L’amore non ha fretta
Nota dell’autrice: In questo capitolo ho raccontato le due settimane di vuoto vissute da Kazuki dopo aver scoperto che Minato è gay.
***
«Beh, per esempio, mi veniva da pensare che avrei voluto che mi mi venisse infilato qualcosa di grosso nel culo…» Minato lo aveva detto con tono leggero, disinvolto e senza alcuna remora.
«Shin-nii, bentornatooo! Ehi, ascoltami! Sakura ha fatto di testa sua e-»
«Eh!? Sei stata tu a usare prima le mie cose!»
«Scusate, ne parliamo dopo.»
Circondato dalle sorelle rumorose non appena rientrò a casa, Katsuki si fece strada lungo il corridoio cercando di regolare il respiro. Mentre i fratelli gli chiedevano uno dopo l’altro se stesse bene, rispose loro di non preoccuparsi e chiuse accuratamente a chiave la porta del bagno.
Era l’unico posto di quella casa in cui la sua privacy fosse garantita. Si passò una mano tra i capelli appiccicati alla fronte dal sudore. Finalmente solo, Katsuki lasciò uscire un profondo respiro.
Non riusciva proprio a restare lì, così era scappato. Se non l’avesse fatto, non sapeva cosa avrebbe potuto fare ad Minato.
In che modo Minato-san ha pronunciato quelle parole?
Ripensò alle parole di Minato di poco prima, cercando di ricordarle con precisione, senza alterarle neppure un po’.
«Beh, per esempio, mi veniva da pensare che avrei voluto che mi mi venisse infilato qualcosa di grosso nel culo…»
Sì. Aveva socchiuso quegli occhi dall’aria gentile e l’aveva detto con quella leggerezza scherzosa, ridacchiando.
«…Scusa. Non è che lo stessi nascondendo, ma io sono gay.»
Quell’uomo vedeva gli uomini in quel modo, come oggetti del proprio desiderio.
Il calore si accumulò sempre più nella parte inferiore del corpo. Il sudore gli scivolò dalle tempie lungo la linea della mandibola. Sentiva un dolore pulsante al basso ventre. Katsuki slacciò la fibbia della cintura e liberò la propria eccitazione.
L’origine risaliva a dieci anni prima, ma il vero detonatore era stato premuto proprio in quel momento.
Ha detto che voleva che qualcuno glielo mettesse dentro, vero?
La sua voce eccitata riecheggiò nella mente. Spalancando gli occhi, Katsuki immaginò che Minato avrebbe probabilmente detto: “Scherzavo, Shin. Ci hai creduto davvero, idiota!”
Poi avrebbe fatto quel sorriso amichevole da cucciolo e gli avrebbe scompigliato affettuosamente i capelli. Katsuki gli avrebbe afferrato la mano e lo avrebbe spinto sul pavimento di quella stretta lavanderia a gettoni.
“Smettila… ehi, Shin… smettila.”
All’inizio avrebbe cercato di opporsi. Ma sicuramente, poco dopo, avrebbe iniziato a stare meglio.
Con le mie dita, con la mia lingua, con tutto me stesso, voglio scoprire ogni parte di Minato-san.
“Shin、……Shin.”
Io non avrei desiderio sessuale? Minato-san, tu non hai capito proprio niente.
Quando si rese conto di essere un uomo come Minato, appartenente allo stesso mondo, provò una felicità profonda, quasi un sollievo.
“No… Shin, smettila!“
Continuò a ripetere nella mente quella voce falsa, ancora e ancora. Avrebbe fatto gemere Minato, lo avrebbe fatto piangere, lo avrebbe sporcato, fino a consumarlo del tutto. Avrebbe insistito ostinatamente, finché Minato stesso non avesse iniziato a desiderarlo.
Quando, prima o poi, Minato avesse allungato la mano verso di lui, Katsuki l’avrebbe accolta e avrebbe risposto con gioia.
Il desiderio che gli si gonfiava sempre più nel basso ventre esplose in un istante, come se avesse percorso di corsa una rampa di scale.
Fissò a lungo la mano sporca, riconoscendo dentro di sé una calma che tornava lentamente. Deglutì.
Anche se si trattava soltanto di una fantasia, aveva portato Minato in quella situazione di propria volontà.
