PINK FLAVOR OMEGA – CAPITOLO 8

Inquieto

Dal cielo scuro cadevano insieme neve e pioggia. Jaeha osservava in silenzio i tergicristalli che ripulivano quella neve fradicia. Era da tanto che non usciva in strada da solo, senza Eunhong. Dalla punta delle dita che tamburellavano sul volante traspariva inquietudine.

A inizio anno il nonno lo convocava sempre per una visita di cortesia, ma questa volta c’entrava la questione di Eunhong, e per questo si sentiva agitato e nervoso. Se il nonno avesse scoperto qualcosa su Eunhong, era ovvio che avrebbe cercato di intervenire, quindi Jaeha si stava muovendo con cautela. Simulando nella testa diverse possibili risposte alle domande che gli sarebbero state fatte, premette l’acceleratore.

Quando scese dall’auto, il segretario Kim accolse Lee Jaeha come se lo stesse aspettando. Mentre stava per imboccare il vialetto che conduceva al giardino, il suo sguardo si fermò prima su un’auto già parcheggiata nel garage. Notando l’occhiata di Jaeha, il segretario Kim annuì.

«La CEO è già arrivata.»

Jaeha schioccò la lingua e attraversò rapidamente il sentiero di pietra tagliando il giardino. Aveva pensato di cavarsela facendo un po’ il bravo nipote e basta, ma ebbe la sensazione che non sarebbe stato così semplice. Aveva un brutto presentimento: la situazione sarebbe diventata fastidiosa.

Jaeha camminò a grandi passi davanti, mentre il segretario Kim lo seguiva. Entrato nell’ingresso, attraversò la vasta villa; i domestici che lo riconoscevano gli rivolgevano silenziosi inchini. Lui ricambiò svogliatamente i saluti uno per uno e salì la scala più interna dirigendosi al secondo piano.

Dal salotto, dove un’intera parete era fatta di vetrate, si vedeva il fiume Han. La villa, costruita sulla collina con un’altezza dei piani notevole, dominava dall’alto l’intera città. Sul divano disposto a U al centro del soggiorno sedevano insieme suo nonno e la persona che meno aveva voglia di incontrare: sua sorella Lee Jaseong, quella che il segretario Kim aveva chiamato “CEO”.

Dopo averli osservati entrambi, Jaeha incrociò lo sguardo del nonno e gli rivolse un profondo inchino. L’anziano, con i capelli accuratamente tirati indietro con il gel, aveva una presenza così imponente da rendere difficile indovinarne l’età. Il maglione chiaro e gli occhiali tondi lo facevano sembrare persino più giovane.

«Il più piccolo è arrivato.»

«Se sei arrivato, siediti subito.»

Jaseong aveva sempre avuto un carattere impaziente. Non era riuscita nemmeno ad aspettare quel breve momento dell’inchino e lo aveva già rimproverato. Jaeha sorrise amaramente, si avvicinò e si sedette dalla parte opposta rispetto a lei.

Quando anche Jaeha si fu accomodato, una domestica dall’aspetto elegante si avvicinò, lasciando sul tavolo il servizio da tè preparato e l’acqua calda per l’infusione. Jaseong guardò Jaeha e fece un cenno col mento. Significava che doveva versare il tè. Le sopracciglia di Jaeha si contrassero appena, ma senza protestare prese la teiera.

«Sono passati giorni dall’inizio dell’anno e vieni a salutarmi solo adesso? A tuo nonno non resta nemmeno molto da vivere.»

Svuotando nella ciotola l’acqua usata per scaldare le tazze, Jaeha sollevò gli angoli della bocca. Conosceva quasi a memoria la frase che sarebbe arrivata dopo. Era il solito repertorio che sentiva a ogni visita, quindi non c’era nulla di nuovo nel trovarlo noioso. Solo che, quando c’era di mezzo Jaseong, il livello di difficoltà aumentava.

Versò il tè in tre riprese facendolo girare tra le tazze. Il presidente Lee prese il tè preparato dal nipote, ne assaporò il profumo e lo portò alle labbra.

«Nemmeno tuo padre pensa di venire qui, quindi non ti preoccupi che tuo nonno possa sentirsi solo? Fino a quando pensi di vivere da solo in quel posto malandato? Almeno tu, cough cough…»

Mentre beveva il tè, il presidente Lee iniziò a tossire in maniera esagerata. Tossiva tremando tutto, e Jaseong gli porse con cautela un fazzoletto. Anche le mani gli tremavano vistosamente… forse era davvero invecchiato molto. 

Jaeha trattenne un sospiro e rispose col tono più rispettoso possibile. «Potresti chiamare a vivere con te mia sorella maggiore, visto che è così competente nel lavoro, nonno. Oppure potresti far tornare mia sorella minore, che è sempre impegnata a viaggiare. Anch’io sono piuttosto occupato con le mie cose. Ho parecchi dipendenti da mantenere.»

«Tu dici di essere occupato, ma te ne sei andato in viaggio…»

Jaseong cercò di intervenire, ma il presidente Lee la fermò sollevando la mano.

«Da quest’anno occupati tu della fondazione culturale. Hai già giocato abbastanza, no? Hai anche una certa età, ed è ora che inizi a imparare se vuoi ottenere ciò che ti spetta.»

«Non ne ho voglia. Ho già abbastanza cose, e sono persino troppo occupato.»

All’improvviso gli venne da pensare che non aveva nemmeno abbastanza tempo per stare con Eunhong. Jaeha sorrise ancora di più. Sapeva bene che il nonno era debole davanti al suo sorriso.

Era il momento di dire che avrebbe lasciato gli affari del gruppo a sua sorella e che lui avrebbe continuato a far crescere da solo l’azienda che aveva fondato con le proprie forze, quindi di fidarsi di lui. Ma proprio allora Jaseong, con le braccia incrociate e un sorriso divertito, intervenne.

«Quello che tu consideri “abbastanza” probabilmente non lo è davvero. Se fosse così, non sarebbero arrivate chiamate nemmeno a me.»

Le sopracciglia di Jaeha si mossero appena. In effetti aveva qualcosa di importante da discutere con Jaseong proprio riguardo a quell’argomento. Era vero che lui le doveva un favore, quindi non aveva nulla da ribattere. Se lei gli avesse chiesto qualcosa, aveva intenzione di accontentarla sinceramente. Ma tirare fuori quel discorso davanti al nonno stava oltrepassando il limite. Anche lui, del resto, non andava certo a confessare davanti al nonno le storie sentimentali della sorella.

«Parliamone dopo, da soli.»

«Nonno, lui è andato in viaggio a Capodanno. E ha persino rimandato così tanto il saluto di inizio anno. Dire che è occupato è una bugia bella e buona.»

«Lee Jaseong?» Jaeha non riusciva a credere all’improvvisa rivelazione di Jaseong. Rimase persino a bocca aperta. 

Osservandoli entrambi con calma, il presidente Lee domandò: «Hmm. E con chi è andato?»

Jaseong, soddisfatta di aver attirato l’interesse del nonno, sorrise in modo irritante. «Con Hongie. Con chi altro potrebbe uscire, se non con lui?»

Jaeha sorrise mostrando i denti. Cercava di non dare troppo a vedere quanto fosse arrabbiato, ma era difficile nascondere l’espressione deformata dalla tensione. Aveva la mascella serrata.

«Nonno, prima di cena vorrei parlare un attimo da solo con noona.»

«Che cosa dovete dirvi da soli?»

«Ci vorrà solo un momento.» Jaeha si alzò di scatto e chiamò Jaseong con un cenno del mento. Lei si alzò immediatamente come se stesse aspettando proprio quello. 

il presidente Lee, vedendo che non c’era altro da dire, fece un gesto con la mano indicando loro di andare. Quando i due lasciarono il salotto, una domestica si avvicinò silenziosamente per sparecchiare il servizio da tè. Alla domanda su quando servire il pasto, il presidente Lee rispose di prepararlo quando i ragazzi avessero finito di parlare.

Solo dopo essere entrati nello studio, abbastanza lontano dagli altri, Jaeha si voltò a guardare Jaseong. Lei non aveva perso il sorriso nemmeno per un istante, e questo lo irritava ancora di più. Jaeha strinse i denti.

«Che cosa stai pensando?»

«Sei tu che ignori le mie chiamate, quindi mi tocca fare così, fratellino.»

«Ti contatto io quando serve.»

«Se serve o no, lo decido io.»

Jaseong non cedette di un passo. L’atmosfera si gelò all’istante. Nonostante lo sguardo glaciale di Jaeha fosse abbastanza freddo da far rabbrividire, Jaseong continuò semplicemente a sorridere. Si sedette con calma sulla lunga chaise longue accanto alla finestra e accavallò le gambe.

«Eunhong ha detto che non ti denuncerà.»

«Noona, hai incontrato Eunhong? Sei impazzita?»

«Anche così, il mio fratellino rischiava di finire in manette. Dovevo capire cosa passava per la testa di quel ragazzo, così da prepararmi.»

«Che io finisca o meno in manette, spetta a lui deciderlo. Tu chi saresti per intervenire? Non dirmi che l’hai minacciato di stare zitto.»

«E se avessi lasciato che la denuncia andasse avanti mentre Eunhong non ricordava nulla? E sarebbe andato bene che scoprisse solo dopo che eri tu? Pensi davvero che per lui sarebbe stato meglio ritrovarsi con una situazione così contorta? Questo è inganno. Perché continui a vedere le cose solo da un lato?»

«Ha!»

Jaeha lasciò uscire un forte sospiro. Si morse le labbra ormai secche e si passò bruscamente una mano tra i capelli. Aveva paura di cosa Jaseong potesse aver detto a Eunhong. Il fatto di non essere stato lì con lui lo rendeva quasi folle dall’ansia e dall’inquietudine.

