era curioso, ma forse non aveva il coraggio di chiedermelo. Avevo intenzione di rispondergli se avesse insistito ancora una volta, ma sembrò meglio restare in silenzio.

Aprii il libro che avevo portato e scorsi l’indice. Quello che volevo leggere stavolta era una piccola raccolta di poesie in francese. A prima vista sembrava nuova, ma appena voltai la prima pagina vidi alcune parole scritte a penna.

-Al mio amato.-

Non c’era niente di particolarmente speciale. Era semplicemente la trascrizione in coreano delle parole “Mon Cher Amour”. Eppure la grafia, con le vocali allungate, mi sembrava in qualche modo familiare.

Non ci misi molto a capire che quella calligrafia apparteneva a Kwon Ido. Il motivo era semplice: mi tornò in mente il biglietto lasciato insieme al bouquet il giorno della cerimonia di fidanzamento. Anche sul biglietto, che riportava il significato dei mughetti, c’era la stessa grafia.

Voltai un’altra pagina. La prima poesia non conteneva annotazioni, mentre nella seconda ce n’erano qua e là. In un primo momento pensai che avesse segnato la pronuncia, ma in realtà aveva aggiunto la traduzione di alcune parole.

Le frasi, annotate senza un ordine preciso, a volte erano tradotte correttamente e altre no. Alcuni passaggi che richiedevano una traduzione libera erano stati resi letteralmente, senza alcuna considerazione; certe espressioni, probabilmente idiomatiche, erano state interpretate alla lettera.

E poi, nella quinta poesia, trovai questa frase: 

-Ero dentro la luna.-

Era una poesia che descriveva in vari modi la sensazione di innamorarsi. La traduzione di Kwon Ido probabilmente non corrispondeva al significato che aveva capito lui. Forse era un’espressione simile a quella che indica la sensazione di camminare sulle nuvole.

Ripassai distrattamente con la punta delle dita le parole scritte da Kwon Ido. La sensazione della carta sotto le dita era stranamente estranea. Perché la vista mi si stava annebbiando così? Sbattendo le palpebre, vidi qualcosa cadere sulla pagina.

«Eh…»

Sta piovendo?

«…Direttore generale?»

Attraverso le orecchie ovattate sentii Lee Taeseong chiamarmi, allarmato. Non si limitò a quello: si alzò di scatto e la sedia cadde a terra, rotolando rumorosamente.

«Pe-perché, che cosa le…?»

La goccia di pioggia che era caduta per prima lasciò sulla carta una traccia scura; poi altre gocce si allargarono lentamente. Sollevai la testa con un certo ritardo e vidi che ciò che credevo pioggia mi stava scivolando lungo la guancia. Solo allora capii che non era pioggia, ma lacrime.

«Che succede? Si sente male?»

«Ah…»

Mi portai una mano al viso e mi strofinai gli occhi senza convinzione. Avrei voluto dire che mi era entrato qualcosa nell’occhio, ma un singhiozzo mi salì improvvisamente alla gola e non riuscii a parlare. Non potei fare altro che coprirmi gli occhi con il palmo e abbassare la testa.

«Non è niente. Mi è entrato qualcosa nell’occhio…»

Davvero, non era successo niente. Avevo soltanto letto una raccolta di poesie e vi avevo trovato la calligrafia di Kwon Ido. Non c’era alcun verso tanto commovente da farmi piangere e, anche se ci fosse stato, non ero una persona così sentimentale da scoppiare facilmente in lacrime.

«Le è entrato qualcosa nell’occhio?»

«…Sto bene, non deve preoccuparsi.»

«Come faccio a non preoccuparmi…»

Lee Taeseong, visibilmente agitato, girò intorno al tavolo e si avvicinò a me. Sembrava cercare dei fazzoletti, ma era ovvio che nella serra non ce ne fossero. Stavo per dirgli che andava tutto bene e di tornare a leggere, ma lui parlò prima di me.

«Vado a prendere dei fazzoletti.»

«No, davvero…»

Non ce n’è bisogno. Stavo per dirlo quando…

«Jeong Sejin.»

Una voce familiare penetrò nelle mie orecchie ovattate. La conoscevo bene: era una voce che apparteneva a una sola persona. Nell’aria già colma di profumo floreale si mescolò un odore legnoso, e una presenza, senza che mi accorgessi da quanto tempo fosse lì, si avvicinò a grandi passi.

«…Direttore esecutivo?»

«Sejin-ah.»

I feromoni, che si erano diffusi con delicatezza, ormai erano abbastanza vicini da avvolgermi. Una mano dalla temperatura fresca mi circondò il polso e, con più decisione, mi tolse la mano con cui mi coprivo il viso. Quando sbattei lentamente le palpebre, vidi gli occhi scuri tipici di Kwon Ido.

«Perché piangi?»

Assurdamente, non appena lo sentii dire quelle parole, le lacrime che si erano fermate ricominciarono a scendere. Non era come se fossi stato sopraffatto dalla tristezza: sembrava che i miei dotti lacrimali si fossero guastati e non riuscissi più a controllarli. Vedendomi piangere senza sosta, Kwon Ido mi prese il viso tra le grandi mani.

Senza esitare, si inginocchiò su un ginocchio sul pavimento della serra. Si abbassò così da guardarmi attentamente in viso. Lee Taeseong, in piedi accanto a noi, spalancò la bocca, ma Kwon Ido non diede neppure l’impressione di accorgersene.

«Jeong Sejin-ssi, guardi me.»

Purtroppo, guardarlo non mi aiutò a smettere di piangere. Semmai, una sensazione indefinibile mi bloccò persino la voce. Quando inspirai profondamente per trattenere i singhiozzi, lui mi avvolse la nuca con una mano e mi attirò contro di sé.

Mi accarezzò delicatamente la schiena con gesti impacciati. Si muoveva come una persona che non aveva mai consolato nessuno in vita sua; era terribilmente goffo. La cosa assurda era che, nonostante quei gesti maldestri, la tristezza si placò davvero.

«Direttore esecutivo, ma lei come…»

«Può andare.»

«…Come?»

«Le sto dicendo di andare a casa.»

Lee Taeseong rispose con un tono pronto, anche se con un attimo di ritardo. Non potevo vederlo, stretto com’ero tra le braccia di Kwon Ido, ma probabilmente si era inchinato profondamente. I suoi passi pesanti si allontanarono a grandi falcate, e io, stringendo il bavero di Kwon Ido, mormorai: «…Sto bene.»

La voce era roca, ma le lacrime si erano decisamente calmate. Solo allora anche i feromoni di Kwon Ido cominciarono ad attenuarsi. Lui lasciò uscire un sospiro sottile e mi accarezzò lentamente la schiena.

«Non sta male, vero?»

La sua voce gentile sembrava girarmi intorno alla testa. Le sue mani, i feromoni, la voce: tutto mi circondava, come se volesse consolarmi.

«…No, non sto male.»

«E non è successo niente?»

«Non è successo niente.»

«Allora perché ha pianto…»

Che cosa avrei dovuto fare? Avevo voglia di fare i capricci, di lasciarmi coccolare. Una persona che era sempre stata gentile con me, in quel momento lo era ancora di più, come se mi stesse trattando davvero da bambino. Ecco perché finivo per prendermi sempre più confidenza, proprio come dicevo.

«…Sto davvero bene.»

Sollevai appena la testa per liberarmi dal suo abbraccio. La posizione mi metteva a disagio e, in ritardo, cominciavo anche a provare imbarazzo. Ma Kwon Ido, invece di lasciarmi andare, mi tenne la nuca ancora più saldamente contro di sé.

«Restiamo così ancora un po’.»

«…»

«So che ha smesso di piangere… ma, solo per un momento.»

Le sue lunghe dita si insinuarono tra i miei capelli. La carezza scivolò leggera e provocò una sensazione così particolare che mi fece contrarre le spalle. Mi strinse a sé con entrambe le braccia e strofinò piano la guancia contro i miei capelli.

Kwon Ido mi lasciò andare soltanto parecchio tempo dopo. Fu un intervallo abbastanza lungo da permettermi di liberarmi anche della tristezza rimasta, non solo di smettere di piangere. Mi accarezzò la testa più volte e alla fine dovetti chiudere forte gli occhi e riaprirli, sentendo le orecchie diventare rosse per l’imbarazzo.

«Davvero non vuole dirmi perché ha pianto?»

Si sedette con calma sulla sedia che poco prima era stata occupata da Lee Taeseong e mi interrogò. Voleva sapere perché avessi pianto, ma il problema era che neanch’io conoscevo la ragione.

«Stavo soltanto leggendo un libro…»

«Le è dispiaciuto che morisse la persona amata dal protagonista?»

Il suo sguardo si posò sul romanzo che avevo dato a Lee Taeseong. Era sorprendente che conoscesse davvero la trama, ma io non stavo piangendo per quel libro.

«No, stavo leggendo questo.»

Gli porsi ordinatamente la piccola raccolta di poesie, grande quanto il palmo di una mano. L’avevo tenuta con cura, ma poi mi era scivolata ed era finita tutta stropicciata. Probabilmente, aprendola, avrebbe visto che le parole erano un po’ sbavate per via delle lacrime.

«Sembra che lei ci tenga molto. Mi dispiace.»

