TRUE ENDING OF A CERTAIN HORROR GAME – SPECIALE FINALE

Incubo

Il contatto della pelle con la superficie di cuoio, il fragore della pioggia che mi colpiva le orecchie. Aprii lentamente gli occhi, rabbrividendo per l’aria fredda che mi avvolgeva il corpo. L’unica fonte di luce era il debole chiarore lunare che filtrava dalla finestra. Sbattei lentamente le palpebre, aspettando con la mente annebbiata che i miei occhi si abituassero all’oscurità.

Perché mi trovo qui?

I ricordi riaffiorarono a frammenti. Non sapevo per quale motivo, ma avevo aperto gli occhi in quel luogo senza ricordare nulla e avevo incontrato Seonwoo. Lì c’era una bambola snodata che riproduceva una scena del delitto, e avevo cercato di fuggire da quel posto strano e inquietante insieme a Seonwoo.

Una bambola snodata.

Al solo riaffiorare di quelle parole, un brivido mi corse lungo la schiena. Eppure, ero stato ucciso proprio da quella bambola.

Inorridito dal pensiero, mi tastai il corpo, ma non trovai ferite da nessuna parte. A poco a poco, anche i ricordi successivi tornarono alla mente e mi tranquillizzai.

Già, ero morto in quel modo, ma mi ero risvegliato di nuovo in quel posto. Avevo esplorato la villa insieme a Seonwoo e poi ero stato ucciso ancora una volta dalla bambola snodata che aveva le sembianze di una bambina.

Quella è stata l’ultima volta?

«Ugh…»

All’improvviso, la testa cominciò a farmi così male che sembrava sul punto di spaccarsi. Me la strinsi fra le mani. I ricordi si aggrovigliavano come fili di un gomitolo, confondendomi sempre di più. Cercai di fermare i pensieri e di respirare lentamente, nel tentativo di svuotare la mente.

Accantonai tutte quelle domande in un angolo della testa e mi concentrai su ciò che dovevo fare nell’immediato.

Qual è la prima cosa da fare?

Dovevo innanzitutto uscire da quella villa disgustosa. Quella era la priorità.

Alzai lo sguardo verso il punto in cui avrebbe dovuto trovarsi Seonwoo. Tuttavia, non vidi traccia di lui, che avrebbe dovuto essere ancora addormentato, appoggiato al divano.

«Eh? Ugh!»

Mi alzai di scatto, preso dal panico, e sbattei il ginocchio contro il tavolino proprio davanti a me. Tornai a sedermi sul divano, massaggiandomi il ginocchio, e mi guardai intorno senza muovere il resto del corpo. Ma Seonwoo non era da nessuna parte.

«Seonwoo?»

La mia voce risuonò vuota nella vasta villa deserta. Non ricevetti alcuna risposta.

«Kim Seonwoo, dove sei?»

Lo chiamai di nuovo, alzando la voce, ma ancora una volta l’unico suono che si propagò fu il mio. Per quanto aspettassi, non sentii la voce di Seonwoo.

La consapevolezza di essere completamente solo in quella villa così grande mi piombò addosso, facendomi rabbrividire. Ogni mio gesto, dal trattenere il respiro al lasciarlo uscire, fino a deglutire a vuoto, mi sembrava terribilmente vivido.

…È sempre stato così buio, qui dentro?

Mordendomi il labbro, ebbi la sensazione che il luogo fosse diventato ancora più inquietante e lugubre. Doveva essere soltanto un’impressione.

Mi sembrava di avere ancora più freddo. Mi raggomitolai e mi strofinai le braccia, ma il mio corpo rimase gelido.

Restai rannicchiato per un po’, finché non mi resi conto che non potevo continuare a perdere tempo in quel modo. Dovevo cercare Seonwoo, che poteva trovarsi in un’altra stanza, e, ora che ero tornato lì, dovevo trovare al più presto un modo per andarmene da quella villa sinistra.

Era come se la paura mi stringesse le caviglie, impedendomi di muovermi.

Avevo già esplorato quella villa diverse volte. Non c’era motivo di lasciarmi sopraffare da una paura così inutile.

Cercando di scacciare l’angoscia che mi cresceva dentro, afferrai il bracciolo del divano e mi alzai lentamente. Tastai il tavolino e presi la torcia che si trovava sopra i giornali sparsi alla rinfusa. Quando la accesi, il debole fascio di luce illuminò i fogli abbandonati sul tavolo.

Puntai la torcia qua e là sul divano, ma Seonwoo non c’era, proprio come avevo immaginato.

La luce fioca illuminò miseramente il vasto soggiorno. Mi mossi lentamente, rovistando nei luoghi che ormai conoscevo bene. Controllai il cassetto sotto il televisore, i vasi rinsecchiti disposti ordinatamente e i giocattoli sparsi sul pavimento, raccogliendo le cose che mi servivano.

Fu allora che avvertii una strana sensazione di disagio.

Mi sembrava che mancasse qualcosa. C’era un oggetto che, anche in quell’oscurità, brillava distintamente in un angolo del mio campo visivo, ma ora non c’era più.

Voltai lentamente la testa verso il punto in cui si trovava di solito.

L’orologio digitale che, ogni volta che aprivo gli occhi, indicava sempre la stessa ora, era spento. Il suo schermo era completamente nero.

Perché l’orologio si è spento?

A pensarci bene, era già strano che, in un posto del genere, fosse rimasto acceso soltanto quello. Eppure, mi sembrava curioso che si fosse spento all’improvviso, dopo essere rimasto acceso per tutto quel tempo.

Esaminai attentamente i dintorni, ma non riuscii a individuare nulla di insolito. Decisi quindi di rimandare a dopo la questione dell’orologio e mi concentrai nuovamente sulla ricerca degli oggetti necessari.

Stavo per chinarmi a raccogliere una matita colorata della stessa tonalità del robot trasformabile abbandonato sul pavimento, quando qualcosa attraversò rapidamente l’estremità del mio campo visivo.

D’istinto, mi ritrassi e puntai subito la torcia in quella direzione, ma davanti a me c’era soltanto il pavimento vuoto.

Mi strofinai gli occhi con il dorso della mano, ma non cambiò nulla. Illuminai anche le zone circostanti, senza riuscire a scorgere niente di particolare.

«Haa…»

Espirai profondamente, cercando di calmarmi. Forse, a causa del nervosismo, ero diventato troppo sensibile e avevo visto qualcosa che non esisteva.

Avevo ormai controllato sommariamente tutto il soggiorno. Era il momento di passare altrove.

Non avevo alcuna intenzione di andare in cucina, dove si trovava la bambola snodata, mentre ero solo. Così, mi incamminai prima nella direzione opposta.

Attraversai il breve corridoio e puntai la torcia verso le scale, chiedendomi se Seonwoo fosse già salito al primo piano. Tuttavia, l’oscurità impenetrabile sembrava inghiottire persino il debole fascio di luce, impedendomi di vedere qualcosa.

Pensai di salire al piano superiore, ma i miei passi non riuscivano ad avvicinarsi alle scale. Mi massaggiai il collo e rimasi sul posto, muovendo i piedi avanti e indietro per qualche istante. Alla fine, mi costrinsi a riprendere a camminare.

Prima controllerò il piano terra, come l’altra volta, e poi andrò di sopra.

Provai ad abbassare la maniglia della porta d’ingresso, ma, come previsto, era ancora chiusa a chiave. Mi ero soltanto sporcato le mani per niente.

Guardai con disgusto le dita sporche e affrettai il passo.

Anche nel bagno e sul balcone trovai gli oggetti necessari nei posti che ormai conoscevo. L’orsacchiotto non mi serviva nell’immediato, quindi presi soltanto le batterie che mi sarebbero servite subito e uscii dal balcone, percorrendo di nuovo il breve corridoio.

Il tempo impiegato per cercare tutto ciò che mi occorreva al piano terra fu incredibilmente breve.

Perché mi sembra tutto così familiare?

La testa ricominciò a pulsarmi dolorosamente.

«A proposito… quante volte è successo ormai?»

La terza? La quarta? La quinta?

All’improvviso, i miei ricordi si fecero confusi. Ero morto, poi ero morto di nuovo, e poi ancora una volta. E forse ero morto un’altra volta ancora?

La confusione mi provocò un senso di nausea.

Volevo vedere Seonwoo. Avevo la sensazione che, se l’avessi trovato, tutta quella confusione si sarebbe placata.

Dov’è Seonwoo? Dove diavolo è andato? Aspetta, perché lo sto cercando? È ovvio che devo cercarlo, visto che non si trova… Un momento. Perché Seonwoo dovrebbe essere qui? Non può essere qui. Ovviamente è fuori. Fuori? Perché penso che sia fuori?

Proprio mentre i pensieri che mi affollavano la testa si susseguivano senza controllo, una sagoma nera mi piombò addosso e qualcosa mi trafisse violentemente l’addome.

Il mio corpo cedette immediatamente e crollai sul pavimento.

Proprio mentre il respiro mi si bloccava in gola, riaprii gli occhi e mi ritrovai di nuovo in piedi, perfettamente dritto.

Sbattei stupidamente le palpebre e osservai il mio corpo e ciò che mi circondava.

Non ero stato trafitto. Non c’era nulla nei dintorni che potesse farmi del male.

Sollevai una mano e mi tastai il punto in cui avevo sentito la pugnalata, ma non provai alcun dolore. Mi sollevai la maglietta e vidi soltanto la pelle intatta, senza neanche una ferita.

Quella sensazione di essere stato trafitto non era stata altro che un’illusione.

Eppure, era stata così vivida che, mentre stringevo la maglietta, le mie dita si mossero nervosamente.

Mi è già successo in passato? Se è così, quando?

Lasciai andare la maglietta e, istintivamente, cominciai a mordicchiarmi le unghie mentre cercavo di ricordare. Fu allora che un lato della maglietta iniziò a inumidirsi.

Abbassai lentamente lo sguardo e vidi il tessuto macchiarsi di un colore sempre più scuro.

Qualcosa sgorgava incessantemente, in fiotti.

Un odore ferroso e pungente mi rimase impresso nel naso.

È un’illusione. Allora perché…?

