DIAMOND DUST – CAPITOLO 16.1 (M)

Cambiamento

Una coppia che sembrava avere poco meno di quarant’anni stava completando le procedure di check-in al banco, con la figlia, che doveva essere al primo o al secondo anno delle medie, in piedi dietro di loro.

Forse non erano abituati a viaggiare all’estero in famiglia: sui volti dei due coniugi, che oltre ai bagagli da imbarcare portavano ciascuno uno zaino e una borsa a tracolla, era evidente la tensione.

Quando finalmente ebbero terminato il check-in senza problemi, vennero invitati ad aspettare sulla panchina lì accanto finché non fossero conclusi tutti i controlli sui bagagli imbarcati. La coppia si avvicinò trascinando il carrello ormai vuoto su cui li aveva trasportati.

Poi si sedettero fianco a fianco, di fronte alla panchina su cui ero seduto.

«Non hai messo la batteria della macchina fotografica nella valigia, vero?»

«No, è nello zaino.»

Il padre le chiese questo mentre le scostava con delicatezza i capelli che, legati in modo sbrigativo e comodo, le ricadevano accanto alla tempia. La figlia rispose con una punta di fastidio nella voce.

«Sono preoccupata perché oggi non ha dormito bene. Starà scomoda anche in aereo…»

La madre si rivolse al marito, guardando la figlia con aria preoccupata.

«Mamma, a che ora avevamo detto che saremmo arrivati a Praga? Vorrei andare sul Ponte Carlo appena atterriamo.»

Vedendo la figlia chiedere informazioni sul programma, forse già emozionata all’idea del viaggio nonostante la stanchezza, i coniugi abbandonarono le espressioni preoccupate e si scambiarono un sorriso.

Quando eravamo partiti tutti insieme per una trasferta a Hong Kong con Phantom, non avevo prestato molta attenzione a ciò che mi circondava. Ero emozionato, sì, ma soprattutto teso. Proprio come la coppia che avevo davanti in quel momento. Eppure, seduto su una panchina dell’aeroporto senza essere io stesso un viaggiatore, riuscivo a notare cose che allora mi erano sfuggite.

Morae e Yeehan erano partiti.

Avevamo deciso di salutarci davanti al banco del check-in, dicendoci che non serviva mettere in scena la solita separazione in cui si guarda qualcuno finché non scompare oltre il gate delle partenze. Loro sarebbero andati verso i controlli per l’uscita, io verso il gate da cui eravamo entrati. Avevamo deciso che nessuno sarebbe rimasto a guardare l’altro allontanarsi: ognuno avrebbe proseguito per la propria strada.

Eppure, dopo averli salutati con la mano ed essermi voltato, ero tornato a sedermi su quella panchina. Semplicemente, sentivo che non dovevo andarmene da lì troppo in fretta.

Durante le vacanze estive era facile vedere, in ogni angolo dell’aeroporto, famiglie in partenza per un viaggio. Eravamo in un’epoca in cui il numero di viaggiatori diretti all’estero sfiorava i trenta milioni l’anno, e da molto tempo viaggiare fuori dal Paese non era più un privilegio riservato ai ricchi.

Anche nel paese in cui viveva mio nonno, diverse associazioni, la cooperativa dei pescatori, quella agricola, il circolo femminile e altre ancora, organizzavano economici viaggi di gruppo all’estero più volte l’anno. Persino quando ero alle medie, dopo il rientro a scuola ascoltavo spesso i racconti degli amici che durante le vacanze avevano visitato paesi di tutto il mondo.

Noi tre, mia madre, mio padre e io, non avevamo mai fatto quel genere di viaggio all’estero che ormai era diventato così comune. Sembrava che mia madre avesse viaggiato molto in passato, ma non avevamo mai avuto l’occasione di partire tutti e tre insieme.

Non avevo mai pensato che per questo la nostra famiglia fosse infelice, né mi ero sentito inferiore perché invidiavo i racconti di viaggio dei miei amici. I miei genitori organizzavano il lavoro in modo da garantirsi prima di tutto il tempo necessario per dipingere, perciò non navigavamo nell’oro; tuttavia, non mi ero mai sentito infelice o sfortunato perché non potevo indossare scarpe o vestiti firmati.

Pensai ai giorni subito successivi all’annuncio del premio vinto da mia madre.

Mi tornò in mente i volti allegri di mio padre e mia madre, che ogni sera a tavola discutevano su come spendere per la nostra famiglia la somma piuttosto consistente del premio.

Avremmo potuto usarne una parte per cambiare l’auto usata che avevamo guidato per più di dieci anni; comprare nuove attrezzature digitali per mia madre; sostituire con un computer nuovo il portatile che avevo ereditato da mio padre; far confezionare un abito elegante per lui e mettere da parte il denaro rimanente.

Ogni sera la tavola era animata dalle nostre chiacchiere, come se fosse più divertente discutere su “come spendere” quei soldi che spenderli davvero. Mia madre non l’aveva mai proposto apertamente, ma già allora sapevo che stava considerando anche un tour dei musei europei per noi tre.

Eppure, adesso quella scena non mi sembrava un ricordo reale del tempo trascorso insieme alla mia famiglia: era priva di concretezza, come un video che mettesse in scena la felicità in modo artificioso. Per di più, come se le onde si fossero disturbate, dopo poco l’immagine cominciava a sfrigolare e lo schermo diventava completamente nero. Proprio come i nostri progetti, nessuno dei quali si era concretizzato, nonostante avessimo avuto diverse possibilità tra cui scegliere.

Non appena intuii di aver frugato troppo a fondo, sentii qualcosa dentro di me scattare e afferrarmi bruscamente per la nuca. Era il segnale che dovevo fermarmi.

Distolsi lo sguardo dalla ragazzina che sfogliava assorta una guida turistica, fitta di post-it e strisce colorate applicate alle pagine importanti, e mi alzai.

L’autista mi aveva detto di telefonargli quando fossi uscito, perché non poteva sostare a lungo davanti al gate delle partenze. Lo avvisai che stavo per lasciare l’aeroporto. Mi disse di raggiungere il gate cinque minuti dopo, ma io mi affrettai a uscire.

Fuori continuava a piovigginare, come il giorno prima, e l’aria era umida; tuttavia, poiché l’aria condizionata mi aveva abbassato la temperatura corporea, non sentivo caldo.

Tutte le persone che passavano davanti all’ingresso delle partenze avevano il volto acceso dall’eccitazione per il viaggio imminente. Come davanti all’hotel, anche lì mi sentii fuori posto.

All’improvviso mi piombò addosso la stanchezza. Quando la tensione si allentò, mi sembrò che tutta la spossatezza accumulata in quei giorni, in cui non ero riuscito né a dormire né a riposare per bene, mi travolgesse in una volta sola.

Attraversai due volte la strada al semaforo per raggiungere il punto che mi aveva indicato l’autista. La berlina nera che ci aveva accompagnati comodamente per tutto quel tempo rallentò e si avvicinò.

Feci un cenno con il capo verso la sagoma dell’autista, appena visibile dietro il parabrezza scuro, poi mi avvicinai al sedile posteriore e aprii la portiera.

«Vi siete separati prima di quanto pensassi.»

Era la sua voce. Il signor Liu era seduto all’interno.

Con una mano appoggiata al bordo della portiera e il busto piegato in avanti, rimasi immobile per un momento.

«Come…?»

Era proprio l’auto su cui ero arrivato insieme a Morae e Yeehan, e quello era l’autista che ci aveva accompagnati. Per quanto ne sapessi, lui non si era mai spostato con noi a bordo di quella macchina.

Lui schioccò la lingua, si spostò un po’ più vicino e mi tirò per il polso, proprio quello con cui mi tenevo al bordo della portiera.

«Ti bagnerai di nuovo tutto. Sali, forza.»

Salii in macchina in modo impacciato, lasciandomi guidare da lui, ma non riuscivo ancora a capire cosa stesse succedendo. Rimasi seduto vicino alla portiera e lo fissai, pieno di domande.

«È così sorprendente che io sia qui?»

Sembrava piuttosto stupito che fossi rimasto tanto sorpreso.

In realtà, più che sorpreso, ero felice di vederlo. Ero così contento che non sapevo come controllare la mia espressione. Solo dopo aver salutato Morae e Yeehan ed essermi assicurato che fossero partiti senza problemi, mi ero reso conto che negli ultimi giorni il mio cuore era stato ridotto a brandelli, come se qualcuno lo avesse strizzato con tutta la propria forza… Perciò, la sua comparsa inaspettata mi rese felice. Mi sembrò che bastasse guardarlo perché la guarigione avesse inizio.

Stava già esercitando su di me l’influenza tipica della persona che mi piaceva.

«Non me lo sarei mai aspettato…»

L’auto partì. Mi sistemai meglio sul sedile, cercando una posizione più comoda, e mormorai quelle parole. Per qualche motivo, mi sentivo in imbarazzo a guardarlo dritto negli occhi.

«Non mi pare così strano che io sia sulla mia macchina.»

La sua battuta, sostenuta con una logica assurda, mi fece ridere. Qualunque fosse il motivo per cui si trovava lì, niente avrebbe potuto rovinare il conforto che mi stava dando in quel momento.

Temevo che la gioia per quell’incontro inatteso fosse fin troppo evidente sul mio viso. Il mio sguardo, che fino a quel momento era rimasto all’altezza del suo petto, cadde sugli occhiali da sole. Era la stagione delle piogge, ma lui, per abitudine, li teneva infilati nel taschino sinistro della giacca.

«Gli occhiali da sole sono belli…»

«Mh?»

Forse non si aspettava quell’argomento, perché sollevò la voce con aria interrogativa.

«Posso… provarli?»

Per me era un tentativo audace. Forse la stanchezza dopo aver affrontato una situazione difficile e l’eccitazione provocata dalla sua comparsa mi stavano facendo comportare in modo diverso dal solito.

Mi guardò con aria incuriosita, come se avesse appena sentito una proposta interessante, e sorrise senza emettere alcun suono, sollevando gli angoli della bocca. Poi mi porse senza esitazione gli occhiali da sole. La montatura semplice, le lenti scure e le aste sottili e affusolate conferivano loro un’aria intelligente; erano perfetti per nascondere le espressioni del viso.

«Fammi vedere. Ti stanno bene.»

Mi girò per le spalle per sistemarmi e mi osservò il volto divertito, ma riuscii a sostenere il suo sguardo senza distoglierlo. Erano davvero un accessorio utilissimo.

Lui mi fissò a lungo, con gli occhi che brillavano come se stesse guardando qualcosa di straordinario, e solo dopo un bel po’ distolse lo sguardo. Poi tirò fuori dalla tasca interna della giacca un telefono e me lo porse.

«Che cos’è…?»

«Il nuovo telefono di Seo Yeehyeon-ssi.»

Lo presi senza pensarci. Era l’ultimo modello di una certa marca, quello che Juhan continuava a dire di volere a tutti i costi.

«Finora, l’obiettivo di quelli dall’altra parte erano quei due, quindi non avevano bisogno di fare pressioni direttamente su di te. Ma quando si renderanno conto che non possono più rintracciarli, l’unica persona da cui potranno cercare di ottenere informazioni sarai tu. La situazione è cambiata. Potresti diventare un bersaglio in qualsiasi momento. Dobbiamo prepararci.» Mentre parlava con voce seria, digitò dei numeri sullo schermo del proprio telefono. Poco dopo sentii una leggera vibrazione nel palmo: mi aveva mandato un messaggio. «È un numero nuovo, quindi da ora in poi usa questo.»