Mi scusai, imbarazzato, ma Kwon Ido non disse niente. Non reagì neppure come faceva di solito, dicendomi che non c’era bisogno di scusarmi. Rimase semplicemente a fissare la raccolta di poesie, come se fosse sorpreso.

Solo dopo un lungo silenzio mi chiese, con il volto irrigidito: «…L’ha letta?»

Sembrava una persona a cui avevano appena scoperto il diario. A pensarci bene, non era poi così diverso. Mi preparai mentalmente all’eventualità che si arrabbiasse, ma invece di alzare la voce Kwon Ido cominciò a parlare con cautela.

«Jeong Sejin-ssi, per caso…»

Per caso?

«…No, niente.»

Si dice che interrompere una frase a metà sia un modo per far impazzire qualcuno. Eppure, anche sapendo che non avrei dovuto, mi venne voglia di insistere e chiedergli di finire la frase.

Quando lo guardai senza capire, lui aggrottò le sopracciglia con un’espressione dispiaciuta.

«Non è niente. Mi è solo passato per la testa un pensiero assurdo.»

Quando sospirò, mi passò la voglia di chiedergli spiegazioni. Lo pensavo già da tempo: quando assumeva quell’espressione malinconica era ancora più difficile opporgli un rifiuto che quando sorrideva.

«A proposito, Jeong Sejin-ssi.»

Kwon Ido prese il libro che Lee Taeseong stava leggendo e ne sfogliò rapidamente le pagine. Dopo averlo scorso fino alla fine, lo posò sul tavolo e mi guardò. Gli angoli della bocca, piegati dolcemente verso l’alto, avevano qualcosa di inquietante.

«Perché ci sono due tazze?»

Il presentimento di qualcosa di spiacevole si rivelava sempre preciso, senza mai sbagliare. Di solito, il nostro istinto è più rapido di qualsiasi altra cosa nel percepire una cattiva atmosfera.

«Il libro… va bene, facciamo finta che Jeong Sejin-ssi ne abbia letti due.» Il suo sguardo passò dal romanzo alla raccolta di poesie. Picchiettò con la punta delle dita sulla tazza di vetro e inclinò la testa. Poi emise una risatina sprezzante e mormorò quasi tra sé: «Non avevo detto che tra le commissioni fosse compreso anche fargli compagnia.»

«…Be’, io…»

Le parole mi uscirono di bocca, ma non mi venne in mente niente di appropriato da aggiungere. Non potevo nemmeno farmi prendere dal panico, altrimenti sarebbe stato ancora più strano, così dovetti sforzarmi di pensare. Alla fine decisi di dire semplicemente quello che mi era venuto in mente.

«Mi sentivo a disagio a lasciar stare in piedi Lee Taeseong-ssi per ore.»

I suoi occhi, dalla forma aperta e limpida, si assottigliarono. Il suo sguardo era acuto, come se riuscisse a leggermi dentro. Eppure, le parole che pronunciò subito dopo furono diverse da quelle che mi aspettavo.

«Si chiama Lee Taeseong?»

Sbattei le palpebre, senza capire. Quando gli dissi: «È stato lei ad assegnarlo», lui rispose senza cambiare espressione: «Ah, non mi interessava sapere il suo nome.»

Era una ragione davvero tipica di Kwon Ido. Si accorse che ero sbalordito e alzò leggermente le spalle.

«Scherzo. Lo sapevo. Sapevo che Jeong Sejin-ssi beveva il tè con la guardia del corpo.»

«…Quindi non stava scherzando sul fatto di non conoscerne il nome.»

«Dovrei saperlo?»

Ma che razza di domanda… No, aspetta, anche Minjae non riesce a ricordare i nomi di tutte le guardie del corpo, giusto?

«Mi dispiace di non averglielo detto prima…»

Stavo per scusarmi, ma mi fermai e guardai istintivamente Kwon Ido per capire come avrebbe reagito. Lui annuì, come per lodarmi per aver interrotto la frase. Sembrava volesse che continuassi.

«…Non è che stia trascurando il servizio. Sono stato io a dirgli di sedersi e leggere. Come le ho detto prima, mi sentivo troppo a disagio a lasciarlo lì in piedi.»

Pensavo che Kwon Ido non potesse ignorare il fatto che bevevamo il tè insieme. In fondo, era il suo domestico a prepararmi ogni giorno la tisana floreale. Dovevano prepararne due tazze, quindi la cosa doveva essere stata riferita a qualcuno.

«E mi dispiace anche di avergli prestato il libro di mia iniziativa. Lasciarlo seduto lì senza fare niente era comunque scomodo.»

Volevo dirgli di non attribuire la colpa a Lee Taeseong. Non sembrava il tipo che avrebbe abusato del proprio potere, ma nella vita era meglio prepararsi a ogni evenienza. Se per colpa mia si fosse trovato in una situazione difficile, non avrei dormito tranquillo.

«Be’, in realtà…» Kwon Ido accavallò le gambe con aria rilassata e picchiettò sul tavolo. Seguii involontariamente il movimento del suo lungo indice. «Non mi importa molto dove si sieda la guardia del corpo. Dal momento in cui l’ho assegnata a lei, Jeong Sejin-ssi, non è più un mio uomo. Mi aveva detto fin dall’inizio che la sua presenza la metteva a disagio, quindi immaginavo che avrebbe cercato una soluzione che la facesse sentire più comoda.»

Dopo aver detto questo, Kwon Ido alzò gli occhi e mi guardò. I suoi occhi, che si chiudevano e si riaprivano lentamente, erano irreali nella loro bellezza. O forse era solo una mia impressione? Mi sembrava di stare per piangere di nuovo.

«Inoltre, anche lei avrà bisogno di qualcuno con cui parlare durante il giorno.»

Con tono generoso, mi disse che capiva perfettamente la mia situazione. Era stato due volte più indulgente di quanto mi aspettassi e non sembrava affatto arrabbiato.

Solo le parole successive furono del tutto inaspettate.

«Quello che mi infastidisce è soltanto che abbia condiviso con un’altra persona un luogo che non ha mai condiviso con me.»

L’atmosfera si raffreddò all’istante. Kwon Ido prese la tazza da cui aveva bevuto Lee Taeseong e ne rovesciò il contenuto sul pavimento con un gesto distratto. Il tè e i petali si sparsero disordinatamente sulla pietra.

«Questo mi dà più fastidio di quanto pensassi.»

Non sapevo cosa dirgli. Se avessi aperto bocca con leggerezza, temevo che avrei peggiorato l’umore di Kwon Ido. Lui osservò il tè che si allargava sul pavimento e posò bruscamente la tazza sul tavolo.

«Non lo dico perché voglio che si senta in colpa.»

Però, a giudicare dall’aspetto, sembrava parecchio contrariato.

Il tempo che trascorrevo con Lee Taeseong era brevissimo, se paragonato a quello che passavo con Kwon Ido. Stavamo insieme soltanto per qualche ora al mattino e parlavamo di rado, perché ciascuno leggeva per conto proprio. Kwon Ido, al contrario, non trascorreva forse un paio d’ore con me ogni sera? Allora perché era contrariato?

Invece di chiederglielo, premetti ripetutamente i palmi delle mani sotto il tavolo. Se non avessi fatto almeno quello, non avrei saputo sopportare il solletico che sentivo dentro. Più che interrogarmi sul suo disappunto, lo capivo; senza rendermene conto, le mie labbra si mossero.

«…Che ne dice di mettere delle luci nella serra?»

Lui sbatté lentamente le palpebre, come se mi chiedesse che cosa intendessi. Mi sentii inspiegabilmente in imbarazzo e strinsi appena gli occhi.

«Così potremmo passare del tempo insieme anche dopo che Kwon Ido-ssi è tornato dal lavoro…»

A essere sinceri, pensavo che fosse un ragionamento un po’ forzato. Per un momento mi preoccupai che non avrebbe funzionato. Ma era l’unica risposta che potessi dargli.

«Non è proprio un compenso, ma finora nessun altro ha condiviso con me quel momento della giornata.»

Se avessimo installato delle luci nella serra, avremmo potuto parlare lì anche dopo il tramonto. La strada per arrivarci sarebbe stata un po’ buia, ma se avessimo camminato fianco a fianco non sarebbe stata poi così spaventosa. Naturalmente, tutto questo soltanto se Kwon Ido avesse accettato volentieri la mia proposta.

«Se non le va…»

«No.»

La risposta arrivò secca, senza esitazioni. Si coprì la bocca con una mano e si schiarì la gola con un certo imbarazzo. La frase che seguì fu così dolce da farmi solleticare le orecchie.

«Facciamo così.»

Nei suoi occhi si intravide un lieve sorriso. Sorrideva con la solita gentilezza, come se non fosse mai stato contrariato. Sembrava persino un po’ imbarazzato, e solo allora mi sentii in parte sollevato.

«Jeong Sejin-ssi, lei è davvero…»

«Gentile, lo so.»

Lo dissi scherzando e Kwon Ido lasciò sfuggire una risatina. L’atmosfera si era ammorbidita e i suoi caratteristici feromoni alpha si diffusero con calma. Lo pensavo da tempo: quello davvero gentile era lui.

«A proposito… ha già finito di lavorare?»

