Di fronte al piatto vuoto
Io e Gido ci scambiammo qualche notizia insignificante su come stavamo. Parlammo di videogiochi e un po’ di serie TV. Per la maggior parte del tempo, quando parlavamo delle serie, ero io a prenderlo in giro. Raggiungemmo tranquillamente la friggitoria di pollo, camminando senza fretta. Era tutto pacifico.
«Quando giri scene di baci o cose del genere, la tua ragazza non ti dice niente?»
«Mi prende un sacco in giro. A volte mi dà anche consigli sulla recitazione.»
«È una tipa in gamba.»
La friggitoria in cui Gido mi aveva portato era un posto che conoscevo bene. Ci andavo spesso anche ai tempi dell’università. Gido viveva in quel quartiere ormai da anni. Ogni tanto venivamo noi due da soli, ma perlopiù ci venivamo con qualche sunbae o con qualcun altro. A volte ci ero venuto con la mia ragazza, altre con la ragazza di Gido. Una volta eravamo venuti persino con il suo ragazzo omega.
Ma perché, in questo mondo, è tutto collegato alle relazioni sentimentali? Avrei dovuto entrare in un monastero… E se, una volta in pensione, andassi alle Hawaii e poi mi dedicassi alla religione? Ma non ho una religione. Avrei dovuto ascoltare fino alla fine quel tizio che prima cercava di convertirmi…
«Hyung, è da un po’ che hai un sacco di pensieri per la testa. Che succede?»
Mi scappò un sospiro. Gido alzò una mano con naturalezza e ordinò.
«Zietta, siamo arrivati!»
«Siete venuti in due? Vi preparo metà e metà?»
«Sì, e due birre da mezzo litro.»
Dopo aver spostato il menù sul tavolo accanto, Gido appoggiò il mento sulla mano. La sua grande mano gli nascondeva quasi tutta la guancia. I suoi occhi, che di solito sembravano taglienti, si addolcirono.
«Che succede? Racconta. Il capo che domani devi incontrare ti sta facendo impazzire?»
«Non è quello. Come posso spiegartelo…»
«Che c’è?»
Mi coprii la bocca con entrambe le mani. Mi vergognavo a parlarne. Gido mi diceva sempre che soffrivo della sindrome di chi crede di piacere a tutti. Ma stavolta era vero, eppure mi imbarazzava raccontarglielo.
Gido mi fissava. A quel punto non potevo più tirarmi indietro senza dire niente. Non potevo cambiare argomento? Dovevo trovare qualcosa di cui parlare. Un videogioco. Sì, un videogioco andava bene.
«Ehi, il mese prossimo esce una nuova espansione…»
«Non cambiare discorso.»
Chiusi gli occhi. Ero nervoso senza motivo.
«Ha detto che gli piaccio.»
«Chi?»
La voce di Gido si fece più bassa. Sollevò appena un sopracciglio, ma continuava a sorridere con dolcezza.
«Il direttore.»
«Il capo che devi incontrare domani?»
«E anche un’impiegata dell’ufficio amministrativo ha detto che le piaccio.»
«Ah, sì?»
Gido non cambiò espressione neanche di un millimetro. Sembrava non avesse sentito niente di particolare. Restò con il mento appoggiato alla mano e mi guardò negli occhi.
«Sono entrambe donne beta?»
«No. Un’alpha e l’altra un’omega.»
Il suo sguardo cambiò. Sembrava sul punto di rimproverarmi perché mi illudevo di piacere a qualcuno.
No, questa volta me l’hanno detto davvero!
La voce di Seol Gido si abbassò fino a diventare quasi cupa.
«Però tu non usciresti con un alpha o un omega, vero, hyung?» Gido insisteva perché gli rispondessi. «Ultimamente non hai neanche tanta voglia di avere una relazione.»
«Eh? Già, è vero.»
«Non hai avuto nessuno dopo che ti sei lasciato con quella noona.»
«Quale noona?»
«Quella che faceva da modella per la facoltà di Economia.»
«No, dopo di lei…»
«Dopo di lei?» Gido cambiò posizione e si raddrizzò sulla sedia. Il modo in cui la tirò verso di sé non prometteva nulla di buono.
Mi sentii come se fossi sotto interrogatorio, così anch’io mi ricomposi istintivamente. «Dopo di lei ho avuto altre relazioni. Però non sono mai stato con un uomo.»
«Ah, quindi il direttore è un uomo? E l’impiegata? Non dirmi che anche l’impiegata è in verità un uomo.»
«Eh… sì…»
Gido sospirò. Si passò una mano sul viso e, all’improvviso, sembrò esausto. Poi distolse lo sguardo verso il televisore del locale, dove trasmettevano una partita di calcio vecchia di chissà quanto.
«Lascia perdere. Chiudiamola qui.»
«Ma che cosa avrei fatto, per doverla chiudere qui…»
«Tu sei sempre stato popolare.»
«Io?»
Gido si versò dell’acqua nel bicchiere. «Sì. Anche nel club di teatro inglese c’erano un sacco di beta a cui piacevi. E venivano perfino omega della scuola vicina per vederti.»
«Ma tu mi dicevi sempre che mi illudevo…»
Gido fece scivolare il bicchiere verso di me. Il suo sguardo era pieno di irritazione. «Era perché c’era sempre qualcuno che ti correva dietro.»
«E questo che cosa vorrebbe dire?»
«Lascia perdere.»
«Ehi, Seol Gido.»
«Bevi… Bevi l’acqua.» Mi spinse il bicchiere contro la bocca. Il bordo duro mi urtò gli incisivi, così gli afferrai il polso e gli abbassai la mano. Gido rise. «Comunque, fai quello che vuoi.»
«Il problema è che non so nemmeno che cosa voglio.»
«Come sarebbe a dire che non lo sai? Vorrai licenziarti.»
Gido tornò a essere il solito scemo di sempre. Il pollo aveva esattamente il sapore che ricordavo: abbastanza unto, un po’ pesante e salato. Ma buono. Ogni volta che prendevo un ravanello sottaceto, controllavo di nascosto la sua reazione. Anche se fingeva di niente, Gido sembrava un po’ giù di morale.
Gido vuotò il bicchiere in un sorso. Il telefono, che aveva lasciato capovolto sul tavolo, cominciò a squillare rumorosamente.
♪Perché sei il mio destino! Perché sono il tuo amore~ Io sono l’alpha che protegge il mio omega. Ti amo, stupido…♪
Era la colonna sonora di una serie TV. Per poco non sputai la birra che stavo bevendo. Anche la mia suoneria era quella. Ma il testo era davvero così?
«Hyung, rispondo e torno subito.»
«Chi è?»
Gido si portò in fretta il telefono all’orecchio.
«Pronto? Uuuung! Sono a bere con un amicooo. No, no, bevo ancora solo un pochinooo.»
«Che stronzate…»
Mentre era fuori a telefonare, ripristinai la suoneria predefinita del telefono.
Altro che destino.
Mi misi a spostare i pezzi di pollo nel piatto. La partita in televisione era ancora in parità. Per quanto gli attaccanti tirassero in porta, non serviva a niente: il portiere era incredibilmente bravo.
Finiranno ai tempi supplementari, vedrai.
Il proprietario del locale se ne stava seduto su una vecchia sedia, con le gambe accavallate e lo sguardo perso nel vuoto. Oltre la porta a vetri vedevo la schiena di Gido.
Mi sentivo come se fossi sospeso fuori dal mondo.
Gido che faceva il tenero con la sua ragazza non era certo una novità. Eppure non riuscivo ad abituarmici, per quanto lo sentissi fare. Sembrava felice. Rientrò dalla porta a vetri, ancora al telefono.
«Uuuung, sììì. Torno presto. Ti amo, amooore. No, no, riattacca prima tu. No, non arrabbiarti. Non arrabbiarti davvero. Te l’ho già spiegato prima, nooo? Ci vediamo domani sera.»
Il proprietario lanciò un’occhiata a Gido. Mi vergognai un po’ per lui. Seol Gido stava tirando fuori le moine fin dal fondo della propria anima. Era uno spettacolo notevole.
Dopo aver continuato a discutere ancora per un bel po’, Gido fece qualche rumore di baci con la bocca e riattaccò. Quando i nostri occhi si incontrarono, si schiarì la gola. Mi ritrovai davanti il suo sorrisetto soddisfatto e infilzai con la forchetta una coscia di pollo.
«Ma guarda quanta dolcezza. Ne sei pieno fino a traboccare.»
«Tra poco saranno cento giorni.»
«Solo cento? Pensavo steste insieme da più tempo.»
«Eh?» Gido assunse un’espressione smarrita. Gli occhi gli scivolarono da una parte.
«L’importante è che tu sia felice.»
Gido mi guardò a lungo, poi sorrise. Era un sorriso spontaneo, senza alcuna finzione. «Già. L’importante è essere felici.»
***
Mi svegliai all’improvviso. Eppure stavo dormendo così bene.
Scostai la coperta e mi misi seduto. Accanto a me Gido dormiva profondamente, respirando piano. Notai che aveva un lato dei capelli schiacciato. La luce filtrava attraverso le tende sottili.
Mi avvicinai alla finestra e aprii le tende. Oltre il vetro, le luci della città si stendevano davanti ai miei occhi. Alcune erano bianche, altre gialle. Anche in quegli edifici, chissà quanti beta, insieme a qualche alpha e omega, stavano vivendo la loro vita, tra litigi e riappacificazioni.
Si diceva che gli alpha e gli omega si incontrassero come se fosse il destino a unirli.
E i beta non hanno un destino?
Mi sembrava piuttosto ingiusto. Forse anch’io stavo aspettando il mio destino, in fondo. Un incontro che sembrasse scritto dal destino, per esempio.
Ma che razza di stupidaggine sto pensando?
Che cosa gli era piaciuto di me, al direttore Lee? Era stato amore a prima vista? Oppure aveva iniziato per scherzo? Il mio riflesso comparve sul vetro. Sembravo cupo. Ero anche stanco, forse, e i capelli mi si drizzavano in tutte le direzioni.