Nella casella dei messaggi, completamente vuota, compariva soltanto il suo numero, che non era ancora stato salvato tra i contatti. Quel dispositivo vuoto che tenevo in mano, privo di qualsiasi traccia, sembrava uno strumento futuristico capace di azzerare tutto il passato e permettermi di ricominciare da capo. Mi derisi in silenzio per quella speranza sentimentale e irrealistica.

«Scoprire dove lavora e dove vive una persona, all’interno dei confini del Paese, è più semplice di quanto si pensi. La cosa migliore è vivere in un posto a cui non sia facile avvicinarsi, anche se dovessero scoprire dove ci si trova.»

Attraverso gli occhiali da sole, il suo profilo appariva un po’ più sfocato, ma il colore dei suoi occhi sembrava persino più vivido. Durante il sesso, i suoi occhi diventavano di un blu più frizzante, ribollendo di bianco come una bevanda gassata; ora, invece, erano rivolti verso di me con calma.

«C’è un posto adatto a essere il tuo atelier e la tua residenza temporanea. Pensavo di andarci insieme adesso. Ti va bene?»

Era un po’ difficile stare dietro a un piano che procedeva così rapidamente, ma perdere tempo senza concludere nulla non avrebbe cambiato la situazione. Annuii e lui mi rivolse un sorriso soddisfatto.

«In questi ultimi giorni il tuo corpo e la tua mente devono essere arrivati al limite. Cerca di riposare un po’ durante il tragitto.»

Allungò il braccio verso i comandi, al posto mio che non conoscevo bene il sistema, e reclinò il sedile. Il suo braccio che mi passava davanti al petto e l’intenso odore del suo profumo fecero irrigidire all’istante tutto il mio corpo.

Non era il suo solito profumo. Anche quella fragranza, intensa, pesante e dalla presenza inconfondibile, gli si addiceva, ma per qualche motivo mi sentii un po’ deluso. Era soltanto un profumo, dopotutto.

Mentre ritirava il braccio, lui mi lanciò un’occhiata di sfuggita e, dopo aver emesso un suono sommesso simile a un sospiro, mi scompigliò leggermente i capelli.

«Ho capito, quindi non guardarmi… in quel modo.»

Dopo averlo detto, girò la testa verso il finestrino. Si strofinò la bocca con la grande mano e aggrottò la fronte; il suo profilo sembrava in difficoltà.

Non dovevo guardarlo in quel modo? Era strano. Indossavo gli occhiali da sole: non poteva nemmeno vedermi gli occhi.

***

«Ogni appartamento ha un ascensore e un atrio riservati, quindi è raro che persino i residenti si incontrino.»

Mentre apriva con la tessera la porta a vetri proprio di fronte al posto in cui avevamo parcheggiato, mi spiegò la situazione. Oltre la porta c’era un atrio di circa dieci o tredici metri quadrati, arredato persino con un comodo divano a tre posti.

Sulla parete accanto all’ascensore, di fronte al divano, non c’era alcun pulsante nella posizione in cui me lo sarei aspettato. Al suo posto si trovava soltanto un pannello digitale nero. Lui vi appoggiò distrattamente la tessera e la porta si aprì; quando la avvicinò al pannello all’interno, si illuminò automaticamente il tasto del quinto piano. L’ascensore permetteva di raggiungere soltanto il piano del parcheggio da cui eravamo saliti, quello della hall, il primo e il secondo piano interrato e il quinto piano.

«Come avrai notato entrando, agli estranei è praticamente impossibile accedere al complesso. In parte dipende dal fatto che si trova su una collina, ma il terreno è stato anche rialzato appositamente durante la costruzione per ottenere una vista più aperta sul fiume Han. Dal primo al quinto piano ci sono cinque appartamenti, uno per piano, ma in realtà è come se fossero dal terzo al settimo. Il primo e il secondo piano interrato sono stati destinati agli spazi comuni, perché da lì non si gode di una vista libera sul fiume.»

Lo ascoltavo mentre agitava la tessera come fosse un ventaglio, ma l’unica cosa che riuscivo a capire della situazione era che il luogo in cui mi aveva portato era incredibilmente lussuoso.

Le porte dell’ascensore si aprirono sul lato opposto rispetto a quello da cui eravamo entrati. Appena uscito, mi trovai davanti all’ingresso. Più precisamente, a una stanza rettangolare adibita a ingresso. Il lungo pavimento era rivestito di marmo color oro beige chiaro, e l’ambiente era pulito, senza alcuna decorazione superflua.

«Puoi entrare anche con le scarpe.»

Esitai davanti al piccolo dislivello che separava l’ingresso dal corridoio. Lui aveva aperto un armadio a incasso, liscio e senza maniglie, per dare una rapida occhiata all’interno; poi lo richiuse, mi raggiunse e parlò.

Per raggiungere la zona abitabile dall’ingresso bisognava attraversare un altro corridoio che svoltava. Dall’entrata non si riusciva a vedere per nulla l’interno: la struttura era stata progettata prestando molta attenzione alla privacy.

«La struttura stessa dell’edificio rende difficile l’accesso agli estranei, ma ci sono sempre almeno cinque guardie in servizio, ventiquattr’ore su ventiquattro. Per quanto riguarda la sicurezza, puoi stare piuttosto tranquillo.»

Alla fine del corridoio apparve un soggiorno così ampio che non avrei saputo descriverlo se non come completamente aperto. Il soffitto alto gli conferiva una straordinaria sensazione di spazio e un’intera parete era rivestita di vetro. Grazie a questo, anche in una giornata nuvolosa come quella, la luce era più che sufficiente.

«Ho comprato questa casa per affittarla agli stranieri e ricavarne un reddito. Il precedente inquilino aveva un contratto con questa società che è scaduto a maggio; ha sistemato definitivamente le sue cose in Corea ed è tornato nel proprio Paese. Da allora non è ancora arrivato un nuovo inquilino. In realtà stavo già pensando di trasferirmi qui. Che ne dici, ti piace?»

Dopo aver esaminato lentamente il soggiorno semplice, arredato soltanto con il minimo indispensabile, si voltò verso di me, che ero ancora fermo impacciato alla fine del corridoio. Mi rivolse la domanda con il tono di chi prende in mano una maglietta da un espositore e chiede un parere.

Sarebbe stato falso dire che non capivo affatto perché mi chiedesse se mi piacesse. Ma, se la sua intenzione era quella che immaginavo, non riuscivo a comprenderne il motivo.

Forse pensò che esitassi a rispondere perché la casa non mi piaceva granché, così cominciò a illustrarmene più nel dettaglio i vantaggi.

«È su due livelli, quindi sia tu sia io potremo godere di una certa privacy, quasi come se vivessimo separati. Io, per lavoro, passerò a casa soltanto le serate, perciò potrai concentrarti tranquillamente sulla pittura e vivere qui come preferisci.»

Si avvicinò alla finestra del soggiorno, ruotò verso il basso la maniglia per sbloccarla e fece scorrere lentamente verso sinistra la grande porta-finestra.

Nonostante l’edificio fosse alto sette piani, davanti alla vetrata si stendeva un ampio giardino. Un vero giardino, con prato, terra e piante ornamentali. Oltre di esso scorreva il fiume Han, grigio sotto la pioggia sottile.

Dall’esterno, insieme all’odore della terra bagnata dalla pioggia, entrò una corrente d’aria fresca. Solo allora mi resi conto che l’aria all’interno era piuttosto afosa.

«Quando il tempo è bello, puoi lavorare in giardino. Non c’è nulla che possa disturbarti. È tranquillo, vero?»

Dopo aver spalancato del tutto la porta scorrevole, si voltò verso di me e sorrise.

Se non avevo frainteso, mi stava proponendo quell’appartamento di lusso come atelier e residenza temporanea e, probabilmente, mi stava anche invitando a vivere lì insieme a lui.

Mentre ancora non reagivo, tornò verso di me. Anche camminando sulle piastrelle di marmo, così belle da sembrare di un rosa pallido, non faceva quasi alcun rumore con le scarpe.

Si avvicinò fino a fermarsi davanti a me, che stavo immobile in un angolo del soggiorno come una pianta in vaso fuori posto rispetto all’ambiente, e chinò leggermente la schiena per guardarmi il viso da vicino.

Gli occhiali da sole… Mi servivano gli occhiali da sole, ma glieli avevo già restituiti in macchina.

«La casa non sembra piacerti.»

Non era ancora una questione di piacere o meno. Anche se non potevo continuare a stare a casa della direttrice Han, non avevo certo pensato a una dimora così lussuosa.

«E allora dove pensavi di stare?»

Me lo chiese come se avesse letto la domanda che mi frullava in testa.

«Quelli là scopriranno in poco tempo che stai a casa della direttrice Han. A dire il vero, secondo me quella casa è già stata esposta da tempo.» Mentre parlava, si raddrizzò e incrociò saldamente le braccia davanti al petto. «Ti fornirò tutte le comodità necessarie per poter dipingere concentrandoti in un posto sicuro.»

«…»

«Non ho comprato questa casa apposta per te. Era vuota e stavo già pensando di trasferirmici, quindi non hai proprio motivo di sentirti in debito. L’ho acquistata per affittarla, ma mi piacciono sia la struttura sia il panorama, e da tempo ero interessato all’idea di viverci personalmente. Anche se abitassi qui da solo, non userei comunque tutto lo spazio.»

A prescindere dal fatto che fosse una persona estremamente ricca, durante le nostre conversazioni non mi era capitato spesso di rendermi conto della distanza economica che ci separava. Non era il tipo che ostentava la propria ricchezza.

Era la prima volta che percepivo una differenza di sensibilità tanto evidente da lasciarmi il segno.

La casa era già vuota, tanto valeva trasferirsi lì, tanto c’era spazio in abbondanza anche se avesse vissuto da solo: in sostanza, secondo il suo semplice ragionamento, non avrebbe fatto alcun sacrificio economico. Spiegargli che, indipendentemente dal denaro, potevo comunque sentirmi emotivamente in debito con lui non sarebbe sembrato molto convincente.

«Per quanto riguarda Phantom e la casa della direttrice Han…»

Dopo avermi osservato per un momento mentre riuscivo a formulare quella domanda a fatica, sciolse le braccia e mi prese delicatamente per il polso. Invece di rispondere, mi trascinò lungo il corridoio oltre il soggiorno, dicendomi che, ormai che eravamo arrivati fin lì, avrei almeno dovuto dare un’occhiata alla casa.

«Mi dispiace anche a me per la faccenda di Phantom, visto quanto sei stato utile nel lavoro pratico fino a questo momento. Ma adesso devi concentrarti soltanto sulla pittura. Oppure hai intenzione di dipingere per hobby, come Choi Inwu?»

Mi guardò, come per accertarsene, davanti alla camera da letto principale del piano inferiore.

Non avevo intenzione di dipingere per hobby, ma da quando era comparso mio zio mi ero concentrato soltanto su Morae e su Yeehan, e non avevo ancora riflettuto concretamente sul resto.

Dopo avermi osservato per un istante, aprì verso l’interno la porta della camera e continuò: «Capisci che dovrai mettere in pausa anche il lavoro che facevi per aiutare la direttrice Han, vero? A prescindere dal lavoro, il semplice fatto che tu continui ad andare e venire da quella casa non è molto sicuro per te. E vale lo stesso per la direttrice Han.»