Quella mattina Kwon Ido era uscito di casa dopo colazione. Non aveva detto che sarebbe tornato presto, né che sarebbe passato dalla serra. Indossava ancora il completo: che motivo aveva di rientrare a quell’ora?

«Devo tornare fuori, ma sono passato un momento. Dovevo dirle una cosa e ne ho approfittato.»

«Una cosa?»

«Nel pomeriggio dovrebbe venire il medico che la seguirà.»

La parola “medico” mi riportò alla mente un ricordo: il test sui feromoni che Kwon Ido mi aveva proposto nel garage sotterraneo il giorno dopo il mio ciclo di calore.

«Ha detto che arriverà verso l’una, quindi dopo pranzo faremo subito gli esami. Non ha impegni particolari nel pomeriggio, vero?»

«No, niente del genere.»

Che impegni poteva avere uno che viveva in casa senza fare altro che mangiare e riposare? Al massimo, pensavo di passeggiare un po’ in giardino.

«Probabilmente le faranno un prelievo, ma resterò con lei, quindi non si preoccupi.»

A sentirlo parlare sembrava che fossi un bambino che non voleva farsi fare un’iniezione. Anche se si trattava di un test sui feromoni, come aveva detto Kwon Ido, al massimo mi avrebbero prelevato un po’ di sangue.

«Mi sembra che sia lei quello preoccupato, Kwon Ido-ssi.»

«Esatto. Sono venuto perché ero preoccupato.»

Il tono era così naturale che persi persino l’occasione di ribattere. Prese la raccolta di poesie che avevo posato e guardò la prima pagina mentre parlava.

«Ha pensato a che cosa vorrebbe?»

«Ah, quello…»

Era già passata una settimana da quando avevamo stabilito che, in cambio delle chiavi dell’auto, avrei dovuto dirgli che cosa desideravo. Non ne avevo parlato direttamente, ma nel frattempo avevo riflettuto su quale oggetto scegliere.

«Vorrei il profumo di cui mi ha parlato l’altra volta, Kwon Ido-ssi.»

«Il profumo di cui le avevo parlato… quello della società G?»

«Sì, quello.»

Doveva essere qualcosa che soddisfacesse Kwon Ido e di cui non fosse difficile occuparsi in seguito. La libreria era troppo grande perché potessi chiedergli un libro o qualcosa del genere; il profumo che aveva menzionato sembrava una scelta adatta. Non sapevo esattamente di quale si trattasse, ma, dal momento che l’aveva nominato lui per primo, doveva essere qualcosa che avrebbe approvato.

«È intelligente.»

Disse all’improvviso qualcosa di incomprensibile e sollevò dolcemente gli angoli della bocca. Lo sguardo era ancora fisso sulla raccolta di poesie.

«Non sapendo nemmeno di quale profumo si trattasse, ha pensato che, dato che ero stato io a nominarlo, almeno non l’avrei rifiutato.»

Le spalle mi sobbalzarono. Per fortuna stava guardando il libro, così riuscii a ricompormi prima che si accorgesse della mia agitazione. Lui si voltò verso di me con un’espressione sorpresa.

«Non lo nega?»

«…Preferisco non raccontare bugie che verrebbero scoperte comunque.»

A che sarebbe servito fingere di sapere? Gli sarebbe bastato chiedermi quale fosse la fragranza per smascherarmi subito.

«Non è che lo desiderassi davvero, ma ero curioso. E mi ha incuriosito anche perché ha detto che mi starebbe bene… Non basta?»

«Certo che basta.»

Posò la raccolta di poesie e sorrise con soddisfazione. Aveva un’espressione piena d’interesse, come se avesse sentito qualcosa di divertente.

«Se è curioso, deve provarlo.»

Era una frase che poteva pronunciare soltanto una persona come Kwon Ido. Se si fosse incuriosito, avrebbe finito per provare qualsiasi cosa. Aveva denaro e capacità sufficienti per farlo.

«Il profumo di cui le parlavo è ispirato al mughetto.»

Con la sua voce elegante e composta, mi spiegò la fragranza. Ogni anno usciva una nuova versione, con un design diverso, ma in Corea ne arrivavano soltanto un centinaio. Quando aggiunse che in tutto il mondo ne esistevano appena quattromilacinquecento, non riuscii a nascondere l’imbarazzo.

«…Quindi è un’edizione limitata.»

«Non è impossibile da trovare.»

Sollevò la mano sinistra e guardò l’orologio al polso. Il metallo, un misto d’argento e oro, si abbinava piuttosto bene all’anello di fidanzamento. Forse il modello indicava anche la data: aggrottò appena un angolo degli occhi, come se stesse calcolando quanto tempo restasse.

«Tra l’altro, manca poco alla chiusura delle prenotazioni…» Kwon Ido lasciò cadere la voce e chiuse le labbra. Le tenne serrate per un bel po’. Stavo per chiedergli perché si fosse fermato all’improvviso, quando lui disse di colpo: «Vorrei chiederle una cosa.»

«Sì?»

«Supponiamo che lei abbia una persona che ama.»

Era una domanda improvvisa e non aveva nulla a che fare con la conversazione che stavamo facendo. Quando gli chiesi che cosa intendesse, Kwon Ido aggiunse che si trattava soltanto di un esempio.

«Quella persona sta per rubarle qualcosa, e se lei la perdesse, il danno che ne subirebbe sarebbe enorme.»

Una persona che amavo mi avrebbe rubato qualcosa? Mi domandai se stesse parlando di un libro, ma non mi lasciò il tempo di chiederglielo. Si limitò ad avvolgere l’orologio con la mano destra e aggiunse con tono impassibile: «In questo caso, ci sono due possibilità: gliela consegna spontaneamente oppure non gliela dà e la nasconde.»

«…»

«Lei che cosa farebbe, Jeong Sejin-ssi?»

I nostri sguardi si incontrarono. Per essere soltanto un esempio, Kwon Ido aveva un’espressione troppo seria. I suoi occhi, diventati profondamente cupi, sembravano persino tristi.

«…Credo che prima glielo chiederei.»

“Che cosa?” Kwon Ido sembrava domandarmelo con lo sguardo. I suoi occhi mi scrutavano con calma, come se mi avessero immobilizzato. Abbassai gli angoli degli occhi, a disagio, e risposi lentamente.

«Gli chiederei perché gli serve.»

Se quella persona avesse avuto davvero bisogno di qualcosa al punto da rubarla, probabilmente gliel’avrei data volentieri. Dipendeva dall’entità del danno che ne avrei subito, ma, se si trattava della persona che amavo, avrei voluto fare qualsiasi cosa per lei. Del resto, non possedevo nulla di così prezioso da non poterlo perdere.

«Non penso che la persona che amo ruberebbe qualcosa agli altri senza motivo.»

Non avevo mai avuto una relazione, né tantomeno ero mai stato innamorato. Eppure, anche senza avere in mente una persona concreta, mi veniva spontaneo pensarla così. Che cosa mai sarebbe mancato a quella persona per spingerla a rubare qualcosa a qualcun altro?

«Prima glielo chiederei e, se ne avesse davvero bisogno, glielo darei.»

«…»

«Se arriva al punto di rubarlo, forse c’è una ragione.»

Dopo aver detto questo, mi resi conto all’improvviso di quanto fosse diventata imbarazzante l’atmosfera. La serra era così calda, eppure la conversazione era così fredda. Non stavamo parlando di qualcosa di serio: era soltanto un’ipotesi.

«Certo, sarebbe un problema rimetterci… ma se dandogli quella cosa potessi guadagnare punti ai suoi occhi, tanto meglio.»

L’ultima frase era quasi uno scherzo. Non mi aspettavo che Kwon Ido ridesse, ma speravo almeno di alleggerire un po’ l’atmosfera. Invece, lui mormorò con aria assente: «…Capisco.»

Mi sentii in imbarazzo. Stava ascoltando con troppa serietà una risposta così insignificante. Gli chiesi se gli fosse stata utile e lui rispose con prontezza, come se fosse ovvio.

«Certo. Moltissimo.»

Qualunque cosa fosse, sembrava che gli fosse stata davvero molto utile. Doveva essere per quello che sorrideva con un’espressione così serena e soddisfatta.

«Ha senso. E ora so anche che, quando si innamora, è il tipo che dà tutto.»

«Be’, sì…»

«Ma io non sono capace di farlo. Di dare tutto.»

Kwon Ido lasciò sfuggire una risatina e si alzò lentamente. La suola delle sue scarpe, pulite come nuove, schiacciò un petalo caduto sul pavimento. Era un gesto che sembrava deliberato.

«Sono dell’idea che non bisogna lasciarsi portare via niente.»

Chi mai avrebbe avuto il coraggio di sottrarre qualcosa a Kwon Ido? Se avesse rubato la cosa sbagliata, avrebbe potuto ritrovarsi a pagare il doppio del suo valore.

«Be’… se invece fossi io a darla con le mie mani, sarebbe diverso.»

Dopo aver detto questo, mi rivolse un sorriso gentile e mi tese la mano. Il palmo era rivolto verso l’alto, ma non vi era appoggiato niente. Mentre cercavo di capire che cosa significasse, lui mosse appena le dita.

«Andiamo dentro.»

D’istinto, posai la mia mano sulla sua. Come il giorno della cerimonia di fidanzamento, Kwon Ido la strinse con delicatezza. La sua temperatura leggermente fresca irradiava un calore più che confortevole.