«Quindi che cosa? Avresti preso un ragazzo che nemmeno ricorda e gli avresti detto che quella notte ero io ad aver approfittato di lui mentre era fuori di sé, minacciandolo di non denunciare? Perché sei sempre così arbitraria… È perché sei un alpha?»

«Anche tu sei un alpha, fratellino.»

«…Sto impazzendo.»

«Per questo non avresti dovuto farmi arrivare le tue faccende alle orecchie tramite altri. Sei stato tu a costringermi a muovermi personalmente.»

Quello che diceva Jaseong non aveva nulla di illogico. Anche riguardo a Eunhong aveva centrato perfettamente il punto. Ma proprio per questo Jaeha si sentiva soffocare. Bloccare ogni possibile mossa dell’altro e controllare tutto nella direzione più favorevole a sé stessi. Era un modo di fare che gli ricordava troppo suo padre, e Jaseong sapeva bene che era proprio quello a impedirgli di fare un passo avanti, trovandolo persino patetico per questo.

«Che cos’è che ti spaventa tanto?»

Jaeha si coprì il volto con entrambe le mani.

«Fratellino, per caso…» Jaseong guardò Jaeha dall’alto, aggrottando appena la fronte liscia. «…Quella notte, intendo. È stato consensuale, vero?»

Jaeha si liberò bruscamente delle mani che gli stringevano le spalle e si alzò di scatto. Le rivolse uno sguardo feroce, come a chiedere che razza di persona pensasse che fosse. Jaseong arricciò appena le labbra. L’aveva respinta con tanta forza che le mani ancora le pulsavano.

«Come puoi dire una cosa del genere?»

«Limitati a capire che è un sospetto ragionevole. Tutti penseranno la stessa cosa. Se quella notte sparirà completamente dai ricordi di Eunhong, non ci sarà nessuno a difenderti oltre a te stesso. Non hai prove, né testimoni, né un cazzo di niente. Torna in te. Se Eunhong dovesse pugnalarti alle spalle…»

«Tu vedi Eunhong in quel modo?»

Che grande amore, davvero. Vedendo il fratello che sembrava avere una crisi isterica ogni volta che veniva pronunciato il nome di Eunhong, Jaseong rabbrividì. Davanti a quello sguardo che pretendeva spiegazioni, si limitò a scrollare le spalle. Non pensava affatto che il suo ragionamento fosse sbagliato.

«Io sono semplicemente una persona che prepara contromisure.»

«Non ti ho mai chiesto nessuna contromisura.»

«Pensi solo a te stesso? Hai pensato all’immagine della Hanjeong che andrebbe in pezzi? E anche l’ultima volta tu…»

«…Ho capito, quindi ti prego, basta che non arrivi alle orecchie del nonno.»

Jaeha parlò stringendo il dito puntato verso Jaseong. Le parole, spezzate sillaba dopo sillaba, caddero fredde come gelo invernale. Nemmeno lui stava bene. Sapeva meglio di chiunque altro quanto fosse folle il modo in cui si comportava con assoluta naturalezza davanti a Eunhong, fingendo che non fosse successo nulla.

Senza avere nessun posto dove sfogare tutta quella rabbia che gli ribolliva dentro, Jaeha uscì dalla stanza con impeto feroce. Il segretario Kim cercò di fermarlo mentre scendeva le scale quasi correndo, ma lui salì in macchina senza nemmeno dargli il tempo di intervenire e lasciò la villa.

Rimasta sola nella stanza, Jaseong sospirò profondamente. Le faceva pulsare la testa. Eunhong era cresciuto insieme a Jaeha ed era un ragazzo a lei vicino, ma restava comunque un estraneo. Inoltre Jaeha era un bersaglio perfetto per i media. Loro due non lo sapevano, ma lei aveva già bloccato diverse volte articoli che stavano per uscire. Che fosse un alpha dominante estremamente raro non cambiava nulla: senza alcuna posizione o potere concreto, Lee Jaeha era solo materiale facile per il gossip e uno snack appetitoso per il pubblico.

Il presidente Lee aprì la porta ed entrò. Probabilmente aveva sentito dai domestici che il più giovane era fuggito via. I litigi tra fratelli non erano certo una novità, ma il fatto che il nipote più giovane fosse andato via senza nemmeno mangiare lo aveva lasciato amareggiato; teneva le labbra rugose serrate in una linea rigida. Jaseong si avvicinò affettuosamente e iniziò a massaggiare le spalle dell’anziano seduto.

«Nonno, perché il nostro maknae è così debole?»

Gli occhi umidi del presidente Lee fissavano un punto lontano. La neve mista a pioggia si era ormai trasformata in semplice pioggia e bagnava completamente i vetri della finestra.

«È tutta colpa mia. Forse è perché sua madre se n’è andata così, quando era piccolo.»

Premendo con forza sulle spalle irrigidite dall’ansia dell’anziano, Jaseong ripensò a Eunhong. O meglio, sarebbe stato più corretto dire che ripensò allo sguardo con cui lui l’aveva guardata.

«Come ho detto anche prima in ospedale, voglio fare finta che non sia successo nulla.»

«Posso almeno sapere il motivo?»

«Perché non è qualcosa che voglio ricordare. Voglio solo seppellirlo. Ho la sensazione che, più continuo a scavare, più finirò per ricordarlo.»

Quando gli aveva detto di chiamarla se avesse avuto bisogno di aiuto e gli aveva dato il suo numero diretto, Eunhong aveva sorriso piano. Di solito sembrava ingenuamente giovane per la sua età, ma quando sorrideva così non appariva più semplicemente come un ragazzino. E così Jaseong, d’impulso, aveva tirato fuori perfino una carta e gliela aveva messa in mano.

«Usala quando sei in difficoltà. Non ha né limite né restrizioni.»

«Noona, sai bene che non mi serve davvero una cosa del genere. Jaeha fa già tutto per me…»

Il presidente Lee coprì silenziosamente il dorso della mano di Jaseong con la propria. Le mani dell’anziano, segnate dalle rughe profonde, erano secche come carta, prive di qualsiasi umidità, ma calde.

«Cerca di capire un po’ di più il maknae e prenditi cura di lui. Fino a oggi non ha avuto nemmeno qualcuno accanto ed è un bambino nato per sentirsi solo. Non mettergli troppa pressione.»

«Ah… be’, credo che non devi preoccuparti di quello. Però quello lì è proprio uno stupido, quindi forse un po’ di pressione bisogna mettergliela.» Jaseong rise rumorosamente, esagerando apposta.

Solo? Ma figurati, nonno… Quello è malato d’amore fino al midollo….

«Che modi sono, dare dello stupido a tuo fratello.»

«Allora pensi davvero che non lo sia?»

L’anziano rise bonariamente. «Jaeha è sempre stato un tipo piuttosto testardo.»

***

Non appena aprì la porta di casa, capì subito che Eunhong non era ancora tornato. Oltre l’ingresso si estendeva un silenzio nero e immobile. Jaeha ripensò alla conversazione avuta con Eunhong quella mattina, mentre andavano al lavoro.

«Oggi abbiamo la cena di Team. Tornerò in taxi, quindi vai pure a casa prima tu.»

«Davvero?»

«Sì. E tu che fai per cena? Hai qualcuno in ufficio con cui mangiare?»

Eunhong era uno sciocco che credeva davvero che lui non fosse capace di mangiare da solo.

«Ah… tranquillo. Tanto il nonno mi ha chiamato, quindi devo comunque passare alla casa di famiglia.»

«Meglio così. Mangia tante cose buone.»

Tornato a casa da solo, Jaeha infilò svogliatamente i piedi nelle ciabatte ed entrò trascinandosi all’interno. Le luci automatiche si accesero rapidamente una dopo l’altra, illuminando lo spazio in un istante, ma questo non fece altro che accentuare ancora di più il freddo della casa. Era talmente silenziosa che gli ronzavano le orecchie.

Non avrei dovuto dirgli che andavo alla casa di famiglia. Forse così Eunhong sarebbe tornato prima….

Jaeha prese il cellulare e controllò l’ora. D’abitudine guardò anche il grafico dei feromoni di Eunhong. Da una parte si sentì sollevato vedendo che non c’erano anomalie, ma dall’altra il desiderio di sapere dove si trovasse in quel momento montò improvvisamente dentro di lui. Stava quasi per attivare la funzione di localizzazione, ma richiuse con forza le dita e gettò il telefono verso il divano.

Nella cabina armadio si tolse nervosamente la cravatta soffocante, poi all’improvviso il suo sguardo si soffermò una dopo l’altra sulle tracce lasciate da Eunhong dietro lo specchio. Quel giorno Eunhong era stato indeciso tra una felpa gialla e una color menta, e lui gli aveva consigliato quella meno carina; così l’altra, quella menta, era stata piegata con cura e lasciata sullo sgabello. Aveva comprato molti cappellini perché nell’azienda di Eunhong c’erano parecchie persone che andavano e tornavano dal lavoro con il cappello, ma Eunhong non ne aveva mai indossato uno. Gli dispiaceva.

Potresti almeno coprirti un po’ il viso quando vai in giro…

Il suo sguardo vagante si fermò su un auricolare wireless caduto a terra. È proprio sbadato… probabilmente ha passato tutto il giorno triste perché pensa di averlo perso. Gli sfuggì un sospiro. Mentre raccoglieva l’auricolare, stavolta notò il pigiama lasciato nel cesto. Jaeha prese in mano il pigiama che Eunhong aveva indossato per dormire la notte prima. Chiudendo gli occhi e inspirando profondamente, il profumo corporeo di Eunhong misto ai suoi feromoni gli penetrò nelle narici.

Come ipnotizzato, si diresse verso la camera di Eunhong. Fu un gesto completamente impulsivo. Anche se era lì da meno di un mese, quella stanza era ormai diventata completamente sua. Era piena della presenza opprimente del profumo di Eunhong. Jaeha si lasciò cadere pesantemente sul letto. Il profumo intrappolato nelle lenzuola esplose all’improvviso, diffondendosi poi leggero come nebbia. Quella lieve forza gli fece perdere energia in tutto il corpo.