Non avevo considerato nemmeno questo aspetto. Era una questione che mi riguardava direttamente, eppure lui riusciva a guardare la situazione da una prospettiva molto più ampia e a preparare delle contromisure… Mi sentivo grato, ma anche in imbarazzo.

Mi fece fermare davanti al letto, il cui coprimaterasso era stato tolto per evitare che si impolverasse, poi raggiunse la grande finestra affacciata sul giardino, come quella del soggiorno. Scostò alla meglio la tenda sottile e trasparente e lasciò la finestra aperta a metà.

La camera era arredata in modo un po’ più accogliente rispetto al soggiorno, ma anche lì, senza alcuna traccia di vita quotidiana, l’atmosfera era spoglia e desolata.

«È tutto così improvviso, e sta succedendo tutto così in fretta… Non riesco… a capire bene…»

Mi strofinai senza motivo il braccio scoperto sotto la manica corta e borbottai parole sconnesse. 

Lui tornò verso di me e sospirò profondamente, gonfiando il petto e poi lasciandolo sgonfiare. 

Alzai lo sguardo verso il suo viso e mi sentii soffocare dall’angoscia. Mi dispiaceva non riuscire ad accettare senza esitazioni la sua gentilezza e la sua premura, ma in quel momento ero troppo piccolo e impotente per stare al passo con sviluppi tanto rapidi, che superavano di gran lunga ogni mia previsione.

Mi guardò dall’alto, aggrottando la fronte in un’espressione dispiaciuta, e si grattò la fronte liscia e ordinata.

«Forse ti ho messo un po’ troppa fretta, vero?»

Scossi energicamente la testa per dirgli che non era così, come se quello fosse l’unico modo per trasmettergli la sincerità dei miei sentimenti.

Non mi piaceva neppure che fosse sempre lui ad accorgersi per primo delle mie esitazioni e delle mie preoccupazioni, finendo per scusarsi. Dicevo che mi piaceva, eppure continuavo soltanto a ricevere tanto da lui: la mia inadeguatezza mi faceva abbassare il capo.

«No. La ringrazio davvero… per aver preso in considerazione anche aspetti a cui non avevo pensato.»

Se lui non ci fosse stato, se non l’avessi incontrato, in che modo avrei potuto gestire questa faccenda?

Non ci sarei riuscito. La realtà era che né Morae né Yeehan, e nemmeno io, che non avevamo ancora una posizione solida nella società, possedevamo il potere concreto di risolvere il problema.

Non tutto si era concluso senza lasciare strascichi, ma se eravamo riusciti a sfuggire a una crisi che avrebbe potuto facilmente trasformarsi nel peggiore degli scenari e a portare la situazione fin lì, era stato esclusivamente grazie al suo aiuto.

«È solo che sono possibilità a cui non avevo mai pensato… e per questo sono spiazzato. Lei non ha fatto niente di sbagliato…»

«Lo so.»

Mi interruppe mentre cercavo faticosamente di confessargli ciò che provavo, come se avesse infilato una mano nel mio cuore per frugarci dentro e tirarne fuori le parole più adatte.

«So benissimo che mi sei grato, quindi non c’è bisogno che tu continui a dirlo.»

Incoraggiato dalle sue parole calorose, alzai lo sguardo verso di lui. Il suo viso era contorto. Era una crepa appena percettibile, ma nei suoi occhi vacillavano emozioni intrecciate: compassione, partecipazione al mio dolore, dispiacere per me, che gli stavo davanti.

Ripensai a com’era prima, quando mi teneva al di fuori del proprio cerchio, considerandomi soltanto una persona che lo avrebbe aiutato per un po’ con il lavoro e poi sarebbe scomparsa.

Almeno una cosa era chiara: in un modo o nell’altro, ormai anch’io ero entrato a far parte di coloro verso cui rivolgeva la sua gentilezza e la sua premura. Il suo sguardo mi diceva che non c’era bisogno di dubitarne.

Desiderare qualcosa di più speciale. Qualcosa di unico. Pensare di volere cose del genere… A prescindere da ciò che potevo o meno permettermi di desiderare, volere una cosa del genere era pura avidità. Stavo già ricevendo un aiuto enorme, più che sufficiente.

Lui, che mi fissava in silenzio da una distanza di circa due passi, distolse lo sguardo come se volesse fuggire, con un’espressione tutt’altro che disinvolta. Intrecciò le dita tra i capelli, acconciati in modo un po’ più informale per il giorno di riposo, e li scompigliò nervosamente. Di profilo, sembrava persino inquieto.

«Che cosa ti piace? L’alcol? Fare shopping? Viaggiare? Non credo siano cose del genere… Come faccio a saperlo?»

Mi passò per la mente che forse era venuto fino all’aeroporto e mi aveva portato in quella casa, facendomi una nuova proposta, per consolarmi dopo che avevo dovuto salutare Morae e Yeehan.

«O vuoi incontrare Baek Yuni e Kwon Juhan e bere qualcosa con loro? Quei due, in fondo, saranno più bravi di me.»

Stava già tirando fuori il telefono, come se fosse sul punto di contattare Yuni e Juhan, quando gli afferrai il braccio. Forse fu sorpreso dalla decisione con cui gli impedii di farlo, quasi aggrappandomi a lui: si voltò verso di me, spalancando leggermente gli occhi.

Non sapendo come cominciare a parlare, mi morsi il labbro inferiore e poi, come se mi arrendessi, appoggiai la fronte sul bordo della sua spalla.

Ora che Morae e Yeehan avevano lasciato il Paese sani e salvi, il sollievo che provavo mi faceva rendere conto, per contrasto, di quanto profondamente fossi stato tormentato dall’ansia fino a quel momento. Dietro alla tranquillità di sapere che erano partiti senza problemi, che finalmente potevo tirare il fiato, arrivava subito… un vuoto come se mi fosse stata strappata via una parte del petto.

Se dovevo condividere quella sensazione con qualcuno, se avevo bisogno che qualcuno mi consolasse e mi aiutasse a lenirla, c’era una sola persona con cui avrei voluto farlo.

Dopo essere rimasto immobile per un momento, rimise il telefono in tasca.

Il palmo della sua mano mi avvolse tutta la guancia. Con una pressione delicata, mi sollevò il viso.

«Sei triste?»

La sua voce composta, così poco adatta alla parola “tristezza”, era ormai calma, a differenza di poco prima.

Avevo rinunciato a dare un nome a quella sensazione, convinto che non potesse essere definita semplicemente con la parola tristezza. Ma, guardandola nel modo più semplice possibile, era proprio questo: ero triste perché le persone che amavo erano andate lontano.

Come avevo sempre fatto, fingevo di accettare la situazione e cercavo di non mostrare ciò che provavo. Eppure mi sentivo vuoto e smarrito, e già mi dispiaceva pensare alla mia vita che sarebbe proseguita senza di loro e alla loro vita che sarebbe proseguita senza di me. Non sapevo come affrontare quelle emozioni e, incapace di toccarle con leggerezza, continuavo soltanto ad aggirarmi intorno a esse. Lui mi diede la possibilità di riconoscere la mia tristezza.

La sua mano si spinse un po’ più in profondità, non più sulla guancia ma intorno all’orecchio, come per avvolgerlo. Anche se non era proprio “quell’odore”, andava bene lo stesso.

«Credo… di essere triste.» Appoggiai piano il viso alla mano che mi teneva la guancia e risposi di nuovo, correggendomi. «Sì, sono triste.»

Socchiuse gli occhi e mi studiò con attenzione, in ogni punto del viso, come se cercasse di decifrare un messaggio intangibile. L’odore che fino a poco prima non avevo percepito affatto cominciò a farsi sentire, poco a poco, in mezzo agli altri profumi.

«Avevo detto che, se volevi qualcosa da me… ti sarebbe bastato dirlo. Che avresti potuto averla in qualsiasi momento. Che stupido…»

Come se volesse disperdere nell’aria le ultime parole, appena ebbe finito di parlare chinò il capo e premette profondamente le labbra sulle mie. Mi tirò a sé per la vita, facendo aderire il mio petto al suo.

La forza con cui mi spinse dentro il bacio, tenendomi la nuca, mi dischiuse le labbra e la sua lingua mi riempì la bocca. “Quell’odore” familiare conquistò in un istante il mio naso e la mia bocca. Mentre quell’aroma mi invadeva, espirai profondamente dal naso, e gli circondai la schiena con le braccia, stringendolo forte.

Mi baciò intensamente, inclinando il capo da una parte e dall’altra e tenendomi stretto, come se volesse versarmi dentro una medicina preziosa.

L’abbraccio mi premeva sulla vita e sul petto tanto da rendere difficile respirare, ed era quasi una costrizione. Eppure, stretto in quella presa, senza neppure un minimo spazio tra noi, provai sollievo; anch’io strinsi con forza le braccia attorno alla sua schiena larga.

La sua lingua si ritirò impaziente dalla mia bocca, sfiorandomi il palato con la punta. Insoddisfatto, afferrai la sua giacca e questa volta fui io a protendere la lingua verso le sue labbra. Lui la accolse subito, inghiottendola nel bacio.

«Mmh… mm, sì…»

La sua suzione vigorosa, che risucchiò la mia lingua con forza fino al limite, mi fece vibrare la parte più profonda della gola. Il braccio sinistro, che mi stringeva la vita, mi afferrò il sedere sopra i jeans.

Non chiudemmo gli occhi. A quella distanza ravvicinata, con le punte dei nasi che si sfregavano, ci succhiammo e ci leccammo la lingua, scrutando ostinatamente gli occhi dell’altro, che si velavano rapidamente di desiderio. Come se quella stessa vista fosse un altro stimolo capace di eccitarci.

La forza con cui mi abbracciava e mi baciava, tanto da farmi dolere le costole e intorpidire la lingua, come se volesse impormi la propria presenza, rendeva a sua volta più nitida la mia. Anche se ero una persona dai contorni indistinti e dai colori sbiaditi, in quel momento ero per lui oggetto di desiderio e di bisogno.

No, almeno quel giorno non ero soltanto un oggetto del suo desiderio erotico. Quel calore era senza dubbio il conforto che mi stava offrendo.

«Ah… ngh.»

Dopo aver lasciato andare la lingua che aveva tenuto in bocca, succhiandola e stringendola, mi spinse contro la parete. Nel momento in cui la schiena vi urtò, sentii un dolore sordo e la sua coscia robusta si insinuò tra le mie gambe.

L’attrito esplicito, che agiva più direttamente sul mio membro, mi annebbiò per un istante la mente e mi fece sentire come se stessi salendo verso l’alto. Passai le braccia sotto alle sue, gli circondai la schiena e le portai sulle spalle, stringendomi ancora di più a lui.

«Ah… uh, h…»

In un attimo si era scaldato. Le spalle e il respiro gli sussultarono con forza, mentre mi afferrava il sedere con entrambe le mani e mi tirava su, come per sollevarmi sulle sue cosce.

Con le palpebre abbassate, guardammo le labbra dell’altro e protendemmo la lingua, strofinando l’una contro l’altra le rispettive punte. L’attrito delle parti umide che si sfregavano fuori dal corpo era diverso da quello del bacio dentro la bocca. Anche se nessuno ci stava guardando, il piacere ribelle che nasceva dall’esporre all’esterno qualcosa di intimo mi dava una sensazione elettrizzante sulla punta della lingua.