***

Come aveva detto Kwon Ido, nel pomeriggio arrivò il medico che mi avrebbe seguito. La donna si presentò come professoressa Sim e lavorava nel reparto dell’ospedale Seonho specializzato nelle caratteristiche secondarie. Mi prelevò del sangue, svolse vari esami e mi chiese con attenzione se avvertissi qualche disturbo.

Il risultato fu normale. A parte le anomalie che già conoscevo, non emerse niente di particolare. La concentrazione dei feromoni e i vari parametri di salute erano più nella norma che mai.

Era naturale. Dormivo bene e mangiavo bene: sarebbe stato strano se avessi avuto dei problemi. Il fatto che il mio ciclo di calore non coincidesse con quello previsto era un po’ complicato, ma la professoressa Sim ne parlò come se non fosse nulla di grave.

«Di solito succede tra persone che hanno formato un legame, ma a volte, se la compatibilità dei feromoni è buona, il calore può anticipare gradualmente per adattarsi a quello dell’altra persona.»

Mentre lo diceva, la professoressa Sim guardò direttamente Kwon Ido. In altre parole, il mio calore si stava anticipando perché reagiva ai suoi feromoni. Aggiunse che era dovuto anche al fatto che lui fosse estremamente dominante e che io non avessi immunità ai feromoni alpha.

«Probabilmente ci vorrà circa mezzo anno perché si regolarizzi. Quando i cicli coincideranno del tutto, entreranno in una fase stabile.»

Era una situazione piuttosto problematica. Non eravamo sposati: che cosa sarebbe successo quando i nostri cicli fossero diventati uguali? Se lo scopo di Kwon Ido fosse stato avere un figlio, sarebbe stata una buona notizia, ma lui aveva già chiarito da tempo di non desiderarlo.

«Dal punto di vista della salute, non c’è nulla che non vada…»

Quando la professoressa Sim disse quelle parole, distolsi istintivamente lo sguardo da Kwon Ido. Non riuscivo a dimenticare la reazione di mio padre il giorno in cui avevo sentito qualcosa di simile. Ormai era inutile persino calcolare il ciclo di calore: quanto mi avrebbe considerato inutile Kwon Ido?

«Meno male.»

Ma proprio mentre pensavo questo, una sola frase mi penetrò nelle orecchie. La voce bassa era nettamente diversa da quella di mio padre.

«Allora va bene così.»

Sembrava sollevato, nonostante in realtà non avessimo risolto nulla. Avevo persino saputo che l’unica soluzione al ciclo di calore non era il soppressore, bensì i feromoni di Kwon Ido.

In ogni caso, gli esami non rivelarono problemi e Kwon Ido, dopo aver ricevuto una chiamata dalla segretaria, tornò in azienda. Mi guardò con aria riluttante, dicendo che quella sera avrei dovuto cenare da solo. 

«Le l’ho già detto che non c’è problema se mangio da solo.»

«…Il problema è che mi dispiace comunque.»

***

Con un sospiro, mi immersi più a fondo nella vasca da bagno. Dal calore dell’acqua saliva il vapore. Non era il bagno profumato della volta precedente: avevano sciolto nell’acqua qualcosa che sembrava sale, o qualcosa del genere. Kwon Ido aveva dato disposizioni prima di uscire e il domestico aveva preparato tutto subito dopo cena.

«Non mi aspetti, vada a dormire.»

Dentro di me c’era un caos indescrivibile. I pensieri si affollavano, poi sparivano lasciando la mente completamente bianca, per tornare poco dopo a sommergermi di nuovo.

La causa delle mie preoccupazioni era una sola: Kwon Ido. Fino a un mese prima non lo conoscevo nemmeno; ora era diventato il mio fidanzato. Il suo atteggiamento nei miei confronti indicava ormai un fatto che non potevo più negare.

Sembrava che gli piacessi. Forse non era amore, ma era sicuramente qualcosa di simile all’affetto. Il modo in cui si preoccupava per me, si prendeva cura di me e mi trattava con riguardo assomigliava a una forma d’affetto comunemente riconosciuta.

Sarebbe stato falso dire che non me ne fossi accorto. Semplicemente, non riuscivo ad ammetterlo. Fin dall’inizio avevo sospettato che potesse essere così, ma i conti non tornavano e continuavo a negarlo.

Il problema era che avevo la sensazione che, di lì a poco, anch’io avrei sviluppato per lui sentimenti impossibili da gestire.

Si dice che, quando una persona finalmente trova un po’ di spazio nella propria vita, la prima cosa che fa è cercare qualcuno a cui donare il proprio cuore. Alla fine della solitudine c’è la sensazione di essere soli, e più spazio si ha, più ci si affretta a riempirlo. Nella mia vita non era rimasto nemmeno un briciolo di spazio, ma da quando ero entrato in quella casa se n’era creato abbastanza da accogliere Kwon Ido.

Da quando era cominciato, esattamente? Quando avevo capito che il suo disappunto era gelosia? Quando avevo reagito al suo sguardo fino al punto di masturbarmi? Quando avevo trascorso con lui un ciclo di calore che avevo sempre affrontato da solo? O quando aveva fatto di tutto per trovare del tempo per me?

C’erano così tanti momenti a cui potevo pensare che, proprio per questo, era difficile trovare la risposta giusta. No, forse era un problema a cui non esisteva una soluzione chiara fin dall’inizio.

Sollevai la testa e guardai il cielo oltre la vetrata trasparente. Il sole stava tramontando e il cielo aveva una tonalità misteriosa, come se vi fosse stato sciolto del colore viola. Era proprio come avevo desiderato, un giorno, scherzando, quando avevo detto che mi sarebbe piaciuto poter vedere il cielo dalla vasca da bagno.

«Sejin-ah.»

A pensarci bene, mi aveva chiamato Sejin. Mi aveva baciato con naturalezza, ma quando aveva cercato di consolarmi mentre piangevo era stato goffo da morire. Eppure, quando mi sfiorava l’orecchio, si muoveva con la sicurezza di chi lo faceva da sempre.

«Sejin…»

Prima che i pensieri diventassero più profondi, uscii dalla vasca. Mi asciugai alla meglio i capelli bagnati, indossai soltanto un accappatoio e lasciai il bagno. Le gocce d’acqua cadevano sul pavimento, ma non era il caso di preoccuparsene.

Appena tornai in camera, il telefono squillò al momento giusto. Era il segretario Kim e, non appena vidi il suo nome, provai una tensione inspiegabile. Cercando di calmare lo stomaco in subbuglio, risposi fingendomi tranquillo.

«Sì, segretario Kim?»

[Direttore generale, sono io.]

Era un appellativo che avevo sentito tante volte. Ormai non ero più direttore generale. Ma, prima che potessi farglielo notare, sentii la voce rigida del segretario Kim.

[Credo che dovrà fare visita alla casa di famiglia a breve.]

***

L’altissimo muro di cinta era rimasto identico a come lo ricordavo da bambino. La prima volta che ero arrivato lì, quelle pareti grigie mi avevano fatto una paura terribile. Ricordavo di aver temuto che, una volta entrato, non sarei più riuscito a uscirne.

Alla fine, le mie paure si erano avverate soltanto a metà. All’inizio avevo vissuto quasi come se fossi stato rinchiuso, ma alla fine ero stato cacciato via. Per fortuna, l’idea di trascorrere tutta la vita dentro quel recinto non si era avverata.

«Direttore generale.» Il segretario Kim, in piedi accanto a me, mi rivolse la parola con cautela. «Sta bene?» 

A quella domanda riuscii a fatica a distogliere lo sguardo dalla cima del muro. «Sì, sto bene.»

Era la casa di famiglia. La casa in cui vivevano mio padre, mia madre, Minjae e Seoyeong. La casa in cui avevo vissuto fin da bambino e da cui ero uscito, contro la mia volontà, non appena avevo compiuto vent’anni.

«Entriamo.»

[Dovrà fare visita alla casa di famiglia a breve.]

Non sapevo quante cose mi fossero passate per la testa quel giorno, dopo aver sentito le parole del segretario Kim. Perché mio padre mi aveva convocato? Forse Minjae aveva combinato qualche guaio. O forse Kwon Ido, non avendo più bisogno di me, voleva rimandarmi indietro.

Ma, contrariamente alle mie supposizioni, il segretario Kim non riuscì a nascondere la sua perplessità quando me lo riferì.

[Suo padre ha detto che… vorrebbe pranzasse con la famiglia.]

Era una cosa improvvisa. Anzi, talmente inaspettata da lasciarmi sbalordito. Un pasto in famiglia: non c’era alcun motivo per invitare anche me. Nella famiglia di cui parlava mio padre, io non ero incluso.

[…Mi è sembrato che avesse qualcosa da dirle.]

Ecco, c’era un altro motivo. Semplicemente, non era qualcosa che potesse essere comunicato attraverso il segretario Kim.

Per questo mi trovavo alla casa di famiglia dopo tanto tempo. Quando avevo detto a Kwon Ido che sarei andato a fare una visita, lui aveva risposto con noncuranza: «L’accompagnerò.»

Era un uomo tanto impegnato, come avrebbe trovato il tempo? Per di più, non sarebbe stato Kwon Ido a guidare, bensì il suo autista.