«Huff… Eunhong-ah….»

Chiudendo gli occhi, gli sembrava che Eunhong fosse sdraiato accanto a lui. Strinse forte il cuscino tra le braccia, e il suo cuore ebbe un violento sussulto. Jaeha inspirò avidamente quei feromoni ormai mescolati alla polvere, finendo inevitabilmente per eccitarsi. La mano che scese tastando alla cieca slacciò la fibbia dei pantaloni. La morbidezza del pigiama stretto nell’altra mano lo fece impazzire ancora di più. Senza accorgersene, si leccò il labbro inferiore ormai completamente secco.

I grandi occhi rotondi di Eunhong lo stavano guardando. Con il volto arrossato e le mani tremanti, lo chiamava.

«Jaeha-ya, Jaeha-ya.»

«Cazzo….»

Jaeha si rannicchiò su sé stesso ed estrasse il proprio membro dolorosamente gonfio, stringendolo. Le lenzuola frusciavano seguendo i suoi movimenti. Una volta spezzato il freno che si era imposto, inspirare i feromoni di Eunhong gli fece sentire che sarebbe potuto venire da un momento all’altro. Jaeha strinse con forza la punta arrossata dalla propria eccitazione.

«Haa…»

«Hngh… basta, basta! Jaeha-ya, Lee Jaeha.»

Quella notte Eunhong lo aveva chiamato davvero. Aveva davvero chiamato il suo nome. Continuava a ripetersi che non era stata un’illusione.

Immaginando la sensazione di affondare dentro Eunhong, sfregò brutalmente la parte ormai sensibilissima. Le sue labbra si schiusero da sole e, mentre il piacere cresceva rapidamente, le vene sul collo gli si gonfiarono.

«Hah… Eun… Hong-ah….»

Continuando a chiamare ripetutamente il nome di Eunhong, Jaeha eiaculò con violenza. Tutti i muscoli del suo corpo si irrigidirono all’unisono e il piacere prese il controllo di lui come un fulmine che esplodeva. Rimase a lungo sdraiato, agitandosi piano senza riuscire a uscire da quella sensazione.

«Ha… haa… haa….»

Quando riaprì gli occhi serrati, la prima cosa che vide fu il pigiama di Eunhong completamente sporco del suo sperma. La mano con cui lo aveva stretto era talmente irrigidita che non riuscì nemmeno ad aprirla subito. Il cuore gli martellava come impazzito e il respiro correva affannosamente.

Quando il piacere che gli aveva paralizzato completamente la ragione svanì dopo aver devastato ogni cosa, al suo posto rimase solo l’autodisprezzo. Sparita l’euforia dell’orgasmo, restava soltanto quel risultato appiccicoso e umido, che gli lasciava addosso una sensazione disgustosa. Anche i feromoni di Eunhong erano ormai quasi spariti, coperti dai feromoni carichi di desiderio che lui stesso aveva rilasciato.

Con il volto rosso di vergogna, Jaeha si alzò.

Quell’avidità possessiva continuava a rialzare la testa.

Voleva impedirgli persino di andare in ufficio. Voleva impedirgli di incontrare chiunque. Bastava abbassare la guardia per un attimo e la sua mente impazzita iniziava automaticamente a elaborare piani per rinchiudere Eunhong su qualche isola sperduta. Jaeha scagliò violentemente il cuscino che stava stringendo contro il pavimento. Si afferrò i capelli e se li scompigliò brutalmente.

Dopo quell’unico incidente, tutto era cambiato rapidamente. Non erano passati nemmeno quindici giorni. Da quando aveva portato Eunhong a vivere in casa sua, lui stesso si era distrutto così velocemente da sembrare una persona dipendente dalla droga.

In quei momenti gli tornava sempre in mente suo padre. Era la persona che odiava di più, e ogni volta che si accorgeva di assomigliargli così tanto veniva percorso dai brividi. Il ricordo di suo padre che imprigionava e opprimeva sua madre era rimasto inciso nella sua mente come una cicatrice di frusta. Anche chiudendo forte gli occhi per scacciare quei pensieri, essi diventavano solo più nitidi.

Fu il suono del telefono a svegliare Jaeha da quei pensieri oscuri. Il cellulare che aveva lasciato sul divano del soggiorno stava squillando. Si alzò lentamente e andò a prenderlo. Dopo essersi interrotto per un momento, il telefono ricominciò a squillare non appena lo tenne in mano. Si schiarì la voce e rispose.

«Sì.»

[Ma non avevi detto che cenavi lì? Sei già a casa?]

Dietro la voce di Eunhong si sentivano rumori vivaci e confusi. Jaeha si tappò l’altro orecchio. Sentiva pulsare il petto.

«No. Sono ancora alla casa di famiglia. Sto mangiando.»

[Davverooo? Mmh…. Credo che farò tardi, che faccio?]

«Divertiti pure. Anche io penso che tornerò tardi.»

[Va bene. Ti richiamo più tardi.]

«D’accordo. Chiamami quando prendi il taxi.»

Quando riattaccò, aveva la gola secca. Aprì il frigorifero e tirò fuori una birra. Ne svuotò una lattina tutta d’un fiato, ma non gli bastò; così prese qualcosa di più forte e se lo versò in un bicchiere. Continuava a essere assalito dal desiderio di controllare ogni cosa nei minimi dettagli. Voleva verificare subito la posizione di Eunhong e andare a prenderlo con la macchina.

L’ansia accesa da Jaseong, il suo desiderio sordido e persino il disgusto verso sé stesso stavano scuotendo completamente Jaeha. Solo immaginare Eunhong allontanarsi da lui gli faceva ribollire il sangue. L’istinto alpha di voler dominare l’omega gli fece perdere il controllo dei propri feromoni, che ribollivano violentemente fuori da lui. Le sue mani si serrarono automaticamente.

Quando tornò in sé, era un disastro. Dal taglio provocato dal bicchiere rotto gli colava sangue dalla mano. E il pigiama di Eunhong, che ancora stringeva fino a quel momento, era pieno di sperma ormai secco e appiccicoso. Anche la fibbia dei pantaloni era rimasta aperta in modo pietoso…

«Sono davvero impazzito.»

Il sangue che macchiava il tappeto era un problema, ma all’improvviso gli tornò in mente anche la camera di Eunhong ridotta in quello stato. Era il momento di calmarsi e sistemare tutto. Da una parte si sentiva ridicolo, ma soprattutto non voleva che Eunhong vedesse quel lato di lui.

Dopo aver tamponato velocemente la ferita, arrotolò il tappeto e lo tolse di mezzo, poi rimosse completamente anche le lenzuola della stanza di Eunhong e le ammucchiò. Solo dopo aver cambiato tutta la biancheria con una nuova ed eliminato ogni prova, Jaeha riuscì finalmente ad andare a lavarsi.

Passò circa un’ora. Dopo aver lavato accuratamente ogni traccia rimasta sul suo corpo ed essere uscito dal bagno, sentì dei rumori provenire dall’ingresso: Eunhong era appena tornato a casa. Quel suono gli sembrò caldo come una fiamma, e Jaeha si diresse verso l’entrata come attirato da una forza magnetica.

La prima cosa che vide fu la sommità della testa di Eunhong, chinato per togliersi le scarpe. Eunhong alzò rapidamente il capo. Aveva il volto leggermente arrossato, con l’aria di chi aveva bevuto piacevolmente.

«Sono tornatooo.»

Eunhong infilò la mano dentro il cappotto e tirò fuori un sacchetto nero di plastica che aveva stretto con cura tra le braccia, agitandolo davanti a lui.

«Questo era troppo buooono, quindi l’ho portato per tee.»

Il sacchetto si era probabilmente rotto da qualche parte, perché era tutto impregnato d’olio. Anche l’interno del cappotto doveva essersi sporcato completamente. Nell’aria si diffuse odore di olio freddo. Jaeha aggrottò appena la fronte.

«Davverooo, è buonissimo. L’ho tenuto stretto stretto così restava caldo.»

Vedendo che Jaeha non reagiva in alcun modo, Eunhong mise il broncio e si voltò. Se lo avesse riscaldato in cucina, sarebbe rimasto sicuramente sorpreso da quanto fosse buono. Era evidente che lo stesse ignorando senza nemmeno assaggiarlo. Quando Eunhong si girò allontanandosi da lui, Jaeha trasalì. Strinse forte il pugno e il taglio che si era procurato prima si riaprì, provocandogli un dolore pungente e bruciante.

«…Eunhong-ah.»

Lo raggiunse in appena due grandi passi. Tirò a sé quelle spalle che continuavano a cinguettare e lo strinse forte tra le braccia. I capelli gli sfiorarono la punta del naso mentre quel piccolo corpo scivolava perfettamente contro il suo petto. Dalle guance impregnate d’aria fredda si levava un profumo delicato. Jaeha rinchiuse Eunhong tra le braccia e affondò il viso accanto al suo orecchio.

Eunhong sollevò le spalle ridacchiando, come se gli facesse il solletico. Più reagiva così, più Jaeha si stringeva a lui. Lo avvolse completamente e nascose il volto contro di lui. Non voleva che Eunhong vedesse l’espressione che aveva in quel momento.

«Che ti prende, sei un cagnolino? Perché continui a strofinarti così?»

Eunhong continuava a lasciarsi sfuggire respiri misti a risate. Sembrava non riuscire a sopportare il solletico. Allungò una mano dietro di sé e iniziò a scompigliare alla cieca i capelli di Jaeha. Dalle ciocche ancora bagnate cadevano gocce d’acqua che finirono per inzuppare anche la nuca di Eunhong.

«Hai aspettato tanto?»

«Sì.»

«Avresti potuto chiamarmi… dirmi di tornare prima.»

«…Ho fame.»