Ogni volta che mi sollevava per i fianchi, i talloni mi si staccavano da terra. La coscia che si strofinava tra le mie gambe era più dura del solito, contratta dall’improvvisa esplosione del desiderio sessuale. Lo stesso valeva per il petto contro cui si appoggiavano le mie spalle. Il suo corpo era teso al punto che riuscivo a sentire distintamente, anche attraverso i vestiti, le curve dei muscoli separati.

Come se fosse dentro di me, penetrandomi e ritraendosi, continuando ad attirarmi a sé e poi a lasciarmi ricadere, di tanto in tanto scuoteva le cosce, aggiungendo uno stimolo osceno tra le mie gambe.

«Mmm… ah, ngh…»

A ogni movimento, le vibrazioni del corpo si trasformavano in tremiti del respiro. Lui mi osservava con gli occhi socchiusi, godendosi la scena.

I suoi occhi si frantumavano in sfumature diverse, bianche o azzurre a seconda dell’angolazione, e sembrava che contemplassero l’estasi attraverso di me. Anche se era soltanto una mia impressione, almeno era un sollievo pensare che non fossi l’unico a desiderare il suo calore e ad ardere così.

Non sapevo che cosa riuscisse a trovare di sessualmente attraente in me, così insignificante, privo com’ero di esperienza, di qualsiasi tecnica che si potesse acquisire con l’esperienza e persino del fascino seducente innato…

Lui abbassò per un istante lo sguardo e mormorò: «Che faccio? Oggi… non riesco già più a trattenermi.»

A dimostrare che non stava mentendo, guardando verso il basso vidi che la parte davanti dei suoi pantaloni era già gonfia.

Forse non era il caso di dirlo, ma anche in circostanze normali il suo pene attirava spesso lo sguardo. Quando ruotava il corpo in una certa posizione, cambiava il modo in cui teneva le gambe incrociate o infilava entrambe le mani nelle tasche dei pantaloni. A dire il vero, la sua presenza era talmente evidente che era difficile far finta di niente. Da quando avevamo fatto sesso, ogni volta dovevo sforzarmi di scacciarlo a forza dal mio campo visivo.

Ora il suo membro sporgeva in modo così evidente da sembrare quasi costretto, spingendo in tensione la cerniera dei pantaloni. Accortosi che lo stavo fissando, mi baciò la fronte e rise piano.

Mi baciò con ardore, passando dalla fronte alle palpebre e poi alle tempie, quindi affondò le labbra vicino al mio orecchio e sussurrò: «Ti piace proprio tanto il mio coso, eh?»

«Ah…»

Avrei voluto negarlo, ma non volevo più comportarmi da codardo, lasciando soltanto a lui il compito di rendere l’atmosfera sempre più intensa e fingendo di non essere coinvolto.

Era vero che stavo guardando il suo membro, ed era vero anche che quel volume innaturalmente pronunciato, quasi come se vi fosse stato inserito artificialmente qualcosa, mi faceva aspettare con desiderio ciò che sarebbe arrivato: qualcosa di elettrizzante e viscido. Allora, basta negarlo solo perché mi vergogno.

Lui cominciò a strofinarsi apposta ancora di più contro di me e spinse la coscia più in profondità. Il movimento del bacino, che oscillava lentamente da una parte all’altra, era terribilmente osceno.

«Ah… ngh.»

Mi faceva impazzire il modo in cui muoveva la vita, sfiorandomi appena: il rigonfiamento del mio membro, che cresceva dentro i jeans, e quello del suo, così pronunciato da sembrare sul punto di lacerare la cerniera, si toccavano di tanto in tanto.

Mi morsi il labbro inferiore per trattenere il gemito, che già minacciava di sfuggirmi intenso, ma lui si avvicinò subito e si impadronì delle labbra che stavo mordendo. Il suo modo di succhiarle con forza, fino a provocare un dolore pulsante, era una delle carezze che preferivo.

Assaporando quel dolore che si diffondeva dolcemente, strinsi più forte le braccia intorno alle sue spalle. Spingendo la punta dei piedi contro il pavimento di marmo… non riuscii più a trattenermi e strofinai spontaneamente il mio membro contro il suo.

«Mmh…»

Lui mi succhiò le labbra con più forza e infilò una mano sotto la maglietta, accarezzandomi la schiena. La mano risalì sulla pelle sfiorandola con delicatezza, poi ridiscese e si insinuò dentro i jeans. Poiché ero quasi seduto sulle sue cosce, il suo palmo strinse la carne dei glutei, spinta in alto, e poi si mosse incerto, penetrando nella fessura tra di essi.

«Ahhh… ngh.»

Girai il capo per sottrarmi alle sue labbra e scossi la testa. Il solo fatto che si stesse avvicinando all’apertura attraverso cui avrebbe potuto entrare dentro di me mi eccitava… e, sopra la sua coscia, stavo muovendo da solo la vita, quasi saltellando. Non appena me ne resi conto, mi vergognai da morire, ma non riuscivo a controllarmi.

La testa che scuotevo da una parte all’altra e la vita che si muoveva erano entrambe parti del mio corpo, eppure esprimevano volontà del tutto opposte.

Con il dito medio, che aveva fatto scivolare tra i miei glutei, mi strofinò con forza la pelle, mentre con un braccio mi tirava a sé per la schiena. Appoggiai il mento sulla sua spalla e, completamente aderente a lui, mi strofinai contro il suo corpo senza più trattenermi.

Spalle, petto, addome, cosce: ogni parte del suo corpo era fatta di muscoli ben allenati, e ogni volta che mi sfregavo contro di lui l’eccitazione cresceva al contatto con quei volumi pronunciati. Erano sporgenti, duri, compatti, tanto solidi da sembrare capaci di resistere persino a un pugno. Li esplorai a lungo con tutto il corpo e con entrambe le mani.

La coscia che sosteneva e spingeva in alto il mio corpo tra le gambe e il dito che entrava e usciva dalla fessura continuavano a richiamarmi alla mente la sensazione della penetrazione, facendomi contorcere involontariamente la vita. Non riuscivo più a reprimere la sete di vederlo senza vestiti.

Affondai le labbra nel suo collo e le strofinai dolcemente contro la pelle, raccogliendo tutto il mio coraggio per confessargli: «Neanch’io… riesco più a trattenermi.»

Fino a quel momento, avevo cominciato a essere sincero soltanto dopo che le sue carezze mi avevano sconvolto la mente e lui mi aveva incalzato e incoraggiato. Questa volta, invece, fu una resa più rapida e spontanea.

Dopo essersi fermato in silenzio, tirò fuori la mano dai miei jeans e, nello stesso momento, afferrò l’orlo della mia maglietta per sollevarla. Alzai d’istinto le braccia che lo stavano abbracciando, assecondandolo, e in un attimo la maglietta mi fu sfilata. La gettò alla meglio sul mobile su cui era appoggiato un televisore sottile dal design moderno, poi mi circondò le cosce con le braccia e mi sollevò.

«Ah!»

Per istinto gli avvolsi le braccia intorno al collo, per non cadere. Il mio corpo era ormai sollevato al punto che potevo guardare il suo viso dall’alto. Ero un po’ più basso di lui, di oltre mezzo palmo, ma oggettivamente non ero affatto piccolo e minuto. Mi sollevò di peso, senza neppure aiutarsi con uno slancio, benché superassi di poco il metro e ottanta, e mentre si dirigeva verso il letto mi fece persino oscillare un paio di volte verso l’alto, come per valutarne il peso.

«Sapevo che eri magro, ma… non è che dentro sei vuoto?» Scosse la testa con un’espressione di sincera preoccupazione, come se la situazione fosse davvero inaccettabile. «Almeno sei alto. Mangi almeno un pasto al giorno?»

Al suo borbottio, che sembrava quasi rivolto a se stesso, secondo cui avrebbe dovuto tenermi rinchiuso finché non avessi messo su un po’ di peso, mi venne da ridere, pensando alla strega della casa di dolci nella fiaba che avevo letto da bambino.

«Immagino tu creda che stia scherzando.»

Con me ancora tra le braccia, si lasciò cadere sul materasso. Poi mi guardò dall’alto, disteso, e mi prese entrambe le guance in una mano, manipolandole. La pressione da entrambi i lati doveva farmi arricciare e distendere le labbra di continuo, facendomi sembrare un pesce rosso; gli afferrai delicatamente il polso e gli abbassai la mano. Lui lasciò sfuggire una risatina.

Poi si raddrizzò, si tolse la giacca e la gettò via. Mi accostò le gambe, spingendole verso il proprio fianco sinistro, e si chinò per baciarmi. La parte inferiore del mio corpo era rivolta di lato, mentre quella superiore guardava in avanti, ma la posizione non era poi così scomoda.

Sentii il suo braccio insinuarsi dietro la nuca e attirarmi a sé per le spalle; anch’io gli avvolsi le braccia intorno al collo. Con l’altra mano, lui slacciò la fibbia dei miei jeans e abbassò la cerniera.

«Mmm… ah…»

Non appena la cerniera si aprì, infilò la mano e cominciò a massaggiarmi il membro sopra gli slip, con una presa così forte che strinsi ancora di più le braccia intorno a lui. Forse anche lui si stava eccitando per la mia reazione, perché la lingua, che si muoveva dentro la mia bocca, divenne più impetuosa.

La sua grande mano si spostò in profondità dietro il mio membro, strofinando ampiamente tra le gambe, poi mosse le dita e mi sfiorò l’ingresso sopra la biancheria. Quella mano maliziosa, che mi stimolava e mi stuzzicava in modo osceno, mi costrinse soltanto a gemere, contorcendomi nella posizione inclinata, e a stringergli ripetutamente il collo.

La mano, dopo avermi sfiorato ampiamente come se mi percorresse il perineo, si ritirò e da dietro afferrò insieme jeans e slip, tirandoli giù. Poiché la parte inferiore del mio corpo era girata di lato, fu facile spogliarmi. I jeans, rovesciati mentre me li sfilava, caddero pesantemente sul pavimento accanto al letto insieme agli slip.

Quando me ne resi conto, ero già nudo.

Pioveva e la luce era più fioca del solito, ma era ancora pieno giorno. Quella casa era di sua proprietà, ma non era la casa in cui viveva: era vuota. Non avrei mai immaginato di ritrovarmi in quel luogo mentre intrecciavo di nuovo il mio corpo al suo. L’imprevedibilità del momento e del posto tese il mio corpo in modo diverso rispetto alle volte precedenti.

Non ebbi il tempo di approfondire ulteriormente quel pensiero che lui cominciò a slacciarsi la fibbia della cintura. Continuava a baciarmi, piegando il busto sopra di me, mentre con le mani si toglieva la cintura per prepararsi a fare sul serio. Quel gesto, di per sé, mi fece deglutire a vuoto.

Con un leggero schiocco, staccò le labbra dalle mie dopo averle premute a fondo contro di me, poi mi accarezzò delicatamente la spalla che mi teneva avvolta con il braccio e sussurrò: «Mi togli la camicia?»

Allungai le mani verso la sua camicia, già sbottonata fino al secondo bottone, e cominciai a slacciarla uno alla volta. I miei movimenti erano lenti e impacciati. Era la prima volta che spogliavo qualcun altro.