Mi voltai. Gido dormiva con la schiena rivolta verso di me e russava.
Quel cretino di Seol Gido non ha proprio senso del momento. Io qui sono tutto sentimentale, e lui…
Più cercavo di non pensarci, più ci pensavo. Non capivo. Non sapevo neanche che cosa fosse, esattamente, a non capire.
Mi tornò in mente il viso del direttore Lee. Pensai ai suoi capelli neri come la pece.
Che espressione avrà domani? Mi sorriderà? Che cosa mi dirà quando mi vedrà per la prima volta?… E io, qual è la prima cosa che dovrei dirgli?
Trattenni il respiro. C’era qualcosa di strano. Qualcosa non andava.
Mi sedetti sul pavimento e affondai il viso tra le ginocchia. Sentii Gido muoversi nel letto. Le lenzuola frusciarono. Agitai nervosamente le dita. Non credevo che sarei riuscito ad addormentarmi di nuovo. Il ticchettio regolare dell’orologio risuonava nella stanza.
«Hyung.»
Sollevai la testa. Incrociai lo sguardo assonnato di Gido, che si tirò su arruffandosi i capelli.
«Perché ti sei svegliato?»
«Che cosa devo fare?»
Gido si sporse lentamente verso di me. La luce fioca gli illuminava il viso. Voltai la testa verso la finestra. La notte era scura, con una sfumatura bluastra al centro.
«È successo qualcosa?»
«Che cosa devo fare? Mi sembra che ci sia qualcosa di strano.»
«Che cosa?»
Il suo sbadiglio si allungò. Mi venne sonno a mia volta. Gido aveva già seppellito di nuovo il viso nella coperta. La luce scivolava lungo la sua schiena nuda. Gido picchiettò il materasso con la mano.
«Kim Juhyeok, vieni qui.»
«Mi presenteresti a un beta?»
«Un beta?»
«Sì.»
«Solo beta?»
Gido si tirò su. Aveva gli occhi gonfi, e i capelli gli si rizzavano verso il cielo. Era un po’ buffo.
Allungai le gambe; l’aria era fresca.
«Perché?»
«Che cosa?»
«Perché solo un beta?»
«È che…»
«Eh?»
«Non sono né un omega né un alpha.»
«E che cosa c’entra?»
Gido scese dal letto quasi crollando. Si sedette pesantemente davanti a me e mi afferrò le spalle.
«Hyung.»
«Sì?»
«Se fossi stato un po’ più giovane, mi sarei comportato in modo davvero avventato.»
«…»
«Però ho anche una coscienza, e tu stai ancora cercando di capire che cosa vuoi, e adesso è notte fonda…»
«…»
«Un beta può innamorarsi di un alpha. Può innamorarsi anche di un omega. Che importanza ha? Fai semplicemente ciò che senti.»
Gido mi abbracciò. La mano che mi accarezzava la schiena era grande e calda. Mi strinse con più forza.
«Non voglio stare con nessuno. È solo che mi sento strano. Mi sembra che ci sia qualcosa che non va.»
«Allora fai così.»
Affondai il viso nella sua spalla. Il calore del suo corpo mi riscaldò la fronte ormai fredda. Gido mi avvolse con le mani entrambe le scapole. Il sonno tornò a farsi sentire. La sua voce era molto bassa e tranquilla.
«Vivi la vita che desideri.»
Quella notte il ticchettio dell’orologio sembrava particolarmente forte.
***
Io e Gido non facemmo assolutamente niente. Non avevamo voglia nemmeno di muovere un dito. Era sabato. Bastava guardarci in faccia per sapere che cosa stesse pensando l’altro. Nessuno dei due aveva voglia di fare nulla.
A colazione mangiammo il pane in cassetta che c’era a casa di Gido. Mangiammo soltanto quello. Non bevemmo neanche acqua. Seduti sul divano, masticavamo il pane come cavie che sgranocchiano fieno. Era scaduto da due giorni.
Gido disse che andava bene così. E anche se non fosse andato bene, non c’era più niente da fare. Pensai che ormai fosse troppo tardi. Finimmo il pane e solo dopo ci accorgemmo della data di scadenza, perché ci capitò sott’occhio mentre stavamo per buttare la confezione.
Io e Gido mettemmo alla prova i limiti della pigrizia.
Guardammo la televisione, ci appisolammo e poi ricominciammo a guardarla. Gido, infreddolito, alzò la temperatura del riscaldamento. Gli lanciai un cuscino contro la schiena.
«Perché non ti metti qualcosa addosso, piuttosto?»
«E come faccio a vestirmi, con tutta la fatica che mi costa?»
Mi convinsi immediatamente. Nonostante tutto, Gido riusciva a essere relativamente indaffarato: se ne stava sdraiato, poi si alzava per preparare il caffè. Dopo aver gironzolato per la stanza, tornò con un copione giallo.
«Hyung, se non hai niente da fare, mi aiuti a provare le battute?»
«Sono impegnato.»
«A fare cosa?»
«Devo respirare.»
Gido mi lanciò il copione sulla pancia.
«È una storia romantica?»
«Io muoio presto. Però le battute sono troppo lunghe.»
Raccolsi il copione. Mi saltarono agli occhi le annotazioni fitte e minuscole: controllare le emozioni, immedesimarsi, non sbattere le palpebre, comprare un panino tornando a casa… La sua scrittura era piccolissima. Il carattere di Gido emergeva da ogni appunto. Era sempre stato meticoloso, anche ai tempi dell’università. Vedere le battute evidenziate con cura mi fece provare una certa nostalgia. Mi sembrò di essere tornato ai tempi dell’università.
Alzai gli occhi verso Gido, oltre il copione. Era cambiato. All’università era molto più ingenuo. Quando era una matricola, aveva occhi rotondi e un’aria docile. Ora il suo sguardo era diventato un po’ più tagliente, mentre il modo di parlare si era fatto più dolce. La pelle mi sembrava anche leggermente più scura.
Quel cretino è invecchiato?
Sul suo collo lungo si vedevano i tendini.
«Sei cambiato un po’.»
Gido si sedette davanti a me, mi afferrò il polso e mi tirò su.
«Pagina quarantasette, dall’inizio.»
Mi schiarii la gola e lessi le battute.
«Mi dispiace non essere riuscito a venire al matrimonio. Ma so che voi due sarete felici. Si asciuga le lacrime con un fazzoletto.»
«Hyung, ma perché leggi anche “si asciuga le lacrime con un fazzoletto”?»
«Concentrati sulla recitazione.»
«Va bene.»
«Mi sto asciugando le lacrime con un fazzoletto.»
Gido inclinò la testa e recitò la battuta successiva. Se quella era davvero una prova, la sua espressione era seria.
«Anche se siamo beta, siamo riusciti ad avere successo. Io… io sarò un marito esemplare. Baekda, non ti deluderò mai. Vivrò come si addice a un beta. Posso offrirti una vita tranquilla e felice, quella di un beta. Sarà un po’ noiosa, e non ci sarà niente di speciale come per gli alpha e gli omega, ma vivremo, ci innamoreremo e staremo insieme come due beta, in modo normale. Suocero, si fidi di me. Torni da noi. Anche Baekda la pensa come me.»
Gido mi guardò negli occhi con un’espressione supplichevole. Io non avevo altre battute. Dovevo soltanto piangere, e piangere disperatamente. Voltai pagina: il personaggio del suocero piangeva per una pagina e mezza. Le battute di Gido erano interminabili. Non riuscivo a capire quanto avrei dovuto piangere perché lui potesse continuare.
«Ueeeeh?»
«…»
«Devo piangere ancora un po’?»
«Basta, lasciamo perdere.»
Gido mi strappò il copione, ma io glielo ripresi. «Ehi, perché? Fammi vedere. Quando muori?»
«Dopo questa scena muoio in un incidente stradale.»
«Accidenti. A che episodio siamo?»
«Al primo.»
Gido spense la televisione premendo il telecomando con il piede e posò il copione sul tavolino.
«Ti pagano per recitare, vero?»
«Certo.»
«E di che cosa parla questa storia?»
Mentre cambiava canale, appoggiò un piede sulla mia pancia. Sistemai il copione sulla sua caviglia e cominciai a sfogliarlo.
«Un beta competente vive una vita normale, incontra un marito beta e si sposano. Poi il marito beta muore e lui finisce per innamorarsi di un alpha, o qualcosa del genere.»
Posai il copione sulle gambe di Gido e appoggiai il collo al bracciolo del divano.
«Secondo te esistono davvero persone così?»
«Può darsi.»
Gido si tirò su e riprese il copione.
«Ma tu non torni in vita più avanti? Tipo: “In realtà era ancora vivo”?»
«Questo non lo so.»
Mi girai e mi sdraiai su un fianco. Sentivo Gido muovere il piede.
«Con te mi sento davvero a mio agio.»
Gido sospirò e mi premette ripetutamente la pancia con il tallone. «Lo so.»
Ci trascinammo fino alle cinque e venti prima di cominciare a prepararci in tutta fretta. Quel cretino di Seol Gido non era di nessun aiuto. Aveva detto che mi avrebbe tirato fuori un abito elegante, ma continuava a propormi vestiti che sembravano costumi da palcoscenico per un concerto di trot. Ero sempre più agitato. Mi sembrava che il direttore Lee potesse bussare alla porta da un momento all’altro.
«Hyung, tanto non può salire se non conosce il numero dell’appartamento.»
Gido aveva ragione.
Mi feci una doccia in fretta e mi infilai i vestiti. Mentre Gido mi asciugava i capelli con il phon, indossai la camicia. Mi stava un po’ larga.
«Seol Gido, mi sa che tu porti vestiti più grandi dei miei.»
«Sono più grosso di te.»
Gido mi scompigliò i capelli. Mi alzai per infilarmi i pantaloni, e lui arretrò trascinando il sedere sul pavimento.
«Che fai?»
«La mia coscienza…»
«Perché tiri in ballo la coscienza?»