Rimasi a fissare, incapace di crederci, quella scena irreale che si svolgeva davanti ai miei occhi.

Poi, all’improvviso, fui colto da un dolore così intenso da togliermi il respiro.

«Haa…»

Non riuscivo a respirare. Non riuscivo a prendere fiato.

Le gambe non mi reggevano più. Il mio corpo si afflosciò da solo.

Mi accasciai sul pavimento gelido, piegando la schiena e strofinando la testa contro il suolo. Il freddo mi rinfrescò la fronte imperlata di sudore, ma il dolore che mi assaliva non accennava a diminuire.

Con le mani tremanti, mi strinsi l’addome, da cui il sangue continuava a sgorgare a fiotti. Tuttavia, il sangue che colava copiosamente tra le dita non sembrava intenzionato a fermarsi.

Il sangue si raccolse sul pavimento, formando una piccola pozza.

Il rumore delle gocce di sangue che cadevano mi faceva rabbrividire.

Tutto il corpo tremava per il dolore e i brividi di freddo.

Perché sta succedendo all’improvviso? Fino a poco prima stavo bene.

Era faticoso persino respirare. Faceva male, era doloroso, frustrante e ingiusto.

Perché mi trovo in queste condizioni? Perché sono qui? Io ero sicuramente…

Proprio mentre stavo per sprofondare nei miei pensieri, il dolore cessò all’istante.

Era cominciato senza alcun preavviso e, allo stesso modo, scomparve silenziosamente.

Disorientato da quella situazione incomprensibile, appoggiai le mani sul pavimento e sollevai il busto.

Era strano.

Avevo perso sangue, eppure il pavimento era asciutto, senza neppure una goccia d’acqua.

Ritirai la mano che avevo usato per tastare il suolo e mi sfiorai l’addome, dal quale il sangue era sgorgato a fiotti. Era tutto come prima.

La maglietta intrisa di sangue, le mani, il pavimento… ogni cosa era perfettamente pulita, come se non fosse mai successo nulla.

Come se tutto quel dolore fosse stato soltanto un’illusione.

«Ma che diavolo…?»

Sollevai il dorso della mano per asciugarmi la fronte sudata, ma anche quello era perfettamente asciutto.

Avevo percepito chiaramente le gocce di sudore che si formavano sulla fronte. Anche quelle erano state un’illusione?

Mi tastai di nuovo la fronte, ma non trovai neppure una goccia di sudore. La pelle era liscia e fredda.

Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo.

Il dolore era stato troppo vivido per liquidarlo come una semplice allucinazione, ma, se fosse davvero accaduto, avrebbero dovuto esserci delle tracce.

E invece non c’era niente.

Ero soltanto confuso.

Mi rialzai lentamente, barcollando.

Il dolore era cessato, ma il mio corpo sembrava ricordarsene ancora: le mani mi tremavano leggermente.

Strinsi con forza i pugni e feci un respiro profondo.

Non ero stato pugnalato. Era stata soltanto un’illusione. Il mio corpo era perfettamente integro, senza una sola ferita.

Allora come dovrei definire quello che ho appena vissuto?

Dopo averci riflettuto per qualche istante, scossi la testa.

Avevo già abbastanza confusione in mente. Non volevo aggiungere un altro problema a tutti quelli che mi tormentavano.

Eppure, c’era un particolare che continuava a preoccuparmi, per quanto cercassi di ignorarlo.

Se quella visione corrispondeva davvero a qualcosa che avevo vissuto, che cosa diavolo era la sagoma nera che mi aveva pugnalato?

Dalla corporatura, non sembrava la bambola snodata femminile che si trovava in cucina.

Possibile che ci sia un’altra bambola snodata di cui non sono a conoscenza, o che non ricordo?

Era una possibilità concreta.

Un’altra bambola snodata.

Il solo pensiero mi faceva rivoltare lo stomaco dall’ansia, ma non potevo restare fermo per sempre.

Per distrarmi, cercai di rivolgere i pensieri altrove.

Per prima cosa, che cosa devo fare?

«Mi manca una batteria, quindi devo andare in cucina a cercare quello che mi serve, controllare il televisore e poi…»

Mormorai tra me e me, camminando un po’ più velocemente, ma mi fermai proprio nel punto in cui il soggiorno si collegava alla cucina.

La consapevolezza di essere solo mi opprimeva più di quanto avessi immaginato.

Esitai per qualche istante, prima di costringermi finalmente a riprendere a camminare.

Mi diressi lentamente verso la cucina. Puntai la torcia in tutte le direzioni, ma, per quanto guardassi, non riuscivo a scorgere alcuna figura umana.

Avevo esplorato tutto il piano terra, eppure non avevo trovato Seonwoo da nessuna parte.

Dove diavolo è finito? Forse è già salito di sopra?

Ma se non avesse eseguito le azioni prestabilite, sarebbe stato ucciso senza riuscire a salire al primo piano.

Be’, per lui non dovrebbe essere un problema.

Mi fermai proprio mentre stavo per addentrarmi ulteriormente nella cucina.

…Aspetta. Perché ho pensato che, per lui, non sarebbe un problema?

La testa ricominciò a pulsarmi dolorosamente.

Perché mi è venuto in mente un pensiero del genere?

Più cercavo di rifletterci, più il mal di testa peggiorava.

«Ci penserò dopo. Dopo…»

Ripetei quelle parole a bassa voce, di proposito, per distogliere l’attenzione dai miei pensieri.

La cosa importante era trovare Seonwoo e uscire da quel posto.

Avrei potuto occuparmi di tutt quelle due questioni.i gli altri interrogativi soltanto dopo aver risolto

Entrai cautamente nella cucina. In fondo, vidi la bambola snodata femminile.

Era soltanto una bambola.

Se avessi seguito la procedura prestabilita, non avrebbe rappresentato alcuna minaccia. Non c’era motivo di spaventarmi in anticipo.

Mi avvicinai a grandi passi, ma non successe niente.

Feci un altro passo verso la bambola, e anche stavolta non accadde nulla.

Non sentii l’urlo straziante e sgradevole che avrebbe dovuto risuonare in quel momento.

Ero disorientato.

Una cosa del genere non era mai successa prima. Neanche una volta.

Perché non si sentivano le urla?

Mi avvicinai ancora un po’, ma non cambiò nulla.

Quella situazione diversa dal solito mi lasciava addosso una sensazione inquietante.

Mordendomi il labbro, mi inginocchiai su un ginocchio.

La radio era lì, ma, per quanto premessi i pulsanti, non funzionava.

Dopo averli premuti ancora qualche volta, la rimisi a posto e tornai a esaminare la bambola.

Non sapevo che cosa fosse cambiato, ora che non si sentivano più le urla, ma l’unica cosa che potevo fare in quel momento era comportarmi come ricordavo.

Anche se la situazione era cambiata, non potevo fare altro che estrarre il coltello conficcato nell’addome della bambola e prendere la chiave appesa al suo collo.

Quando la illuminai da vicino con la torcia, avvertii qualcosa di profondamente sbagliato.

La posizione era la stessa di prima. La testa era china, le braccia pendevano inerti con i palmi rivolti verso l’alto, e le gambe erano dritte, leggermente divaricate.

Eppure, le braccia e le gambe, che avrebbero dovuto essere lisce come quelle di un manichino, erano strane.

La pelle esposta somigliava fin troppo a quella umana, al punto da risultare disgustosa.

Non può essere… vero? Non sarà mica…

Per scacciare quel pensiero, allungai lentamente la mano verso il viso della bambola snodata.

Mi accorsi che la punta delle dita mi tremava leggermente.

Con cautela, infilai le dita tra i capelli neri che le coprivano il volto e le scendevano fino al petto, poi li spostai lentamente.

Sotto di essi c’era il volto di una persona, con gli occhi chiusi e senza vita.

«Hic!»

Inspirai bruscamente per lo spavento e mi ritrassi, finendo seduto per terra.

Respirando affannosamente, fissai il punto in cui si trovava la bambola snodata, avvolta dall’oscurità.

Devo aver visto male, vero?

L’ansia mi aveva giocato un brutto scherzo. Dovevo aver visto qualcosa che non esisteva.

Sollevai la mano che stringeva la torcia e illuminai nuovamente la bambola, sperando che ciò che avevo visto fosse soltanto un’allucinazione.

Tra le ciocche della frangia divisa, però, non apparve il volto familiare della bambola, bensì quello di una persona priva di vita.

…Non era un’illusione.

Era un vero cadavere.

Quella che si trovava in cucina era sicuramente una bambola. Allora perché? Come poteva essere successo?

La mano con cui stringevo la torcia cominciò a tremare incontrollabilmente.

Va tutto bene. È soltanto un cadavere. La bambola si è semplicemente trasformata in un cadavere. Non può farmi alcun male.

Continuai a ripetermelo freneticamente nella testa.

Proprio mentre stavo lentamente cercando di calmarmi, il cadavere aprì improvvisamente gli occhi.

«Aaaah!»

Gli occhi si spalancarono di colpo. Erano completamente neri, senza alcuna parte bianca, e mi fissarono con uno sguardo minaccioso.

Urlai e mi agitai, indietreggiando alla cieca.

Nel farlo, colpii accidentalmente il cadavere con il piede.

Il corpo, urtato dal mio piede, si rovesciò debolmente su un fianco. I capelli ricaddero sulla fessura che si era aperta, nascondendola, ma la tensione opprimente che gravava su di me mi impediva di muovermi.

Il cadavere riverso a terra non reagì in alcun modo.

Lo fissai stupidamente, prima di riuscire finalmente a espirare.

Devo aver visto male.

Era una bambola snodata che avevo controllato più volte. Per quanto fosse stata realizzata per assomigliare a una persona, rimaneva pur sempre una bambola costruita artificialmente.

Non poteva certo trasformarsi in un essere umano proprio adesso.

Era impossibile che l’oscurità mi avesse ingannato. Anche gli occhi che si erano aperti dovevano essere stati soltanto un’illusione.

Non era forse già successo qualcosa di simile poco prima?

La bambola snodata era orribile, ma un cadavere lo era ancora di più.

Mi avvicinai cautamente al corpo riverso, strisciando sul pavimento.