Mentre le mie mani si muovevano maldestramente, lui continuava a baciarmi a turno la fronte, il dorso del naso, le guance e le labbra. Nel frattempo, si era già tolto i pantaloni ed era rimasto in biancheria.

Abbassando lo sguardo, vidi chiaramente la forma della sua erezione sotto gli slip neri. La punta del suo membro, che premeva contro il tessuto come se volesse lacerarlo, era già impregnata di un liquido più scuro.

«Grazie.»

Quando ebbi slacciato anche l’ultimo bottone, lui mi passò una mano tra i capelli e mi baciò la fronte. Dopo aver ricevuto un ringraziamento soltanto per avergli sbottonato la camicia, mi venne in mente un pensiero sciocco: forse avrei dovuto ringraziarlo anch’io ogni volta che mi aveva sollevato tra le braccia o mi aveva spogliato, come aveva fatto poco prima. Era ovvio, però, che se mi fossi comportato così avrei soltanto rovinato l’atmosfera.

Allontanando il busto da me, si raddrizzò e mi sistemò in modo che le mie gambe nude si distendessero ai lati dei suoi fianchi. Il suo corpo, mentre si insinuava nello spazio tra le mie gambe divaricate, mi fece immaginare la vicinanza e l’unione dei nostri corpi proprio nei punti più intimi. Sentii le guance avvampare.

«Mmh…»

Tenendo le labbra ben serrate, regolò il respiro attraverso il naso e si scostò i capelli che gli erano ricaduti sulla fronte. Intanto ruotava con flessibilità i fianchi, strofinando tra le mie gambe la parte inferiore del corpo ancora coperta dagli slip.

La sensazione del tessuto bagnato, unita al volume prominente che stuzzicava il mio perineo, era così lasciva che anch’io ebbi l’impressione di bagnarmi tra le gambe. Senza toccarmi in nessun altro punto, continuò per un po’ a mantenere i nostri corpi a stretto contatto, muovendo soltanto i fianchi per far sfregare il suo membro contro il mio perineo.

Il busto che si intravedeva tra i lembi aperti della camicia aveva contorni ben definiti, con gli addominali scolpiti che si dividevano nettamente in segmenti; era un corpo robusto e tonico. Eppure, i movimenti dei suoi fianchi, che ruotavano dolcemente per strofinare il proprio membro dove desiderava, erano incredibilmente flessibili rispetto alla sua corporatura.

«Ah… ah, ah. Mmh…»

Non riuscivo a trattenere i gemiti ogni volta che i suoi fianchi si spingevano verso di me e quella massa prominente sfregava contro la mia parte inferiore. Il modo in cui si concentrava su quel gesto, che ricordava un rapporto sessuale, era così sensuale che… i muscoli dei miei glutei si contraevano, stringendosi involontariamente. Non riuscivo a credere che il mio corpo reagisse in quel modo, ma quello era il piacere del sesso che avevo imparato da lui… attraverso di lui.

«Provi a stringere le cosce?»

Mi stava chiedendo di farlo, ma nello stesso momento le sue mani mi stavano già sollevando le gambe, avvicinandole al petto. Con le mie cosce strette l’una contro l’altra, passò lentamente un dito lungo la fessura tra esse, partendo dai testicoli, che sporgevano in parte, fino all’orifizio.

«Sei così magro, eppure hai il sedere e questa parte piuttosto pieni, lo sai?»

Lo disse con un sorriso malizioso, socchiudendo gli occhi come se mi stesse lanciando un’occhiata di traverso. In modo osceno. La sua espressione, accompagnata da quell’aggiunta, era ancora più oscena.

Poggiando le mani sulle ginocchia per cambiare posizione, estrasse il pene dagli slip. Liberato dalla biancheria troppo stretta, si sollevò di scatto, quasi fosse stato scagliato fuori dall’elastico. Il glande, gonfio e ben delineato, era ricoperto dal liquido preseminale, che colava lungo tutto il corpo di un rosso scuro. Sotto l’ombra proiettata dal suo corpo, la presenza imponente del suo membro lucido di fluidi corporei mi fece portare istintivamente una mano alla bocca.

«Mi struscerò un po’ qui…»

Mi afferrò saldamente entrambe le gambe ai lati, impedendomi di allargarle anche solo di poco, e spinse con decisione il pene, che si contorceva come se fosse vivo, nello spazio tra le mie cosce serrate.

«Ah! Mmh…!»

La sensazione del suo pene bagnato e pulsante che sfregava contro la pelle delicata dell’interno coscia era singolare. Anche se non stava penetrando una mucosa aderente come quella interna, la sensazione era quella di qualcosa che si aprisse un varco nella carne.

Il suo membro, dopo aver sfiorato i testicoli che si erano rivoltati, arrivò a toccare il mio. I testicoli pesanti urtarono contro la fessura dei miei glutei, leggermente sollevati, e un istante dopo quel calore spesso scivolò fuori dallo spazio tra le mie cosce, per poi insinuarvisi nuovamente con una spinta improvvisa.

Il suo pene, completamente bagnato di liquido preseminale, scivolava senza ostacoli tra le mie cosce. Il rumore dell’attrito, simile a quello di un rapporto con il pene che entrava e usciva da un orifizio fradicio, si diffuse nella stanza come il suono della pioggia che scroscia sul terreno bagnato.

Non trattandosi di una cavità rivestita da una mucosa delicata, lui non aveva bisogno di controllare la velocità. Ogni volta che si spingeva rapidamente dall’alto verso il basso, come se volesse schiacciarmi, dovevo mordermi le labbra per sopportare la sensazione dei nostri due membri che sfregavano direttamente l’uno contro l’altro.

Anche il contraccolpo dei suoi testicoli, che mi colpivano intorno all’orifizio a ogni spinta del pene, era altrettanto difficile da sopportare. Bastava sentire quel peso elastico urtare contro la fessura dei miei glutei perché riuscissi a immaginare i suoi testicoli, che oscillavano avanti e indietro e venivano schiacciati tra noi due.

Che cambiasse soltanto il punto in cui entrava, il peso del suo corpo che premeva dall’alto, il movimento che ne derivava, il solletico al basso ventre e le dita delle mani e dei piedi che si contraevano… Tutto era molto simile a un rapporto con penetrazione. Anzi, lo spessore, il calore e la consistenza bagnata del suo pene che mi sfiorava la carne erano ancora più evidenti tra le mie cosce.

La grande quantità di liquido preseminale che colava dal suo membro scorreva sul mio pene e sul pube; dietro, invece, passava per i testicoli e l’inguine fino a raggiungere l’orifizio. Il mio corpo era così sensibile che riuscivo a percepire chiaramente sulla pelle persino il percorso lungo il quale quel liquido scivolava.

Senza usare il pene e senza neppure arrivare a toccare dietro, mi stava già portando sull’orlo dell’eiaculazione limitandosi a muoversi tra le mie cosce.

Ansimante, come se stessi per perdere il respiro, allungai le mani alla cieca e afferrai le sue, che mi premevano le cosce da entrambi i lati.

«Ah… mh… mmh…»

Il mio sguardo umido, quasi implorante, cercò i suoi occhi. Non sapevo neppure se lo stessi supplicando di fermarsi oppure di spingersi oltre. Lasciai semplicemente a lui la decisione.

Lui tenne la testa abbassata e alzò soltanto gli occhi per guardarmi. Sul viso, che cominciava a imperlarsi di sudore, comparve un lieve sorriso.

«E se, continuando così… per un movimento sbagliato, finissi per entrarti dentro per errore?»

Ritirò il pene e inclinò la testa per osservare attentamente il mio perineo.

«Oh… sei già così bagnato… Potrebbe essere pericoloso.»

«…Mmh!»

Al tocco improvviso della sua mano diretta verso il mio orifizio, la testa mi si rovesciò bruscamente all’indietro. Strinsi con forza la sua mano, che stavo ancora tenendo, e strofinai la nuca contro il materasso, privo di lenzuolo.

Le sue dita premevano ripetutamente proprio intorno all’apertura, ma il suo tocco era privo di qualsiasi sfumatura sessuale, come se stesse semplicemente verificando le condizioni della zona. Per una ragione che neppure io riuscivo a comprendere, questo non faceva che accrescere il mio imbarazzo.

Non era la vergogna di essere l’unico dei due a essere coinvolto sessualmente in quel momento, tanto da voler saltare giù dal letto e scappare. Era perché sapevo che lui non poteva non essere eccitato mentre stuzzicava la zona umida intorno al mio orifizio.

Sapevo che stava soltanto fingendo di non essere minimamente stimolato, persino davanti alle mie reazioni, ai miei gemiti e alle mie labbra che mordicchiavo nervosamente. In questo modo spezzava l’equilibrio dell’eccitazione tra noi, portando la tensione al massimo.

Strofinò deliberatamente sulla superficie del mio orifizio la mano ricoperta di fluidi corporei, aggrottando le sopracciglia. Poi tirò verso il basso la mano che gli stava stringendo.

«Guarda qui. Sei completamente fradicio, te lo dico io. Guarda quanto ne è colato…»

Mi fece spalmare da solo, con la mano, il liquido intorno all’orifizio, mentre teneva lo sguardo eccitato fisso verso il basso.

«Q-questo… è perché il signor Liu…!»

Con il viso arrossato, sollevai il collo e mi dibattei nel tentativo di liberare la mano. Era il suo liquido preseminale ad avermi bagnato, eppure lui ne parlava come se si trattasse delle mie secrezioni… La cosa era così imbarazzante che volevo a tutti i costi impedirgli di continuare.

Il suo sguardo si posò su di me. Nei suoi occhi c’era qualcosa di ardente, lontano dalla sua abituale compostezza.

Non sapevo se mi avesse lasciato andare il polso di proposito oppure se gli fosse semplicemente sfuggito, ma, non appena ritirai la mano libera, un dito si insinuò improvvisamente dentro di me.

«Ugh…!»

Mi contrassi per la sorpresa di quella penetrazione improvvisa, ma non era il dolore a farmi reagire così. All’ingresso non c’era alcuna resistenza.

Mantenendo il dito dentro di me, mi spinse le ginocchia verso l’esterno, allargando le gambe che tenevo raccolte davanti al petto, e si chinò profondamente per baciarmi. Nei suoi occhi, che vedevo da così vicino, brillava una sorta di gioia accompagnata da una vaga follia.

«Esatto. Sono stato io a bagnarti così… Sei tu che perdi tutto questo liquido e ti bagni per colpa mia. È colpa mia.»

Muovendo il dito dentro e fuori di me con movimenti poco profondi, mi guardò alternativamente negli occhi. Il suo sguardo era al tempo stesso impaziente, come se stesse cercando qualcosa, e rilassato, quasi vagasse in uno stato di estasi.

All’odore intenso del profumo che avevo sentito all’inizio si stava mescolando sempre più quell’aroma. Era il profumo che sembrava essergli penetrato nella pelle e sotto le unghie dopo essere stato usato a lungo, quello che emanava dalla sua pelle nuda, ora che si era spogliato. Per inspirare quell’aroma, che mi sembrava più sfumato e distante del solito, dilatai avidamente le narici e lo attirai a me, stringendogli il collo.

Lui inclinò la testa, unì nuovamente le labbra alle mie e mi introdusse la lingua. Ormai, come se avessi acquisito una certa abilità, accolsi quel contatto e strofinai la mia lingua contro la mucosa umida della sua bocca.