«No, il segretario Kim verrà a prendermi.»

Pensai che il suo viso si fosse rabbuiato soltanto perché avevo visto male. Era stato un disappunto destinato a svanire senza lasciare traccia al primo battito di ciglia.

«Mi fermerò a dormire una notte, quindi dica a Lee Taeseong-ssi di prendersi un giorno libero. Le condizioni di lavoro sono davvero pessime.»

Glielo avevo detto scherzando. Avrei preferito tornare il giorno stesso, ma non potevo escludere che Minjae mi trattenesse. Era meglio risolvere tutto in una volta che doverci tornare due volte.

Kwon Ido aveva riso, divertito dalle mie parole, e mi aveva offerto una soluzione semplicissima. «Allora gli daremo il benefit in denaro.»

Per l’occasione indossavo di nuovo un completo, dopo tanto tempo. Era stato preparato nella cabina armadio e, chissà come, la taglia mi calzava alla perfezione. Con la camicia, la cravatta e la giacca addosso, mi sembrava quasi di essere tornato ai tempi in cui ero direttore generale.

«È arrivato, giovane padrone?»

Dopo aver attraversato il grande cancello e il giardino ben curato, si arrivava all’ingresso della casa. Non era grande quanto quella di Kwon Ido, ma nemmeno piccola. Sorrisi con calore all’anziana che era venuta ad accogliermi sulla soglia.

«È da tanto che non ci vediamo, governante Moon.»

La donna, con la gonna ampia, mi aveva cresciuto al posto dei miei genitori sempre impegnati; aveva cresciuto anche Minjae e Seoyeong. Era stata lei a portarmi di nascosto qualcosa da mangiare quando tutti gli altri domestici mi ignoravano. Dopo che avevo lasciato la casa, non c’era stato motivo di sentirci e non la vedevo da anni.

«Oh, a quanto pare la vita matrimoniale le fa bene. Ha un colorito splendido!»

«Ahah… sarà perché lì mangio così bene.»

Mi chinai leggermente per permettere alla governante Moon di toccarmi il viso. Ormai era anziana e la sua mano, mentre mi accarezzava le guance, era ruvida. Mi girò il viso da una parte e dall’altra, come si fa con un bambino; poi, non appena sentì una voce alle sue spalle, si ritrasse in fretta.

«Sejin, sei tu?»

Era mia madre. Aveva i lunghi capelli raccolti con cura e indossava un abito aderente, senza la minima imperfezione. Era sempre stata così: una persona vanitosa, simile a un pavone che ama mettersi in mostra.

«Dev’essere stato faticoso arrivare fin qui. Il presidente è nello studio, quindi vai a salutarlo.»

Il rapporto con mia madre era sempre stato ambiguo. Se mi avessero chiesto se andavamo d’accordo, avrei risposto di sì; se mi avessero chiesto se eravamo in buoni rapporti, non avrei saputo rispondere. Nonostante avessimo vissuto insieme per più di dieci anni, le conversazioni tra noi si potevano contare sulle dita di una mano.

«Vado e torno. Segretario Kim, può dare questa borsa a questa persona.»

Feci un cenno al segretario Kim ed entrai in casa. Lui, rimasto dietro di me, consegnò la borsa della spesa a un domestico in attesa lì vicino. Era un regalo che Kwon Ido mi aveva dato da portare a casa.

«È vino, dovrebbe bastare lasciarlo a temperatura ambiente. Kwon Ido-ssi ha detto di berlo durante il pasto.»

A prima vista sembrava una bottiglia molto costosa. Era stata conservata nella cantina di casa sua. Forse collezionare alcolici era un suo hobby: nella spaziosa cantina, i vini erano divisi per paese, annata e tipologia. Era uno spettacolo raro, da far girare la testa, ma non mi aveva sorpreso quanto la bottiglia che aveva tirato fuori.

«…Vuole darmi questa bottiglia proprio adesso?»

«Sì. Non le piace il vino?»

Era un vino che costava più di cinquanta milioni di won. Ma il problema non era il prezzo: era così raro che sarebbe stato difficile trovarlo anche volendo comprarlo. Lo capii dall’etichetta e dai numeri riportati davanti.

«È soltanto un pasto in famiglia… mi sembra un regalo troppo importante.»

«Troppo importante?» Kwon Ido scosse decisamente la testa, come se non capisse cosa intendessi. Poi aggiunse qualcosa che non sapevo se fosse uno scherzo o una cosa seria. «La cosa più fuori posto in quella casa è Jeong Sejin-ssi.»

«Padre, sono Jeong Sejin.»

«Entra.»

La voce di mio padre arrivò da oltre la pesante porta di legno. Aprii con cautela e lo vidi sulla destra dello studio, non alla scrivania. Sembrava stesse facendo pratica di putt con una mazza da golf.

«Mi ha fatto chiamare.»

«Sì.»

La testa della mazza sfiorò la pallina. Questa rotolò e passò per un soffio accanto alla buca. Mio padre schioccò la lingua, senza nemmeno guardarmi.

«E quello?»

Andò subito al punto. Rimise la pallina al suo posto e sistemò la postura muovendo le spalle.

«Va d’accordo con quel tipo?»

«…Sì, abbastanza.»

Davanti a Kwon Ido lo chiamava sempre con il titolo di cortesia; adesso, invece, lo definiva senza esitazione “quel tipo”. Non era mai sembrato entusiasta di lui, ma ora percepivo una forte ostilità.

«Direi che le cose vanno discretamente.»

La pallina, colpita con un movimento diritto, questa volta finì esattamente in buca. Solo allora mio padre sorrise soddisfatto e si appoggiò la mazza sulla spalla.

«Ancora niente figli?»

Abbassai lentamente lo sguardo. Probabilmente era quello che voleva chiedermi fin dall’inizio. Avrei dovuto essere grato che avesse prima chiesto come andassero le cose tra noi, oppure sentirmi ferito perché non si era interessato più a fondo alla mia vita?

«Non ne abbiamo parlato.»

«Tsk.»

Mio padre lasciò uscire un forte sospiro, incredulo. Le sopracciglia corrugate mostravano quanto fosse irritato. Picchiettò la mazza sulla spalla e si diresse lentamente verso la scrivania.

«Ti ho fatto venire dopo che avevi già avuto il ciclo di calore, e ancora niente…»

Rimasi con la schiena dritta e la bocca serrata. Eppure, pur stando in piedi, avevo la sensazione di sprofondare lentamente nel pavimento. Le spalle mi si abbassarono e la testa finì per inclinarsi verso terra, senza che lo volessi.

«Nemmeno quello?»

«…Se intende…»

«Tsk, possibile che tu non capisca al volo?»

Mio padre aggrottò ancora di più il viso e frugò sulla scrivania, cercando qualcosa tra i documenti ammucchiati alla rinfusa.

«Anche se non siete ancora sposati, vivete sotto lo stesso tetto. Sarete pur arrivati fino in fondo, no?»

Solo allora capii a cosa si riferisse con “quello”. In sostanza, mi stava chiedendo se avessi fatto sesso con Kwon Ido.

«Padre.»

«Parla.»

Continuava a frugare tra i documenti senza voltarsi verso di me. Ne tirò fuori alcuni e li sistemò ordinatamente, poi ne prese altri e li mise da parte. A quanto pareva, non aveva intenzione di guardarmi in faccia mentre parlavamo.

«Kwon Ido-ssi… sembra che non voglia che io rimanga incinto finché non saranno concluse le pratiche.»

Mi aveva detto: «Non voglio che Jeong Sejin-ssi debba fare una cosa del genere». Anche quando avevo avuto il ciclo di calore, non aveva fatto nulla; non sembrava intenzionato ad avere un figlio da me. Ma mio padre voleva dei discendenti, quindi i nostri desideri erano opposti.

«…Come?»

Mio padre si voltò di scatto, con i documenti ancora in mano. Gli occhi spalancati sembravano chiedermi che cosa significasse. Strinsi forte i pugni e parlai con la massima calma possibile.

«Gli ho parlato dei figli che potremmo avere e lui ha detto che non ne vuole…»

«Quel bastardo ha detto questo?»

Mi fissò con occhi feroci. Se non avessi risposto subito e chiaramente, sembrava pronto a esplodere. Naturalmente, potevo dire soltanto una cosa.

«Sì. L’ha detto Kwon Ido-ssi.»

Un silenzio soffocante calò nello studio. Era arrivato all’improvviso, ma non riuscivo a dire nulla. Abbassai semplicemente lo sguardo, aspettando che continuasse, e mio padre digrignò i denti.

«Maledetto…»

Perché era così arrabbiato? Che vantaggio avrebbe avuto, per lui, se fossi rimasto incinto di un figlio di Kwon Ido?

«E tu, Sejin, hai semplicemente risposto che andava bene?»

«…Sì.»

«Sei proprio un idiota!»

Mio padre urlò e scagliò la mazza da golf sul pavimento. I frammenti, spezzati in due, rotolarono rumorosamente qua e là. Lui si avvicinò a grandi passi e mi afferrò le spalle con entrambe le mani.

«Non è importante quello che vuole lui. Devi assolutamente avere un figlio da quel bastardo. Hai capito?»