Le dita tremanti si insinuarono tra i capelli arruffati. Il contatto ruvido delle ciocche contro la pelle mi fece venire la pelle d’oca.

Dopo aver fatto un respiro profondo, spostai lentamente i capelli.

Per fortuna, apparve il volto della bambola snodata.

Mi sfuggì un sospiro di sollievo.

Anche questa volta era stata soltanto un’illusione.

«Cazzo, mi hai fatto prendere un colpo.»

Irritato per aver tremato inutilmente dalla paura, aggrottai la fronte e imprecai. Poi presi la chiave appesa al collo della bambola e il coltello da cucina conficcato nel suo addome, li gettai nel lavello e recuperai la scatola che si trovava al suo interno.

Avevo finito tutto quello che dovevo fare in cucina.

Ma, nel momento in cui mi voltai per tornare in soggiorno, il mio corpo si irrigidì completamente.

Perché è seduta di nuovo lì?

Un brivido mi percorse la schiena.

Quando la bambola era caduta su un fianco, l’avevo lasciata esattamente dov’era. Non l’avevo toccata neppure quando avevo preso la chiave, estratto il coltello e mi ero alzato.

Allora perché era seduta nella stessa posizione in cui l’avevo vista all’inizio? Si era forse mossa da sola?

Cazzo, che diavolo sta succedendo?

Il respiro mi si fece affannoso.

Ebbi la sensazione che da un momento all’altro quella cosa avrebbe potuto alzarsi e precipitarsi verso di me.

Una risata disgustosa mi riecheggiò nelle orecchie.

“Fa male anche a me. Deve fare male anche a te. Ihihih…”

Mi si rivoltò lo stomaco.

Mi accasciai sul posto, cercando di vomitare, ma dalla bocca uscirono soltanto conati soffocati. Non riuscii a espellere neppure i succhi gastrici.

Dovevo andarmene da lì. Subito.

Costringendo le gambe tremanti a muoversi, mi precipitai fuori dalla cucina, come se stessi scappando.

L’ansia che la bambola snodata potesse sbucare da un momento all’altro da quell’oscurità impenetrabile mi faceva battere il cuore all’impazzata.

Volevo vedere Seonwoo.

Tantissimo.

Volevo sentire il calore di una persona viva.

Avevo le mani gelide.

Sperando di non essere davvero solo in quel posto infernale, inserii le batterie nel telecomando con movimenti maldestri e premetti ripetutamente il pulsante di accensione.

Continuai a premerlo come un pazzo, ma il televisore non diede alcun segno di vita.

Con crescente irritazione, schiacciai il pulsante ancora e ancora, finché finalmente lo schermo si accese.

Il televisore mostrava una schermata bianca accompagnata da un bip acuto.

Poco dopo, l’immagine si trasformò in una schermata piena di interferenze e cominciò lentamente ad assumere contorni più definiti, trasmettendo un notiziario che conoscevo bene.

[L’identità del signor A, che ha ucciso la moglie e i figli piccoli prima di fuggire, non è ancora stata accertata. Attualmente la polizia sta dando la caccia al signor A sulla base della testimonianza dell’unico sopravvissuto, lo studente B delle scuole medie…]

La voce dell’annunciatrice, chiara e ben scandita, cominciò a risuonare proprio come la ricordavo.

Conoscevo già il contenuto della notizia, quindi non c’era bisogno di continuare ad ascoltarla.

Mi voltai per andarmene, convinto che fosse inutile restare lì, quando la voce nitida dell’annunciatrice si deformò.

[Stiamo proseguendo le ri-cee-rche per rintracciare il signor A… Crk. …che ha ucci-so la mo-glie e il fi-glio mino-renne… Crk. Assa… Crk, crk.]

La voce, che sembrava essere stata allungata a forza, divenne incomprensibile e sgradevole. Le parole si impastarono, il ritmo rallentò e le frasi si interruppero ripetutamente.

Contemporaneamente, lo schermo cominciò a distorcersi e a riempirsi di interferenze.

Anche l’immagine dell’annunciatrice si frammentava e si deformava, proprio come la sua voce, allungandosi ripetutamente.

Nonostante tutto, la figura riusciva ancora a mantenere una forma riconoscibile, finché cominciò ad allungarsi come un elastico tirato da entrambe le estremità.

Continuò a estendersi, diventando sempre più sottile, fino a perdere completamente la sua forma originale.

Quando si trasformò in una linea che attraversava lo schermo, risuonò un bip stridente e sgradevole, e l’immagine diventò improvvisamente rosso acceso.

La schermata rossa fu inghiottita dall’oscurità in un istante e il televisore tornò a mostrare lo schermo nero di prima.

Anche dopo che lo schermo si fu oscurato completamente, non riuscii ad allontanarmi.

Non era mai successo.

La voce dell’annunciatrice non si era mai deformata in quel modo, e lo schermo non si era mai ridotto a una massa di immagini distorte. Era la prima volta che vedevo una schermata rosso acceso del genere.

Qualcosa non andava.

Fin dall’inizio, tutto era stato strano.

Tutto era cominciato con l’assenza di Seonwoo, e da quel momento ogni cosa aveva continuato ad andare storta.

Perché? Da quale momento qualcosa è andato storto? Che diavolo è successo? Cazzo.

Avevo seguito la procedura prestabilita, ma il risultato era diverso da quello che ricordavo.

Che cosa devo fare?

Sopraffatto dallo sconforto, mi lasciai cadere senza forze sul pavimento freddo.

E adesso? Che cosa devo fare?

Potevo salire al primo piano in quelle condizioni? Era sicuro lasciare la bambola snodata dov’era? Ma che alternative avevo? Non c’era un altro posto in cui spostarla, né un modo per farlo. 

Dov’era Seonwoo? Al primo piano? Oppure in cantina? Era davvero ancora all’interno della villa? 

Forse se n’era andato prima che mi svegliassi.

Forse mi aveva abbandonato ed era uscito da solo.

…Il cuore mi sprofondò nel petto.

No, non poteva essere andata così. Se fosse successo, la porta d’ingresso sarebbe stata aperta.

Forse stava girando per qualche stanza della villa. Oppure, visto che non sentivo alcun rumore, poteva essere addormentato da qualche parte.

Mi colpii il petto, cercando di liberarmi da quella soffocante sensazione di oppressione, ma il nodo che avevo dentro non si sciolse.

E se Seonwoo fosse davvero uscito mentre dormivo? E se fosse per questo che non l’ho trovato quando ho aperto gli occhi? Cazzo. E allora? Che cosa dovrei fare?

Che domanda stupida. Dovevo andarmene da lì.

Non era il momento di restare seduto a terra come un idiota.

Dovevo alzarmi e muovermi.

Restare lì seduto non avrebbe risolto nulla.

Mi alzai e mi incamminai a grandi passi.

Ero già morto diverse volte. Quanto potevo ancora avere paura?

Se fossi morto, sarei semplicemente tornato all’inizio, no?

La situazione era come quando ero arrivato lì per la prima volta, senza sapere nulla.

L’unica differenza era che adesso ero solo, senza Kim Seonwoo.

No, in realtà era meglio di allora. Almeno, adesso sapevo che cosa dovevo fare.

Strinsi i denti e chiusi con forza le mani tremanti, costringendomi a camminare con decisione.

Per prima cosa, devo recuperare al primo piano le cose che mi servono…

Proprio mentre mettevo piede nel corridoio, cercando di riordinare mentalmente le cose da fare, dall’alto provenne un forte rumore.

Mi fermai immediatamente e tesi l’orecchio, ma dopo quel fragore non sentii più nulla.

Mi avvicinai cautamente alle scale, muovendo i passi con prudenza.

Illuminai con la torcia la scalinata buia, in guardia contro la possibilità che qualcosa saltasse fuori all’improvviso.

Trascorse qualche istante senza che si sentissero altri rumori e senza che nulla comparisse dalle scale. Tirai un sospiro di sollievo.

Ma durò poco.

In quella villa non c’era nulla che potesse produrre un rumore così forte.

Se avessi dovuto indicare una sola possibilità…

Seonwoo.

Era l’unico.

Esitai per qualche istante, poi posai silenziosamente il piede sul primo gradino che conduceva al piano superiore.

Mentre salivo, continuai a illuminare la zona superiore con la torcia.

Quando arrivai circa a metà della scalinata, avvertii la presenza di qualcosa lassù.

Minjeong?

No, la sua altezza e la sua corporatura erano molto più imponenti.

Una sagoma umana scura era immobile in cima alle scale che conducevano al piano superiore.

Man mano che mi avvicinavo, riuscivo a distinguere meglio quella figura.

La riconobbi e provai un’ondata di sollievo, ma non abbassai incautamente la guardia. Aprii la bocca con cautela.

«Kim Seonwoo, sei tu? Sei davvero tu?»

La figura, ferma davanti a me, non rispose.

Vedendo che non si muoveva, salii cautamente un altro gradino.

Ma, per quanto continuassi a salire, non riuscivo a distinguere il volto della sagoma nera che presumevo fosse Seonwoo.

Mancavano soltanto cinque gradini, eppure il suo viso rimaneva nascosto nell’ombra più profonda. Nemmeno puntandogli contro la torcia riuscivo a vederlo.

Tuttavia, ormai ero abbastanza vicino da esserne certo.

Quello era Kim Seonwoo.

«Kim Seonwoo, perché te ne stai lì impalato?»

Stavo per salire l’ultimo tratto di scale e allungare una mano verso di lui, quando Seonwoo, che si trovava proprio davanti a me, svanì come un miraggio.

«Seonwoo? Kim Seonwoo!»

Salii precipitosamente al primo piano e mi guardai intorno, ma non lo trovai da nessuna parte.

Non me l’ero immaginato.

Seonwoo era stato lì. Ne ero certo.

Eppure, era scomparso.

Continuai a chiamarlo e a cercarlo meticolosamente, ma non riuscii a trovarlo in nessun luogo.

Tutte le porte erano chiuse, tranne quella del bagno. Anche se quella fosse stata davvero la figura di Seonwoo, non avrebbe avuto un posto in cui nascondersi.

Ho visto un’altra allucinazione?

Nel mezzo della confusione, mi ricordai degli oggetti che avevo lasciato al piano di sotto a causa del rumore proveniente dal piano superiore.