Nel frattempo, in basso, il dito continuava a entrare e uscire, facendo colare una quantità sempre maggiore di liquido preseminale dentro il mio orifizio. Rumori umidi e appiccicosi provenivano sia dall’alto sia dal basso.

Alla fine dovetti affrontare la verità: desideravo qualcosa di più profondo, una pressione e un movimento capaci quasi di distruggermi. Il mio corpo non poteva più essere sconvolto o trasformato da una penetrazione delicata come quella di un solo dito.

Dopo aver arrotolato la mia lingua all’interno della bocca, averla spostata di lato e avermi baciato con tanta abilità, lui socchiuse improvvisamente gli occhi e si allontanò dalle mie labbra.

«Lo sai quanto stringi e molli lì sotto?»

Gemendo come se stessi singhiozzando, scossi la testa. Non era una risposta negativa alla sua domanda, come se non lo sapessi. Volevo soltanto negare ciò che stava succedendo: stavo stringendo volontariamente le pareti interne per chiedergli una stimolazione ancora più intensa.

Lui mi picchiettò leggermente le labbra con l’indice dell’altra mano, quella che non aveva inserito dentro di me, e accostò delicatamente la fronte alla mia.

«Con questa bocca, invece, non mi chiedi neanche una volta di fare qualcosa per te.»

Sul suo volto apparve per un istante un’espressione venata di lieve insoddisfazione, come se desiderasse che gli chiedessi qualcosa e lo implorassi.

Eppure, quando ero andato da lui per chiedergli aiuto con quella faccenda, non era stata forse una richiesta enorme…?

«Ah… mmh!»

Non ebbi il tempo di approfondire quel pensiero: il dito, che aveva percorso un giro all’interno, uscì bruscamente.

«Ti allargherò un po’ di più le gambe.»

Quando lo disse, le mie gambe erano già state divaricate e il glande era già puntato verso l’ingresso del mio orifizio.

Era completamente diverso dal dito. Bastava che il glande liscio sfregasse contro l’apertura perché la pressione pesante mi mozzasse il respiro. A differenza del dito, che era riuscito a entrare senza difficoltà in un unico movimento, il glande, grosso e spesso, faticava a farsi strada.

Prima ancora che il glande fosse entrato per metà, lui cominciò a estrarlo e a inserirlo ripetutamente. Cercava di trascinare il più possibile all’interno il liquido preseminale che luccicava intorno all’apertura.

«Mmh… mmh…»

A furia di entrare e uscire, sentivo l’apertura dilatarsi e contrarsi. Lasciai sfuggire un gemito simile a un pianto e sollevai il braccio per coprirmi gli occhi.

«Perché ti copri, Seo Yeehyeon-ssi? Sei così curioso.»

Mi afferrò delicatamente il polso e mi abbassò il braccio, parlando con tono rassicurante. Il suo volto, quando alzai lo sguardo, mostrava persino un lieve sorriso. Eppure, in basso, il glande largo e gonfio si contorceva mentre si faceva strada attraverso la mucosa.

«Non devi aspettare che sia entrato tutto… Ti farò provare piacere in un attimo.»

Non capendo cosa intendesse, tremavo leggermente per la paura e l’aspettativa, mentre la mia apertura si restringeva.

«Mmh, ah…!»

Il glande si fece strada a forza nell’apertura contratta e penetrò improvvisamente. Era appena riuscito a entrare tutto, ma la parte inferiore del mio corpo era già intorpidita, come se avesse consumato più della metà del rapporto. Tuttavia, non era per la resistenza, bensì per le dimensioni del suo membro. L’ingresso era già sufficientemente bagnato.

Mentre osservava le mie pupille dilatate e tremanti, mi avvolse delicatamente anche l’altro polso. Poi tirò entrambe le mie braccia verso il punto in cui i nostri corpi si univano, tendendole con decisione.

La penetrazione arrivò con una precisione impressionante, il glande sporgente puntato esattamente sopra il mio punto più sensibile.

«Mmh… mmh… ah! Ugh!»

Ebbi la sensazione che un fulmine mi si abbattesse nella testa. Era come giacere nudo in un campo colpito da scariche elettriche consecutive. E persino la pioggia si riversava sul mio corpo nudo. In effetti, sembrava che il rumore della pioggia fuori dalla finestra si fosse intensificato, ma non era importante.

La sensazione era diversa da quella che provavo quando, durante una penetrazione profonda, il corpo del pene scivolava sopra il punto più sensibile. Era una stimolazione esplicita e diretta. La prostata sembrava quasi un altro organo sessuale nascosto all’interno dell’orifizio.

Ebbi l’impressione che il suo membro non stesse facendo sesso con il mio orifizio, ma con un organo sessuale diverso: non il pene, bensì una sorta di secondo organo sessuale situato al suo interno.

Non cercava di esercitare pressione sul proprio membro attraverso una penetrazione profonda. Il suo scopo era stimolare la mia prostata. Per questo, continuava a entrare solo superficialmente, premendo e strofinando proprio quel punto, per poi ritirarsi rapidamente. I movimenti dei suoi fianchi sembravano sbriciolarmi lentamente la parte inferiore del corpo.

Era diverso da tutte le penetrazioni che avevo sperimentato fino a quel momento, durante le quali il piacere dell’eiaculazione si allontanava e tornava ad avvicinarsi più volte, aumentando gradualmente fino a raggiungere il culmine. Stavolta, la forza si accumulò di colpo alla base del pene, mentre la punta del glande cominciò a formicolare.

«N-no… non va bene… Basta!»

«Non è questo che vuoi… Sii sincero, avanti.»

Mi dibattei con tutte le forze per liberare le braccia, ma lui sfruttò persino quei movimenti per imprimere spinte ancora più ostinate dentro di me.

Sollevandomi leggermente i glutei, mi bloccò i polsi sul bacino per immobilizzarmi. Poi continuò a ripetere a una velocità incredibile quel movimento preciso come se fosse stato misurato con un righello: premere sopra la prostata e ritirarsi.

Anche se la camicia lo copriva, riuscivo a intuire il movimento rapido con cui scuoteva la vita robusta. I suoi fianchi flessibili si muovevano avanti e indietro dentro di me, mentre i muscoli dei glutei si contraevano e si rilassavano ripetutamente.

Tra i lembi della camicia sbottonata, il petto ampio e gli addominali nettamente scolpiti luccicavano, bagnati di sudore.

«La camicia… toglila.»

«…»

«Voglio… vedere… tutto.»

La bocca era completamente asciutta per i gemiti che mi sfuggivano senza controllo, incapace di soffocarli o inghiottirli. La sincerità che gli mostrai attraverso quei suoni spezzati, emessi con la gola arida, non era una supplica perché smettesse, né un tentativo di respingerlo chiedendogli di lasciarmi andare.

Volevo vedere con i miei occhi i movimenti osceni dei suoi fianchi e dei suoi glutei, il modo in cui si agitavano ansimando mentre cercavano il piacere che mi frantumava dall’interno.

Gli occhi con cui mi guardava dall’alto si socchiusero, assumendo un’espressione soddisfatta. Dopo avermi lasciato i polsi, si sfilò la camicia dalle spalle senza interrompere neppure per un istante il movimento dei fianchi.

«Mmh… mmh… ah…»

Fino a un attimo prima avevo inarcato le spalle, come se fossi pronto a fuggire non appena mi avesse lasciato andare. Eppure, anche dopo essere stato liberato, continuavo a offrirgli il mio corpo.

L’insoddisfazione di sentirmi così vicino al culmine, come se mi bastasse poco, pochissimo per eiaculare, mi tormentava il basso ventre con un prurito insopportabile.

Forse le maniche non scivolavano via facilmente perché il sudore aveva fatto aderire la camicia alla pelle. Lui si srotolò i polsini, che aveva arrotolato in modo approssimativo un paio di volte, e alla fine riuscì a togliersela. La gettò alla meglio sulla poltrona accanto al letto, con le maniche ancora rovesciate.

Era ovvio che la mia avidità, mentre scrutavo le proporzioni armoniose del suo corpo e le curve dei muscoli, tanto sodi quanto flessibili, fosse chiaramente visibile nei miei occhi. Ma non avevo intenzione di nasconderla, né mi restavano le energie per provarci.

Anche lui, con i muscoli della parte superiore del corpo tesi e gonfi, come se fosse sul punto di esplodere, respirava affannosamente. I suoi occhi percorrevano ogni angolo del mio corpo nudo, disteso e scomposto, ancora unito al suo membro.

Lo sguardo che fino a un istante prima sembrava gravare pesantemente su di me si incurvò all’improvviso, assumendo un’espressione giocosa.

«Adesso che mi sono spogliato… ti piaccio?»

Non era che non mi piacesse quando indossava la camicia…

«Ah… mmh!»

Non ebbi nemmeno il tempo di rispondere: la rapida penetrazione che mi stimolava il mio punto più sensibile riprese con impeto.

Poiché non entrava fino in fondo, il suo bacino non urtava violentemente contro il mio inguine e il mio corpo non sobbalzava a causa del contraccolpo. Eppure, quando abbassavo lo sguardo, vedevo i suoi fianchi muoversi incessantemente mentre entrava e usciva da me.

A differenza mia, che giacevo immobile, soltanto i suoi movimenti risaltavano in modo esagerato. Era un’eccitazione di una consistenza diversa da quella sensazione di unità che provavamo di solito, quando oscillavamo insieme come se i nostri corpi fossero diventati uno solo.

Ogni suo movimento durante il rapporto, persino ciascuna goccia di sudore sulla pelle, stimolava la mia vista con una vividezza tale da sembrare un’inquadratura ravvicinata ripresa da una telecamera.

Lo osservavo come ipnotizzato: il suo viso concentrato sull’assalto ostinato a un unico punto, la fronte corrugata, le labbra deformate e i fianchi che si muovevano rapidamente in modo sexy. Sopra il piacere del punto sensibile strofinato, alimentavo da solo la mia eccitazione.

«Perché mi guardi così… intensamente? Mi fai… un po’ vergognare.»

Bugiardo.

Non lo dissi ad alta voce, ma forse lui intuì ciò che pensavo soltanto dal cambiamento del mio sguardo. Poggiò i pugni ai lati del mio petto e si chinò verso di me, ridendo con un certo imbarazzo.

Fingeva di essere a suo agio, ma il suo sorriso sembrava nascondere una certa impazienza. Anche lui, dopotutto, non era libero dall’eccitazione che continuava ad accumularsi.

«Mmh… ah… mmh.»

Mentre cambiava posizione, le mie gambe e i miei glutei, appoggiati alle sue cosce che si erano insinuate più profondamente ai lati del mio corpo, si sollevarono leggermente da terra. Con il pene inserito soltanto per metà, lui fece ruotare i fianchi descrivendo un ampio cerchio.

La sensazione vivida dell’apertura che si allargava seguendo la rotazione del pene mi fece scuotere la testa. Gli avvolsi le braccia intorno agli avambracci.

Quando riuscii a sollevare a fatica le palpebre, che si erano serrate per la tensione, lo vidi guardarmi attentamente con un’espressione seria, come se avesse davanti un problema complicato.

Scivolò lentamente.

I miei occhi si spalancarono mentre sentivo il suo grosso membro ritirarsi piano, sfregando contro le pareti interne come se le trascinasse con sé.

«Ah… ah… mmh…»

Avvertii il glande fermarsi proprio sull’ingresso e, senza rendermene conto, scossi la testa per dirgli di non farlo, stringendogli con forza il braccio.