Nei suoi occhi spalancati si intravedeva una forte ansia. Non era una questione per cui agitarsi tanto, eppure la sua reazione era stranamente eccessiva.

«…Non è qualcosa che posso decidere da solo.»

«E perché mai non potresti? Non provate desiderio sessuale attraverso i feromoni, o qualcosa del genere? Tu sei un omega dominante…» A quel punto si fermò. Probabilmente gli era appena tornato in mente che, normalmente, io non avevo feromoni. Il rumore dei suoi denti che digrignavano mi raggiunse di nuovo le orecchie. «Sei un incapace.»

Mi morsi l’interno della guancia senza darlo a vedere. Non intendevo dire che non potessi farlo a causa dei feromoni. Provai ad aprire bocca per spiegarmi, ma mio padre mi interruppe bruscamente.

«Almeno durante il ciclo di calore avresti dovuto fare qualcosa. Sei un omega dominante e non riesci nemmeno a sedurre un alpha?»

A essere precisi, non avevo mai cercato di sedurlo. E anche se fossimo arrivati al rapporto, se Kwon Ido non l’avesse voluto, non avrei comunque potuto avere un figlio.

Perché un omega rimanga incinto, un alpha deve necessariamente fare il knotting: deve penetrare profondamente, senza ritirarsi, e riempire l’utero per un lungo periodo. La cosa importante è che il knotting dipende esclusivamente dalla volontà dell’alpha.

«Che pratiche e pratiche… Non permette nemmeno di rendere pubblica la vostra promessa di matrimonio e osa parlare di documenti?»

«…Non permette di rendere pubblica la promessa?»

Quando glielo chiesi, mio padre mi lasciò bruscamente le spalle. Non usò molta forza, ma fu sufficiente a farmi barcollare per un istante. Mi ricomposi e lui, con un’espressione seria, sputò fuori le parole: «La Seonho sta bloccando gli articoli.»

Non era una cosa tanto strana. Fin dall’inizio, l’annuncio ufficiale era stato rimandato a molto più avanti. Ma mio padre la pensava diversamente e continuò con voce furiosa: «Sai quanto sono veloci le voci in questo ambiente, vero? La notizia avrebbe già dovuto diffondersi, e invece sia il settore sia i media fanno tutti finta di niente. Perché la Seonho dovrebbe controllare tutto così perfettamente, eh?»

«…»

«Non ha intenzione di sposarti. Ti tiene soltanto come ostaggio. Quel maledetto serpente…»

Solo allora cominciai a capire perché mio padre fosse così ossessionato dall’idea di avere un figlio. Voleva un legame che unisse la Haeshin e la Seonho. Era convinto che, in un momento in cui non poteva nemmeno rendere pubblica la relazione, un figlio mio e di Kwon Ido avrebbe potuto svolgere quel ruolo.

«…Vuole chiedere qualcosa alla Haeshin usando me come ostaggio?»

Ma, anche a parte questo, c’erano molte altre cose che non capivo. Prima di tutto, perché quel matrimonio fosse stato organizzato.

Che cosa aveva ottenuto Kwon Ido sposando me?

«È proprio questo il problema!»

Mio padre urlò e cominciò a camminare avanti e indietro nello studio. Girava in tondo nello stesso spazio, segno che doveva sentirsi davvero soffocare.

«Al mondo niente è gratis. Non sei un erede e non sta cercando nemmeno denaro: a che cosa gli serve uno come te, un omega qualsiasi?»

Era una domanda ragionevole. Era la stessa perplessità che mi accompagnava alla fine di ogni conversazione con Kwon Ido. Il problema era che l’ansia di mio padre era molto più grande della mia.

«Avrei dovuto capirlo quando si è parlato di fidanzamento, non di matrimonio…»

Continuava a borbottare, accusando la propria ingenuità e la slealtà di Kwon Ido. A sentirlo parlare, sembrava che Kwon Ido avesse adescato un padre ormai con le spalle al muro, convincendolo a firmare un accordo estremamente ingiusto.

«Padre.» Alla fine decisi di porre l’ultima domanda, quella che non avevo mai voluto fare. Sapevo che questa unione era un contratto, ma c’era una cosa che non avevo mai voluto verificare di persona. «Che cosa ha detto che avrebbe dato Kwon Ido-ssi?»

Ero davvero un oggetto ceduto in cambio di qualcosa. Uno strumento commerciale, una carta che mio padre poteva giocare per cogliere un’opportunità.

Non volevo conoscere il valore che mi era stato attribuito. Non volevo scoprire per quante monete fossi stato venduto, a quali condizioni fossi stato negoziato o quanto avessero contrattato su di me.

«Il sistema di sicurezza della Seonho Electronics.» Senza alcuna pietà, mio padre rispose con tono indifferente. Si fermò sul posto e mostrò uno sguardo avido. «Se gli avessimo ceduto l’omega della nostra azienda, la Seonho ci avrebbe concesso i diritti sul sistema da integrare nell’applicazione. Be’… il resto non ti riguarda.»

“L’omega della nostra azienda”. Avrei dovuto essere grato almeno per quel “nostra”?

«Eppure sono passati giorni e giorni senza che ci contattino. Se provo a chiamarli io, mi ignorano sempre con la scusa di essere impegnati…»

«…Non c’è un contratto scritto?»

Glielo chiesi per scrupolo. Negli affari, un contratto che lasciasse prove era indispensabile. Ma mio padre impallidì e prese a respirare affannosamente.

«Quel furfante ci ha dato il capitale da investire. Ha detto che sarebbe stato pericoloso se il contratto fosse trapelato e che dovevamo tenerlo come sostituto della caparra. Parlava così bene che gli ho creduto ciecamente, ed ecco il risultato.»

A quanto pareva, mio padre aveva stretto un accordo verbale fidandosi soltanto delle parole di Kwon Ido. Era un comportamento insolitamente ingenuo per lui, ma se la controparte era Kwon Ido, potevo capirlo. Con il suo tono autoritario, doveva aver alternato fiducia e inquietudine, spingendo l’altra persona al limite.

Eppure qualcosa non quadrava…

«Sai quante proposte di matrimonio sono arrivate nel frattempo? Magari non erano al livello della Seonho, ma ce n’erano tante di valide. Sai quanto abbiamo danneggiato la nostra immagine rifiutandole tutte?»

Riuscivo a capire l’ansia di mio padre. L’occasione era arrivata al momento giusto e, se l’avesse persa, forse non ne avrebbe mai più avuta un’altra. Ma grandi risultati comportavano grandi rischi e c’erano molte cose che avrebbe dovuto essere disposto ad accettare.

«E se quel bastardo decidesse di scaricarti…»

Quelle ultime parole gelarono persino me. Nella mia mente ormai fredda si delineò chiaramente la scena in cui lui mi abbandonava: i suoi occhi gelidi e quelle parole taglienti che sarebbero uscite dalla sua bocca.

«Non avrei dovuto fidarmi di uno come te.»

«Sejin.»

Sussultai e alzai la testa. Senza accorgermene, avevo tenuto gli occhi fissi sul pavimento. Sbattei le palpebre, smarrito, e mio padre si avvicinò di nuovo, afferrandomi le spalle.

«Ti ricordi che questa è la tua ultima possibilità?»

Ebbi un presentimento inquietante. Era come se avessi già sentito le parole che stava per pronunciare, come se potessi intuire ciò che quei due occhi avidi volevano da me.

«Ascolta bene tuo padre.»

La premessa, pronunciata a bassa voce, non lasciava alcuna possibilità di scelta. Parlava con tono indulgente, come se fosse ovvio che dovessi annuire.

«Portami un documento.»

***

La stanza che usavo nella casa di famiglia era una piccola camera vicino all’ingresso. Appena mi avevano mandato via, l’avevano ristrutturata; ora, a quanto pareva, era diventata un alloggio per i domestici. Aveva anche un piccolo bagno all’interno, quindi non doveva essere scomoda da usare.

Trascorsi il tempo in silenzio nel salotto fino all’ora di cena. Mio padre non uscì dallo studio e mia madre non scese dal secondo piano. Probabilmente non sarebbe venuta da me a meno che la casa non avesse preso fuoco.

Ero rimasto seduto da solo per due ore quando cominciò a piovere fuori dalla finestra. Il cielo, ormai privo del sole, si coprì di nuvole scure e la pioggerellina prese a cadere sul paesaggio buio.

«Non ti sto dicendo di rubarlo. Voglio soltanto che tu dia un’occhiata un po’ prima.»

Continuai a fissare la pioggia, senza riuscire a distogliere lo sguardo. Ripensando alle parole di mio padre, soppesai il peso di ciò che avrei dovuto fare e di ciò che non avrei dovuto fare.

«Sei l’eroe della nostra azienda, Sejin.»

Io non volevo essere un eroe: volevo soltanto essere un figlio. Mio padre non era riuscito a esaudire nemmeno quel desiderio tanto semplice, e ora si aspettava da me qualcosa di così grandioso. Non mi chiedeva nemmeno che cosa volessi io. Pretendeva da me soltanto doveri, senza riconoscermi alcun diritto.

«…Se Kwon Ido-ssi lo scoprisse, romperebbe sicuramente il fidanzamento.»

Avevo cercato di farmi coraggio per dirglielo, ma non era servito a niente. Mio padre mi aveva soltanto dato una pacca sulla spalla, come se avessi detto qualcosa di ovvio.