Per prima cosa, tornai al piano terra a recuperare ciò che mi serviva.

Raccolsi i giocattoli e le matite colorate che avevo messo da parte poco prima e li portai al primo piano. Poi mi diressi verso il balcone al piano terra, dove si trovava la lavatrice.

L’orsacchiotto da dare a Minjeong è nella lavatrice, giusto?

Non appena entrai nel balcone, la torcia cominciò a lampeggiare.

«Ma che cosa le prende?»

Preso dal panico, colpii il manico della torcia e provai a scuoterla, ma la luce continuò inesorabilmente ad affievolirsi.

Lampeggiò ancora qualche volta.

Poi, la luce si spense e l’oscurità calò su di me.

Anche dopo aver sostituito le batterie, la torcia non si riaccese.

L’unica fonte di luce era il debole chiarore lunare che filtrava dalla finestra, reso ancora più fioco dalla pioggia battente.

Ascoltando il fragore delle gocce che colpivano violentemente la porta a vetri del balcone, rimasi per qualche istante a fissare la torcia ormai spenta. Poi la infilai in tasca, dato che non mi sarebbe più servita.

Dovevo soltanto prendere l’orsacchiotto, quindi non sarebbe successo nulla di particolare.

Aprii lo sportello della lavatrice e stavo per infilare una mano al suo interno, quando mi fermai per un istante davanti all’oscurità impenetrabile che lo riempiva.

L’interno della lavatrice era completamente nero.

Un’oscurità così profonda che non riuscivo a vedere assolutamente nulla.

Sapevo perfettamente che lì dentro c’era soltanto l’orsacchiotto di una bambina, eppure, quando arrivò il momento di allungare la mano, esitai.

Ma fu soltanto per un istante.

Infilai una mano in quella cavità buia e cominciai a tastare l’interno, cercando l’orsacchiotto.

Era strano.

Avrei dovuto toccarlo quasi subito, ma non riuscivo a trovarlo.

Perplesso, infilai anche l’altra mano e continuai a tastare, senza trovare assolutamente nulla.

È cambiato qualcosa nella procedura, quindi è scomparso anche l’orsacchiotto?

Ma tutti gli altri oggetti erano rimasti al loro posto.

Non c’era motivo per cui dovesse essere scomparso soltanto quello…

All’improvviso, qualcosa mi afferrò il polso.

Un brivido mi percorse la schiena. La sensazione era fredda e rigida.

Istintivamente, tirai indietro le mani, ma soltanto la destra riuscì a liberarsi.

Il polso sinistro, invece, era ancora saldamente trattenuto da qualcosa all’interno della lavatrice.

«Lasciami!»

Urlai con tutte le mie forze, puntellando la mano destra contro la lavatrice e tirando con violenza il braccio sinistro.

Ma qualunque cosa mi avesse afferrato, mi stringeva così saldamente che non riuscivo a liberarmi.

Lottai a lungo, finché le forze cominciarono a mancarmi. Fu allora che qualcosa che mi teneva il polso iniziò improvvisamente a trascinarmi dentro la lavatrice.

«Ugh! Merda…»

Riuscivo a malapena a impedire che mi trascinasse al suo interno.

Il braccio sinistro, tirato continuamente, mi faceva così male che avevo l’impressione che l’articolazione della spalla stesse per uscire dalla sua sede.

Ma strinsi i denti e resistetti disperatamente, pur di non essere trascinato dentro.

Dopo aver lottato ancora a lungo, la forza che mi tirava improvvisamente cessò.

La presa sul polso, però, rimase salda, e non riuscii a liberarmi.

Stavo cercando di riprendere fiato senza abbassare la guardia quando, dall’oscurità più profonda, qualcosa spuntò all’improvviso.

Era una mano enorme e nera.

Mi afferrò la testa con una sola mano e cominciò a trascinarmi dentro la lavatrice.

La forza improvvisa che agiva in due punti diversi fece cedere la mano destra, con cui mi aggrappavo alla lavatrice. I miei piedi si sollevarono dal pavimento e, proprio mentre pensavo “Mi sta trascinando dentro!”, qualcosa mi afferrò la vita e mi tirò violentemente all’indietro, fuori dalla lavatrice.

La mano che mi teneva per il polso e quella che mi afferrava la testa si staccarono. Caddi pesantemente sul pavimento del balcone, sedendomi di colpo.

La grande mano nera rimase sospesa per qualche istante, come se mi stesse osservando, poi scomparve lentamente nell’oscurità.

Era stato spaventoso e terrificante, ma allo stesso tempo provai sollievo.

Sentivo alle mie spalle un abbraccio saldo e una grande mano che continuava ad avvolgermi delicatamente la vita.

Non avevo bisogno di voltarmi per sapere chi fosse.

Sovrapposi la mia mano a quella che mi cingeva la vita.

«Seonwoo, tu…»

La voce cominciò a tremarmi.

«Dove sei stato?»

Voltai lentamente la testa per guardarlo.

Non appena vidi Seonwoo, la tensione che mi aveva irrigidito il corpo si sciolse di colpo, e la paura che mi stringeva la gola svanì come se non fosse mai esistita.

Il terrore lasciò il posto al sollievo e parlai con voce quasi piagnucolosa.

Subito dopo, mi voltai completamente e lo strinsi forte a me.

Seonwoo ricambiò l’abbraccio, stringendomi la vita con una certa rigidità.

Ma l’abbraccio durò poco. Mi staccai da lui, gli presi il viso tra i palmi e lo osservai attentamente.

Gli angoli degli occhi leggermente cadenti, le labbra che si incurvavano in un sorriso sciocco quando i nostri sguardi si incontravano.

Quel volto illuminato dalla luce lunare era indubbiamente quello di Seonwoo, quello che conoscevo.

«Dove diavolo eri finito? Eri tu quello che ho visto prima al primo piano?»

Seonwoo mi guardò senza rispondere.

Vedendolo abbracciarmi, mi ero rilassato per un momento, ma poi ricordai che, dopo essere tornato lì, non si era ricordato di me.

La prima volta, la seconda, la terza, la quarta… Quante volte è successo, ormai?

Il nuovo interrogativo svanì senza che riuscissi a soffermarmici.

C’era un’altra domanda più importante.

Con cautela, diedi voce alla mia ansia.

«Ti ricordi chi sono, vero?»

Seonwoo annuì lentamente.

Non sapevo perché non rispondesse a parole, ma il semplice fatto che si ricordasse di me mi riempì di un sollievo immenso.

Lo abbracciai ancora per un po’, indugiando prima di accarezzargli la testa.

I suoi capelli si intrecciarono dolcemente alle mie dita.

Tuttavia, non potevo restare lì per sempre. A malincuore, mi allontanai da Seonwoo.

Lui mi guardò con i suoi occhi limpidi.

Mi alzai per primo, poi aiutai Seonwoo, che era ancora seduto sul pavimento, a rimettersi in piedi. Dopodiché, ripresi a salire le scale verso il primo piano.

Percepivo debolmente la presenza di Seonwoo che mi seguiva in silenzio.

Avrei voluto accendere una luce, per verificare ancora una volta che fosse davvero lì. Tirai fuori inutilmente la torcia spenta dalla tasca e la colpii ripetutamente, ma non ne uscì neppure un debole barlume.

Sopraffatto da un’ansia inspiegabile, continuai a chiamare il suo nome mentre salivo le scale.

«Seonwoo.»

Lui non rispose e continuò semplicemente a seguirmi, salendo lentamente i gradini.

Avevo paura che, come la figura che avevo visto poco prima in cima alle scale, anche Seonwoo potesse dissolversi come un miraggio.

Continuai a voltarmi mentre salivo, controllando ripetutamente che fosse ancora lì.

Per fortuna, quando arrivammo al piano superiore, non era scomparso.

La debole luce lunare filtrava dalla grande finestra a vetri che dava sulla terrazza laterale, illuminando il corridoio spoglio.

Ma quella poca luce non era di grande aiuto.

Avevo sempre pensato che la torcia non fosse particolarmente luminosa, ma senza nemmeno quella le cose erano ancora più difficili.

Anche se i miei occhi si erano abituati all’oscurità, non riuscivo comunque a vedere bene.

«Quando mi sono svegliato, tu non c’eri. Dove sei andato prima?»

«…»

«È scomodo senza la torcia, vero? Ah… tu forse non hai problemi. Avevi detto che riuscivi a vedere bene anche al buio.»

L’ansia inspiegabile mi spingeva a rivolgere continuamente la parola a Seonwoo, ma lui non rispondeva a nessuna delle mie domande.

La sua reazione non faceva che accrescere il mio disagio.

Non era da lui restare così ostinatamente in silenzio. Perché non aveva detto una parola da quando era tornato?

«Mi sembra che ci fosse un’altra torcia da qualche parte… Non ricordo dove. Tu te lo ricordi?»

«…»

«Che cosa sarà stato quello che c’era dentro la lavatrice? Hai qualche idea? Io non riesco proprio a capire che cosa fosse.»

Più il tempo passava, più parlavo.

Mi si seccava la bocca, così mi inumidii le labbra con la lingua. Di questo passo, mi sarebbero venute delle screpolature.

Continuai a bagnarmi le labbra secche e a parlare, ma Seonwoo non rispose neppure una volta.

«…Seonwoo, non hai paura? Vuoi che ti tenga la mano?»

La mano di Seonwoo si avvicinò alla mia e le sue dita si insinuarono profondamente tra le mie.

Mi intrecciò saldamente le dita alle sue e mi rivolse un sorriso sciocco.

Perché non rispondi?

Aprii la bocca per fargli quella domanda, ma poi la richiusi.

Non sapevo il motivo, ma sentivo che non avrei dovuto chiederglielo.

Con le matite colorate che avevo preparato in anticipo davanti alla porta della camera di Seonho, riempii gli spazi vuoti del robot trasformabile disegnato sulla porta.

Seonwoo si accovacciò accanto a me e rimase a guardarmi.

Quando la porta si aprì, non entrai subito. Mi recai invece nella camera dei coniugi, lì vicino, e trovai il braccio mancante del robot trasformabile.

Posai sulla scrivania di Seonho tutti e cinque i robot trasformabili completi.