Come se stesse aspettando proprio quel momento, Eunhong agitò il sacchetto di plastica. Jaeha finì per sorridere piano. Man mano che il sollievo lo invadeva, il calore tornò lentamente fino alla punta delle dita.

***

Sabato pomeriggio.

Eunhong iniziò il primo pasto della giornata con del ramyeon. Quando beveva, il giorno dopo gli veniva sempre voglia di ramyeon. La signora Ham non lo approvava affatto, ma visto che, a meno che Jaeha non fosse fuori casa, era difficile perfino mangiarlo, Eunhong si ostinò comunque.

Sul grande schermo che occupava l’intera parete del soggiorno stavano trasmettendo la replica highlights di “L’amore finale dell’alpha” o qualcosa del genere. A quanto pare il drama si stava avvicinando al finale, perché avevano persino dedicato l’intera programmazione del weekend alla maratona.

[Tu puoi appartenere solo a me. Se non ti va bene, allora piuttosto…]

[E tu chi saresti? Credi davvero di significare qualcosa per me? Tu sei morto dentro di me quel giorno!]

Soffiando sul brodo rosso fumante, Eunhong lanciò un’occhiata verso la TV del soggiorno. Le battute cariche di emozione degli attori riempivano l’ampio spazio grazie al potente surround. Ormai il drama si stava dirigendo verso il finale, quindi la trama stava diventando sempre più tragica.

Ultimamente anche in ufficio tutti parlavano di quel drama. Grazie a questo, Eunhong aveva praticamente capito tutta la trama. Soprattutto perché il suo collega di scrivania Yoo Junseok lo teneva acceso anche mentre lavorava, e così lui aveva finito per riconoscere i volti dei protagonisti guardando distrattamente di lato.

Pareva che il protagonista alpha spingesse l’omega fino al limite pur di averlo…. Per uno come Eunhong, che rinunciava in fretta alle cose impossibili, era difficile immedesimarsi in emozioni del genere. Be’, anche se non era quello il punto. Secondo Seo Huiseung, “la faccia era la spiegazione di tutto”. E su questo Eunhong si trovava completamente d’accordo.

«Oddio, oddio! E adesso che si fa?!»

Perfino la signora Ham, completamente immersa nella storia, aveva iniziato a parlare in dialetto.

Sul tavolino davanti al divano erano sparsi diversi asciugamani piegati a metà, e la signora Ham ormai guardava la TV come ipnotizzata da un pezzo. Il mucchio di bucato appena uscito dall’asciugatrice riempiva ancora il cesto. Eunhong aspirò rumorosamente i noodles del ramyeon pensando che, una volta finito di mangiare, avrebbe dovuto aiutarla.

«Studente Hongie. Sai, questo drama… Dicono che il modello sia proprio il nostro direttore Lee.»

«Khh, coff coff….»

Per poco il ramyeon non gli uscì dal naso per l’attacco improvviso. Mentre Eunhong si puliva il viso con una salvietta umida, la signora Ham schioccò la lingua e continuò a parlare. Gli disse che era incredibile quanto lentamente arrivassero le notizie ai giovani.

«Non ne hai sentito parlare? Tutte le mie amiche vecchie lo sanno. Basta andare in una sauna pubblica e parlano tutte del direttore Lee.»

«Jaeha? Il modello sarebbe lui?»

«Sì. Dicono che tutta la storia del ritorno dall’estero dopo un periodo di studio passato a scappare dal primo amore sia ispirata al direttore Lee. Non ti ha mai detto niente?»

«Ma ha una personalità completamente diversa da Jaeha.»

Eunhong bevve un sorso d’acqua ridacchiando senza pensarci troppo. Gli pizzicava ancora il naso.

«Jaeha non è il tipo che urla o si arrabbia così…, anzi, a dirla tutta è piuttosto docile. Molto tranquillo.»

«Il direttore Lee?»

«Sì… E poi, sinceramente, Jaeha è molto più bello. Se proprio volevano fare un paragone, invece di quell’attore avrebbero dovuto scegliere… quel tipo, no? L’attore ex modello con il nome di due sillabe! Dovevano prendere lui.»

La signora Ham annuì convinta. Eunhong si infilò il resto dei noodles in bocca e tornò a guardare il drama. Primo amore… beh, questo è discutibile. La mano che teneva le bacchette si fermò per un istante.

Secondo quanto gli aveva detto Jaeha, il suo primo amore era stato proprio lui. Era difficile da credere, ma….

A differenza del drama, Eunhong non era stato omega fin dall’inizio e Jaeha non lo aveva ferito per poi sparire. Era semplicemente andato a studiare all’estero. E non c’era nessuna opposizione familiare, né un incidente che li avesse portati a dormire insieme, né tantomeno un omega che finiva per odiare un alpha.

E soprattutto Lee Jaeha non aveva una personalità così ossessiva. Bastava vedere come si comportava con lui…. Per uno che sosteneva di averlo amato fin dal primo incontro, aveva un atteggiamento piuttosto tiepido. I baci… be’, quelli era meglio fare finta che non contassero. Piuttosto, ultimamente era lui ad avere il sangue caldo. I sogni che faceva quasi ogni notte lo dimostravano. E se era vero che i sogni riflettevano l’inconscio, allora lui era un demone… Uno lussurioso.

Già che ci pensava, Eunhong prese il telefono per controllare se fossero arrivati messaggi. Come previsto, da Jaeha non c’era nulla. L’unica cosa che attirò il suo sguardo apatico furono i messaggi inviati da Woohyeon, che gli fecero stringere fastidiosamente lo stomaco.

Ahn Woohyeon: “Non fare qualcosa di cui ti pentirai e torna a casa.”

Ahn Woohyeon: “Parliamone di nuovo.”

Ahn Woohyeon: “Finisce così solo perché l’hai deciso tu? Bastardo maleducato.”

Mentre scorreva i messaggi di Woohyun e ritrovava ancora una volta la voglia di litigare, arrivò proprio in quel momento un altro messaggio. Era Kang Hanjae.

Kang Hanjae: “Hai litigato di nuovo con Woohyeon?”

Anche dopo che il messaggio risultò visualizzato e Eunhong non rispose, continuarono ad arrivare altri messaggi.

Kang Hanjae: “Andremo in un resort sciistico per il compleanno di Woohyeon. Abbiamo ottenuto uno sconto per l’alloggio. Vieni anche tu, vero?”

Kang Hanjae: “Prenoto anche il tuo pass giornaliero per gli impianti?”

Eunhong rispose velocemente a Kang Hanjae che non sarebbe andato, poi aprì la casella mail. Anche se era weekend, controllò se qualche azienda a cui aveva inviato richieste per lavori freelance avesse risposto. Guardò anche un’altra volta i siti dove venivano pubblicati annunci di lavoro.

Mentre osservava il telefono con le sopracciglia aggrottate, la signora Ham lo chiamò.

«Smettila di bere il brodo. È troppo salato.»

«Eh? Ah… Sì.»

«Ti gonfierai, ti gonfierai. E quel bel faccino si rovinerà.»

Continuando a brontolare, la signora Ham prese la pila di asciugamani piegati e si avviò verso il bagno. Il modo in cui si lamentava raddrizzando la schiena sembrava davvero faticoso. Del resto, solo distribuire tutti quegli asciugamani nei vari bagni della casa era già un lavoro enorme.

Eunhong si affrettò a finire di mangiare per aiutarla, ma la signora Ham agitò le mani rifiutando. Invece lo spinse dicendo che il professor Choi lo stava aspettando. Solo allora Eunhong si ricordò che il professore era in casa già da un po’. Grattandosi imbarazzato la nuca, si diresse verso lo studio dove il professore stava lavorando.

***

Non appena aprì la porta ed entrò, il giornale di carta frusciò leggermente. Lo studio, situato nella parte più interna della casa, aveva una struttura simile al soggiorno aperto fino al secondo piano. Solo che l’intera parete altissima era ricoperta di librerie, e gli scaffali pieni di libri facevano sembrare il posto una biblioteca. Nonostante ciò, grazie alla grande parete di vetro completamente aperta da un lato, la luce naturale era splendida.

Calpestando il soffice tappeto color crema, Eunhong attraversò il centro dello studio e si avvicinò alla lunga scrivania sul fondo. Posò con attenzione sul tavolo il piatto di frutta preparato dalla signora Ham e si inchinò educatamente. Sopra gli occhiali appoggiati sulla punta del naso, il professor Choi gli rivolse uno sguardo tranquillo.

«…Il direttore Lee….»

«Jaeha è andato al colombario con la famiglia. Oggi è l’anniversario della morte di sua madre. Mi ha detto che farà tardi e di non aspettarlo….»

Spingendo il piatto di frutta verso il professore, Eunhong iniziò a parlare senza che nessuno gli avesse chiesto nulla.

«Anch’io volevo andare con lui, ma Jaeha mi ha detto di restare a casa a riposare…. Ha insistito tantissimo perché non andassi….»

«…Perché lo sta spiegando a me?»

«…Ah, ecco.»

Il volto del professor Choi era tranquillo, ma per qualche motivo Eunhong si sentiva comunque in soggezione. Andò goffamente a sedersi sul divano. Forse perché il professore era la persona che osservava più da vicino il loro strano rapporto. Lo sguardo del professor Choi lo metteva inspiegabilmente a disagio.

Accanto al tavolino del divano c’era un’apparecchiatura medica piena di cavi, con un piccolo monitor verde acceso. Con movimenti esperti, il professor Choi avvolse alcuni sensori attorno al braccio di Eunhong e iniziò a manovrare il dispositivo. Sul piccolo schermo comparivano e sparivano numeri incomprensibili. Eunhong non sapeva cosa significassero, ma i colori e i suoni sembravano positivi. L’esame finì in fretta. Il professore rimosse con calma uno a uno tutti i sensori.

«Direi che ormai è completamente stabile. Il farmaco ha funzionato bene, ma anche il fatto che la costituzione di Eunhong-ssi sia quasi perfetta ha aiutato.»