«Rompere il fidanzamento? Non siete nemmeno sposati.»

Già, era proprio così. Non eravamo sposati: avevamo soltanto fatto una promessa senza una data precisa.

«Pensaci bene. Credi che questa unione andrà comunque a buon fine se non porti quello che ti ho chiesto?»

«…»

«No, quel bastardo ti abbandonerà di sicuro.»

Il pavimento continuava a inghiottirmi. Come se fossi finito in una pozza profonda, sprofondavo lentamente, prima con le caviglie e poi sempre più giù. La mano di mio padre sulla spalla mi pesava addosso come se vi fosse legato un peso.

«Puoi fidarti soltanto della famiglia.»

Avrei voluto chiedergli se in quella famiglia fossi incluso anch’io. Se ci fosse posto persino per un figlio che non era riuscito a diventare un eroe.

«Dopo che ti avrà abbandonato, tu che cosa potrai fare, visto che non sei più nemmeno direttore generale?»

Avevo sempre vissuto affrontando le situazioni che mi si presentavano davanti. Non mi ero preoccupato del futuro lontano: risolvevo i problemi man mano che arrivavano. Ma questa volta continuavo a immaginare ciò che sarebbe successo dopo. Il mio cuore, che oscillava come una boa in mezzo al mare, stava per capovolgersi senza alcuna fermezza.

«Basta che tu faccia bene la tua parte. Anche se lui ti caccia, avrai pur sempre un posto in cui tornare, no?»

Avevo davvero un posto in cui tornare? Anche se Kwon Ido mi avesse abbandonato o avesse rotto il fidanzamento, mio padre non sarebbe rimasto deluso da me? Non mi avrebbe cacciato senza esitazione, una volta esaurita la mia utilità?

«Sai chi è che ti ha cresciuto fino a oggi, nonostante tu sia così incapace?»

«…Certo.»

Come avrei potuto non saperlo? Se non fosse stato per mio padre, nessuno avrebbe mai raccolto uno come me.

«Bene, se hai capito, basta così. Sei mio figlio, è ovvio che tu debba essere intelligente.»

Era una sensazione impossibile da descrivere. Non avevo la digestione bloccata e non mi faceva male nessuna parte del corpo, eppure avevo l’impressione che qualcosa mi stesse crollando addosso, facendomi venire la nausea. Se avessi commesso un solo passo falso, forse qualcosa che avevo represso dentro di me sarebbe esploso di colpo.

«Supponiamo che lei abbia una persona che ama.»

Avrei dovuto chiedere a Kwon Ido che cosa avrebbe fatto lui: se fosse costretto a rubare qualcosa alla persona che amava, come si sarebbe comportato? Se gliel’avessi chiesto, forse avrei potuto prendere una decisione più saggia.

Mi chiesi quanto tempo fosse passato; la pioggerellina diventò una pioggia più fitta e, quando finalmente il mio stomaco in subbuglio si calmò un poco, Minjae rientrò a casa dopo essere stato fuori.

Entrò senza pensarci e, vedendomi lì ad accoglierlo, si bloccò di colpo. Era agghindato dalla testa ai piedi: sembrava aver ereditato in tutto e per tutto il carattere di nostra madre.

«Sei tornato? Sei rientrato presto.»

«…Tu, tu!»

Minjae mi puntò il dito contro e spalancò la bocca come se stesse per saltarmi addosso. La sua espressione sconvolta lasciava intendere che non avesse mai immaginato di trovarmi lì. Mio padre non si era nemmeno preso la briga di avvisare Minjae e Seoyeong del mio arrivo.

«Perché sei a casa…?»

Minjae si avvicinò a grandi passi e sentii un leggero profumo aromatico provenire da lui. Aveva il viso irrigidito, ma nei suoi occhi comparve subito una luce diversa. Per qualche motivo, con un’espressione piena di aspettativa, mi chiese di punto in bianco: «Ti ha mollato?»

Se avesse rotto il fidanzamento, probabilmente mio padre non mi avrebbe nemmeno permesso di entrare in quella casa. Anche se, forse, presto sarebbe successo davvero.

«Papà mi ha chiamato per cenare qui.»

Alla mia risposta, la speranza scomparve dal volto di Minjae. Se non riusciva nemmeno a nascondere un’espressione del genere, come avrebbe fatto a cavarsela una volta entrato nel mondo del lavoro? Naturalmente, a trovarsi nei guai non sarebbe stato lui, ma chi lavorava sotto di lui.

«Ti sei tinto i capelli.»

Notai che i suoi capelli erano diventati scuri e sollevai leggermente gli angoli della bocca. Come si dice, aveva un’aria da teppista. Il suo aspetto arrogante si era addolcito parecchio. Ma, avendo ereditato la bellezza di nostra madre, era comunque un bel ragazzo.

«Ti stanno bene.»

Al mio complimento buttato lì, Minjae girò bruscamente la testa. Si coprì la bocca con una mano e tossicchiò un paio di volte. Non mi faceva piacere vedere le sue orecchie arrossire.

«…E quel completo? Non l’ho mai visto.»

Con il suo sguardo acuto, esaminò attentamente il vestito che indossavo. Era interessato ai vestiti e aveva capito subito che non era mio. Se anche questo era un talento, allora ne aveva uno.

«La vestibilità non è quella di un abito prêt-à-porter…»

Me ne ero accorto anch’io mentre lo indossavo. Il completo marrone scuro, con un sottile motivo a righe, era troppo ben adattato al mio corpo per essere un abito confezionato. La lunghezza era comoda, ma la vita non risultava larga, e così via.

«Me l’hanno regalato.»

«Un regalo? Chi…» Minjae aggrottò la fronte e chiuse la bocca con un’espressione disgustata. Doveva aver capito subito chi potesse avermi regalato un completo. Non confermai né smentii, limitandomi ad alzare leggermente le spalle.

Minjae non salì in camera, ma mi seguì nel salotto. Gli dissi di andare a lavarsi le mani e lui sbottò che non era mica un bambino. L’avevo detto in parte per prenderlo in giro, ma, pur borbottando, andò diligentemente in bagno.

Era naturale, ma anche trovandoci nella stessa stanza non ci scambiammo una parola. Mi sembrava una seccatura chiedergli come andassero le cose e non avevo abbastanza energie per inventarmi un altro argomento.

«Jeong Sejin.»

Fu Minjae a non riuscire più a sopportare il silenzio. Dondolò la gamba accavallata e mi rivolse una domanda con aria esitante.

«…Quel bastardo ti tratta bene?»

Ah, questo argomento è un po’ complicato.

«Si dice che Kwon Ido abbia un caratteraccio di merda. Lo sanno tutti nel settore, quindi l’avrai sentito anche tu.»

«Mmh…» Aggrottai leggermente la fronte, riflettendo. Come diceva Minjae, conoscevo bene le voci su Kwon Ido. Ma l’uomo che avevo conosciuto di persona era molto diverso da quelle voci.

«Non ti insulta, vero?»

«Mi tratta bene. Mi dà del lei e usa un tono rispettoso.»

«…Quel bastardo usa il linguaggio formale?»

Minjae spalancò gli occhi, incredulo. A quanto pareva, non aveva prestato molta attenzione al fatto che Kwon Ido mi trattasse bene; ciò che lo stupiva era che usasse il linguaggio formale.

«Anche durante la cerimonia di fidanzamento mi ha parlato con rispetto.»

«Quello perché c’erano gli adulti.»

Non sapevo a quali adulti si riferisse Minjae, ma probabilmente non era quella la ragione. Se avesse davvero trattato gli adulti con riguardo, non avrebbe parlato a nostro padre in quel modo.

«Mi tratta davvero bene. E poi, quanto è gentile quando parla!»

«Ma sei matto?»

Kwon Ido diceva spesso che ero gentile, ma quello davvero gentile era lui. Usava con naturalezza il linguaggio formale e mi trattava da suo pari. Escludendo il suo atteggiamento talvolta autoritario, che faceva semplicemente parte della sua indole, era normale: per uno che era sempre stato ai vertici, sarebbe stato ancora più strano il contrario.

«…E allora sei soddisfatto? Di questa vita matrimoniale?»

Minjae sciolse nervosamente le gambe che aveva incrociato. Dal modo in cui le faceva tremare, sembrava parecchio teso. Aveva l’aspetto di nostra madre, ma quando era in ansia assumeva un’abitudine simile a quella di nostro padre.

«Ehi, ti ho chiesto se sei soddisfatto.»

A essere precisi, non era un matrimonio, ma un fidanzamento. E non era nemmeno certo che trascorressimo davvero le nostre giornate come due fidanzati. Invece di fargli notare tutto questo, decisi di deviare la conversazione con una frase innocua.

«A quanto pare, il fratello minore si preoccupa per il maggiore.»

Il volto di Minjae si irrigidì. La sua espressione diventò fredda in un istante, come se gli avessero rovesciato addosso qualcosa di disgustoso. Le labbra serrate si storsero e gli si formò una piccola ruga sul ponte del naso.

«Fanculo, quale fratello maggiore?!»

Dopo aver detto questo, si alzò di scatto e lasciò il salotto. Era evidente che fosse arrabbiato, ma non cercai di fermarlo.