La porta della soffitta si aprì e una scala scese dall’alto, permettendomi di salire.

Era tutto come prima.

Lasciai Seonwoo al piano di sotto e salii in soffitta, avvicinandomi alla bambola snodata che aveva le sembianze di un bambino.

Come quella che si trovava in cucina, anche questa non reagì in alcun modo.

Era quasi un sollievo non dover rivedere la pozza di sangue che continuava a formarsi senza sosta.

Dopo aver dato una rapida occhiata nei dintorni e aver verificato che non ci fosse nulla di particolare, uscii rapidamente dalla soffitta.

Non sapevo che cosa potesse succedere in quel momento, e l’idea di restare da solo con la bambola snodata in uno spazio così angusto mi metteva a disagio.

Quando tornai carponi fino all’ingresso della soffitta, dal piano di sotto provenne un forte cigolio.

«Che cos’è stato?»

Rivolsi la domanda a Seonwoo, che se ne stava lì impalato, ma, ancora una volta, non ricevetti alcuna risposta.

Invece di parlare, lui si limitò a fare spallucce.

Scendendo la scala, uscii dalla stanza e notai che la porta della camera di Minjeong era socchiusa.

Seonwoo mi seguì all’interno.

Dopo aver frugato nella stanza, trovai il carillon nello stesso punto in cui l’avevo trovato la volta precedente.

Lo rigirai tra le mani, assorto nei miei pensieri.

L’orsacchiotto è scomparso. Posso chiamare Minjeong anche senza averlo?

Questa volta c’erano molti cambiamenti. Tutti i risultati delle azioni che compivo erano diversi, quindi anche ciò che sarebbe successo dopo aver chiamato Minjeong poteva essere cambiato.

«Lo faccio o non lo faccio?»

Feci la domanda a Seonwoo e mi voltai verso di lui.

Lui, che era accanto a me, sorrise subito, piegando gli angoli degli occhi.

Quel sorriso abituale mi sembrò leggermente fuori posto.

Lo fissai intensamente, ma le sue labbra non si aprirono.

Dopo aver riflettuto per un po’, accesi il carillon.

Tuttavia, tutte quelle esitazioni furono inutili: il carillon non funzionava.

Non emise alcun suono.

Premetti più volte il pulsante di accensione, ma il risultato fu lo stesso.

Posai sul tavolo il carillon guasto e vi collocai sopra la decorazione della ballerina. Anche questa volta, però, non successe nulla.

Se non succede niente neppure qui, che cosa devo fare dopo?

Sopraffatto da una situazione diventata incomprensibile, rinunciai a fare qualsiasi cosa e rimasi a fissare il carillon immobile.

Non riuscivo a pensare a niente.

Non sapevo che cosa fare né dove andare.

Tutto era avvolto dall’oscurità e dall’incertezza.

Da dove devo ricominciare? Che cosa mi sono dimenticato?

No, anche se avessi ricominciato a cercare, sarei riuscito a vedere qualcosa?

In quell’oscurità impenetrabile, senza neppure un filo di luce, era impossibile effettuare una ricerca come si deve.

In condizioni normali, avrei dovuto dare l’orsacchiotto a Minjeong, trovare il diario all’interno della bambola che lei avrebbe lasciato cadere e recuperare la chiave incollata all’ultima pagina.

Con quella chiave avrei potuto entrare nell’ultima stanza, la camera di □□…

□□?

Chi è?

Chi era il proprietario dell’ultima stanza?

Ero certo di averlo saputo, ma non riuscivo a ricordarlo.

All’improvviso, fui colto da una forte vertigine.

La testa mi girava vorticosamente e mi sentivo così stordito che non riuscivo a mantenere l’equilibrio.

Allungai le mani in avanti, cercando qualcosa a cui aggrapparmi, ma non trovai nulla.

Crollai miseramente sul pavimento.

La sensazione che tutto girasse vorticosamente mi impediva persino di tenere la testa dritta. Chinai il capo verso il pavimento, ma anche quello sembrava ruotare senza sosta, così strinsi gli occhi con forza.

La vertigine continuava e non riuscivo a controllare il corpo.

Il busto, che sostenevo con le braccia, cedette più volte, ricadendo sul pavimento.

Appoggiai la testa a terra e aspettai che quella sensazione scomparisse, ma, con il passare del tempo, la vertigine diventava sempre più intensa, senza mostrare alcun segno di attenuazione.

Allungai una mano per chiedere aiuto, ma la punta delle dita incontrò soltanto l’aria secca.

Forse era colpa dell’oscurità. Per quanto aspettassi, nessuna mano venne a stringere la mia.

«S-Seonwoo… A-aiutami… Tienimi…»

Lo chiamai, ma la mano che avevo teso rimase sospesa inutilmente nel vuoto, prima di ricadere senza forza sul pavimento. Continuai a ripetere quel gesto più volte.

Soltanto dopo diversi tentativi mi resi conto che qualcosa non andava.

Per riuscire ad alzarmi da solo, mi aggrappai alla parete lì vicino.

In quel preciso istante, la vertigine che mi aveva fatto girare la testa senza sosta svanì stranamente.

La mente mi si schiarì, come se non fossi mai stato stordito.

Era così improvviso che rimasi sbalordito.

Mi rialzai cautamente, tenendomi alla parete, e cercai Seonwoo, ma non riuscii a trovarlo.

Prima c’era almeno un debole chiarore che filtrava dalla finestra. Ora, invece, non esisteva neppure un filo di luce, come se mi trovassi in uno spazio completamente sigillato.

«Kim Seonwoo, dove sei? Se sei qui vicino, rispondimi!»

Lo chiamai più volte, ma non ricevetti alcuna risposta.

Perché non parla?

Non soltanto non rispondeva, ma non riuscivo neppure a percepire la sua presenza.

«…Resta lì, per il momento. Verrò io da te.»

Gridai quelle parole a Seonwoo, che continuava a non rispondere.

La stanza era piccola, quindi avrei dovuto riuscire a trovarlo in poco tempo.

Con una mano appoggiata alla parete, avanzai lentamente, mentre con l’altra cercavo Seonwoo tastando il vuoto.

Le dita che sfioravano il muro incontrarono qualcosa di freddo e rigido.

Mi fermai per un momento e lo tastai.

Dalla forma, sembrava una cornice.

Ce n’erano parecchie, quindi era difficile stabilirne il numero esatto affidandomi soltanto al tatto.

Interruppi l’esplorazione della superficie e ripresi ad avanzare.

Quando girai l’angolo, la mano incontrò una consistenza diversa.

Era una porta.

La tastai fino a trovare la maniglia e provai a girarla, ma era saldamente chiusa a chiave.

Non aveva senso ostinarsi con una porta chiusa.

Doveva esserci un altro modo per aprirla.

Senza rimpianti, la superai e continuai ad avanzare cautamente.

Dopo pochi passi, il piede urtò qualcosa di duro.

Allungai la mano e lo tastai: era un mobile.

Esplorandone cautamente la superficie, urtai un piccolo oggetto.

Probabilmente era una cornice.

Continuando a tastare, trovai una maniglia.

Aprii la porta e controllai l’interno. Le dita incontrarono la consistenza morbida di un tessuto.

Era un armadio.

Dopo aver percorso cautamente l’intera stanza, riuscii a confermare due cose.

La prima era che Seonwoo non si trovava lì.

La seconda era che quella non era la camera di Minjeong, bensì un’altra stanza che non conoscevo.

Allora dove diavolo sono finito? Come ho fatto ad arrivare qui?

Ero sicuro di essere stato nella camera di Minjeong, a maneggiare il carillon…

Gli enigmi continuavano ad accumularsi, senza che riuscissi a risolverne neppure uno.

Devo trovare Seonwoo per prima cosa…

No, prima ancora dovevo uscire da quella stanza.

Era incredibilmente buia e la porta era chiusa a chiave.

L’oscurità sembrava aver inghiottito la stanza, rendendo difficile distinguere gli oggetti persino ai miei occhi ormai abituati al buio.

Probabilmente la finestra era ostruita da qualcosa.

Inoltre, il fatto che non riuscissi ad aprire la porta dall’interno mi faceva supporre che, come nelle stanze precedenti, anche quella si aprisse soltanto dopo aver compiuto una determinata azione.

Dopotutto, quella villa era fatta così.

Per prima cosa, dovevo perquisire la stanza.

Se fossi stato fortunato, avrei potuto trovare una torcia.

Tastai l’oscurità, frugando in ogni angolo con maggiore attenzione rispetto a prima.

Riuscivo a capire che cosa avessi tra le mani grazie al tatto e alle forme indistinte che riuscivo a intravedere, ma non andavo oltre.

La stanza era piena di cianfrusaglie insignificanti, quindi era difficile stabilire quali oggetti potessero essermi utili e quali no.

Mentre frugavo nei cassetti affidandomi al tatto, le dita incontrarono una forma familiare.

«Oh! Questa è…»

Era una torcia.

Finalmente avrei potuto liberarmi da quell’oscurità insopportabile.

Trovai in fretta il pulsante di accensione e lo premetti. Un fascio di luce intensa esplose dalla testa della torcia.

La luce improvvisa mi ferì gli occhi, facendomi aggrottare istintivamente la fronte.

Quella torcia emanava una luce molto più potente di quella che avevo avuto prima, e questo mi fece sentire un po’ più sicuro.

Stavo per ricominciare a perquisire la stanza, quando notai le numerose cornici appese alla parete.

Mi ricordai di come le vertigini fossero scomparse non appena avevo toccato il muro, e della sensazione fredda delle cornici sotto le dita.

Come se fossi ipnotizzato, mi avvicinai a esse con la torcia in mano.

All’interno delle cornici c’erano soltanto certificati e attestati.

Medaglie d’oro, premi principali, riconoscimenti per il miglior risultato e così via.

La parete era piena di attestati diversi.

Tuttavia, tutti i nomi erano stati cancellati con un pennarello nero, così pesantemente da risultare illeggibili.

Non mi sembra che fosse così, prima… Prima?

La testa ricominciò a pulsarmi.

Un ricordo frammentario riaffiorò debolmente.