L’orlo dei pantaloni mi finiva un po’ sotto il piede. Non abbastanza da essere davvero scomodo, ma mi dava fastidio. Mi ricordava la prima volta che avevo indossato i pantaloni della divisa alle medie. Mi avevano fatto una piega lunga perché, secondo gli adulti, sarei cresciuto in fretta. Invece alle medie non ero cresciuto quasi per niente e continuavo a ripiegare l’orlo. Ero cresciuto tutto insieme soltanto alle superiori.
Indossai la giacca che Gido mi porse. Poi mi mise una cravatta blu intorno al collo. Mi tornò in mente l’aria blu della notte precedente. Incrociai il suo sguardo. Gido sorrise imbarazzato mentre mi annodava la cravatta.
Il suo viso era vicinissimo al mio. La cravatta mi stringeva il collo e facevo un po’ fatica a respirare, così inspirai profondamente. Sentivo addosso l’odore di casa sua: l’ammorbidente, il caffè appena preparato e il suo shampoo.
«Ho addosso l’odore di casa tua.»
Gido aggrottò la fronte. «Non andare in giro a dire una cosa del genere.»
«Ma sono pazzo, secondo te? Dovrei uscire e dire a tutti: “Salve, addosso ho l’odore della casa di Seol Gido”?»
Gido tirò con forza la cravatta. Mi strozzai. «Se ti dico di non farlo, non farlo.»
«Sissignore.»
Quando fummo vestiti, uscimmo insieme. Gido disse che il suo manager lo stava aspettando davanti all’edificio, per via dei suoi impegni. Erano già le sei, ma il telefono era silenzioso.
Il direttore Lee non ha neanche il mio numero?
«Hyung, controllo se è arrivata la posta e poi esco.»
Forse il direttore Lee era già lì ad aspettarmi. Appena uscii dall’ascensore, mi precipitai fuori. L’aria fredda mi sfiorò le guance. Vidi una berlina familiare: era il direttore Lee.
«Sei uscito?»
«Mi dispiace per il ritardo.»
«Non sei in ritardo. Però stavo per essere portato via. Il custode del condominio mi ha fatto una ramanzina tremenda perché spostassi la macchina.»
Il direttore Lee rise. Mi sembrò che la testa mi si svuotasse. Le preoccupazioni della notte precedente, all’improvviso, non sembravano poi così importanti. Non aveva importanza che cosa avrei detto. Ero semplicemente felice di vederlo, quasi come se fosse passato molto tempo dall’ultima volta.
«Direttore…»
«Hyung, ma le mutande che indossi adesso sono comode? Le ho comprate da poco.»
Lo sguardo del direttore Lee si spostò da me verso Gido, poi tornò su di me. Il lampione lungo il muro del condominio lampeggiava. Il volto del direttore era in controluce.
«Quelle che hai tolto oggi le lavo con le mie… Ah, salve.»
Gido, che stava sventolando una bolletta, incrociò lo sguardo del direttore Lee.
Il direttore si avvicinò a Gido e gli tese la mano. Gido infilò la bolletta sotto il braccio e ricambiò la stretta.
«Sono Seol Gido.»
«Sono Lee Sihyeon, direttore.»
Il direttore Lee gli porse un biglietto da visita. Gido alzò le spalle e gli strinse la mano con energia.
«Io non ho un biglietto da visita… Si prenda cura del mio Juhyeok hyung.»
«No, sono io che devo chiederle di prendersi cura di lui.»
«Fai attenzione, mi raccomando.»
Gido mi salutò con la mano. Il direttore Lee si voltò verso di me. «Siete proprio amici intimi, voi due, eh?»
Gido mi lanciò un’occhiata.
Perché mi guarda proprio adesso?
Lo vidi muovere gli occhi come se stesse valutando qualcosa. Non riuscivo a capire che cosa gli passasse per la testa.
Ma perché ha parlato delle mutande?!
Non sapevo se Gido si rendesse conto della mia indignazione, ma in ogni caso abbassò lo sguardo.
«Siamo migliori amici.»
«Ah.»
Il direttore Lee rispose brevemente. Gido sfoderò il suo solito sorriso furbo, e il direttore scoppiò in una risata schietta.
«Credo che ci vedremo spesso, d’ora in poi.»
«Chissà. Non vorrei intralciare il lavoro di Juhyeok.»
I due continuarono a parlare senza lasciarsi la mano.
Gido aggrottò la fronte. «Ha una stretta davvero forte,» e si liberò con uno strattone, mentre il direttore Lee sorrise.
Il mio amico mosse le labbra, poi mi guardò e fece un sorrisetto. Gli chiesi silenziosamente “perché?” muovendo la bocca, ma non rispose. Si limitò a sorridere con gli angoli delle labbra sollevati.
Il direttore Lee si avvicinò e aprì la portiera del passeggero.
«Sali, Juhyeok.»
«Hyung, vai. Laverò io i vestiti.»
Gido salutò con la mano e si allontanò. Il direttore Lee, invece, rimase fermo.
«Sali. Dobbiamo andare.»
«Sì.»
Mi sistemai in macchina, docilmente. Ero nervoso.
Seol Gido è completamente fuori di testa. Perché parlare delle mutande davanti a lui? Ma è impazzito? E se stessi davvero indossando le mutande di Gido?
Avevo indossato in fretta quelle che mi aveva dato. Pensavo avesse preso un paio delle mie, ma adesso la cosa mi preoccupava moltissimo. La parte irritante era che quelle mutande nuove erano davvero comode. Soprattutto l’elastico: era morbidissimo. Ero arrabbiato, ma avrei dovuto chiedergli la marca più tardi.
Il direttore Lee salì in macchina e, mentre allacciava la cintura, mi squadrò. Aveva gli occhi leggermente socchiusi.
«Non avevo mai visto questo completo.»
«È di Gido… di un mio amico.»
«Davvero? Quell’alpha di prima?»
«Sì.»
E come ha fatto a capire che è un alpha? Gli alpha e gli omega devono avere un’antenna o qualcosa del genere.
Il direttore Lee guidò fuori dal condominio. Nell’abitacolo regnava il silenzio, rotto soltanto dal ronzio dell’auto in movimento. Tenevo le mani composte in grembo.
«Perché indossi la biancheria del tuo amico?»
«Come?»
«Non dovrei fare domande del genere.»
Il volto del direttore Lee era rigido. Non aveva l’espressione rilassata che mostrava di solito quando mi guardava. Volevo credere che fosse soltanto perché era concentrato sulla guida.
Ma non era così. Era colpa di Seol Gido.
Il cuore mi batteva all’impazzata. Sentii il bisogno di giustificarmi, anche se non sapevo bene come.
Per esempio…
Non mi venne in mente niente da dire.
«Ti farò un’altra domanda. Solo questa, poi ti lascerò davvero in pace, Juhyeok.»
«Sì.»
«Che cosa intendevi quando hai detto che non vuoi avere una relazione?»
La macchina rallentò bruscamente. Il direttore Lee appoggiò con leggerezza le mani sul volante e si lasciò andare contro lo schienale.
«Non voglio interrogarti. Chi sono io per farlo?»
Il direttore Lee fece un sorrisetto. Rimasi senza parole. Era il momento di dire qualcosa, ma non sapevo che cosa. Non doveva certo voler sentire un lungo discorso sulla mia filosofia o sul mio modo di vivere.
È geloso? Dev’essere geloso.
Mi sentii stordito. Mi premetti la fronte con la punta delle dita.
È geloso. Dev’essere geloso. Per via delle mutande? Ma le mutande sono davvero comode. E se avesse frainteso? Se pensasse che tra me e Gido ci sia qualcosa, per via della biancheria? Tra me e Gido? Ma noi siamo amici. È geloso, allora.
«Gido è un mio amico.»
«Avete passato tutta la giornata insieme?»
È geloso.
«Gido ha una ragazza.»
«Ah, sì?»
«È un’omega. Lui è un alpha.»
«Anch’io sono un alpha.» Il direttore Lee fece un sorrisetto. «Sono un alpha, ma mi piacciono i beta. C’è qualcosa di male?»
Mi venne in mente Gido. Mi aveva detto di vivere seguendo quello che sentivo. Lo stesso valeva per il direttore Lee: poteva fare quello che voleva, seguendo i suoi sentimenti. Ma non riuscivo a dirglielo. Non potevo concedergli liberamente il permesso di piacergli, come se gli stessi facendo un grande favore. Non potevo dichiarare: “Da questo momento posso piacerle”.
Perché no?
È geloso.
«È geloso?»
La mia bocca parlò prima che potessi fermarla. Mi spinsi il labbro inferiore all’interno della bocca. Avevo fatto un errore. Guardai il direttore Lee per capire come l’avesse presa, ma la sua espressione non era cambiata.
«Sì. Sono geloso.»
Non seppi che cosa rispondere. Nella mia testa si susseguirono diversi scenari.
Non c’è problema, può capitare di essere gelosi. No, non andava bene. Perché è geloso? Ma perché mai qualcuno è geloso? Perché lo è, ecco perché. Neanche questo andava bene.
Mentre cercavo disperatamente una risposta, il direttore Lee parlò con voce gentile. «Se hai bisogno di vestiti, posso anche comprarti un negozio.»
La macchina svoltò dolcemente a destra. Il mio corpo scivolò verso il finestrino e la testa urtò il vetro. Era freddo.
«D’ora in poi, non indossare i vestiti di altre persone.»
Voltai lo sguardo verso il finestrino e risposi: «Risparmi i soldi.»
Il direttore Lee rise. Anche a me sembrava di aver detto una sciocchezza.
Eppure, non riuscivo a smettere di pensare alle mutande. Era come quando sbattevo le palpebre senza farci caso, ma appena diventavo consapevole del gesto cominciavo a sentirle pesanti e innaturali. Cercavo di non pensare alla biancheria, e finivo per pensarci ancora di più.
Sto impazzendo.
Mi tornò in mente il sorrisetto di Seol Gido.
Vorrei dargli un pugno.
***
La festa non aveva niente di speciale. Io ero una decorazione sullo sfondo: una decorazione che seguiva il direttore Lee. Lui salutava persone di ogni genere e si scambiava biglietti da visita. Io restavo a un paio di passi di distanza, guardando il vuoto o osservando la band che suonava con impegno.