Eunhong non riuscì a nascondere la felicità. Non aveva mai subito discriminazioni per essere dominante o recessivo, né ci aveva mai dato troppo peso, ma il fatto di non avere più fastidi lo rendeva semplicemente contento. Anche il professor Choi sorrise leggermente aggiungendo: «D’ora in poi dovrà solo fare attenzione a non ricevere stimoli troppo forti. E ridurremo gradualmente anche i medicinali.»

«Allora posso smettere di indossare questo orologio?»

A dire il vero gli dava già fastidio da un po’. Doverlo portare tutto il giorno era scomodo, ma soprattutto ogni volta che si trovava vicino a Jaeha iniziava a emettere rumorosi avvisi, come se stesse trasmettendo a tutto il mondo quello che provava dentro. Certo, anche senza quel suono Jaeha avrebbe comunque capito quando i suoi feromoni aumentavano, ma sentirlo annunciato ad alta voce era diverso. Sembrava una diretta pubblica dei suoi pensieri più imbarazzanti.

Il professor Choi fissò Eunhong in silenzio, poi mosse lentamente gli occhi.

«No. Deve continuare a portarlo.»

Le spalle di Eunhong si abbassarono immediatamente. Forse avrebbe dovuto trovare un modo per agitarsi un po’ meno. Vedendolo così abbattuto, il professor Choi aggiunse una spiegazione.

«Serve anche per stabilire una data prevista nel caso ritorni il ciclo di calore… Non conosciamo ancora il suo ciclo, dopotutto. Inoltre l’orologio registra i dati. Ho impostato il monitoraggio della concentrazione dei feromoni.»

Il volto di Eunhong diventò rosso all’istante. Ahh, il calore… Quella cosa di cui aveva solo sentito parlare. Pensare che sarebbe arrivata anche a lui… Con espressione imbarazzata si strofinò la nuca.

«In quel caso dovrò andare da qualche altra parte e, ehm… risolvere la questione dei feromoni oppure… trovare un modo, immagino.»

Il professor Choi iniziò a sistemare l’apparecchiatura senza dire nulla. Arrotolava i cavi e piegava i sensori con gesti esperti. Eunhong non riusciva a sopportare il silenzio del professore senza sentire il bisogno di giustificarsi.

«Cioè…. Io quel co… co….»

«Sesso.»

«Sì! Quello! Quello….»

La domanda era stata strana. Per poco non aveva chiesto: “Anch’io dovrei fare una cosa del genere?”.

Il professor Choi non aveva dato particolari risposte. Invece aveva tirato fuori la cartella clinica e aveva iniziato a scarabocchiare una grafia incomprensibile. Era evidente che non volesse continuare una conversazione del genere… A pensarci bene, una persona tanto nobile probabilmente non avrebbe avuto alcuna voglia di fare consulenza sessuale al nipote di qualcun altro.

Eunhong, travolto dall’autodisprezzo che gli montava dentro, aveva sentito venir voglia di morire sul colpo.

Fu allora che il generoso professor Choi cambiò naturalmente argomento: «Il Direttore Lee mi ha detto… che voleva rimandare la terapia psicologica.»

«Eh?»

«Aveva detto che i ricordi stavano tornando a frammenti e che non voleva più scavare oltre.»

«…Sì.»

«Non è il mio campo, quindi non sono uno specialista, ma almeno questo lo so: evitare la terapia non è la risposta. Ripercorrere i ricordi lentamente è il modo che riduce al minimo gli effetti negativi.»

Il professor Choi lo aveva consigliato con cautela, osservando il colorito di Eunhong.
Ma Eunhong aveva già preso la sua decisione. Anche dopo averne parlato con Jaeha, i ricordi avevano continuato a svilupparsi enormemente nei sogni. Eunhong desiderava che, continuando così, i suoi ricordi si mescolassero a quelli di Jaeha fino a svanire lentamente.

«In che modo potrebbe essere meno negativo, qualunque sia il modo in cui li ricordo? È un evento di cui conosco già il risultato. Mi sembra inutile.»

Eunhong rispose lasciando uscire le parole come un sospiro.

Il professor Choi tirò fuori un blocchetto, vi scarabocchiò qualcosa e glielo porse.

«Se avesse bisogno d’aiuto, può contattarmi direttamente a questo numero. Se c’è qualcosa che la mette a disagio o se vuole ricevere cure in privato e con tranquillità, possiamo anche incontrarci fuori senza il Direttore.»

Per il tono allusivo, Eunhong spalancò leggermente gli occhi. Ultimamente non riusciva proprio a capire perché così tante persone gli stessero dando il proprio numero diretto. Annuì lentamente.

«Grazie per la preoccupazione. Non credo che ce ne sarà bisogno, ma terrò a mente quello che mi ha detto.»

«Siete così giovani, eppure pensate troppo….»

Il professor Choi borbottò trascinandosi l’ultima frase, così Eunhong non riuscì a sentire bene cosa avesse detto. Quando chiese confuso: «Eh?», lui si limitò a scuotere la testa evitando il suo sguardo.

Eunhong prese spontaneamente il fascio di documenti che l’uomo stava sistemando, dicendo che li avrebbe portati nella stanza di Jaeha. Aveva pensato che, dato che Jaeha forse non sarebbe passato dallo studio una volta tornato a casa, avrebbero potuto mancarsi.
Eppure il professor Choi aggrottò le sopracciglia e schioccò la lingua a bassa voce.

«A guardarla bene, questa casa ha davvero troppe stanze inutili.»

Eunhong inclinò la testa, cercando di capire cosa intendesse….

«Credo anch’io. A volte nemmeno ci si rende conto che c’è qualcuno in casa. Se mi nascondessi sul serio, nemmeno Jaeha riuscirebbe a trovarmi.»

Annuì pensando che si riferisse al fatto che fosse scomoda. Dopotutto la casa era davvero enorme.

Ma, per qualche motivo, sembrava che la risposta di Eunhong non fosse piaciuta al professor Choi.

***

L’orologio su cui, da un po’, continuavano ad apparire piccoli cuori rossi alla fine aveva iniziato persino a suonare. Eunhong se lo tolse in fretta e lo lanciò via. Sul ponte del naso aggrottato si era accumulata una vergogna impossibile da nascondere. Accarezzandosi irritato il polso dove prima era stretto il cinturino di pelle, borbottò: «E sarebbe stabile, questo?»

Si trovava nello studio al secondo piano e stava disegnando gli arretrati di lavoro dell’azienda. Il tema dei cash item arrivato dal reparto pianificazione quella volta era “agente segreto”. Anche se il gioco aveva un’ambientazione fantasy, gli oggetti acquistabili a pagamento spesso attraversavano varie epoche a seconda del tema; e dato che il modello affidato a Eunhong era un personaggio maschile umanoide, stava sfogliando riferimenti di classici completi da film di spionaggio.

Mentre guardava la foto di un completo nero in herringbone dalla linea Windsor apparso in un famoso film, era stato inevitabile che gli venisse in mente Jaeha, rientrato tardi la notte precedente.

Il problema era proprio quel vestito. Jaeha, che di solito davanti a lui indossava completi casual o cardigan morbidi di maglia, si era improvvisamente presentato in un classico completo elegante, e così Eunhong non era più riuscito a staccargli gli occhi di dosso. Un bellissimo alpha vestito di nero, immerso nella tristezza… Le spalle leggermente bagnate, forse per la pioggia, rendevano ancora più malinconica la sua atmosfera.

Il pesante tessuto nero che avvolgeva teso le spalle solide gli faceva sembrare la vita ancora più sottile. Le lunghe gambe sotto la giacca ricordavano una bestia elegante e veloce. La camicia bianca sotto il profondo scollo a V non riusciva a coprire davvero il petto nascosto sotto. Forse erano i suoi occhi a essere perversi. Quelle clavicole, quei pettorali ben aperti, gli si erano impressi negli occhi come dipinti con un pennello.

Sembrava una pubblicità di profumo oscena, vista tempo prima. Se avesse strappato quel completo bagnato, lì sotto ci sarebbe stato….

Eunhong arrivò fin lì con il pensiero, poi scosse la testa scacciando la fantasia. Eppure, in modo terribilmente ingiusto, gli era bastato immaginarlo solo per un attimo, appena un attimo, perché quell’orologio troppo sensibile iniziasse a suonare come indemoniato, trattandolo da pazzo. Anche se, in effetti, era da pazzi fare fantasie del genere su un amico appena tornato dal colombario nel giorno dell’anniversario della morte di sua madre.

«A questo punto il mio cervello è proprio dominato dai feromoni….»

Dallo studio su un lato del secondo piano si poteva osservare l’intera casa. Eunhong posò la penna della tavoletta grafica che stava facendo rotolare sul dorso della mano e si alzò. Appoggiandosi leggermente alla ringhiera di vetro, sbirciò di sotto. L’enorme casa era deserta.

Quella mattina Jaeha si era svegliato più tardi del solito. Quando Eunhong, alzatosi a sua volta tardi, era andato a cercarlo, lui aveva detto con la voce spezzata che avrebbe saltato il pasto. Non si era mosso minimamente da sotto le coperte, così Eunhong aveva pensato che fosse semplicemente molto stanco. Anche lui era uno che preferiva dormire piuttosto che mangiare, quindi non l’aveva svegliato apposta e aveva mangiato qualcosa da solo.

Con quel tempo cupo era normale avere più sonno, quindi non ci aveva dato peso.
Eppure, senza Jaeha che gironzolava qua e là facendo rumore, quella casa enorme era diventata incredibilmente silenziosa. Anche se faceva abbastanza caldo, le spalle gli tremavano come se entrasse corrente.

Con la scusa che il caffè era finito, Eunhong prese una tazza e scese al piano di sotto. Già che c’era, pensò di controllare anche Jaeha. Era sospetto che uno come lui, che raramente aveva problemi di resistenza fisica, non riuscisse a vincere il sonno.