Accanto a me, mentre tenevo la torcia, c’era Kim Seonwoo.

Seonwoo continuava a chiacchierare, dicendomi qualcosa senza sosta, ma non riuscivo a sentirlo.

Sembrava anche che mi stesse mettendo fretta.

Che cosa significa questo ricordo? Non è la prima volta che vengo in questa stanza?

Nel ricordo, avevo staccato una delle cornici appese alla parete e avevo provato una grande gioia quando avevo trovato una chiave dietro di essa.

Ero stato felice e mi ero voltato verso Seonwoo, ma non riuscivo a ricordare la sua espressione.

Il mal di testa cominciò gradualmente a peggiorare.

Aggrottando la fronte, afferrai la cornice che si trovava esattamente nello stesso punto del ricordo, la sollevai leggermente e tastai il retro.

Sotto le dita sentii qualcosa di freddo e rigido.

Lo staccai e lo esaminai.

Era la stessa chiave che avevo visto nel ricordo.

La mano mi si afflosciò per la tensione che si scioglieva. Lasciai andare la cornice e il suo bordo urtò la parete, producendo un rumore sordo che mi colpì i timpani.

Giusto. Questa è la stanza di □oo…

Non riuscii a completare il pensiero.

Nel momento in cui la cornice tornò al suo posto, le tracce del pennarello nero al centro cominciarono a tingersi di rosso.

Il colore si diffuse fino a coprire tutta la superficie annerita, poi un liquido rosso cominciò a fuoriuscire a fiotti e a colare verso il basso.

Come sangue che sgorgava da una ferita.

Il liquido rosso scivolò lungo il vetro della cornice e cadde sul pavimento, goccia dopo goccia, formando piccoli cerchi.

Contemporaneamente, si udì chiaramente lo scatto della serratura della porta che si sbloccava.

Voltai istintivamente la testa.

Come se mi invitasse a uscire, la maniglia ruotò da sola e la porta si aprì, lasciando uno spiraglio largo circa mezzo palmo.

La porta si era aperta e avevo trovato la chiave.

Probabilmente era quella della porta d’ingresso.

Se era così, avevo finito tutto ciò che dovevo fare in quella stanza.

Mi sarebbe bastato uscire, trovare Seonwoo, aprire la porta d’ingresso e andarmene.

Eppure, per qualche ragione, il semplice gesto di afferrare la maniglia e spalancare la porta mi sembrava inquietante.

Era soltanto una porta.

Ignorando quella sensazione inspiegabile, afferrai la maniglia e la aprii completamente.

Sussultai per la sorpresa.

Davanti alla porta c’era Kim Seonwoo.

Vederlo mi diede un minimo di sollievo. Ero anche felice di non dover continuare a vagare per la villa alla sua ricerca.

Ma fu soltanto per un istante.

Avvertii qualcosa di strano nel suo aspetto.

Esitai per qualche momento, poi parlai lentamente.

«…Perché te ne stai così?»

La domanda, intrisa di ansia, mi uscì dalle labbra con una voce terribilmente tremante.

Seonwoo teneva la testa china verso il pavimento.

Per questo non riuscivo a vederne il volto.

Le braccia gli pendevano inerti lungo i fianchi e lui restava immobile, rigido come una statua.

Puntai la torcia verso di lui. La pelle esposta era innaturalmente liscia.

La mano che stringeva la chiave cominciò a sudare.

Non riuscivo a capire che cosa stesse succedendo.

Avrei preferito credere che ciò che vedevo fosse soltanto un’illusione.

Non può essere… Sì, dev’essere un’illusione. Non ha senso.

«Seonwoo. Alza un po’ la testa.»

L’ansia mi saliva dai piedi, e avevo paura che quel pensiero potesse diventare realtà. Così gli parlai fingendo che non ci fosse niente di strano.

Lo chiamai e cercai di sollevare gli angoli della bocca in un sorriso, ma non ci riuscii.

«Adesso possiamo uscire. Guarda, ho trovato la chiave. Quindi, per favore, alza la testa…»

…Perché sto impazzendo dall’ansia.

Non appena finii di parlare, Seonwoo sollevò lentamente la testa, come se avesse esaudito il mio desiderio.

Quando il suo volto cominciò a rivelarsi, non potei fare altro che restare a bocca chiusa.

La pelle liscia come porcellana.

Le sfere di vetro scintillanti dietro le palpebre.

La mandibola separata, con un’articolazione che permetteva alla bocca di aprirsi.

Seonwoo aprì lentamente la bocca e cominciò a muoverla.

Ma non ne uscì alcuna parola.

Le labbra superiori e inferiori si scontravano, producendo un rumore duro.

Ogni volta che la bocca di Seonwoo si muoveva, si sentiva il rumore di qualcosa di rigido che urtava contro qualcos’altro.

Non era un’illusione.

Istintivamente, feci un passo indietro.

Dov’è il vero Seonwoo? Dove diavolo si trova?

Mi tornò alla mente il suo comportamento di poco prima, quando era rimasto con me senza pronunciare una sola parola.

…Era davvero il Kim Seonwoo che conoscevo?

E se fosse stato quella cosa fin dall’inizio?

Se fosse stato così, ecco perché non parlava…

No, se fosse stato così, non avrei dovuto accorgermene?

La mia mente era nel caos.

Tutto era confuso.

No. Non può essere. Quello non può essere Kim Seonwoo.

E soprattutto, perché c’era una bambola snodata con le sembianze di Kim Seonwoo?

Ogni volta che quella cosa muoveva la bocca, cominciò a sentirsi un rumore simile a qualcosa che graffiava.

Dopo qualche altro rumore, tacque.

Gli occhi di Seonwoo mi fissarono minacciosamente mentre la bocca continuava a muoversi.

[Te ne… vai?]

Era la voce di Seonwoo.

Tuttavia, era accompagnata da un suono simile a quello del legno graffiato, che mi irritava i nervi.

[Dove?]

Inclinò la testa mentre poneva la domanda, proprio come avrebbe fatto Seonwoo, e questo mi fece venire la pelle d’oca.

Rimasi in silenzio, senza rispondere.

Seonwoo… dov’è Seonwoo? Sta bene?

La preoccupazione mi seccò la bocca.

Ma, prima di tutto, dovevo fuggire da quella cosa che gli somigliava.

Dove posso scappare?

In una villa dagli spazi così limitati, sarei riuscito a nascondermi da quella cosa senza farmi trovare?

L’ansia continuava ad aumentare.

Che cosa devo fare?

Quando feci un passo indietro, sopraffatto dall’agitazione, quella cosa avanzò di un passo verso di me.

Indietreggiai ancora e lei mi seguì di nuovo.

Sembrava intenzionata a mantenere una distanza costante.

Più a lungo durava quel confronto, più la tensione e l’ansia crescevano.

Per fortuna, finché non indietreggiavo, neppure quella cosa si avvicinava.

Ma non potevo restare lì in piedi per sempre.

Non potevo neanche arretrare ulteriormente.

Se quella cosa mi avesse seguito dentro la stanza e avesse chiuso la porta, sarebbe stato ancora più difficile uscire da quel luogo sigillato.

Alla fine, non avevo altra scelta.

Feci un respiro profondo e mi lanciai immediatamente in avanti, spingendo con tutto il corpo la figura che bloccava la porta.

Quella cosa emise un piccolo grido di sorpresa, barcollò e crollò sul pavimento.

Mi infilai nello spazio che si era aperto e uscii nel corridoio, cercando di scappare subito.

Ma qualcosa mi afferrò la caviglia e caddi malamente.

Lasciai cadere la chiave e la torcia che tenevo in mano.

La chiave scivolò in avanti con un piccolo rumore, mentre la torcia rotolò su se stessa, illuminando una direzione del tutto diversa.

[Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai? Dove vai?]

Mi voltai.

Quella cosa mi teneva saldamente la caviglia e ripeteva le stesse parole senza espressione, come un dispositivo audio rotto.

Mi si gelò il sangue.

Ogni volta che ripeteva le parole, le labbra si scontravano, producendo un regolare rumore secco.

«Lasciami!»

La voce che riuscii a emettere era terribilmente roca.

Cercai disperatamente di liberare la caviglia.

Se avessi potuto prenderla a calci, sarebbe stato molto più facile, ma non riuscivo a colpire quella figura che somigliava a Seonwoo.

Mordendomi il labbro, mi dibattei con tutte le forze e, finalmente, riuscii a scrollarmi di dosso la mano che mi stringeva saldamente la caviglia.

Strisciai sul pavimento per allontanarmi e mi rialzai in fretta, ancora barcollante.

Fu allora che sentii alle mie spalle un pianto.

[Aah… Aaaah…]

Era il pianto di Seonwoo.

Un singhiozzo disperato, che avevo già sentito in passato.

Mi sembrò che, se mi fossi voltato, avrei visto Seonwoo piangere a dirotto, come un bambino che aveva perso i genitori.

Per questo desiderai che ciò che avevo visto fosse un’illusione.

Come prima, pregai che anche quella volta fosse soltanto un’allucinazione.

Volevo voltarmi e ritrovare quel volto familiare.

Con quella disperazione nel cuore, raddrizzai lentamente il corpo ancora incerto e mi voltai.

Ma ciò che vidi fu, spietatamente, la bambola snodata.

Quella cosa stava piangendo.

O, almeno, sembrava farlo.

Un liquido nero e denso sgorgava dai suoi occhi, scendendo sulle guance come lacrime e raccogliendosi sul mento, da dove cadeva a gocce sul pavimento.

Era soltanto una bambola snodata.

Eppure, pur sapendolo, ebbi la sensazione di aver fatto piangere Seonwoo.

Il senso di colpa e la tristezza mi travolsero, e non sapendo che cosa fare mi strinsi il petto, con il cuore in tumulto.

È una bambola snodata… È soltanto una bambola snodata che ha preso le sembianze di Seonwoo.

Continuai a ripetermelo.

Rimasi a guardarla senza fare nulla, finché la bambola snodata, che continuava a lasciar cadere gocce di liquido nero, fece un passo verso di me.

Istintivamente, indietreggiai per evitarla.

Lei si avvicinava, io arretravo.

Continuammo a muoverci così, ripetendo lo stesso movimento a breve distanza.