La fissai attentamente, ma non sembrava composta da idol. I membri avevano età molto diverse tra loro.
Se quelli sono idol, allora io sono uno studente delle medie.
Dopo un po’ di conversazioni superficiali, ci sarebbe stata la cena. Se il cibo non fosse stato buono, non avrei potuto perdonare tutta quella noia. Il direttore Lee continuava ad andare avanti e indietro, impegnatissimo.
Mentre me ne stavo in un angolo senza sapere che fare, un uomo anziano si avvicinò. Aveva i capelli pettinati all’indietro, di un grigio screziato.
«Dunque è lei l’ospite che ha portato il direttore Lee Sihyeon!»
«Piacere di conoscerla. Sono Kim Juhyeok, vicecapo di sezione della Hanmaeum Education Consulting.»
«Sono Ha Gwanghwan, direttore della Dongwoo Foods. È un piacere conoscerla!»
Il direttore Ha mi afferrò la mano e cominciò a scuoterla con forza. Sembrava una stretta di mano uscita da un fumetto in bianco e nero. Mi scricchiolarono le spalle. Aveva una forza notevole.
«Direttore Ha!»
«Sihyeon!»
Il direttore Ha afferrò anche la mano del direttore Lee e gli scosse la spalla senza alcuna pietà. Poi, tenendo strette entrambe le nostre mani, scoppiò a ridere.
«Finalmente ha portato qualcuno! Sapevo che un giorno il nostro direttore Lee avrebbe portato qualcuno.»
E che cosa avrebbe dovuto portare, altrimenti?
Il direttore Ha mi guardò con un’espressione significativa. Lanciai un’occhiata al direttore Lee, che sorrise con aria imbarazzata.
«Sa controllare bene i feromoni ed è anche alto!» Il direttore Ha mi rivolse una domanda con circospezione. «È un alpha? O, per caso, un omega?»
«Sono un beta.»
«Un beta?»
Gli occhi del direttore Ha si spalancarono mentre guardava il direttore Lee. Io, che ero riuscito a liberare la mano con una certa goffaggine, guardai a mia volta il direttore Lee. Quest’ultimo posò anche l’altra mano su quella che stringeva al direttore Ha.
«Non è come pensa. È un dipendente della nostra azienda. Siamo in confidenza.»
Non è che “siamo in confidenza” sia una bugia? La nostra relazione è ancora ambigua. Non siamo amici, ma non stiamo neanche insieme.
Avrei voluto protestare, ma la mia bocca ebbe la decenza di restare chiusa.
«Davvero… È un dipendente? E un beta?»
Il direttore Ha si sfiorò ripetutamente la bocca, come se non riuscisse a crederci. La fronte gli si corrugò in tre pieghe. Il direttore Lee continuò ad accarezzargli la mano per tranquillizzarlo. Non avendo nulla da dire, sorrisi debolmente.
«Non la prenda male, ma ha qualcosa di particolare, un certo fascino. È davvero un bel ragazzo. Sta proprio bene con Sihyeon… Come ha detto che si chiama? Kim Jihyeok?»
«Kim Juhyeok.»
«Ah, sì, sì! All’inizio, appena l’ho visto, pensavo fosse un alpha. Così ho pensato che il nostro Sihyeon avesse portato un amico. Però, guardandola in faccia, sembra anche un omega, o un alpha… Non riuscivo a decidermi! Io riconosco gli alpha e gli omega a colpo d’occhio. Non succede spesso una cosa del genere. Ho lavorato nelle risorse umane per trent’anni! Ti ricordi, Sihyeon, dove ho lavorato all’inizio? A Cheongju, quel posto…»
A un certo punto, il direttore Ha cominciò a parlare d’altro. Il direttore Lee annuiva diligentemente. Era la vita sociale.
La band cominciò a suonare una melodia lenta. Trattenni a forza uno sbadiglio. Il racconto del direttore Ha era arrivato al periodo in cui era nato il suo primo figlio.
«E allora, quando Weonyi è nato omega, in famiglia è scoppiato il finimondo! Te lo ricordi, Sihyeon? All’epoca eri alle elementari, o forse alle medie… Comunque, anche se Weonyi è un omega e ha un bel viso, si è messo a fare jujitsu e a darsi un sacco di arie, facendomi venire un colpo. L’ultima volta è tornato a casa con un osso rotto! Quando ha cominciato a dire che voleva partecipare al campionato, ho persino pensato di seguirlo con il pranzo al sacco per impedirglielo, ma mia moglie mi ha detto di lasciarlo fare. Mi ha fatto morire di paura! Adesso dovrei anche trovargli un marito, ma ha pretese altissime ed è testardo da morire… Se fossi stato un alpha, avrei potuto presentargli Kim Junhyeok. Peccato che lei sia un beta.»
A quanto pare, era il padre di Ha Weonyi. Una riunione di famiglia del tutto inaspettata.
Il direttore Ha mi diede alcune pacche sulla schiena.
«Lei è un beta, quindi lavora sotto il direttore Lee? Si sieda, intanto! I beta sono tutti così affidabili, a differenza degli omega. Anche lei sembra una persona molto diligente, Kim Junhyeok.»
«La ringrazio.»
«Sì, è educato e simpatico. Un beta, eh? Se fossi stato un alpha, sarebbe stato perfetto. Davvero un peccato. Se fosse stato un alpha… Sa, quando ero a Busan…»
Il direttore Ha mi prese per mano e mi accompagnò al tavolo. Guardai il direttore Lee, ma lui mi rivolse un sorriso desolato. Era chiaro che non poteva aiutarmi. Ci seguì e si sedette alla mia sinistra, mentre il direttore Ha prese posto alla mia destra. L’uomo continuava a stringermi la mano e a darmi pacche.
Sembrava intenzionato a raccontarmi tutta la sua vita. A un certo punto cominciò a parlare anche del suo shih tzu, che aveva allevato per molto tempo. A quanto pare era morto l’anno precedente, dopo aver vissuto ventun anni. Era più vecchio di Kim Juhyeok. Il direttore Ha continuò a lungo a raccontarmi quanto fosse intelligente quel cane.
«Sapeva sedersi e sdraiarsi. E quando era di buon umore, a volte mi dava anche il cinque! Non è facile, sa’. Ha mai avuto uno shih tzu? Sono pigri. Ma il mio Ttori…»
I muscoli agli angoli della mia bocca stavano cercando di presentare le dimissioni, ma il cervello non le accettava.
Ancora più in alto! Su! Credi che ti lascerò riposare?
Mi dolevano le guance. Lanciai ripetutamente al direttore Lee occhiate imploranti, sperando che mi salvasse. Il direttore Ha strinse ancora di più la mano che mi teneva.
«Il direttore Sihyeon è proprio bello, vero? Ogni tanto mi dicono che piace anche ai beta. Sono rimasto sorpreso! Di solito… Non mi fraintenda. I beta si sposano con i beta, no? Io sono un alpha. Sa dove ho incontrato mia moglie? Lei è un’omega. Ero andato a un incontro organizzato in una scuola superiore di Bucheon, e…»
Le luci della sala si spensero tutte, ma il direttore Ha continuò a parlare come se niente fosse. In sostanza, raccontava di essersi innamorato a prima vista di sua moglie durante un incontro organizzato ai tempi del liceo e di averla poi sposata. Si sentiva chiaramente quanto la amasse. Il direttore Ha aveva un lato piuttosto ingenuo.
«Un alpha deve sposare un omega. E un beta? Un beta non c’entra, no? Non è che non succeda mai, ma neanche succede davvero. Mi capisce? Vorrei che anche il nostro Sihyeon incontrasse una brava omega. Ne conosce qualcuna? Sihyeok non porta mai a casa un omega…»
«Zio, basta. Che cosa stai facendo con il mio dipendente?»
Il direttore Lee parlò con tono irritato. Il direttore Ha mi diede un’altra pacca sulla schiena.
«Hai ragione. È che Kim Jinhyeok mi sembra un figlio. Ha più o meno l’età di Weonyi. Se fosse un alpha, sarebbe perfetto.»
Sorrisi con imbarazzo.
Ma io non mi chiamo Kim Jinhyeok.
Il direttore Lee sospirò. Quando incrociò il mio sguardo, sembrava esausto. Cominciavo a capire perché non volesse venire da solo. A pensarci bene, Ha Weonyi non si vedeva da nessuna parte.
Mi avvicinai all’orecchio del direttore Lee. «Direttore, Ha Weonyi-ssi non è venuto?»
Lui mi rispose sottovoce. «Weonyi detesta questo genere di occasioni.»
Neanche il direttore Lee sembrava particolarmente entusiasta di essere lì.
Il direttore Ha individuò qualcuno, sorrise allegramente e si alzò. Tirai un sospiro di sollievo. Il direttore Lee mi guardò e sorrise. Ricambiai con un largo sorriso.
Sembrava che stesse per cominciare qualcosa. Un uomo salì sul palco. Doveva essere il presentatore, ma continuava ad alzare e abbassare il microfono mentre parlava con un altro dipendente.
Il direttore Lee picchiettò sul tavolo. «Juhyeok, c’è un motivo importante per cui ti ho portato qui.» La sua voce si abbassò. «Il cibo è davvero buonissimo.»
«Oh.»
Anche la mia risposta mi sembrò priva di anima. Le fossette del direttore Lee si accentuarono. Mi venne voglia di premerne una con un dito, ma non lo feci.
I camerieri dell’hotel, vestiti tutti con lo stesso gilet nero, cominciarono a servire le pietanze. Su un piattino grande quanto il palmo di una mano c’era qualcosa di grande quanto un’unghia. Sopra una salsa gialla, qualcosa… qualcosa che sembrava bacon, o forse prosciutto, era mescolato a mezzo pomodorino.
A guardarlo più da vicino, la parte verde sembrava avocado schiacciato. O forse no. Non ero sicuro di niente.
Il direttore Lee sorrise. «Assaggialo.»
Presi la forchetta. La salsa si allargava sul bordo del piatto: doveva essere una decorazione. Doveva esserlo. Non so neanche come si mangia una cosa del genere.