***

In origine avevo pensato di passare la notte lì, ma lasciai la casa di famiglia appena finita la cena. Mio padre mi incitò ad andarmene in fretta; soltanto Minjae si morse le labbra con un’espressione complicata. Eppure non riuscì a trattenermi, probabilmente perché la conversazione avuta nel pomeriggio gli era rimasta sullo stomaco.

L’autista era già andato via, così si mise alla guida il segretario Kim. Disse che, dato che era venuto a prendermi, mi avrebbe anche riaccompagnato. Non rifiutai e salii senza esitazione in macchina.

«Ah, mi porti al mio officetel, non a casa di Kwon Ido-ssi.»

Il segretario Kim, che stava per partire, si bloccò con la mano sul cambio. Poi si voltò a guardarmi, come se non fosse sicuro di aver capito bene.

«Se non conosce la strada, posso guidare io.»

Glielo dissi scherzando, ma lui partì senza protestare. Forse perché in passato era stato l’autista di mio padre, guidava benissimo. Anzi, forse era persino meglio del precedente autista.

«Meno male che ho fatto pulire casa.»

Prima di trasferirmi da Kwon Ido, non avevo venduto l’officetel in cui abitavo. Non perché mi dispiacesse separarmene, ma perché ero sicuro che prima o poi ci sarei tornato. Sarebbe stato un problema ritrovarmi senza un posto dove andare.

«Direttore generale.»

«Ormai non sono più il direttore generale.»

Finalmente dissi al segretario Kim ciò che avevo rimandato per tutto quel tempo. Ogni volta che venivo promosso cambiava subito il modo in cui mi chiamava, ma dopo che ero diventato disoccupato non sembrava intenzionato a modificare il titolo. Mi controllò nello specchietto retrovisore e corresse subito il modo di rivolgersi a me.

«Giovane padrone.»

«…Mi dica.»

Mi sfuggì una risatina. “Giovane padrone” era un appellativo che ogni tanto mi faceva provare un solletico imbarazzante. Era anche qualcosa con cui Lee Taeseong non mi avrebbe mai chiamato.

«Posso chiederle perché vuole andare all’officetel?»

Il segretario Kim me lo domandò con una certa preoccupazione. Sembrava pensare che volessi andare all’officetel perché non desideravo tornare da Kwon Ido. La cosa mi fece ridere senza che potessi trattenermi.

«Crede che Kwon Ido-ssi mi maltratti?»

La governante Moon aveva detto che avevo un bell’aspetto, eppure Minjae e il segretario Kim continuavano a sospettare di Kwon Ido. Persino Seoyeong, di solito così indifferente, mi aveva guardato con compassione quando me n’ero andato. Ero così incapace di controllare le espressioni del viso, oppure erano loro a preoccuparsi troppo?

«No, in realtà… sembra che stia bene.»

Il segretario Kim, che non era bravo a mentire, ammise candidamente ciò che pensava. Aggiunse che ultimamente non chiedevo nemmeno più sonniferi e che, poiché parlavo poco, si era preoccupato in silenzio.

«…Ne ho ancora molti.»

«…»

«Ultimamente non ne ho avuto bisogno.»

Fuori dal finestrino la pioggia cominciò a cadere più forte. Le gocce che scivolavano sul vetro lasciavano lunghe tracce. Il segretario Kim azionò i tergicristalli e mi chiese con discrezione: «Ha lasciato l’officetel così com’è perché pensava di tornarci ogni tanto?»

«Be’, anche per quello…» Mi sarebbe piaciuto prendere un po’ di pioggia. Ma, con quei vestiti addosso, forse non avrei dovuto. «Bisogna pur avere un posto in cui tornare.»

Le parole mi uscirono senza che me ne rendessi conto. Il segretario Kim non rispose e rimase in silenzio. Forse non sapeva cosa dire, ma il motivo per cui mi sentivo a mio agio con lui era anche questo: non cercava di consolarmi a tutti i costi.

Fino a quando arrivammo, non mi rivolse altre domande. Si limitò a dirmi che, se ero stanco, potevo dormire un po’. Non avevo particolarmente sonno, ma appoggiai la testa al finestrino e chiusi gli occhi in silenzio.

«Siamo arrivati.»

Quando riaprii gli occhi alle parole del segretario Kim, fuori continuava a piovere. Sapendo che mi piaceva la pioggia, aveva parcheggiato con discrezione nel parcheggio all’aperto. Scese per primo, aprì l’ombrello e venne ad aprire la portiera posteriore.

«Che crudeltà. Non posso bagnarmi, posso soltanto guardare?»

«Se si bagna, prenderà un raffreddore.»

Provai a protestare con noncuranza, ma il segretario Kim fu irremovibile. Eppure lui stesso era lì sotto la pioggia senza riparo.

«Sarà lei a prendere un raffreddore, segretario Kim.»

Scesi dalla macchina e gli presi l’ombrello. Probabilmente voleva accompagnarmi fino all’ingresso, ma non avevo voglia di essere scortato fin lì. Gli feci cenno verso il posto di guida e lui aggrottò la fronte.

«Vada pure. Grazie per aver guidato fin qui.»

«…Allora vado.»

Era bello che capisse bene l’atmosfera. Probabilmente sapeva che non avrei ceduto, quindi non voleva discutere inutilmente. Aspettai che tornasse al posto di guida, poi mi voltai lentamente verso l’ingresso.

Alla fine ero tornato qui. Come ai tempi in cui lavoravo da direttore generale, tutto ciò che era successo fino a quel momento mi sembrava un sogno. Anche lo spazio che si era aperto nel mio cuore stava lentamente svanendo, senza che me ne accorgessi.

Se tanto dovevo tornare, sarebbe stato meglio non essere mai partito. Non avrei dovuto illudermi, con tanta leggerezza, di poter trovare pace in un altro luogo.

A ogni passo sentivo l’odore della pioggia: quello della terra umida, l’aroma fresco dell’erba, l’aria carica di umidità e il lieve profumo del legno.

Mi fermai di colpo. Sotto il cielo buio della notte, davanti all’ingresso dell’edificio, c’era qualcuno. Teneva un ombrello in una mano e guardava l’orologio al polso sinistro.

«…Kwon Ido?»

La mia voce era così bassa da rischiare di essere coperta dalla pioggia, ma lui sollevò subito la testa. I nostri sguardi si incontrarono da lontano e fu come se mi avessero afferrato lentamente per le caviglie. Io rimasi immobile, come un albero radicato al suolo, mentre questa volta fu lui a cominciare ad avvicinarsi.

Sembrava di stare sognando. A ogni suo passo, il cuore mi batteva al ritmo della pioggia. Lo fissai senza riuscire a muovermi e soltanto quando gli mancavano circa tre passi riuscii finalmente ad aprire bocca.

«…Perché…»

«…»

«Perché è qui?»

Kwon Ido mi guardò senza esitazione. Anche nel buio, i suoi lineamenti si impressero nitidamente nella mia mente: gli occhi delicatamente disegnati, il naso dritto e le labbra serrate. Chiuse e riaprì lentamente gli occhi, poi rispose a bassa voce.

«Per caso…»

La pioggia leggera ticchettava sull’ombrello. Si dice che, quando una coincidenza si ripete, diventi destino. Ma le coincidenze di quell’uomo non erano forse fin troppo simili al destino? Si poteva davvero definire casuale qualcosa che era stato provocato intenzionalmente?

«…Stavo passando di qui.»

Era assurdo. Per quale motivo Kwon Ido avrebbe dovuto passare proprio dall’officetel in cui abitavo? E quale ragione avrebbe avuto per restare lì da solo sotto la pioggia, con un ombrello in mano?

«Mi chiedevo quando sarebbe tornato, Jeong Sejin-ssi.»

Assurdamente, nel momento in cui sentii quelle parole, ebbi la sensazione di essere tornato a casa. Non nella casa di famiglia in cui avevo vissuto per tutta la vita, né nell’officetel che era stato in un certo senso il mio rifugio: mi bastò una sola frase di Kwon Ido.

«È tornato un po’ tardi.»

Il saluto gentile conteneva tutta la nostalgia che non era riuscito a esprimere. Nelle parole di Kwon Ido c’era più desiderio di rivedermi di quanto me ne avessero mostrato i familiari che avevo incontrato per tutto il giorno.

«…Le piace bagnarsi sotto la pioggia?»

Glielo chiesi d’impulso e abbassai la mano che reggeva l’ombrello. Questo cadde capovolto sul pavimento pieno d’acqua. Quando feci un passo verso di lui, Kwon Ido inclinò il suo ombrello dalla mia parte.

«D’ora in poi… credo che finirà per piacermi.»

Forse era soltanto una questione di tempismo. Oppure avevamo colto lo stesso segnale.

Le palpebre mi si chiusero lentamente. La vista scomparve del tutto e il respiro di Kwon Ido si avvicinò fino a sfiorarmi. Sulla punta del naso, satura fino a quel momento soltanto dell’odore della pioggia, si diffuse all’improvviso il profumo dolce dei suoi feromoni.

Le nostre labbra si toccarono con estrema cautela. Sotto l’ombrello, le labbra unite erano colme di un tremito di cui non si capiva a chi appartenesse. La pioggia si attenuò lentamente, ma noi restammo a lungo sotto l’ombrello, senza allontanarci.

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