La porta scorrevole, tenuta perfettamente, si aprì senza fare rumore.

Sembrava che Jaeha non fosse mai sceso dal letto, perché il mucchio di coperte era rimasto esattamente nella stessa forma della mattina. Nella stanza aleggiavano debolmente i suoi feromoni, come nebbia dell’alba.

Eunhong si passò una mano sul viso e avanzò in punta di piedi come un gatto. Sul comodino c’erano degli antipiretici e antidolorifici aperti alla buona. Aggrottando la fronte, Eunhong osservò le tracce delle medicine assunte. Vedendo diversi involucri di alluminio accartocciati, venne improvvisamente assalito dalla preoccupazione che ne avesse abusato.

«Quante medicine hai preso… Jaeha?»

Quando sollevò con cautela il mucchio di coperte, apparve un volto pallidissimo. Preso dall’urgenza, gli portò subito la mano alla fronte, e la persona che giaceva immobile come morta si mosse appena emettendo un gemito dalla gola.

«Mmh…»

«Lee Jaeha, stai bene?»

La fronte sotto il suo palmo era umida di sudore. Sollevò ancora di più le coperte e infilò la mano verso il collo. Non appena la pelle fredda di Eunhong lo sfiorò, Jaeha si rannicchiò gemendo sofferente.

«Ehi, sei bollente.»

Non sarà… rut, vero?

All’improvviso Eunhong si inumidì le labbra secche con la lingua. In tutti quegli anni, le uniche volte in cui aveva visto Lee Jaeha stare male erano sempre state legate ai suoi tratti biologici, quindi il suo pensiero era andato naturalmente in quella direzione. Eunhong avvicinò il viso alla zona della clavicola di Jaeha e inspirò, poi inclinò soltanto la testa. Aveva cercato di intuire qualcosa, ma non avendo alcuna esperienza riguardo al rut, rimaneva solo confuso.

«Chiamerò il professor Choi. Aspetta un attimo.»

Jaeha afferrò il polso di Eunhong proprio mentre lui si alzava di scatto per allontanarsi. Colto alla sprovvista, Eunhong perse l’equilibrio e ricadde seduto sul letto.

«Ti senti un po’ meglio?»

Anche quando Eunhong glielo chiese di nuovo, Jaeha non rispose. Rimase soltanto sdraiato sul letto, stringendogli forte il polso. Aveva il volto affondato nel materasso, quindi non si vedeva la sua espressione. Eunhong tirò su la coperta e gli ricoprì di nuovo le spalle rimaste scoperte. Poi, accarezzandolo come per calmare un bambino, avvicinò le labbra al suo orecchio e sussurrò: «Jaeha… stai tanto male?»

Jaeha scosse la testa senza dire una parola.

«Hai una febbre altissima…, credo che dovrei chiamare il professore.»

Scosse di nuovo la testa.

Eunhong lasciò uscire un leggero sospiro. Quindi sta davvero male.

Provò a girarsi appena, ma la presa sul suo polso rimase immobile e salda. Dal punto in cui era afferrato sentiva il calore risalire lentamente. Anche i feromoni che aleggiavano tutt’intorno contribuivano. Perfino sotto le orecchie di Eunhong iniziò piano piano a diffondersi il calore.

Che razza di pensieri sto facendo con uno che sta male… io…

Per fortuna si era tolto l’orologio già da un po’. Se i suoi feromoni avessero iniziato a trapelare, cosa avrebbe pensato Jaeha? Sperò che capisse che dipendeva soltanto dal fatto che ancora non riusciva a controllarsi bene.

Dimenando appena il sedere, Eunhong salì gattonando sul letto. Con un colpetto del piede si liberò delle ciabatte. Mezzo sdraiato accanto a Jaeha, iniziò ad accarezzargli seriamente la spalla.

«Se resti zitto così, sembra quasi che tu voglia evitare che chiami il professor Choi.»

«…»

«Quando stai male fai sempre così. E non sei mica un bambino.»

«…»

«No, davvero, facevi così da piccolo e continui ancora adesso… Quanti anni hai? Non ti hanno mai detto che un adulto dovrebbe andare in ospedale da solo quando sta male?»

Jaeha rimase soltanto sdraiato a pancia in giù senza rispondere, come se si fosse addormentato. Stringeva soltanto il polso di Eunhong come un bambino spaventato che teme gli portino via il suo giocattolo.

Eunhong interruppe la ramanzina e lasciò uscire un lungo sospiro.

Alla fine rinunciò a liberarsi e si lasciò cadere sul letto. Smise persino di accarezzarlo e rimase lì, disteso a fissare il soffitto sbattendo lentamente le palpebre. La coperta impregnata del calore di Jaeha era tiepida. Nella camera, avvolta da un’atmosfera soffice e tranquilla, per un po’ si sentì soltanto il rumore dei respiri.

Eunhong alzò la mano e gli scostò dolcemente i capelli. I morbidi capelli neri gli scivolarono tra le dita frusciando piano. Forse per colpa dell’atmosfera, Eunhong finì per lasciarsi sfuggire quello che aveva nel cuore.

«…Mi hai spaventato, pensavo fosse rut.»

Anche se non sapesse davvero cosa fosse un rut, nel momento in cui pensò che almeno non potesse avere un’atmosfera del genere, la tensione gli si sciolse addosso. Rimase a fissare distrattamente le proprie dita che accarezzavano i capelli di Jaeha.

Lui e Jaeha erano qualcosa che stava nel mezzo: né amici né amanti

Il sesso era decisamente un’altra questione. Rendendosi conto di quanto si fosse irrigidito senza accorgersene, la cosa gli apparve ancora più chiara. Solo immaginare di ritrovarsi con Jaeha in un’atmosfera del genere gli faceva prudere il petto per l’imbarazzo e la tensione. Però gli dava anche fastidio pensare che Jaeha, durante il rut, potesse uscire a cercare un altro omega.

«Se fosse stato il rut…»

Jaeha afferrò la mano di Eunhong e si sollevò di colpo. Perso nei propri pensieri, Eunhong sobbalzò.

«Se avessi davvero pensato che fosse il rut, non avresti dovuto nemmeno pensare di entrare.»

«…»

«Non avresti dovuto pensare di entrare nella mia stanza. Dovevi scappare fuori e chiedere aiuto.»

Un’ombra cadde sul volto di Eunhong.

Jaeha si era tirato su in un istante e ora lo guardava dall’alto. I capelli scompigliati gli ricaddero lentamente sulla fronte. Tra le ombre, i suoi occhi neri brillavano freddi.

«Come hai potuto entrare nella stanza dove c’ero io, pensando che fossi in rut?»

«Ormai io…» Eunhong esitò prima di parlare. Era vero che si sentiva in imbarazzo, ma non aveva paura e non gli dava fastidio. E così pronunciò parole piuttosto… no, tremendamente impulsive. «Potrei aiutarti io…» 

Perché dovrei scappare? Mormorò quelle ultime parole trascinandosi la frase, perché all’improvviso il volto di Jaeha si era contratto. Jaeha affondò la fronte nella sua spalla. I capelli gli sfiorarono il viso facendogli il solletico. Un respiro caldo gli sfuggì dalle labbra e gli sfiorò il petto. Eunhong gli afferrò cautamente le spalle.

«Comunque ora non è così, quindi chiamiamo il professor Choi. La febbre non ti scende. Tu non sei normale così. Non è una cosa che ti capita spesso stare male e avere tutta questa febbre.»

«…»

«Mh? Non fare il testardo.»

Quando Eunhong lo spinse di nuovo piano sulla spalla chiedendogli di spostarsi, Jaeha sollevò lentamente la testa.

«Hai detto che mi aiuteresti?»

«Mm… sì….»

«Hai detto che mi aiuteresti…»

Nella domanda di ritorno c’era mescolato un sospiro. Era una voce piena di rassegnazione. Jaeha lasciò ricadere le spalle e rimase fermo a respirare in silenzio.

Eunhong allungò una mano per toccarlo, nel tentativo di distrarlo, ma poi si fermò. Forse aveva sbagliato a dire che lo avrebbe aiutato?

Con la distanza ormai così ridotta, fissò le labbra di Jaeha troppo vicine al suo viso e mormorò: «…È meglio che chiamare un altro omega, no?»

Alla domanda se vedesse Jaeha come un potenziale partner romantico, non riusciva ancora a rispondere con certezza. Non sapeva se quel battito accelerato fosse causato da Lee Jaeha o dai feromoni sviluppatisi tardivamente dentro di lui. Se avesse provato desideri del genere quando era ancora un beta, avrebbe deciso facilmente. Ma per colpa di quel piccolo organo comparso nel suo corpo dopo ventotto anni, Eunhong non riusciva proprio ad avere certezze sui propri sentimenti.

Eppure, se Jaeha stava soffrendo per il rut e aveva bisogno dei feromoni di un omega, allora glieli avrebbe concessi volentieri. Sapeva bene quanto detestasse gli altri omega, quindi almeno questo poteva farlo per lui. Prestargli il proprio corpo, almeno quello…

«Che cosa? Chiamare cosa?»

Jaeha alzò bruscamente la testa. La sua voce fredda colpì Eunhong.

«Non è così?»

Eunhong chiese con tono incerto. Intimidito dalla pressione di Jaeha, la sua voce tremò d’insicurezza. Forse intendeva che sarebbe stato più semplice chiamare un altro omega?
All’improvviso l’atmosfera intorno a Jaeha diventò cupa e opprimente. Eunhong si sostenne sui gomiti e si tirò su con il busto. Jaeha spalancò gli occhi come se fosse assurdo, poi lasciò uscire un profondo sospiro. Il modo in cui il suo petto si gonfiava e si abbassava appariva quasi feroce, e così Eunhong iniziò cautamente a osservarne l’umore.

«Ti sei arrabbiato?»