Era un boccone solo. Si poteva mangiare in un colpo, eppure quel minuscolo piatto era composto da un mucchio di strati complicati. Sembrava che, appena avessi toccato la pietanza con la forchetta, tutto sarebbe crollato.
Mi avvicinai lentamente. La forchetta tagliò l’avocado, o almeno quello che supponevo fosse avocado, e schiacciò il pomodoro al suo interno. Un po’ del succo giallo fuoriuscì dal fondo.
Quando mai sono stato così prudente in vita mia?
Con uno sforzo enorme, riuscii a sollevare il boccone. Il direttore Lee continuava a osservarmi.
Posso abbassare la testa per mangiare? Posso sollevare la forchetta così in alto?
[B-bene, ringrazio tutti i rappresentanti della Dongwoo Foods per essere qui presenti…]
Il presentatore cominciò a parlare e il direttore Lee voltò la testa verso il palco. Ne approfittai per mettere in bocca l’antipasto e masticare. Il discorso di apertura continuava.
La pietanza aveva il sapore di un discorso inaugurale: capivo che fosse necessario, ma non capivo perché esistesse. Anche se mi ero laureato in lingua e letteratura coreana, non avrei saputo descriverne il sapore.
Il direttore Lee si voltò verso di me.
«Com’è?»
Sorrisi e annuii. Gli occhi del direttore Lee si piegarono in due sottili linee.
Se il direttore è contento, va bene così.
Il direttore Ha, che si era allontanato, tornò al tavolo.
«Ma che cos’è questa roba? Ogni volta che mi servono cose del genere non riesco a capire a cosa servano. Gli alpha ricchi devono per forza mangiare questa roba? Se volete darci qualcosa, tanto vale grigliare qualche pesciolino essiccato! Ma che è?»
Il direttore Ha infilzò il pomodoro con la forchetta, lamentandosi. Era il commento con cui ero più d’accordo tra tutti quelli che avevo sentito quel giorno.
Si chinò verso di me. «Kim Jinhyeon, le piace la birra? Vuole che ce ne faccia portare un po’?»
«Per me non c’è bisogno.»
«Ne beva almeno un bicchiere. È così noioso qui, bisogna bere qualcosa.»
«Zio.»
Il direttore Lee lo rimproverò. Il direttore Ha si arrese immediatamente.
«Va bene, ho capito. Devo ascoltare il mio caro nipote.»
Dopo di allora arrivarono diverse altre portate. La bistecca, grande quanto un dito, era la più simile a qualcosa che conoscessi. Per il resto, non sapevo proprio che cosa dire. Continuarono a portare tante cose: quadrate, rotonde, a forma di conchiglia… e poi gialle…
Il direttore Lee mi spiegò molte delle pietanze. Io e il direttore Ha annuivamo con grande impegno, ma ogni volta che incrociavo il suo sguardo ne avevo la certezza: nessuno dei due stava capendo niente. Continuavamo ad annuire e a reagire con entusiasmo per far contento il direttore Lee, che sembrava divertirsi.
Le portate non finivano mai. Sembrava che ci dessero un assaggio alla volta. Il direttore Lee gustava ogni piatto come un intenditore. Avrei voluto imitarlo, ma non sapevo come fare.
Non bisogna fingere di saper fare qualcosa che non si conosce. È per questo che, all’esame di ammissione all’università, ho rinunciato alla matematica.
Stavo masticando da un pezzo qualcosa che supponevo fosse carne quando il direttore Ha mi rivolse la parola.
«Ma lo sa? Io sono venuto qui per farmi fare un autografo.»
«Un autografo?»
«A mia moglie piacciono moltissimo le serie TV, e qui viene un attore famoso come ospite speciale. Come si chiama quella serie… È una serie TV, ecco…»
Il direttore Ha si immerse nei pensieri. Bevve un sorso d’acqua.
L’acqua è la cosa più buona.
Il presentatore, che stava osservando la sala, prese il microfono.
[Vi state godendo la cena? Per festeggiare il fidanzamento del responsabile Ha Wonsik della Dongwoo Beverages, abbiamo invitato un ospite speciale. Non è stato facile convincerlo a venire! È diventato molto popolare grazie alla sua ultima serie TV.]
Gli applausi riempirono la sala. L’uomo che salì sul palco con passo sicuro era qualcuno che conoscevo molto bene.
Il proprietario delle mutande che indosso è proprio lì.
«Accogliamo con un applauso l’attore Seol Gido!»
«Piacere di conoscervi. Sono Seol Gido. Piacere di conoscervi.»
Ma che ci fa lì?
Il viso di Gido sembrava brillare ancora più che quella mattina. I tendini della mano che stringeva il microfono erano ben visibili. Salutò il pubblico guardandosi intorno. Avrei voluto fargli un cenno con la mano, ma sembrava non avermi visto.
Quindi è questo che intendeva per impegno di lavoro. A pensarci bene, avevo sentito che le riprese della nuova serie non erano ancora cominciate.
«Ah, giusto. Devo farmi fare un autografo da quel ragazzo.»
«È un amico di Juhyeok, vero?»
Le due voci arrivarono contemporaneamente, una da ciascun lato. Il direttore Lee mi stava guardando. Non riuscivo a capire la sua espressione.
«È quel tuo amico? Quello di oggi?»
«Sì. A quanto pare.»
«Ah.»
Il direttore Lee rispose senza particolare entusiasmo e distolse lo sguardo. Continuò a fissare Seol Gido.
«È un personaggio famoso.»
Già, lo è.
Non risposi, mi limitai a sorridere.
Già, è famoso. Sorpreso? Gido si preparava ai musical già da quando eravamo all’università… Andava a recitare in teatro…
Se si parlava di Gido, anch’io avevo parecchio da raccontare. Forse non avrei parlato quanto il direttore Ha, ma non sarei stato da meno. In quel posto sconosciuto, incontrare almeno una persona che conoscevo mi dava un grande conforto. Appoggiai il mento sulla mano.
Seol Gido sul palco mi sembrava un estraneo. Appariva abbastanza brillante e sembrava una persona perfettamente normale. Quando era con me, invece, c’era sempre qualcosa di maldestro in lui. Non avrei mai immaginato di assistere di persona al modo in cui si guadagnava da vivere.
«Kim Jinhyeok, lo stai guardando con molta attenzione. È un attore che ti piace?»
Il direttore Ha mi rivolse la domanda. Mi raddrizzai.
«È un mio amico. Era un mio junior nel club universitario.»
«Ah, davvero? E anche lui è un beta?»
Per un attimo avrei voluto chiedergli: Perché pensa che sia un beta?
«È un alpha.»
«Lo immaginavo! È proprio bello. Mia moglie è felicissima ogni volta che lo vede in televisione.»
Il presentatore stava facendo a Gido qualche domanda sulla sua vita. Gido mentì dicendo che amava leggere nel tempo libero.
Lo so benissimo che quel cretino non legge un libro da quando era al terzo anno di università. Starà sicuramente insistendo che anche i copioni sono libri.
Il direttore Lee tagliava la bistecca in silenzio. Avevo la bocca impastata. Da quella prospettiva, Gido sembrava davvero un alpha. Fu allora che mi resi conto di essere circondato da alpha. Alpha da una parte, alpha dall’altra… Erano dirigenti aziendali, quindi probabilmente erano tutti alpha. Uomini e donne, tutti alpha.
Mi sa che l’unico beta sono io.
Per me, Seol Gido era sempre stato un beta travestito da alpha. Almeno, ai miei occhi era così. A volte non riusciva neppure a controllare i feromoni e, quando entrava in rut, si rinchiudeva in casa lamentandosi con me. Eppure Gido era un alpha.
Ah, anche lui è sempre stato un alpha.
All’improvviso Gido mi sembrò lontano. Tornò quella sensazione di galleggiamento che avevo provato la notte precedente. Era come se il mio corpo fluttuasse nel vuoto. Il mondo che vedevo sembrava coperto da una pellicola sottile. Le persone che chiacchieravano allegramente qua e là appartenevano al loro mondo. Io ero un estraneo assoluto.
La voce del direttore Ha sembrava risuonarmi ancora nelle orecchie.
«Un alpha deve sposare un omega. E un beta? Gli alpha devono sposare gli omega. Anche Sihyeon incontrerà un’omega. Un beta? Allora anche i suoi amici saranno beta. Beta, beta, beta…»
Che cosa significa vivere da beta?
Fin da piccolo ero stato uno studente modello. Avevo seguito, un passo dopo l’altro, il percorso che tanti adulti desideravano per me.
La vita di un beta. La vita da beta che mi è stata assegnata.
Sollevai la testa. Tutti i suoni mi rimbombavano nelle orecchie. Mi sentii un po’ nauseato e mi coprii la bocca.
Dev’essere colpa di questo cibo, che non fa per me.
Il direttore Lee inclinò la testa verso di me. «Stai bene?»
Annuii. Tutti stavano ridendo per qualcosa di divertente che era stato detto. Anche Gido rideva. Gli vidi il pomo d’Adamo, particolarmente pronunciato.
Avrei voluto chiedergli che cosa ci fosse di così divertente.
«Direttore, io sono un beta.»
«Juhyeok?»
«Le piaccio anche se sono un beta?»
Il direttore Lee si bloccò, come una bambola a cui si fosse scaricata la batteria. La sala era immersa in una luce fioca. Lui mi scostò delicatamente i capelli dalla fronte.
«Mi piaci.»
La voce di Gido riempiva la sala, mentre quella bassa del direttore Lee sembrava scendermi lungo le dita. Il suo orologio da polso brillò per un istante.
«Mi piaci. Mi piace il tuo modo di essere deciso, mi piace la tua gentilezza. Mi piace persino quanto tu sia ingenuo, quanto tu non ti accorga mai di quello che provo.»
Il direttore Lee mi prese entrambe le mani.
«Mi piaci.»
Mi sentii ovattato, come se fossi sott’acqua. Voltai la testa e vidi Gido. Mi sembrò che i nostri occhi si incontrassero, ma forse mi sbagliavo.