«Ah! Mmh!»

Quando tirò ulteriormente indietro i fianchi, il glande, rimasto pericolosamente sul bordo dell’apertura, schizzò fuori con uno scatto e colpì il suo basso ventre.

La sensazione del glande lubrificato dal liquido preseminale che si liberava, sollevando quasi il bordo superiore dell’apertura, mi fece arricciare le dita dei piedi.

No, me le fece distendere completamente.

Qualunque fosse la reazione, il formicolio che mi attraversava il corpo era così intenso che sembrava necessario esprimerlo anche attraverso le dita dei piedi.

Ripeté lo stesso gesto diverse volte, mantenendo una velocità costante, senza affrettarsi e senza indugiare. Entrava soltanto a metà e poi si ritirava, stimolando il bordo dell’apertura con il glande dalla forma ben definita. Ma non arrivava mai fino in fondo.

Dopo aver raggiunto per ben due volte la soglia dell’eiaculazione, per poi esserne allontanato, la stimolazione che tormentava l’ingresso, dove si concentravano le terminazioni nervose, si aggiunse a tutto il resto. Ormai ero pronto a essere completamente sincero e persino ad umiliarmi.

Strofinai la fronte e il dorso del naso contro il suo braccio, che rimaneva saldo come una colonna, e lo implorai con una voce lamentosa.

«Ti prego…»

Il mio corpo, diventato estremamente sensibile perché ormai vicinissimo all’eiaculazione, voleva raggiungere il culmine nel modo che desiderava. Proprio come non ero più in grado di eiaculare attraverso la semplice masturbazione e priva di stimoli a cui ricorrevo prima.

Non cercai neppure di nascondere i movimenti delle pareti interne, che si contraevano, o quelli dell’apertura, che sussultava. Anzi, volevo che se ne accorgesse e che quella reazione lo eccitasse ancora di più.

Lui mi premette delicatamente i fianchi, abbassò la parte superiore del corpo e mi baciò sul dorso del naso.

«Che cosa?»

La sua voce era volutamente bassa, un sussurro come se qualcuno potesse origliare quella relazione segreta.

Questa volta il suo membro cominciò a entrare in me a piccolissimi incrementi, come se stesse suddividendo il movimento in tacche sempre più sottili. Ero così impaziente che scalciai persino nel vuoto.

I modi in cui mi guidava attraverso il piacere erano così vari, e le tecniche con cui riusciva a espugnarmi sembravano non avere fine.

Non tutte le penetrazioni erano uguali.

Com’è possibile…? Sono davvero tutti così bravi a fare sesso, i Golden Alpha?

«La pancia… è strana…»

«In che senso è strana?»

La sua fronte era corrugata, le mascelle serrate. Era evidente che anche lui stesse trattenendo l’impulso di spingere più forte. Eppure, oggi aveva più pazienza di qualche giorno prima.

Mi stimolava soltanto dall’ingresso fino al punto sensibile, come se avesse paura di entrare profondamente dentro di me… oppure come se non volesse farlo. Non aveva mai spinto il pene fino in fondo.

«Mi prude… Dentro, la pancia… mi prude.»

Senza rendermene conto, mi stavo davvero grattando il basso ventre. Era un prurito interno che non poteva essere alleviato grattando la superficie della pelle.

Il respiro di lui, mentre mi guardava, si spezzò e diventò improvvisamente più affannoso, come se qualcosa avesse abbattuto le sue difese.

Per non perdere il momento in cui quelle difese stavano cedendo, voltai la testa e baciai il suo polso, appoggiato accanto al mio petto.

«Ti prego… semplicemente, più forte… fino in fondo…»

Mi sembrava quasi di adulare e compiacere qualcuno pur di ottenere il tipo di rapporto che desideravo, ma non mi importava.

Lui non era il tipo di persona che si sarebbe lasciata travolgere da un meschino senso di conquista, guardandomi dall’alto in basso per una cosa del genere. E, dato che era l’unico in grado di strofinare le pareti interne che le mie mani non potevano raggiungere e alleviare quel prurito, in quel momento avrei potuto fare qualsiasi cosa pur di arrivare a quel piacere.

In effetti, se ripensavo a tutte le parole che gli avevo sussurrato all’orecchio mentre eravamo a letto fino a quel momento, ciò che stavo facendo adesso non era nulla in confronto.

«In che modo?»

Mi guardò dall’alto con gli occhi lucidi e mi rivolse quella breve domanda. Forse, in fondo, me l’aspettavo.

Respirando in modo irregolare, con il fiato spezzato come quello di una persona terrorizzata, spostai la mano che mi stava grattando il basso ventre tra le gambe e tastai il punto in cui i nostri corpi si univano.

I suoi occhi ardevano in modo inquietante, come se fosse già pronto a divorarmi completamente non appena avessi dato il via libera.

Sostenendo il suo sguardo senza distogliere gli occhi, cercai con la mano tremante la base del suo pene, che era fuoriuscito per più della metà dal mio orifizio. La afferrai e lo tirai dentro di me.

Le sue pupille, mentre mi guardava dall’alto, si dilatarono e tremarono, come se si fosse trovato davanti a uno spettacolo incredibile. Le sue labbra si schiusero e ne uscì un gemito simile a un’esclamazione di sorpresa.

Pensai che sarebbe stato meglio cancellare la distanza tra noi, così gli avvolsi il collo con l’altro braccio e lo tirai a me.

Quando accostammo le guance, i nostri respiri affannosi si riversarono l’uno nelle orecchie dell’altro.

«Più forte… Fallo entrare ancora… Riempimi completamente la pancia, tutto quanto… Strofinami dentro con questo, con il tuo cazzo. Scuotimi, come se volessi distruggermi…!»

Non appena cominciai a parlare, le parole oscene si riversarono fuori dalla mia bocca senza controllo, come se avessero preso velocità. Lui mi tappò la bocca con le proprie labbra e cominciò a esplorarla con violenza, come se volesse inghiottire per primo tutte quelle parole lascive prima che riuscissi a pronunciarle.

«Mmh! Mmmh…!»

Lui spinse dentro di me, in un unico movimento, la metà restante del membro.

La mia voce, soffocata dalla sua lingua che non arretrava e mi invadeva la bocca senza alcuna esitazione, risuonò sorda, come se ci trovassimo all’interno di una grotta.

La mano che gli aveva afferrato la base rimase intrappolata tra il suo pube e le mie gambe. Lui mi strinse con forza l’inguine, come se non avesse intenzione di lasciarmi andare, comprimendo anche la mia mano.

La sensazione dei peli pubici ruvidi che sfregavano contro il dorso della mano mi fece contorcere i fianchi.

La lingua, che fino a un attimo prima pulsava dentro la mia bocca, si ritirò. Prima ancora che riuscissi a liberare il respiro, lui mi morse le labbra con forza.

«Che cosa dovrebbe impedire, esattamente, tutto questo?»

Mormorò quelle parole quasi tra sé e sé, mordendomi le labbra con ferocia, come se fosse arrabbiato.

Scosse violentemente i fianchi e i glutei sollevati, come un cavaliere che sprona il proprio cavallo alla massima velocità. Anche la penetrazione, con cui mi colpiva dall’interno, era diventata impetuosa, senza lasciare traccia delle esitazioni precedenti.

Eppure, i suoi occhi, che mi guardavano dall’alto, sembravano incapaci di decidere cosa fare, colmi di smarrimento e paura come quelli di un ragazzo alle prime armi con il sesso.

Era impossibile, eppure mi appariva così.

«Io… che cosa dovrei fare? Eh? Che cosa dovrei…»

Mentre pronunciava quelle parole con un sospiro, questa volta si morse il labbro inferiore.

La penetrazione era così intensa che sembrava riempirmi e colpirmi in tutto il corpo, non soltanto tra le gambe. La vista mi si annebbiò.

È strano. Sembra che io stia per morire.

Sentivo che persino quel poco che sapevo, insieme a tutti i ricordi belli e brutti custoditi nella mia mente, stava per svanire del tutto. Avvertii una traccia umida scivolarmi lungo la tempia e cercai di fargli capire come mi sentivo.

«Perché dovresti avere paura…? È proprio per questo che sto muovendo i fianchi con tanto impegno.»

Aprii gli occhi al tocco della sua mano, che mi cancellava le tracce delle lacrime, e lo guardai.

Aveva ragione. Oggi era proprio questo che desideravo.

«Cancella tutto e liberatene. Eh? Buttiamo via tutto.»

Corresse la forma imperativa in una frase che suonava come una proposta condivisa e sussurrò quelle parole nel respiro. La sua voce si disperse debolmente.

Non disse più nulla.

Usando tutto il peso del corpo per premermi contro il materasso, come se volesse spingermi al suo interno, mi immobilizzò. Poi, per un istante, fermò il movimento dei fianchi e si spinse profondamente dentro di me.

«Ah…! Ah… ngh…»

La pressione provocata dall’espansione del knotting, dotato di una potente capacità di creare dipendenza, era così intensa che non riuscivo nemmeno a gemere. Rimasi con la bocca aperta, ansimando a scatti, mentre lo sperma si riversava sul ventre e sul petto.

Era l’eiaculazione che avevo desiderato raggiungere così disperatamente, eppure il piacere interno, che pulsava con forza come se qualcuno vi avesse impiantato un nuovo battito cardiaco, superava quello che provavo attraverso il pene.

Lui stava pulsando dentro di me.

Senza bisogno di ritirarsi e penetrare nuovamente, il suo membro, in stato di knotting, continuava a contrarsi ed espandersi autonomamente, come un cuore appena estratto dal corpo, battendo contro il mio ventre e lacerandomi la carne.

Quel calore bruciante, che sembrava spingere verso l’alto gli organi interni fino a bloccarmi la gola, mi fece tremare tutto il corpo.

Era un pensiero pericoloso, ma riuscivo quasi a capire perché alcune persone provassero piacere quando qualcuno stringeva loro il collo nel momento dell’orgasmo.

Alla pressione che mi spingeva dal basso si aggiunse quella provocata dai suoi baci. Mi mancava il respiro, ma non respinsi le sue labbra: mi aggrappai all’aroma che lui riversava dentro di me.

Un rapporto in cui venivo schiacciato e spinto oltre ogni limite da una forza travolgente mi faceva dimenticare me stesso. Era come se mi venisse chiesto di smontare ogni parte di me, rivelarla e accogliere, al suo posto, ogni parte di lui.

Tutto venne spazzato via e, nello spazio rimasto vuoto, ogni cosa che gli apparteneva irruppe contemporaneamente.

Con una strana sensazione di sollievo, nata dalla vaga certezza che anche per lui quel rapporto avesse lo stesso significato, chiusi gli occhi immerso nel suo aroma.

***

Tornò dalla cabina armadio in fondo alla camera da letto con un lenzuolo pulito e lo stese sopra il mio corpo nudo, rannicchiato su se stesso.

Mi sentii in imbarazzo perché la voce, con cui lo ringraziai, era completamente rauca, ma non avevo neppure le forze per schiarirmi la gola.

Nonostante non avessi emesso grida particolarmente acute, dopo ogni rapporto con lui la mia voce finiva sempre per diventare roca. A quanto pare, anche lo sforzo di cercare di trattenere artificialmente i gemiti metteva a dura prova la gola.

Come la mia voce era diventata rauca, anche il suo pene era ancora rigido nonostante avesse eiaculato.