Senza rispondere, Jaeha girò il capo e fissò intensamente un angolo della camera. Il suo sguardo era incredibilmente duro.

«Perché sei così arrabbiato?»

«Che idea ti sei fatto di come io passi il rut…» Nel lungo respiro che espirò si mescolarono i feromoni. Espellendo quell’aria impregnata di un aroma pesante, Jaeha chiese con tono gelido: «Sai almeno cos’è il rut? E parli così con leggerezza?»

«…Non l’ho detto con leggerezza.»

Jaeha rimase a fissarlo negli occhi per parecchio tempo, poi si allontanò. Raccolse la maglietta lasciata su un lato del letto e se la infilò, alzandosi lentamente. Si passò più volte le mani sul viso asciutto e lasciò uscire un grande sospiro; poi, senza riuscire ancora a guardare Eunhong, parlò piano.

«Potrei attaccarti il raffreddore, quindi esci.»

«…»

«Chiamo io il professor Choi, quindi non preoccuparti.»

Jaeha spinse leggermente la schiena di Eunhong, che si era alzato titubante. Continuò a sospingerlo fuori dicendogli di andare a fare le sue cose, poi chiuse piano la porta.

***

Jaeha continuò comunque a svegliarsi presto ogni mattina per preparare da mangiare, sorridere allegramente e accompagnare Eunhong al lavoro guidando con prudenza. Non c’era stata nemmeno la minima differenza rispetto alla routine che aveva mantenuto perfettamente nelle ultime due settimane.

Solo la colazione era diversa dal solito: aveva preparato dei noodles. In un ricco brodo di acciughe aveva messo una porzione di noodles ben lessati e vi aveva aggiunto sopra guarnizioni di cinque colori. Era certo che la signora Ham non fosse passata. Eunhong inclinò la testa osservando Jaeha, seduto davanti a lui in un completo gessato mentre sorseggiava caffè. I noodles erano davvero deliziosi.

Anche scegliere i suoi vestiti era rimasto uguale al solito. Se c’era qualcosa di diverso, era che gli proponeva cose incredibilmente assurde. Prima aveva scelto righe orizzontali sia sopra che sotto, poi un completo hot pink, poi addirittura un look da semaforo…. E si lamentava dicendo che nessuno di quelli andava bene perché erano tutti troppo belli.

Non ho mica gusti così pessimi….

Alla fine, temendo di fare tardi, Eunhong finì per indossare i vestiti scelti da lui stesso.

Quando l’auto imboccò la strada principale, Eunhong capì finalmente l’origine di quella strana sensazione. Jaeha aveva imprecato contro una macchina che si era infilata cambiando corsia all’ultimo secondo.

Davanti a quella scena mai vista prima, Eunhong spalancò gli occhi e iniziò a osservare attentamente il profilo di Jaeha.

È arrabbiato. È proprio arrabbiato.

E quel sospetto si rivelò presto corretto. Non appena Eunhong scese davanti all’azienda, Jaeha ripartì sfrecciando via. Fino alla settimana prima era rimasto fermo con l’auto parcheggiata ad aspettare che Eunhong attraversasse la lobby e prendesse l’ascensore. Solo quando Eunhong gli salutava con la mano entrando in ascensore la macchina si decideva finalmente a partire….

Certo, in strada c’erano tante auto parcheggiate, ma a Eunhong dava comunque fastidio. Si era persino preoccupato che qualcuno potesse riconoscere Jaeha, scattargli una foto e danneggiarne l’immagine pubblica. Per questo era stato lui stesso, fino ad allora, a chiedergli di lasciarlo più lontano o di andare via subito.

Eppure, nel momento in cui Jaeha se n’era davvero andato per primo, sentì improvvisamente montargli dentro una strana delusione. Perché?

Jaeha, a differenza di Woohyeon, non faceva mai nulla che costringesse Eunhong a camminare sulle uova o che lo mettesse a disagio con atteggiamenti pungenti. Anche all’uscita dal lavoro veniva sempre a prenderlo all’ora concordata, e la sera preparavano e mangiavano la cena insieme sorridendo.

Però non gli asciugava più i capelli dopo la doccia, né insisteva perché guardassero la TV insieme. Ogni volta che Eunhong provava a giocare, prima lo disturbava ostinatamente e gli si sdraiava addosso usando le sue gambe come cuscino, ma anche quello era cessato di colpo.

E soprattutto, non lo toccava più nemmeno una volta!

Dopo circa tre giorni così, Eunhong sentì i nervi tendersi fino al limite. Arrivò persino a pensare che forse era così che si sentiva una persona costretta a smettere carboidrati per un mese intero.

Voglio che mi tocchi.

Per un istante Eunhong pensò di essere diventato uno schiavo volontario, poi scosse la testa.

***

«La nostra azienda non starà mica andando in rovina, vero?»

Se qualcuno avesse chiesto se esistesse davvero un’azienda in cui i dipendenti interpretavano il fatto che il CEO lavorasse diligentemente fin dal mattino presto come un presagio di fallimento imminente, Han Sejin avrebbe risposto che sì, quel posto era esattamente quello.

«Non è che le azioni della Hanjeong Bio stanno crollando e lui è ridotto così? Ho sentito che il nostro CEO possiede parecchie quote.»

«Non possiede più quote della divisione entertainment?»

«Anche quelle sono crollate. Forse sta cercando un modo per sopravvivere.»

«Smettila di dire assurdità, quando mai la Hanjeong dovrebbe fallire? E anche se fallisse, il signor Taemin sarebbe comunque più povero di lui.»

Han Sejin, che non ne poteva più di ascoltarli, sbottò finalmente. Dicevano che al mondo esistessero tre preoccupazioni inutili, e una di quelle era preoccuparsi dei chaebol.
Per un impiegato, la cosa migliore era chiudere le orecchie, chiudere gli occhi, tenere la bocca chiusa e limitarsi a lavorare sodo. Proprio come faceva lui….

Stava ancora borbottando tra sé quando il cellulare squillò.

“Segretario Kim – Hanjeong”

Aveva già perso il conto di quante volte quel numero l’avesse chiamato negli ultimi giorni. Han Sejin si pentì amaramente del momento in cui, ingannato dal volto così cordiale del segretario Kim, gli aveva dato il suo numero. Quella non era nemmeno una filiale del gruppo, quindi perché tutti quei problemi dovevano ricadere su di lui? Dicevano sempre che immischiarsi negli affari familiari del capo fosse un inferno senza via d’uscita! Mentre si tirava i capelli disperato, si fece coraggio e si diresse verso l’ufficio dell’amministratore delegato.

«CEO….»

Aprendo a metà la porta di vetro opaco, Han Sejin chiamò Lee Jaeha con una voce quasi strisciante.

«È arrivata di nuovo una chiamata.»

Senza nemmeno voltare la testa dal monitor che stava guardando, Jaeha rispose: «Ha così tanto tempo libero? Abbastanza da poterle assegnare altro lavoro?»

Han Sejin, senza lasciarsi scoraggiare, entrò e si fermò davanti alla scrivania. La mano che muoveva il mouse si fermò di colpo. Accorgendosi che Jaeha era pronto ad ascoltare, Han Sejin parlò rapidamente.

«Il segretario Kim ha detto di chiedere al CEO di controllare il messaggio riguardo agli impegni del Presidente per oggi.»

«Mi sa che è il segretario Kim a pagarle lo stipendio.»

«Infatti stavo pensando di cambiare numero di telefono, quindi magari mi approvi anche un risarcimento per infortunio sul lavoro.»

«Infortunio sul lavoro?»

Davanti a quella frase improvvisa, lo sguardo tagliente di Jaeha si spostò su Han Sejin. Lui, con aria servile, continuò a scherzare.

«Sono giorni che soffro ogni mattina perché vengo trascinato negli affari familiari del CEO…»

Le sopracciglia di Jaeha si sollevarono appena.

«Le aziende a gestione familiare funzionano così, no? Alla fine quelli che ci rimettono sono sempre i dipendenti sotto. Tra il segretario Kim e il professor Choi, ultimamente mi stanno tormentando parecchio…»

Jaeha agitò una mano come per scacciare una mosca fastidiosa. Quel gesto significava chiaramente “sparisci immediatamente”, e Han Sejin fece una faccia disperata. Se fosse stato cacciato ancora una volta senza risultati, il segretario Kim l’avrebbe tormentato senza pietà. Anche lui, probabilmente, aveva le sue difficoltà e non ce l’aveva personalmente con lui….

In ogni caso doveva risolvere quella situazione al più presto. Solo così avrebbe potuto almeno pranzare in pace. Così Han Sejin aggiunse rapidamente: «Il segretario Kim ha detto di riferirle che, se oggi non si presenterà alla sede centrale entro l’orario dell’appuntamento, il Presidente verrà personalmente a casa sua questa sera.»

Jaeha, che fino a quel momento aveva fissato il monitor con un’espressione apatica, si immobilizzò di colpo. Voltò lentamente la testa verso Han Sejin, e per un attimo quest’ultimo ebbe persino l’impressione di sentire un inquietante scricchiolio. Sembrava una marionetta di legno tornata dall’inferno, con fiamme azzurre che gli uscivano dagli occhi.

«Perché me lo dice soltanto adesso?»

Jaeha uscì dal parcheggio sotterraneo per dirigersi verso la residenza principale della famiglia. Sul tragitto tra la sua azienda e l’edificio della Hanjeong, dove il Presidente Lee lo stava aspettando, si trovava anche la società di Eunhong.

Stringendo il volante e mordicchiandosi soltanto le labbra, Jaeha cambiò improvvisamente direzione come se avesse preso una decisione e si avviò verso l’azienda di Eunhong. Aveva ancora un po’ di tempo prima dell’appuntamento.