Mi tornò in mente il passato. All’improvviso.
«Una volta sono andato in un piccolo teatro.»
***
Flashback
Era la prima esibizione di Gido.
All’epoca Seol Gido aveva saltato per un mese intero gli incontri del club di teatro inglese. Eravamo entrambi membri del comitato direttivo. Con le sue assenze, tutto aveva cominciato ad andare storto: dall’organizzazione della gita universitaria a quella del festival. Quel giorno ero andato a cercarlo per riportarlo indietro. Avevo intenzione di afferrarlo per il colletto appena fosse finito lo spettacolo e trascinarlo al campus.
Mi accovacciai sulle scale sul retro del piccolo teatro e aspettai senza sapere bene che fare. Dopo la fine dello spettacolo, vidi gli spettatori uscire uno dopo l’altro. Sembrava difficile intrufolarmi di nascosto. Se fossi entrato senza permesso, probabilmente gli addetti mi avrebbero fermato, così comprai una rosa da un venditore ambulante.
Raggiunsi l’ingresso sul retro del teatro. Dissi a un membro dello staff di essere il cugino maggiore dell’attore Seol Gido. Quello mi squadrò dalla testa ai piedi, poi mi aprì la porta.
Entrai nel camerino sventolando la rosa come se fosse un sacchetto di plastica. Gido era seduto lì, con il viso coperto da uno strato spesso di trucco. Sembrava completamente svuotato.
E, per giunta, interpretava un mendicante. Quel ragazzo aveva un bel viso, eppure gli avevano disegnato perfino una colata bianca sotto il naso. Aveva le guance segnate da due macchie rosse, tonde come timbri. Una goccia di sudore bianco gli scendeva lungo il lato del viso.
«Ma proprio la parte del mendicante dovevi fare?»
Gido alzò lo sguardo verso di me, stordito. Aveva la postura di un pugile appena sconfitto. Sembrava persino che non respirasse. Mi avvicinai e gli porsi la rosa.
«Brutto stronzo, dopo gli esami di metà semestre dobbiamo andare in gita.»
«…»
«Ehi, Seol Gido.»
«…»
«Gido, Gido!»
Gido non reagì.
Poi, all’improvviso, scoppiò a piangere. Le lacrime gli scesero lungo le guance mentre continuava a guardarmi senza espressione.
«Seol Gido, stai piangendo?»
«Hyung, non riesco a controllare i feromoni.»
«Ma che cavolo dici? Stai piangendo?»
«Hyung, mi piace troppo recitare.»
«Ehi…»
«Hyung, che cosa devo fare? Mi piace troppo recitare. Mi piace davvero tanto, hyung. Che cosa devo fare? Devo fare il TOEIC, ma… Hyung, non ho ancora preso il certificato.»
Il trucco gli si stava sciogliendo con le lacrime. Era uno spettacolo pietoso. Mentre piangeva a dirotto, Gido sembrava Joker. Le lacrime bianche, mescolate al trucco, gli si raccoglievano sotto il mento e cadevano a gocce.
Posai la rosa alla meglio e presi dei fazzoletti. Gli strofinai il viso con forza.
«Perché piangi, stupido mendicante? Sei già vestito da mendicante, e adesso sembri davvero un barbone.»
«Juhyeok hyung, che cosa devo fare?»
«Che cosa dovresti fare?»
Gido mi afferrò il polso. Era più grosso di me, ma in quel momento sembrava molto fragile. Piccolo, quasi. Fu allora che mi resi davvero conto che era il mio junior. Gido era giovane.
«Prima c’erano un sacco di omega davanti al palco. Hanno cominciato a diffondere feromoni, proprio… I feromoni… Mi sono spaventato tantissimo, ma ho continuato a recitare con tutte le mie forze. Anche i sunbae mi hanno detto che avevo resistito bene. Però, da quel momento, il cuore ha cominciato a battermi fortissimo. Non smetteva di battere, e… Hyung, che cosa devo fare?»
Gido si lasciò cadere contro di me. Gli accarezzai la schiena. Puzzava di sudore, di trucco e della polvere tipica dei teatri. Piangeva a dirotto, come se avesse perso la propria patria.
«Ho paura, hyung.»
«Va tutto bene.»
Lo strinsi un po’ più forte. Gido tirò su col naso. All’epoca non sapevo quasi nulla dei feromoni.
In seguito mi dissero che si era trattato di una forma di molestia sessuale particolarmente crudele. Alcuni fan, o forse degli anti-fan, si erano riuniti per provocare l’attore alpha protagonista, molto popolare, diffondendo feromoni. A quanto pare, nei piccoli teatri succedeva spesso. Mi dissero che un omega più debole avrebbe potuto persino perdere i sensi. Per fortuna Gido era incredibilmente robusto.
Pensai che il mondo degli alpha e degli omega fosse spaventoso. Non aveva niente a che fare con me.
O almeno, era quello che pensavo.
Ero una persona che tendeva a escludere gli altri. Anche nel momento in cui Gido piangeva così disperatamente, ero rimasto a guardarlo come se fosse una faccenda che non mi riguardava. Non c’era posto per me nel mondo degli alpha. Per questo mi era stato facile consolarlo.
“E allora? Che importanza hanno i feromoni? Andrà tutto bene. Non è niente di grave.”
Perché non l’avevo capito allora?
Non avevo capito che un giorno avrei vissuto anch’io nel mondo degli alpha e degli omega. Anzi, il mondo in cui vivevo era già quello degli alpha e degli omega. Perché non me n’ero reso conto? Forse perché ero giovane.
Avevo vissuto come se quelle persone fossero lontane, come se appartenessero a un altro mondo. Avevo trattato Gido, che era un alpha, come se fosse un beta. Ero stato immaturo. Avevo pensato che fosse un beta e gli ero stato amico come tale.
Gli alpha non diventano amici intimi dei beta, no? Gido è un alpha che sembra un beta, quindi va bene.
Avevo sempre vissuto in un mondo in cui tracciavo una linea tra i beta e tutti gli altri. Adesso, all’improvviso, il mio mondo stava tremando.
Il direttore Lee ha detto che gli piaccio.
Un alpha, il direttore Lee, stava cercando di oltrepassare la linea che separava i beta dagli altri.
Gli alpha stavano distruggendo il mio mondo. No, in realtà il muro, già pieno di crepe, stava lentamente crollando.
Perfino l’unico alpha che ero riuscito ad accettare, Seol Gido, oggi se ne stava in mezzo agli altri alpha, apparendo proprio come uno di loro. Avevo pensato che fosse un beta, ma non lo era. Avrei voluto insistere che fosse un beta, ma non potevo. Gido era un alpha.
Prima di tutto, però, era mio amico.
Alla fine, anche gli alpha erano persone come me. Persone che diventavano deboli, che potevano crollare facilmente, che si innamoravano. Persone normali, proprio come Seol Gido.
Quel giorno Gido continuò a piagnucolare a lungo. Io, per giunta, indossavo una maglietta nera. La mia spalla si inzuppò del suo trucco bianco. Quando alla fine riuscii a staccarlo da me, che cosa gli avevo detto?
«Va bene. E se non riesci a trovare lavoro, che importa? Non si muore così facilmente.»
«Ma che risposta è?»
Gido rise. Anche in quel momento, il disegno del moccio sotto il naso era rimasto intatto.
«Trova un lavoro da qualche parte! Anche un lavoro manuale. Non morirai di fame. Se sarà davvero difficile, puoi stare a casa mia per qualche giorno. Se non vuoi fare il TOEIC, non farlo.»
Gido tirò su col naso. Strappai un altro fazzoletto e glielo misi in mano.
«Va tutto bene. Dicevi che volevi fare musical, no? Allora fallo.»
Gido si soffiò il naso. Il trucco intorno al naso si era cancellato in un cerchio. Non riuscivo davvero a dimenticare quanto fosse brutto in quel momento.
«Va tutto bene.»
Che cosa gli avevo detto, allora?
«Vivi la vita che desideri.»
***
Quando arrivai in bagno, riuscii finalmente a respirare un po’. Ero completamente frastornato. Dopo aver detto che ero andato in un piccolo teatro, ero rimasto in silenzio, con la mente vuota.
La mia risposta alla confessione del direttore Lee era stata: «Il bagno».
Altro che romanticismo.
Non riuscivo a fidarmi di me stesso. Dopo aver pensato al piccolo teatro, mi era venuta in mente la rosa; poi avevo pensato che il viso del direttore Lee fosse rosso come una rosa. Avevo quasi detto grazie.
“Grazie per il fatto che le piaccio”.
La cosa mi sorprese. I pensieri mi traboccavano dalla testa e non riuscivo a fermarli.
Il direttore Lee mi ama. È un alpha, eppure gli piaccio. So bene quanto siano importanti i feromoni per gli alpha. Secondo me, gli alpha e gli omega sono esseri fatti di feromoni. Eppure gli piaccio. Io non capisco niente di feromoni.
Gli piaccio.
Feci un respiro profondo. Mi sentii un po’ più calmo.
Ma quando mi avvicinai al bagno vero e proprio, esitai. Guardando quel bagno ampio e pulito, sentii l’ansia strisciare di nuovo dentro di me. Avevo paura che comparisse un’altra persona strana.
Era il paradosso dei bagni. Se erano puliti, c’era sempre qualche strano individuo che li usava al posto di una stanza di motel. Se erano sporchi, erano poco igienici e non andavano bene lo stesso.
Qualcuno entrò prima di me. Era un uomo piuttosto basso e robusto, che si guardava intorno con grande circospezione.
L’uomo si voltò verso di me e mi fissò come se fossi un criminale. Distolsi lo sguardo e mi diressi verso i lavandini. Quando cominciai a lavarmi le mani, sembrò rassicurato. Lanciò un’occhiata ai cubicoli dei servizi e sospirò.
Era un sospiro di sollievo.
Ne ero certo.
Quello è un beta.
Mi sentii immediatamente in sintonia con lui. Dopo aver finito di usare il bagno, l’uomo venne a lavarsi le mani accanto a me. Il dispenser del sapone era proprio vicino a me. Mi spostai per fargli spazio. Lui premette più volte la pompetta, ma non uscì sapone. L’acqua continuava a scorrere e dalle mie mani cadevano gocce sul lavandino.