Dopo alcuni tentativi, la bambola smise di avanzare e allungò lentamente una mano verso di me.

Ma io mi ritrassi, evitando anche quel gesto.

La mano tesa rimase sospesa nel vuoto.

La bambola restò immobile per qualche istante, poi la punta delle sue dita cominciò a tremare leggermente.

Il tremore, inizialmente appena percettibile, si propagò gradualmente lungo il braccio, fino a raggiungere tutto il corpo.

La bambola cominciò a far roteare gli occhi e a tremare come un giocattolo guasto.

Le scosse erano così violente da risultare chiaramente visibili persino nell’oscurità.

Il suo corpo sussultò con forza, come se stesse vomitando fuori tutto il proprio dolore.

[Mi… abbandoni? Mi abbandonerai? Avevi… promesso. Hyung, avevi detto che non mi avresti abbandonato. Avevi… promesso.]

La voce di Seonwoo risuonava tremante, come se fosse sul punto di crollare, spezzandosi a ogni parola.

Una promessa.

Nel sentire quella parola, il respiro mi si bloccò.

Una promessa… Giusto. Avevo fatto una promessa… A te.

La bambola snodata continuò a muovere le labbra senza parlare, poi si coprì la testa con entrambe le mani tremanti.

All’improvviso, cominciò a scuotere freneticamente la testa.

Il suo corpo si rannicchiò come quello di un bambino terrorizzato e il suo sguardo vagò senza trovare un punto su cui posarsi.

[No… avevi promesso? Avevi promesso di non abbandonarmi. Avevi detto che non mi avresti lasciato. L’avevi promesso, vero? Non andare. Non andare. Non andare. Non andartene. Mi sento solo, non andare, mi sento solo, non andare, mi sento solo, non andare, non andare, non andare, non andare, non andare, resta, resta, resta, resta, resta, resta qui, qui, qui, qui, qui, non mi abbandonare, non mi abbandonare, non mi abbandonare, avevi detto, non, non mi abbandonare, avevi promesso, pro, promesso, promesso, promesso, promesso, promesso, resta con me, resta, resta, resta, al mio fianco, al mio fianco, resta al mio fianco, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo.]

Le parole, riversate in modo caotico e cariche di angoscia, mi si conficcarono nel petto come lame affilate.

La bambola snodata, Seonwoo, continuava a pronunciarle senza riuscire a fermare le lacrime nere che le colavano dagli occhi.

«Come potrei abbandonarti? Starò con te.»

«Te lo prometto. Non ti abbandonerò.»

«Perché mai dovrei lasciarti? Non pensare a queste cose.»

Erano le parole che avevo rivolto a Seonwoo.

Gli avevo detto che non l’avrei abbandonato, che sarei rimasto con lui, che glielo avrei promesso.

I ricordi confusi cominciarono a riaffiorare, frammento dopo frammento.

Poco a poco, quei frammenti cominciarono a trovare il loro posto, incastrandosi gli uni negli altri.

Già.

Gli avevo fatto quella promessa.

Avevo cercato di uscire da lì insieme a Seonwoo.

Lo avevo fatto perché non ricordavo nulla, perché non sapevo niente.

Che cosa non sapevo?

No, non era importante.

Seonwoo mi aveva ucciso.

Aveva ucciso me, che ero euforico all’idea di poter finalmente uscire da quella villa orribile. E, anche dopo il mio ritorno, mi aveva ucciso per impedirmi di fuggire di nuovo.

Poi ero uscito da solo, lasciando Seonwoo indietro, costretto a rimanere da solo in quel posto.

Era stato soltanto per quello?

La testa ricominciò a pulsarmi dolorosamente.

Qualunque fosse stata la ragione, me n’ero andato da solo.

Allora, perché sono tornato qui? Alla fine, sono tornato per incontrarti di nuovo?

I ricordi erano ancora troppo aggrovigliati per permettermi di trovare la risposta che cercavo.

Qualunque cosa avessi desiderato, non avrei mai immaginato una situazione del genere.

Kim Seonwoo, diventato uguale a quelle cose.

Un incubo più terribile di qualsiasi altro.

Anche se, per qualche ragione, avevo desiderato incontrarlo di nuovo, non avrei mai voluto vederlo in quello stato.

Che cosa devo fare?

Se fossi rimasto lì insieme a Kim Seonwoo, ormai trasformato in una bambola snodata, sarebbe cambiato qualcosa?

E, anche se lo avessi fatto, Seonwoo sarebbe tornato quello di prima?

Se non fosse successo, se il risultato fosse stato lo stesso delle volte precedenti e la bambola snodata mi avesse ucciso, riportandomi all’inizio…

Allora…

La mia mente confusa elaborò rapidamente una risposta.

Dovevo prima di tutto uscire da lì.

Dovevo andarmene e rimettere a posto le cose che erano andate storte.

In un modo o nell’altro.

Presi una decisione e strinsi forte i pugni.

La chiave. Dov’è la chiave?

Era incredibilmente difficile individuare a occhio nudo un piccolo oggetto nascosto nell’oscurità.

Indietreggiai cautamente e raccolsi la torcia abbandonata sul pavimento.

Kim Seonwoo si accorse dei miei movimenti, smise di urlare disperatamente e cominciò lentamente ad alzarsi.

L’ansia mi spinse ad affrettarmi.

Fu allora che vidi la chiave, caduta poco più lontano.

Mi precipitai a raccoglierla e cercai di scendere al piano terra, ma non potei farlo a causa della sagoma nera che stava salendo lentamente dal basso.

Era la bambola snodata che si trovava in cucina.

Cazzo, perché si sta muovendo proprio adesso?

Strinsi i denti e mi affrettai…

Mi voltai rapidamente, stringendo i denti.

Non potevo scendere al piano terra, perché la bambola snodata stava salendo lentamente le scale. Anche nascondermi per un po’ in un’altra stanza era impossibile, a causa di Kim Seonwoo, che si trovava proprio al centro del corridoio del primo piano.

Alla fine, l’unica via di fuga era la terrazza esterna.

Ma anche quella era soltanto un vicolo cieco. Non mi restava che sperare che si aprisse il passaggio che collegava la terrazza al balcone del piano terra.

Aggrappandomi a quella flebile speranza, corsi verso la terrazza esterna.

Nel momento in cui aprii la porta, il fragore della pioggia mi investì violentemente le orecchie. Un vento freddo e umido mi avvolse completamente.

Rabbrividii e mi raggomitolai, ma non era quello il momento di pensare al freddo.

Cercai di guadagnare anche solo qualche secondo chiudendo a chiave la porta, ma il meccanismo di chiusura sembrava essersi incastrato con qualcosa. Per quanto mi sforzassi, non si muoveva affatto.

Rinunciai subito e mi accovacciai sul pavimento, cercando il passaggio che collegava la terrazza al piano terra.

Tastai il pavimento del primo piano, alla ricerca di una fessura, ma non trovai nulla. Non riuscii a individuare neppure una piccola scanalatura.

Nel frattempo, Kim Seonwoo si era avvicinato a pochi passi da me.

La porta si aprì e Kim Seonwoo entrò lentamente nella terrazza, barcollando. Fece un passo, poi un altro, avanzando con lentezza verso di me.

La distanza tra noi cominciò a ridursi sempre di più.

Quando fu abbastanza vicino, mi alzai e continuai ad arretrare, scavalcando i vasi dei fiori. Ma, in una terrazza così stretta, avevo ben poco spazio per evitarlo.

Kim Seonwoo continuò ad avvicinarsi, finché non fui costretto a fermarmi contro la bassa ringhiera, che mi arrivava appena alle cosce.

La pioggia torrenziale invadeva la terrazza e colpiva senza pietà persino la mia schiena, appoggiata alla ringhiera. I vestiti cominciarono a inzupparsi. L’acqua mi colava dalla fronte fino al mento.

Kim Seonwoo si fermò soltanto quando fu abbastanza vicino da poterlo sfiorare allungando una mano.

Eppure, non riuscivo a vederne il volto.

Era come se qualcuno lo avesse coperto con un pennarello nero.

Già, proprio come nella stanza che avevo visto prima.

In quella stanza…

I ricordi aggrovigliati cominciarono a districarsi rapidamente, ritrovando il loro posto. Il loro improvviso riaffiorare mi provocò le vertigini e il corpo barcollò.

La bassa ringhiera non riuscì a sostenermi mentre perdevo l’equilibrio, e il mio corpo si rovesciò all’indietro.

L’attestato con il nome cancellato da qualcuno con un pennarello nero…

Mentre le tracce nere si dissolvevano, riaffiorò il nome che si trovava sotto di esse.

Kim Seonwoo.

Eri tu.

Il proprietario di quella stanza eri tu.

Nel momento in cui precipitai, tutti i ricordi tornarono finalmente al loro posto.

Mi ero lanciato verso il portale, lasciandomi alle spalle le sue grida disperate.

Per evitare di fermarmi e tornare indietro, mi ero coperto intenzionalmente le orecchie, ignorando le sue urla.

Aprii lentamente gli occhi.

La caduta sembrava stranamente lunga, quasi innaturalmente lenta.

Riuscii a vedere chiaramente il suo volto mentre si sporgeva dalla ringhiera per guardarmi precipitare.

Non era una bambola snodata.

Era il Kim Seonwoo che avevo incontrato nella villa.

Aveva gli occhi colmi di lacrime e il volto contratto, incapace di sapere che cosa fare, come un bambino che si era perso.

Era proprio così quando lo avevo abbandonato.

Le sue grida, in cui mi implorava di non lasciarlo, continuavano a riecheggiarmi nelle orecchie.

Quello che mi aveva fatto continuava a sembrarmi orribile. Mi faceva ancora paura.

Eppure, non aveva avuto altra scelta. E neppure io.

Era stato inevitabile, perché desideravamo cose diverse.

Lui non poteva uscire da quel luogo, mentre io volevo andarmene.

I nostri desideri erano agli antipodi. Non c’era altro modo.

Per questo non riuscivo a odiarlo.

Nonostante stessi precipitando da un’altezza di appena due piani, la caduta continuava, senza fine.

Il suo volto si allontanava lentamente e la villa si trasformava in un puntino, tingendosi di nero.