Mi chiesi all’improvviso se gli fosse mai capitato di fare sesso fino a quando il suo membro non era tornato allo stato morbido precedente all’erezione. E, se sì, con chi e per quanto tempo avesse fatto sesso.

Non avevo il coraggio di chiederglielo.

A differenza della volta precedente, quando avevamo fatto sesso a lungo, eiaculando più volte e arrivando anche al knotting, questa volta era finita relativamente in fretta. Eppure, la sensazione di spossatezza, come se la mia colonna vertebrale si fosse ammorbidita, era la stessa.

Non sapevo come si sentisse lui, che era quello che praticava il knotting, ma per chi lo riceveva sembrava un’attività che consumava una quantità considerevole di energie.

Sentivo ancora un formicolio residuo all’interno e, a intervalli, il mio corpo tremava leggermente.

Forse ero così esausto proprio perché ero un beta. In ogni caso, il knotting degli alpha non era qualcosa destinato ai beta.

Dopo avermi coperto con il lenzuolo, era uscito dalla stanza senza aggiungere altro. Poi tornò con un grande bicchiere d’acqua.

«La casa è vuota, quindi non c’è acqua in bottiglia, ma questa viene dal depuratore. Bevine un po’.»

Mi sollevai lentamente, raccogliendo le forze, e mi misi seduto per ricevere il bicchiere.

Forse preoccupato dal tremito delle mie braccia, non tolse la mano dal bicchiere finché non me lo portai alle labbra e non ebbi bevuto correttamente.

Il suo pene, ancora duro e lucido, era proprio accanto a me. Non sapevo dove guardare, tanto mi sentivo a disagio.

Sul membro, che non aveva pulito dopo averlo estratto dal mio corpo, cominciavano ad asciugarsi le tracce biancastre del rapporto intenso e dell’eiaculazione.

«Facciamo una pausa, giusto il tempo di fumare una sigaretta?»

Dopo aver preso il bicchiere e averlo posato sul comodino, mi propose di fare una pausa. Poi girò intorno al letto e si diresse verso il lato opposto.

Per impedire al pene, che oscillava in modo ingombrante, di muoversi troppo, si afferrò la zona tra le gambe mentre camminava.

Era un gesto del tutto quotidiano, privo di qualsiasi connotazione sessuale. Eppure, il fatto stesso che il suo membro fosse così grande da risultare scomodo da muovere senza sostenerlo era già incredibilmente sensuale.

Quando si chinò per raccogliere la giacca caduta a terra, riuscii a intravedere i testicoli tra le sue gambe.

Continuando a sbirciare di nascosto il movimento elastico di quei testicoli pesanti, dovetti strofinare furtivamente le cosce l’una contro l’altra sotto il lenzuolo.

Per nascondere il pene, che sembrava sul punto di erigersi di nuovo, scivolai lentamente verso il basso, allontanandomi dalla testiera del letto, e mi distesi prono sul materasso.

Mi lanciò un’occhiata e tirò fuori una sigaretta dalla giacca, accendendola mentre rimaneva in piedi.

Il suo profilo sembrava l’incarnazione umana della perfezione.

Il petto ampio e muscoloso, la linea slanciata della vita che scendeva dalla schiena con un angolo netto, i glutei sodi e prominenti, le gambe lunghe e toniche.

Persino il suo membro mi ricordava la bottiglia di champagne che avevo visto infilata tra le gambe di un modello straniero su una rivista, quella che avevo trovato un giorno e che aveva fatto ridacchiare Yuni e Juhan.

I capelli neri, folti ma sempre leggeri e ondeggianti, e gli occhi azzurri screziati di grigio, che sembravano cambiare colore e temperatura a seconda delle sue emozioni.

Anche se avessi dovuto ammettere che il motivo per cui mi piaceva era al cento per cento il suo aspetto fisico, persino io non avrei potuto negare quanto fosse bello.

Eppure, non era la bellezza che avevo visto in lui quando ci eravamo incontrati per la prima volta: quella di una gemma scintillante, lavorata alla perfezione, esposta in una vetrina, sicura di sé e senza una sola imperfezione.

Anche lui aveva un passato che gli gravava sul cuore, e anche lui era una persona che talvolta si lasciava dominare da quel passato.

Aveva anche un lato impacciato: desiderava confortare gli altri, ma non sapeva come fare e finiva per parlare in modo confuso.

La bellezza che mostrava adesso, con le sue distorsioni e le sue imperfezioni personali che riflettevano la luce alterandola, mi sembrava incomparabilmente più affascinante.

Volevo conoscere meglio le sue pieghe e le sue cicatrici. E, se lui lo avesse desiderato, avrei voluto raccontargli anche qualcosa di me.

Non soltanto gli eventi che, per quanto comuni agli occhi degli altri, avevano avuto per me un peso tale da deformare la mia esistenza fino a rendermi irriconoscibile persino a me stesso, ma anche le piccole cose insignificanti, sciocche e divertenti.

Per la prima volta, provai il desiderio di raccontare a un’altra persona qualcosa di me.

Era inevitabile che, mentre mi trovavo esposto a una tenerezza così grande da placare le mie ansie, i miei sentimenti diventassero sempre più profondi ogni volta che univo il mio corpo al suo.

Era così gentile che mi sembrava incredibile che Juhan e Yuni riuscissero a non innamorarsi di lui, a non considerarlo una persona di cui innamorarsi.

Prese il posacenere che si trovava sul tavolino davanti alla poltrona e si sedette sul bordo del letto. Poi si passò una mano tra i capelli, ormai piuttosto scompigliati, e aspirò una boccata di sigaretta.

Mentre lo osservavo di profilo, mentre sollevava entrambe le braccia come per stiracchiarsi e sciogliere i muscoli, mi ritrovai a mormorare senza rendermene conto: «…Grazie.»

Si fermò e mi guardò dall’alto con aria sorpresa. Poi abbassò lentamente le braccia e spostò la sigaretta dalla bocca alle dita.

«Ti è piaciuto così tanto da ringraziarmi?»

La voce e l’espressione, velate da un sorriso, sembravano riferirsi alla soddisfazione per il sesso.

Pensai di aggiungere una spiegazione, per dirgli che non era quello che intendevo, ma non mi sembrò necessario.

La mano libera dalla sigaretta si avvicinò a me e mi scostò i capelli, ancora disteso a pancia in giù con la guancia appoggiata al materasso.

Mi sorrise come se sapesse benissimo che non mi riferivo a quello.

La porta a vetri che dava sul giardino era rimasta aperta, e il rumore della pioggia che batteva sulla terrazza di legno si sentiva da vicino.

La pioggia era diventata più intensa rispetto a quando avevamo lasciato l’aeroporto. Le tende sottili e trasparenti si sollevavano e ricadevano ripetutamente nell’aria, seguendo movimenti irregolari.

Sullo sfondo grigio e immobile, l’immagine di lui che mi toccava sembrava imprimersi nei miei occhi con una consistenza particolare.

Ritirò la mano dai miei capelli, scosse la cenere nel posacenere alla sua sinistra e parlò con tono calmo.

«In realtà, avevo previsto che avresti trovato scomodo vivere in questa casa. Te l’ho proposto come piano B, pur sapendo che probabilmente non avresti accettato… Il piano A è un altro. Anche se l’ordine delle proposte è cambiato.» Appoggiò sul materasso la mano con cui teneva la sigaretta, si voltò verso di me e mi guardò negli occhi. «Anche la direttrice Han ha detto che probabilmente si sentirebbe più tranquilla se tu vivessi con me, piuttosto che da solo. E io la penso allo stesso modo. Per il momento credo che sarà un po’ difficile stare tranquilli, ma non sarebbe strano chiederti di avvisarmi ogni volta che vai a fare la doccia?»

Lo disse con una punta di ironia e aspirò rapidamente una boccata di sigaretta.

Mi sentivo esausto in tutto il corpo e facevo fatica persino a tenere la schiena dritta. Tuttavia, sembrava un discorso a cui dovevo prestare attenzione, così mi sollevai dalla posizione prona e raccolsi il lenzuolo per coprirmi la parte inferiore del corpo.

Ora che i nostri occhi si trovavano quasi alla stessa altezza, mi rivolse uno sguardo frammentato, esitante. Poi distolse gli occhi, come se volesse evitarli, e aspirò un’altra boccata.

«Vorrei anche lasciarti un po’ di libertà, ma… come sai, la situazione è questa. Garantire la tua sicurezza è la priorità assoluta, quindi non posso scendere a compromessi. Cerca di capirmi.»

Nella sua voce c’era un’implorazione che stonava con il contenuto delle parole, così categoriche da non lasciare spazio a trattative e da affermare chiaramente che non avrebbe ceduto.

Era strano che lui, un estraneo, mi chiedesse di capire la sua posizione appellandosi alla mia sicurezza.

Che fosse per il senso di responsabilità nei confronti della persona con cui aveva condiviso il letto, per il dovere verso il suo artista esclusivo o per qualche altro piccolo sentimento di affetto, comunque lo si volesse chiamare… La sua fermezza, con cui esprimeva una preoccupazione tanto intensa per la mia sicurezza da rendermi difficile rifiutare la proposta, mi confortava più dell’alcol, dello shopping o dell’offerta di vivere in una villa lussuosa.

Nell’aria grigia e tranquilla, resa ancora più cupa dalla pioggia insistente della stagione dei monsoni, lo osservavo di profilo mentre fumava con la fronte aggrottata.

All’improvviso, dentro di me affiorò un impulso chiaro, naturale come la fame, che arriva senza preavviso ma è impossibile da ignorare.

Non avevo cercato di forzarlo, né mi ero imposto di provarlo. Era nato spontaneamente, come l’acqua che, salendo gradualmente fino a raggiungere il livello massimo, finisce per traboccare oltre la diga.

Volevo disegnare l’uomo che avevo davanti.

Concentrai lo sguardo sul suo profilo, cercando di afferrare quella sensazione incerta che sembrava annunciare il ritorno di una capacità che avevo ormai rinunciato a ritrovare, convinto che fosse scomparsa del tutto.

«Che c’è?»

Si voltò verso di me, che ero rimasto rigido con gli occhi tremanti per l’ansia, e mi chiese con preoccupazione che cosa fosse successo.

Distolsi lo sguardo e risposi in modo impacciato, cercando di sviare il discorso.

«Niente, è solo che… mi dispiace…»

Lui lasciò sfuggire una risatina, come se volesse dirmi che stavo ancora pensando a quella faccenda, e allungò il braccio per scompigliarmi i capelli.

Avevo pensato che il gioco di scoprire me stesso nelle sottili crepe di una tazza, nei sacchi di cemento abbandonati in un cantiere fermo o nel volto di una vecchia seduta imbronciata davanti a una bancarella fosse un privilegio a cui avevo rinunciato volontariamente.

Come prezzo per aver abbandonato il pennello così a lungo, ero convinto che non avrei mai più incontrato qualcosa che desiderassi disegnare in quel modo.

Eppure, lui aveva ragione.

Prima di andare a Hong Kong, quando avevamo parlato al telefono fuori dalla porta della mansarda, lui mi aveva detto con assoluta certezza che avrei trovato di nuovo qualcosa che desideravo disegnare.

Era vero.

Il battito che pulsava sopra la mia testa sembrava martellarmi tutto il corpo.

Proprio come quando lui praticava il knotting dentro di me.

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