«Mi scusi.»
«Ah, no, non si preoccupi.»
Continuammo a lavarci le mani. Nel bagno si sentiva soltanto il rumore dell’acqua che scorreva piano.
Poi, all’improvviso, si udì un gran frastuono e due persone entrarono quasi rotolando nel bagno, avvinghiate in un bacio appassionato.
«Ma che diavolo!»
L’uomo accanto a me, che si stava lavando le mani, gridò quasi. Pensai che avrei dovuto chiamare un dipendente.
La vita non può essere così semplice, eh? Ma che cosa succede nei bagni di tutto il Paese? Sono maledetti?
L’uomo accanto a me fu più rapido. Si frappose tra i due e li separò.
«Fuori! Fuori, ho detto! Ma siete impazziti? Prendetevi una stanza! Siamo già in un hotel, per giunta! In un hotel!»
Trovai il coraggio di intervenire anch’io. Aiutai l’uomo a separarli. I due ansimavano. Guardandoli con attenzione, mi sembrò di averli già visti da qualche parte.
Sono quelli del ristorante hawaiano.
«Ehi! Ma voi…!»
L’uomo più alto mi spinse la spalla.
«E tu chi sei?»
“Sono quello che vi ha consegnati alla polizia. Come state? Spero che abbiate apprezzato con calma il vostro riso in prigione”.
Avrei voluto rispondere, ma dovevo stare zitto. Non mi avevano visto in faccia allora, quindi probabilmente non mi avrebbero riconosciuto.
«Che cosa ve ne importa? Questo è un bagno pubblico. Se non dovete fare i vostri bisogni, uscite.»
L’uomo più basso cominciò a urlare a squarciagola. Sembrava un cane della prateria che si lancia contro un serpente per morderlo.
«Un dipendente! Dov’è l’interfono? Bisogna estirpare alla radice questi alpha e omega! Un dipendente!»
Doveva essere una persona piena di rabbia. Io non ero né alpha né omega, eppure mi sentii un po’ intimidito.
La “coppia hawaiana” uscì dal bagno tenendosi per mano, senza dimenticare di lanciarci un’occhiataccia. L’uomo più basso trascinò via quello più grosso, camminando in fretta.
Quando se ne furono andati, mi accorsi del rumore dell’acqua che continuava a uscire dal rubinetto. Chiusi l’acqua e mi voltai verso l’uomo.
«Beta?»
«Anche lei?»
L’uomo annuì e mi tese la mano. Le nostre mani erano ancora bagnate.
«Piacere. Sono così stufo di vedere queste cose, ormai non ne posso più.»
«Non avrei mai immaginato di incontrare qualcuno che la pensa come me.»
Fu un momento commovente. L’uomo parlò.
«I beta, in fondo, la pensano tutti allo stesso modo.»
Lo salutai con un piccolo inchino e me ne andai. Più tardi mi pentii di non avergli chiesto il nome.
Quando tornai al tavolo, la sedia del direttore Ha era vuota. Il direttore Lee mi prese delicatamente la mano.
«Stai bene?»
«Sì. Sto bene, davvero.»
Mi sedetti tenendogli la mano. Mi preoccupava che la mia fosse ancora bagnata. Le dita del direttore Lee si chiusero sul dorso della mia mano.
«Quando finirà, sarà già notte.» La sua voce era morbida e gentile. «Ti va di bere qualcosa con me, prima di tornare a casa?»
La mano che toccava quella del direttore Lee era calda.
E se l’acqua evaporasse? Si formerà del vapore?
Mi vennero in mente pensieri senza senso. Nella sala un po’ buia, soltanto il viso del direttore Lee sembrava illuminato.
«Sì. Mi va.»
Risposi d’impulso. In realtà, avrei voluto tornare a casa anche subito. Eppure mi sentivo confuso. Volevo restare ancora un po’ con il direttore Lee.
Ha detto che gli piaccio. È un alpha, eppure gli piaccio.
Era strano. Ero curioso. Forse era curiosità, forse attrazione.
Gli piaccio, anche se sono un beta.
Non vedevo più Gido. Doveva essere già sceso dal palco. Cercai con lo sguardo il percorso che aveva fatto.
Se Gido fosse qui vicino, potremmo bere insieme. Dopo aver finito, potrei tornare a casa con lui.
Mi era venuta voglia di dirgli qualcosa. Volevo chiedergli se ricordava quel piccolo teatro.
Oggi ti ho visto di nuovo. E oggi non sembravi un mendicante.
«Allora, ce ne andiamo noi due per primi?»
Il volto del direttore Lee si illuminò. Se il direttore Ha non avesse cominciato a cercarlo da dietro, probabilmente avrebbe continuato a sorridere.
«Sihyeon! Direttore Sihyeon! Quel piccolo bastardo di Ha Weonju è sparito! Accidenti, Jinhyeok è qui e io sto parlando in modo volgare. Quel Weonju non si trova. L’ho visto prima mentre si portava via il suo omega. Si stavano baciando, così ho pensato: “Va bene, fate pure, siete giovani, dovete farlo finché siete giovani”. Ma adesso non si trova più.»
«Weonju?»
«Quel moccioso è davvero sfacciato… Anche quando ha portato a casa un omega più alto di lui, mi sono preoccupato. Però è piccolo come me, che cosa ci posso fare? È una cosa che non si può cambiare. Anche mio padre era basso. La genetica non perdona. Comunque, quei due sono così innamorati che, se li lasci soli, combinano guai. Non ne posso più. E a casa che cosa dico? Che ho perso di nuovo Weonju? Sihyeon, tuo zio verrà cacciato di casa!»
Il direttore Lee alzò la testa, imbarazzato.
«Se è impegnato, direttore, possiamo farlo un’altra volta.»
«Io… Ah… Mi dispiace. È mio cugino, cioè, è il fratello minore di Weonyi. È che lui è fatto così…»
«Non si preoccupi. La famiglia viene prima. Io andrò avanti.»
«Kim Jinhyeok, vuoi che ti chiami una limousine?»
«Come? No, no, no, no, non c’è bisogno. Posso prendere la metropolitana.»
Lasciai la mano del direttore Lee e mi alzai. Lui continuò a guardarmi la mano, come se gli dispiacesse lasciarmi andare.
«Ti chiamerò.»
«Va bene.»
«Posso telefonarti stasera?»
Il direttore Lee mi guardò dal basso. Nei suoi occhi neri passò un lampo di luce. Ci pensai.
Mi chiamerà di sera. Il mio capo mi chiamerà di sera… È assurdo!.. Ma non è per lavoro, quindi che problema c’è? … Proprio perché non è per lavoro, è un problema!… O no? Perché dovrebbe esserlo?
«La telefonata…»
«Sihyeon! Non puoi mica telefonare di notte ai tuoi subordinati, altrimenti ti criticano! Jinhyeok-ssi, vada. Ah, giusto, devo darle qualcosa per il viaggio.»
«No, davvero, non c’è bisogno.»
«Ma certo che sì. Se lei è amico di Sihyeon, devo darvelo. Gli alpha non hanno molti amici beta. Sihyeon, tratta bene Jinhyeon.»
«Zio.»
Il direttore Ha mi mise dei soldi in mano. Due banconote da cinquantamila won.
Centomila won… È una paga giornaliera? Sì, è una paga giornaliera. Oggi ho lavorato, in fondo.
La noia svanì tutta in una volta. Mi sentii rinvigorito.
Ho ricevuto la paga.
Provai a rifiutare, sventolando le mani, ma alla fine accettai i soldi. A dire il vero, ero contento di averli ricevuti. Le guance del direttore Lee sembravano leggermente arrossate. Aveva i gomiti appoggiati sul tavolo. Quando allungai la mano, le punte delle nostre dita si sfiorarono. Il direttore Lee mi guardò, come se fosse rimasto senza parole.
«Mi chiami.»
«Andiamo! Sì. Sihyeon, tu resta qui. Devo trovare Weonju. Quel piccolo bastardo! Quando torna a casa, gliela farò pagare!»
Mi allontanai dai due e uscii dall’hotel. Quando raggiunsi la stazione della metropolitana, mi sentii un po’ meglio.
Devo tornare a casa.
Mi sedetti tra gli altri passeggeri e guardai il vuoto. Ero stanco, pur non avendo fatto niente. Mi attirò l’attenzione una pubblicità all’interno del treno.
“Beta per beta. Sposarsi è una questione di cuore”.
Era un’agenzia matrimoniale. Ultimamente mi capitava di vedere spesso quel tipo di pubblicità.
Chissà quanti punti valgo come beta.
Gido non aveva bisogno di una cosa del genere, essendo un alpha. Neanche il direttore Lee ne avrebbe avuto bisogno.
Ma il direttore Lee ha detto che gli piaccio…
Mi bruciarono gli occhi. Sulla strada di casa, avrei comprato un po’ di birra.
Dopo essere uscito dalla stazione, bastava percorrere la strada principale per raggiungere il complesso residenziale Hyundai. Attraversarlo era una scorciatoia per tornare a casa. Passai davanti al parco giochi, alle scuole private e a un orologio che sembrava un lampione.
Camminando, mi ritrovai davanti a un minimarket. Entrai. Sentii in mano le due banconote da cinquantamila won che mi aveva dato il direttore Ha. Mi sentivo un po’ malinconico. Raggiunsi il reparto della birra e cominciai a prendere lattine di tipi diversi. Già che ero uscito, tanto valeva comprarne parecchie. C’era anche una birra tedesca con una rosa disegnata sulla lattina. Il metallo freddo mi si appoggiò al palmo.
Questa la compro.
«Vai a dormire presto. Domani devi uscire all’alba, quindi niente spuntini notturni. Ieri hai mangiato il pollo fritto, vero? Brutto bastardo. L’hai mangiato tu, ma perché è il mio allenatore a sgridarmi? Sei davvero un cattivo soggetto.»