Il piano iniziale era stato quello di parcheggiare l’auto vicino all’azienda di Eunhong, passare lì davanti con noncuranza e dirgli che si trovava in zona, così da farlo uscire per bere un caffè o mangiare un dolce insieme, per poi rimandarlo su. Ma quando arrivò davvero lì, non riuscì ad aprire bocca. Negli ultimi giorni si era comportato come un ragazzino e, alla fine, la punizione la stava subendo lui stesso.

Mi manca.

Non trovando un posto adatto dove parcheggiare, lasciò l’auto in un parcheggio a pagamento un po’ distante. Tirò fuori il cellulare pensando di scrivergli un messaggio mentre andava a piedi, ma continuava soltanto a esitare. Alla fine Jaeha rinunciò all’idea di incontrarlo e, con un senso di rimpianto, entrò in una piccola caffetteria da cui si vedeva bene la caffetteria aziendale di Eunhong, sedendosi lì.

Mentre continuava a pensare che voleva vedere Eunhong e guardava fuori dalla finestra, gli occhi di Jaeha si spalancarono all’improvviso. Proprio in quel momento Eunhong era sceso con alcuni membri del team e si stava dirigendo verso la caffetteria. Portava al collo il badge da dipendente appeso a un cordoncino blu e aveva un’espressione piuttosto luminosa mentre parlava con loro. Jaeha, per abitudine, aprì il cellulare e controllò il livello dei feromoni di Eunhong. Era un gesto che gli dava sollievo e, allo stesso tempo, disgusto verso sé stesso.

Il mio Bunhong.

Gli angoli delle labbra di Jaeha si incurvarono automaticamente verso l’alto. Appoggiò il mento sulle mani intrecciate e si mise a osservarlo sul serio.

Eunhong, leggermente magro e con la testa piccola, aveva delle proporzioni armoniose che lo facevano risaltare più delle persone della sua stessa altezza. La pelle chiara e trasparente, insieme al cardigan chiaro indossato con noncuranza, erano bellissimi. Jaeha si ritrovò a pensare che avrebbe dovuto comprargli altri vestiti di quella marca.

Eunhong si sedette e iniziò a giocherellare con il cellulare. Sembrò guardarlo per un attimo, poi lo posò e prese il caffè che un membro del team gli aveva passato. Il modo in cui si inchinò leggermente per ringraziare era adorabile. Anche se c’era una certa distanza, a Jaeha sembrava quasi di vedere chiaramente la sua espressione, come se il cervello gli stesse riproducendo un’immagine già impressa nella memoria.

Le labbra di Eunhong si fecero appuntite mentre stringeva la cannuccia. Poco dopo, le guance si infossarono leggermente per poi gonfiarsi di nuovo. Le sue guance bianche si arrossavano facilmente e il pomo d’Adamo si alzava e abbassava lentamente. Vedendolo ostinarsi a bere qualcosa di ghiacciato nonostante il freddo, Jaeha socchiuse gli occhi. Eunhong smise di bere il caffè e tornò a giocherellare con il telefono.

Anche se gli altri parlavano rumorosamente, Eunhong continuava a guardare il cellulare. Allora la persona seduta di fronte a lui agitò una mano per attirare la sua attenzione. Qualunque cosa gli avesse detto, Eunhong rise con un’espressione imbarazzata e agitò freneticamente le mani in segno di rifiuto. Poi una collega seduta accanto a lui sembrò sbirciare il cellulare di Eunhong. 

Stanno guardando una foto…?

Jaeha osservò in silenzio per un momento, poi inviò un messaggio a Eunhong.

Lee Jaeha: “Tesoro… Il mio tesoro ha mangiato bene?”

La reazione fu immediata. Quella subordinata di nome Seo Heeseung si agitò talmente tanto che Jaeha arricciò il naso e rise sottovoce. Eunhong, che stava bevendo il caffè, andò di traverso e iniziò a pulirsi continuamente la bocca. Inoltre era riuscito anche a far mettere da parte il tizio seduto di fronte che cercava la sua attenzione.

Eunhong sembrava agitato, ma non dava l’impressione di sentirsi davvero male. Era adorabile il modo in cui, dopo che Seo Heeseung aveva visto il messaggio, cercò freneticamente di nasconderlo. Jaeha finì involontariamente per ridere a voce alta. Per colpa di ciò, il dipendente che gli stava portando il caffè si spaventò e, posando il vassoio con un gran rumore, ne rovesciò un po’.

«Mi dispiace, mi dispiace davvero. Gliene preparo subito un altro.»

Jaeha sfoggiò un sorriso da dipinto e rispose che andava bene così, che lo avrebbe bevuto comunque. Il suo sguardo, però, restava fisso su Eunhong.

***

Il Presidente Lee, che stava affondato in una grande poltrona, si alzò lentamente. Aveva appena ricevuto il rapporto che diceva che l’auto di Lee Jaeha era entrata nel parcheggio dell’edificio principale. Il Presidente Lee avanzò lentamente fino alla finestra. Sebbene si sostenesse a un bastone di metallo, non dava affatto l’impressione di essere debole o fragile.

«Quello che avevo detto di preparare?»

Il Segretario Kim, che stava aspettando dietro di lui, posò una spessa busta di documenti sulla scrivania. Il Presidente Lee le lanciò un’occhiata e annuì lentamente. Aveva cercato il più giovane della famiglia per diversi giorni perché aveva qualcosa da affidargli. Come aveva detto Jaseong, pensava che fosse arrivato il momento di dare gradualmente più potere anche a Jaeha.

«Hai detto loro di controllare l’azienda gestita dal più giovane?»

«Sì, Presidente-nim. Ho trasmesso l’incarico all’ufficio del segretariato.»

«Digli di guardare bene. Voglio che raccolgano tutto senza tralasciare nemmeno il minimo dettaglio su come ha gestito le cose finora.»

«Capito.»

«E al padre di quel ragazzo di Jaeha…»

Il Presidente Lee non riuscì a continuare subito e sprofondò nei pensieri. In quel momento arrivò dall’ufficio del segretariato la comunicazione che era arrivato un ospite. Poco dopo, una figura imponente attraversò il lungo corridoio ed entrò direttamente nello studio del Presidente. Lee Jaeha fece un leggero cenno del capo al Segretario Kim, che lo salutò rispettosamente, poi si avvicinò al Presidente Lee.

«Mi hai fatto chiamare.»

Il Presidente Lee indicò il divano e gli disse con calma di sedersi.

«Non so quale sia il motivo per cui mi hai chiamato, nonno, ma te l’ho già detto chiaramente l’ultima volta. Non lo farò.»

Jaeha serrò fermamente le labbra. Non era né il primo né il secondo anno che suo nonno cercava di trascinarlo dentro. Odiava essere controllato e tenuto stretto, per questo aveva lasciato presto la famiglia e si era creato qualcosa per conto suo. Detestava essere manipolato dal nonno. Eppure, questa volta, perfino sua sorella maggiore sembrava essersi unita alla causa, insistendo a lungo e con ostinazione. Jaeha si premette la testa dolorante, sentendo pulsare l’emicrania.

«Io vivrò senza avere nulla a che fare con la Hanjeong.»

«Non ti sto chiedendo di fare molto. Solo… eredita e gestisci una singola fondazione culturale.»

«So bene che sarebbe soltanto l’inizio.»

«Sto lasciando persino tuo padre libero di fare ciò che vuole, e tu continui a non fidarti di me. È soltanto il tuo orgoglio irragionevole.»

Alla menzione di suo padre, le sopracciglia di Jaeha si contrassero.

«Nonno.»

Quando Jaeha lo fissò con il volto irrigidito, anche lo sguardo del Presidente Lee si oscurò. In momenti del genere, sembrava più simile a lui che non a suo figlio.

«Ho sentito dire che anche a tuo padre non resta molto tempo.»

«Ha resistito a lungo senza feromoni.»

«La fondazione era qualcosa di cui si occupava tua madre. Prendi solo quella e gestiscila bene. Non ti chiederò altro.»

Jaeha spalancò gli occhi, incredulo. Aveva persino tirato in ballo sua madre. Il nonno aveva usato molte strategie diverse, ma era la prima volta che parlava di lei.

«Pensavi davvero che, usando mia madre, io avrei accettato subito? Quando si muore è finita. Credi davvero che mi importerebbe qualcosa?»

Il Presidente Lee tirò fuori una sigaretta e se la mise tra le labbra. Il Segretario Kim si avvicinò in fretta per accendergliela. Un filo di fumo blu si alzò lentamente. Il Presidente Lee stava espirando il fumo quando venne preso da un violento colpo di tosse. L’espressione di Jaeha, che lo osservava in silenzio, si contorse brutalmente.

«Quando mia madre era viva, non la sopportavi nemmeno.»

«Era così.»

Jaeha serrò i denti con forza.

«E allora perché fai finta di rispettarla e prenderti cura delle sue cose solo dopo la sua morte? Espiazione?»

Jaeha strinse il pugno fino a farsi male. Suo nonno aveva sempre considerato sua madre una spina nel fianco. Aveva desiderato così tanto liberarsene, eppure, quando lei era morta, aveva pianto come se avesse perso davvero un membro della famiglia. E ora voleva persino lasciargli gli oggetti che suo padre aveva custodito gelosamente di lei. Sembrava una tragedia melodrammatica da quattro soldi.

Il Presidente Lee, dopo aver finito la sigaretta fino all’ultimo tiro nonostante la tosse, guardò Jaeha con un profondo sospiro.

Jaeha sostenne lo sguardo velato dalla stanchezza di suo nonno. Siccome intuiva già cosa stesse per dire, le sue sopracciglia tremarono leggermente. Seguendo il gesto del Presidente Lee, il Segretario Kim prese la busta di documenti dalla scrivania e gliela porse.

«Tuo padre ha inviato un testamento tramite il suo avvocato. Dice che l’intera gestione delle opere d’arte di tua madre deve essere affidata a te.»

Subscribe
Notificami
guest

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

0 Commenti
Oldest
Newest Most Voted
Inline Feedbacks
View all comments



FacebookXPinterest
Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.