Che cosa ho fatto a quel gentile e solare Minato-san?
Sentiva tutto il corpo stranamente caldo. Sapeva che non era soltanto colpa dell’afa estiva, e per questo le guance gli si tinsero ancora di più di rosso. Il senso di colpa continuava ad abbattersi su di lui, ondata dopo ondata, senza fine.
«…Con che faccia dovrei incontrarlo?»
Se gli avessero chiesto se si pentiva, avrebbe risposto di no.
Prima o poi sarebbe arrivato un giorno simile. In qualche angolo del suo cuore, lo aveva sempre saputo.
«Ehi, Shin-nii! Hai ancora bisogno del bagno!?»
Il fratello urlava dall’altra parte della porta.
Non ancora. Non ancora.
Non poteva incontrare quell’uomo portandosi dentro un desiderio tanto intenso e così goffo.
***
«Aaah! È scappatooo!»
«Yutaro, piantala di fare tutto questo casino!»
Le solite voci chiassose gli fecero vibrare i timpani e Katsuki aprì lentamente gli occhi.
Fuori dalla finestra si intravedeva un cielo blu cobalto, senza neanche una nuvola. Quel giorno c’era pochissimo vento e, quando se ne accorse, aveva già sudato al punto che la T-shirt gli si era appiccicata alla schiena.
Sollevò il corpo che aveva tenuto accasciato sulla scrivania e si passò una mano tra i capelli spettinati. Probabilmente, a causa della mancanza di sonno degli ultimi tempi, si era addormentato mentre risolveva delle equazioni di matematica.
Inspirò profondamente e fece schioccare il collo.
Sapeva perfettamente quale fosse la ragione per cui non riusciva proprio a concentrarsi sullo studio.
Non vedeva Minato da due settimane.
Non avrebbe mai pensato di essere così codardo. Ma non sapeva come gestire quei sentimenti così violenti verso Minato, sentimenti che persino lui giudicava quasi prepotenti.
Durante quel periodo in cui non poteva incontrarlo, era riuscito a dimenticare Minato?
Niente affatto.
Anzi, pensava ad Minato giorno e notte e lo aveva sporcato innumerevoli volte nelle proprie fantasie. Quel senso di colpa che all’inizio avrebbe dovuto esserci era ormai stato relegato in un angolino del suo cuore.
Ascoltando le urla stridule dei fratelli provenienti dal soggiorno, sentì un desiderio fortissimo.
Voglio vederlo.
Dopo una doccia veloce, andò in soggiorno. Il secondogenito, Yutaro, era accasciato sconsolatamente sul divano. Vedendolo rannicchiato su se stesso come un bambino imbronciato, Katsuki socchiuse gli occhi.
«Che succede, Yu?»
Si sedette sul divano e sbirciò il viso del fratello.
«Shin-nii, lascialo stare. Tanto è una storia senza importanza.»
Sakura lo disse senza neppure guardarlo, mentre si applicava con attenzione lo smalto sui piedi.
Katsuki rimproverò leggermente la sorella.
«Non dire così.»
Poi guardò Yutaro. I suoi grandi occhi neri riflettevano l’immagine di Katsuki.
«Shin-nii… è scappato.»
«Chi?»
«Un Pokémon.»
Katsuki stava quasi per rimproverarlo perché si era abbattuto per una cosa simile, ma si trattenne e gli accarezzò piano la testa.
«Che Pokémon era?»
«Un Pokémon leggendario. Uno fortissimo.»
Katsuki non aveva idea di che tipo di Pokémon leggendario intendesse Yutaro. Non gli erano mai interessati particolarmente i videogiochi; a volte giocava perché i fratelli glielo chiedevano, ma non li aveva mai trovati così divertenti.
«…Forse non va bene se non uso una Poké Ball Premium…»
In effetti, se si chiamava “Premium”, doveva essere qualcosa di speciale.
Katsuki sorrise appena e gli scompigliò i capelli, mentre il fratello era rannicchiato come un piccolo onisco.
«Puoi riprovare e catturarlo.»
Chissà se è così che Minato si sente quando lo fa con me. Metà tenerezza, metà voglia di ridere.