Misi le birre nel cestino. Sentendo qualcuno parlare al telefono, mi voltai di nascosto.
Era lui, il beta che avevo incontrato prima. Stava telefonando con la fronte aggrottata, come se portasse sulle spalle tutte le preoccupazioni del mondo.
Che ci fa qui? Il mondo è davvero piccolo.
«Te la comprano? Ma è possibile che ormai parliate soltanto di quello? Dove l’hai comprata per farne una storia del genere? Be’, certo che mi farebbe piacere se me la comprassero. La taglia? Non so neanche che taglia sia. E io che ne so? Dongdaemun? Vuoi andare fino a Dongdaemun? Vuoi farmi venire un infarto?»
Sembrava deciso anche lui a fare acquisti. Riempì il cestino di salsicce e panini. Quando si avvicinò al reparto della birra, mi spostai per evitarlo.
Devo comprare qualcosa da mangiare anch’io.
Mi aggirai tra gli scaffali degli snack, ma non riuscivo a concentrarmi. Sentivo fin troppo bene la conversazione altrui.
Mi sentivo strano a origliare la telefonata di uno sconosciuto.
Non dovrei farlo. Concentrati sugli snack. Prendo le patatine? O qualcos’altro? Magari un prodotto in offerta…
Misi nel cestino anche due pacchetti di patatine. Io e il beta arrivammo alla cassa nello stesso momento. Lui mi riconobbe e spalancò gli occhi come un coniglio: «Eh? Ma lei è quello di prima…»
Accennai un saluto con la testa. Restammo uno di fronte all’altro, esitanti e imbarazzati.
«Chi è il prossimo?»
Il cassiere prese lo scanner per leggere i codici a barre. La sua voce era fiacca. Noi due sobbalzammo come studenti colti in flagrante da un insegnante.
«Prego, prima lei.»
«No, prima lei.»
«Ah, no, non si preoccupi.»
«Allora… vado io per primo.»
Gli cedetti il posto. Si sentirono i bip dello scanner. Perfino la musica del negozio sembrava imbarazzante. L’uomo comprò anche un pacchetto di sigarette e mi lanciò un’occhiata furtiva.
Mi sembrava che il tempo si fosse congelato. Cominciai a battere la punta della scarpa sul pavimento, senza motivo.
«Il prossimo, prego.»
L’uomo finì di pagare e si diresse verso il microonde. Sembrava volesse scaldare qualcosa. Mi preoccupava moltissimo sapere chi sarebbe uscito per primo, lui o io. Nel momento in cui consegnai la carta al cassiere, sentii il segnale acustico del microonde. Finito di pagare, misi le birre e le patatine in un sacchetto.
«Il prossimo, prego. Arrivederci.»
Io e l’uomo uscimmo contemporaneamente dalla porta automatica.
Lui mi fece un piccolo inchino. Ricambiai. Poi ci incamminammo nella stessa direzione.
Voglio morire. Vorrei teletrasportarmi. Se potessi, mi teletrasporterei subito.
Accelerai il passo. Anche l’uomo camminò più in fretta.
Capii una cosa: stavamo pensando esattamente la stessa cosa.
Camminavamo come se fossimo insieme. Il fruscio dei sacchetti di plastica mi sembrava un tuono. L’uomo continuava a guardarmi di sottecchi, e io ero consapevole di ogni suo sguardo. Alla fine, mi rivolse la parola.
«Abita nel complesso Hyundai?»
«No, io abito più avanti…»
«Ah…»
Tacemmo. Continuammo a camminare in silenzio. Questa volta fui io a fare una domanda.
«Lei abita nel complesso Hyundai?»
«Sì…»
«Ah…»
Quando ero piccolo, alle elementari, sognavo di diventare un Power Ranger. Prima ancora, avrei voluto essere un dinosauro. E nel periodo intermedio, quando non ero più così piccolo ma non ero ancora grande, volevo diventare un mago.
Il mio sogno è ancora quello di diventare un mago. Voglio teletrasportarmi come per magia. Voglio volare fino a casa.
L’uomo mi chiese: «Per caso, fuma?»
«No, ho smesso…»
«Quindi fumava prima.»
«Un po’, ai tempi dell’università…»
«Ah…»
L’uomo frugò nel sacchetto di plastica. Aveva le mani occupate e sembrava in difficoltà.
È il momento di scappare. Forza, gambe! Muovetevi! Correte!
Il mio corpo non ascoltava mai quello che gli dicevo. Soprattutto la mia bocca.
«Vuole che le tenga un sacchetto?»
«Ah, solo un momento… Ah, grazie.»
Presi uno dei suoi sacchetti. L’uomo aprì il pacchetto di sigarette e se ne mise una tra le labbra. Aspettai persino che l’accendesse, poi gli restituii il sacchetto.
«Grazie.»
«Non c’è di che.»
L’uomo riprese a camminare. Anch’io guardai dritto davanti a me. C’era una sola strada e dovevamo continuare a percorrerla.
Forse la vita è proprio così. Anche quando non vuoi camminare, devi continuare ad andare avanti… Con addosso un paio di mutande incredibilmente comode. E la birra in mano.
«Prima mi sono davvero spaventato. Tra gli alpha e gli omega ci sono sempre persone che fanno cose del genere. Quando entro in un bagno, ormai mi guardo sempre intorno, per controllare che non ci sia qualcuno.»
L’uomo espirò il fumo. Sembrava essersi un po’ rilassato. Forse aveva acceso una sigaretta proprio per riuscire a sopportare quell’imbarazzo.
In fondo, siamo tutti uguali.
«Capita spesso anche a me. Non si è spaventato?»
«Spaventato? Succede continuamente. Soprattutto nel posto in cui lavoro. Anche se spesso sono fuori per lavoro, quando vado negli uffici è un disastro. Gli omega cercano di attirare gli altri diffondendo feromoni, e…»
«È un beta, vero?»
«Sì, sono un beta. E per il tipo di lavoro che faccio, non riuscire a sentire i feromoni è uno svantaggio. Dovrei capire chi li sta diffondendo, così da poter gestire la situazione, ma…»
«In che settore lavora?»
«Nel mondo della televisione.» L’uomo si appese il sacchetto al polso e mi tese la mano. «Mi chiamo Bae Ilhae.»
«Kim Juhyeok.»
«All’inizio pensavo fosse un alpha, perché è alto. E invece è un beta… Mi fa sentire ancora più frustrato.»
«Ah, no, non si preoccupi. Sono un beta.»
«È davvero dura vivere da beta, non trova?»
Inspirò profondamente il fumo e sollevò la testa. Non c’era neanche la luna quella notte. Il sacchetto mi pesava sul polso.
«Già.»
«Da ogni parte si divertono a fare i piccioncini e parlano di destino e di amore. Io, invece, sono più preoccupato di riuscire a pagare il deposito per la casa.»
«È vero. Sembra che viviamo in mondi diversi. In mondi diversi, davvero.»
«Mi scusi, le sto raccontando un sacco di sciocchezze anche se ci siamo appena conosciuti.»
L’uomo cambiò direzione.
«Io vado da questa parte. Abito nell’edificio 102.»
«Buona serata.»
«Faccia attenzione tornando a casa.»
«Sì.»
Ci salutammo e ci separammo. Da lì a casa mancava poco. Mi chiesi se Gido fosse già rientrato. Il direttore Lee, probabilmente, stava ancora cercando Ha Weonju.
Si stavano baciando… E se la persona che ho incontrato in bagno fosse proprio Ha Weonju?…No, non sono affari miei.
Accelerai il passo.
Devo bere una birra.
Davanti all’ascensore al primo piano incontrai il vicino di casa. Ci salutammo e salimmo in silenzio. Continuavano a capitarmi compagni di viaggio. Non mi ero mai sentito così desideroso di stare da solo.
Quando scesi dall’ascensore, l’uomo mi rivolse la parola. «È da un po’ che non ci vediamo.»
«Già. Come sta?»
«Io sto bene. Lei… è appena tornato da qualche parte?»
«Sì, avevo una commissione da sbrigare…»
«Ah…»
«Buona serata.»
«Senta…»
«Sì?»
L’uomo sorrise. «Niente. Buona serata.»
Appena la porta si chiuse, mi cambiai. Mi tolsi i vestiti come un serpente che fa la muta, ma poi la coscienza mi fermò.
Sono i vestiti di Gido. Devo sistemarli per bene.
Mi trascinai in camera, presi una gruccia, appesi i vestiti e mi misi qualcosa di comodo. Accesi la televisione. Stava iniziando un varietà, pieno di facce sconosciute.
Misi le birre sul tavolo e presi un piatto per le patatine. Sistemai il piatto vuoto al centro del tavolo.
Quando aprii una lattina di birra, il silenzio mi parve assordante. Il suono della televisione era vuoto. Avrei voluto che ci fosse qualcuno con me.
Fino a poco fa volevo stare da solo. Adesso non più.
Avevo la testa piena di pensieri. Bevvi la birra fredda quasi tutta d’un fiato.
Appoggiai la testa sulle ginocchia. Ero stanco. Quando la sollevai, vidi un volto familiare sullo schermo: Gido compariva in un filmato d’archivio.
Ma che roba è? Non è neanche un ospite, è un filmato d’archivio.
Quel cretino di Seol Gido sorrideva, come se si stesse divertendo un mondo. Quando lavorava, sembrava una persona normale. Il Gido che conoscevo io era pigro, un po’ stupido e pure brutto.
Guardai il suo viso illuminato dalle luci e bevvi un altro sorso. Domani mi sarei riposato per bene, poi lunedì sarei tornato al lavoro.
Strappai il sacchetto delle patatine e le versai nel piatto. Sembrava quasi che stessi bevendo di fronte a Gido. Lui non era lì, ma sedeva di fronte a me, nella mia immaginazione.
Mi dava la sensazione di avere davanti una fotografia commemorativa di una persona morta. Era inquietante.
Devo contattarlo per sapere se sta bene.
“Oggi ti ho visto.”
“Oggi non sembravi un mendicante.”
“Sembravi una persona normale.”
“Sembravi un alpha.”
“Mi sei sembrato estraneo.”