Al suono familiare di una notifica, aprii lentamente gli occhi. Il soffitto che conoscevo bene mi accolse.

«Haa…»

Mi sollevai lentamente, mettendomi seduto, e rimasi a fissare davanti a me con aria assente.

Era stato tutto un sogno.

Il fatto di essere tornato in quella villa, il fatto che Seonwoo fosse diventato una bambola snodata.

Forse a causa della stanchezza mentale, la testa mi pulsava dolorosamente. Mi massaggiai le tempie con le dita, premendo con forza.

Le mani mi si inumidirono a causa del sudore freddo che mi ricopriva la fronte.

L’immagine di Seonwoo trasformato in una bambola snodata era stata più orribile di qualsiasi altro incubo.

Un brivido mi attraversò improvvisamente il corpo, così mi strofinai il braccio opposto con la mano.

Mi ero svegliato, ma la mente era ancora annebbiata.

Voltai lentamente la testa.

Seonwoo dormiva accanto a me, disteso in posizione composta.

Il suo respiro regolare mi diede sollievo.

Allungai lentamente una mano e lo scossi.

Mi dispiaceva svegliarlo mentre dormiva così profondamente, ma sentivo il bisogno di sentire la sua voce per rendermi davvero conto che quello era il mondo reale.

«…Seonwoo. Mi dispiace, ma puoi svegliarti un momento?»

Sembrava immerso in un sonno profondo e continuava a respirare regolarmente, senza svegliarsi.

«Ti ho detto di svegliarti un momento.»

Per quanto lo scuotessi, Seonwoo non si svegliava.

Cominciai a sentirmi impaziente e lo scossi più forte, ma non cambiò nulla.

Fu allora che sentii un rumore fastidioso vicino alle orecchie.

Era un suono acuto, simile a quello di un vetro che si incrina.

Da dove viene questo rumore?

Mi guardai intorno, ma non riuscii a individuarne la provenienza.

Il suono si ripeté.

Questa volta proveniva da molto vicino.

Abbassai lo sguardo verso Seonwoo.

All’angolo del suo occhio sinistro, mentre lui tratteneva il respiro, si stava formando una crepa.

La pelle si spaccava con un rumore secco, come terra arida che si screpola.

Mi si accapponò la pelle.

«P-Perché… perché sta succedendo?»

La pelle intorno all’occhio si stava frantumando come vetro rotto. Bastava guardarla per avere la sensazione che potesse crollare da un momento all’altro.

Incredulo, allungai la mano tremante e avvicinai lentamente le dita all’occhio di Seonwoo.

Nel momento in cui lo sfiorai, la zona intorno all’occhio gli crollò completamente.

Ritrassi bruscamente la mano e voltai la testa dall’altra parte.

Il pugno che avevo stretto cominciò a tremare violentemente.

Che diavolo sta succedendo? Perché all’improvviso…

Cercai di regolarizzare il respiro tremante e riportai lentamente lo sguardo davanti a me.

Quella cosa aveva l’aspetto di Seonwoo, ma non era Seonwoo.

La prima cosa che vidi fu l’interno vuoto della sua testa, visibile attraverso la zona danneggiata intorno all’occhio.

All’interno c’erano i frammenti della pelle crollata e una biglia di vetro che non avevo mai visto prima.

No, non era una biglia di vetro.

Era l’occhio di una bambola snodata.

Istintivamente, mi ritrassi di lato, allontanandomi.

Quando aumentai la distanza, il volto di Seonwoo, che fino a quel momento aveva fissato il soffitto, si voltò lentamente verso di me.

I frammenti provenienti dalla zona danneggiata caddero sul cuscino.

L’altro occhio, che era rimasto chiuso, ora mi fissava intensamente.

Quella cosa con il volto di Seonwoo mi guardò e aprì la bocca.

Le labbra si muovevano come se volesse dire qualcosa, ma dalla sua bocca provenivano soltanto sporadici rumori metallici, sgradevoli da ascoltare.

Ogni volta che apriva e chiudeva la bocca, l’articolazione della mandibola si allargava sempre di più.

La bocca si spalancò e, contemporaneamente, gli angoli delle labbra cominciarono a lacerarsi.

Quando raggiunse una certa apertura, non riuscì più a richiudersi.

Continuò soltanto ad allargarsi.

Più la mandibola si apriva, più anche le guance, collegate agli angoli delle labbra, si laceravano lentamente con rumori sgradevoli, lasciando intravedere il sangue.

Sotto la pelle lacerata e penzolante, che lasciava esposti gli strati muscolari, apparve il volto liscio di una bambola snodata.

La mandibola, ormai completamente staccata, rotolò giù lungo il cuscino.

«Ah… Ugh…»

Un gemito miserabile mi sfuggì dalle labbra.

Mi si rivoltò lo stomaco.

Era orribile.

Il fatto che quella cosa avesse indossato proprio l’aspetto di Seonwoo rendeva tutto ancora più terrificante.

Sarebbe stato meglio se avesse avuto fin dall’inizio le sembianze di una bambola snodata.

Dalla trachea, ormai esposta dopo la scomparsa dell’articolazione della mandibola, sgorgò improvvisamente un liquido nero, che macchiò il davanti del pigiama di Seonwoo.

Il liquido gli colò lungo il corpo e cominciò ad accumularsi sul letto.

Il liquido nero usciva con la violenza di un rubinetto aperto al massimo, scorrendo dal letto fino al pavimento.

La quantità che fuoriusciva freneticamente da quella cosa continuò a riempire il pavimento, aumentando rapidamente di livello nella stanza.

Ben presto, il liquido nero inghiottì persino il letto.

La sensazione viscida del liquido a contatto con il mio corpo era terrificante.

«Basta, adesso basta. Ti prego, ti prego…»

Ero esausto.

Non avevo più la forza di fare nulla per sfuggire a quella situazione.

Chiusi gli occhi e mi coprii le orecchie.

Ma era inutile.

Il liquido denso mi avvolgeva e mi immobilizzava, rendendo persino difficile muovermi.

Sentii il liquido nero inghiottirmi.

Il livello salì rapidamente, superando il petto e arrivando fino al collo.

Respirare diventava sempre più difficile.

Quando il liquido raggiunse il mento, qualcosa mi afferrò per la nuca e mi trascinò in un istante nella massa viscosa.

Non potei fare nulla per oppormi. Fui trascinato al suo interno senza riuscire a resistere.

Mi mancava il respiro.

Mentre venivo trascinato sempre più in profondità, la coscienza cominciò ad annebbiarsi.

Tutto iniziò a sembrarmi lontano e indistinto.

Proprio quando sentii che la mente stava per sprofondare nell’incoscienza, mi resi improvvisamente conto che, se avessi continuato così, sarei potuto morire.

Quella consapevolezza mi ridestò di colpo.

Agitai disperatamente le mani all’interno del liquido nero e viscoso, nel quale era difficile persino muoversi, continuando ad allungarle verso l’alto.

Fu allora che qualcuno mi afferrò saldamente la mano e mi tirò fuori.

«Haa!»

Sollevai di scatto la parte superiore del corpo e inspirai profondamente.

«Cough, cough!»

Ebbi la sensazione che qualcosa che mi aveva stretto la gola si fosse finalmente allentato.

Tossii violentemente ed espirai a lungo.

Quando il respiro cominciò gradualmente a calmarsi, abbassai la testa.

Sto ancora sognando oppure questa è la realtà?

Volevo guardare Seonwoo per assicurarmi che non fosse un sogno, ma esitai a voltarmi.

Mi sembrava di essere ancora immerso nell’incubo.

Avevo la sensazione che, se avessi girato la testa, avrei trovato una bambola snodata al mio fianco.

Avevo paura di rivedere quell’aspetto terrificante che non avrei mai voluto vedere una seconda volta.

Ciò che avevo appena visto nel sogno alimentava ancora di più le mie paure e la mia ansia.

Mentre esitavo, sentii il fruscio delle coperte accanto a me e, senza rendermene conto, mi irrigidii.

«Stai bene?»

Proprio accanto a me risuonò la voce di Seonwoo, quella che avevo desiderato tanto sentire nel sogno.

Al suono di quella voce tanto familiare, la testa si voltò spontaneamente verso di lui.

«È da un po’ che continui a sudare freddo… Ti senti male?»

Seonwoo si era sollevato proprio come me e mi guardava con aria preoccupata.

Stava bene.

I suoi occhi e la sua mandibola erano perfettamente normali.

Ancora intontito, scossi lentamente la testa.

Seonwoo mi fissò per qualche istante, poi mi prese la mano sinistra e cominciò a massaggiarla.

«Prima ho notato che avevi le mani molto fredde.»

Ripensando alla mano che mi aveva trascinato fuori dal liquido nero, chiusi lentamente il pugno.

Sulla mano destra era rimasto un debole calore di cui non mi ero accorto.

«Ho cercato di svegliarti scuotendoti, ma continuavi a non svegliarti. Mi sono preoccupato.»

Allungai lentamente la mano destra e cominciai a toccare la zona intorno agli occhi e la mandibola di Seonwoo.

Lui lasciò che gli accarezzassi il viso, continuando a massaggiarmi la mano sinistra.

La pelle intorno ai suoi occhi non si sgretolava.

La sua mandibola era intatta.

Gli tirai una guancia.

Anche quella era perfettamente normale.

Soltanto dopo aver verificato più volte quei fatti così ovvi, riuscii finalmente a tranquillizzarmi.

«…Adesso sto bene.»

«Non sembra proprio.»

Mi lasciai cadere contro il petto di Seonwoo.

Quegli incubi consecutivi mi avevano sfinito mentalmente.

«Allora continua semplicemente a parlarmi. Credo che, se sentirò la tua voce, mi sentirò meglio.»

«Vuoi che ti canti qualcosa?»

«Sì.»

Non importava che cosa facesse. Andava bene qualsiasi cosa.

Seonwoo esitò per un momento, poi cominciò a canticchiare piano, accarezzandomi delicatamente la schiena.

La sua voce rassicurante e il calore che mi trasmetteva il suo corpo, stretto contro il mio, mi fecero finalmente capire che ero tornato alla realtà.

Era la fine di un lungo incubo.

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