«Ci ho messo un sacco di tempo e finalmente ero arrivato a un punto fantastico… e poi è scappato proprio all’ultimo. …È dura.»
«Sei troppo drammatico, Yu.»
Mentre gli dava un leggero colpetto sulla testa, il terzogenito Kotaro, che aveva ascoltato la conversazione lì vicino, si sedette con un gesto fluido sulle ginocchia di Katsuki.
«Non hai capito niente, Shin-nii! Non sai mica se riuscirai a incontrarlo di nuovo! È una “probabilità” bassissima!»
Aveva usato con grande serietà una parola difficile come “probabilità”.
Katsuki sorrise.
«Capisco… sì, hai ragione.»
E attirò Kotaro tra le proprie braccia. Con un’espressione soddisfatta, simile a quella di un cane appena lodato, Kotaro si strofinò contro il suo petto.
Era ormai alle elementari e Katsuki aveva pensato che fosse diventato un po’ più grande, ma aveva ancora un lato molto coccolone.
Quando lo strinse forte da dietro, dal vestito di Kotaro arrivò un lieve profumo di sapone.
Gli fece tornare alla mente quello spazio stretto e rassicurante.
«A proposito, ultimamente Shin-nii non esce più. Andavi alla lavanderia a gettoni, vero?»
Sakura alzò il viso e, per un breve istante, Katsuki rimase senza parole.
«Ah… sì.»
Inspirò profondamente l’odore che associava alla lavanderia a gettoni.
Il sorriso di Minato gli rimaneva impresso, come una macchia ostinata sui vestiti che non riusciva più a mandare via.
«Quella lavanderia a gettoni è vecchia, no? Riesce davvero a lavare bene i vestiti?»
Sakura gli rivolse un sorriso malizioso.
«Certo che sì.»
Katsuki rispose con decisione.
Forse le macchine erano davvero vecchie, ma grazie alla cura con cui Minato le teneva, erano sempre perfettamente pulite e splendenti.
All’improvviso sentì il desiderio di incontrarlo ancora più intensamente di prima.
«Scusate. Io… esco un attimo.»
«Eeeh? Giochiamo insieme, Shin-nii!»
«Quando torno, giocherò con te.»
Uscì di corsa da casa e si affrettò lungo la strada che percorreva ormai da tempo.
Passo dopo passo, allungò sempre più le falcate, finché alla fine iniziò a correre.
Presto. Voglio vederlo presto.
Non gli importava né il respiro affannoso né i raggi ultravioletti che gli bruciavano la pelle fino a fargli male.
Continuò a muovere le gambe.
Avanti. Avanti.
Quando vide l’insegna familiare della lavanderia a gettoni, per qualche motivo sentì un desiderio incontenibile di piangere.
Nella sua mente giravano incessantemente soltanto una frase: “Mi piaci”.
Non aveva una Poké Ball.
Non aveva la minima idea di come potesse intrappolare Minato tra quelle mani. Era ancora troppo immaturo per riuscire a capirlo.
«Benvenuto. È da un po’ che non ti vedo, Shin.»
Vedendo Minato sorridere come sempre, Katsuki si sentì ferito, anche se solo un poco.
Se per lui non era cambiato nulla, Katsuki era ormai stato trascinato in un luogo dal quale non poteva più tornare indietro.
«Minato-san, io… ho desiderio sessuale.»
Nel momento stesso in cui quelle parole gli uscirono di bocca, aveva ormai preso la sua decisione.
L’espressione imbarazzata di Minato, le sue orecchie arrossate… erano così adorabili che avrebbe voluto mangiarlo.
Katsuki gli strinse forte la mano.
Per impedirgli di andare da qualche parte, per fare in modo che guardasse solo me.
Penso anch’io di essere una persona terribile, ma, d’altra parte, sento che non posso farci niente. Perché ci siamo incontrati. Di nuovo, con te.
Spero che tu capisca. Questa frustrazione, questa sofferenza… tutto nasce dal fatto che tutto il mio essere ti desidera.
Se riuscirò ad averti, ti amerò più di ogni altra cosa al mondo, fino alla morte. Ti proteggerò da qualunque cosa e ti renderò sicuramente felice.
Perciò, ti prego… Ti prego…
«Minato-san. Per favore, diventa mio amico.»


