DIAMOND DUST – CAPITOLO 4

Un profumo particolare

L’ultimo giorno di una mostra, quello della chiusura, era decisamente meno impegnativo rispetto all’inaugurazione. A seconda del tipo di esposizione, a volte proprio nell’ultimo giorno venivano invitati gli artisti e gli acquirenti per un ricevimento conclusivo. Questa, però, essendo una mostra collettiva, rendeva difficile conciliare gli impegni di tutti, così si era deciso di concludere invitando soltanto gli artisti disponibili e i clienti principali, che sarebbero stati ricevuti all’esterno dal signor Liu e dalla direttrice Han.

Io, essendo soltanto un lavoratore part-time temporaneo, non avevo bisogno di presentarmi fin dal mattino. Arrivai all’orario di chiusura della galleria e aiutai Yuni noona e Juhan hyung a sistemare la sala espositiva. A differenza della volta precedente, stavolta dovevamo semplicemente rimuovere tutte le opere e trasferirle nel deposito sotterraneo.

Forse perché avevamo già lavorato insieme una volta, prima ancora che fossero le dieci avevamo già trasportato tutte le opere in magazzino e le avevamo anche imballate di nuovo con cura. A partire dal lunedì, la maggior parte di quei lavori sarebbe stata consegnata ai nuovi proprietari. La percentuale di vendite era stata talmente alta da sfiorare un nuovo record e, mentre parlavano dell’abbondante bonus che probabilmente avrebbero ricevuto quel mese, le voci dei due si alzarono per l’entusiasmo, tanto che finirono perfino per mettersi a ballare nel deposito sotterraneo.

Avevamo lavorato a un ritmo impressionante, ma proprio per questo, una volta terminato, mi sentivo completamente esausto. Era la stessa stanchezza che si prova dopo uno sprint al massimo della velocità.

Eravamo seduti ben distanti l’uno dall’altro attorno al tavolo della sala riunioni. Juhan hyung, con un braccio sotto la testa, dormicchiava appoggiato al tavolo; Yuni noona infilò due capsule nella macchina del caffè, preparò un caffè molto forte, ci aggiunse del ghiaccio e lo bevve in un sorso dopo l’altro. Anch’io sentivo un po’ di fatica addosso e rimasi con le braccia conserte, appoggiato di sbieco allo schienale della sedia.

«Ma tu devi proprio amare le righe.»

«Eh?»

Non era che non avessi capito ciò che aveva detto Yuni noona. Era stata semplicemente una reazione istintiva: non mi aspettavo un argomento del genere in quel momento. Dopo aver bevuto più della metà del gigantesco tumbler pieno di caffè, sembrava aver recuperato un po’ di energie.

«Anche all’apertura VIP, e pure il giorno prima, eri venuto con una maglietta a righe. Però non avrei mai immaginato che oggi ne avresti indossata un’altra. Per colpa tua ho perso la scommessa.»

«Grazie, Yeehyeon. Grazie a te Baek Yuni mi offrirà da mangiare.»

Ancora sdraiato sul tavolo, Juhan hyung si limitò a voltare la testa verso di me, fece un segno di vittoria con le dita e mi rivolse un largo sorriso.

«Ah… mi dispiace, noona.»

Yuni noona, che si era alzata e mi era passata alle spalle, sorrise e mi diede una leggera pacca sulla schiena.

«E allora, se avessi vinto io, dovresti dispiacerti per Kwon Juhan?»

«Ah…»

A pensarci bene, aveva ragione.

«E quando riceverai anche questo, ti sentirai ancora più in colpa nei miei confronti. Che si fa…?»

Dal banco prese una piccola borsa da shopping e la posò sul tavolo. Era una graziosa busta nera con la scritta “Old Future” e un nastro nero come decorazione.

«Che cos’è?»

«Un regalo. Mi è sembrato che fossi proprio fissato con le righe. Appena l’ho vista ho pensato subito a te.»

Dentro la busta c’era una maglietta a righe bianche e nere. Quando la aprii, vidi una T-shirt a maniche corte dal taglio morbido, con lo scollo leggermente ampio.

«Non l’ho comprata apposta. L’ho presa dal negozio che gestiamo noi, quindi accettala senza sentirti in imbarazzo.»

«No, invece sentiti in imbarazzo. Accettala, sentiti in debito e vieni a lavorare con noi. Eh?»

Senza che me ne fossi accorto, Juhan hyung si era spostato di fronte a me. Allungò un braccio sul tavolo, mi afferrò la mano con decisione e mi guardò con un’espressione disperatamente supplichevole.

La sua insistenza perché lavorassi con loro mi faceva davvero piacere e gliene ero grato. Tuttavia, ricordando il volto dell’uomo che, sottolineando quanto fossero importanti «pace e sicurezza», mi aveva ringhiato contro con l’aria di qualcuno appartenente al mondo della malavita: «Lei, Seo Yeehyeon», non potei fare altro che sorridere con imbarazzo.

«Ma… gestite un negozio online?»

«Più che un normale negozio online è qualcosa di un po’ diverso, però, se proprio vogliamo definirlo così, sì. Ha aperto da poco. Saranno… sei mesi?»

Pronunciando le ultime parole, Yuni noona guardò Juhan hyung, come per assicurarsi che ricordasse correttamente.

«Sai com’è, noi abbiamo gusti di questo tipo. In Corea non è facile trovare vestiti che ci piacciano davvero. Così ci è venuta l’idea di aprire un sito per persone con gusti simili ai nostri. Vendiamo soprattutto capi che acquistiamo durante i viaggi di lavoro all’estero, quindi di ogni modello ne abbiamo solo uno o due pezzi. Non ci guadagniamo chissà quanto. Non lo facciamo per arricchirci, semplicemente piace a entrambi.»

Lo disse con la stessa leggerezza con cui qualcuno parlerebbe di un giro in bicicletta quando ha un po’ di tempo libero. Eppure, ai miei occhi, era qualcosa di davvero notevole. Indipendentemente dal successo che avessero ottenuto, sapevo bene quanto fosse difficile trasformare un’idea in realtà.

«Allora anche questa non è una maglietta che dovreste vendere?»

«Anche se fosse, non costa così tanto. Indossala senza preoccuparti. Né Kwon Juhan né io siamo tipi da fare regali che mettano a disagio chi li riceve.»

Seduta sul bordo del tavolo, sorseggiando il caffè, Yuni noona mi scompigliò leggermente i capelli. Ogni volta che inclinava il bicchiere, il tintinnio dei cubetti di ghiaccio dava una piacevole sensazione di freschezza.

«Grazie davvero. La indosserò con piacere.»

Non c’era un motivo particolare, né un’ossessione, dietro al fatto che portassi sempre magliette a righe. Non avevo abbastanza gusto da scegliere vestiti eleganti e, in generale, l’abbigliamento non mi interessava più di tanto.

All’inizio avevo semplicemente pensato che le righe fossero un buon compromesso: non troppo cupe, ma nemmeno appariscenti. E così, senza rendermene conto, il mio armadio si era riempito quasi esclusivamente di magliette a righe. A dire il vero, però, non era che ne possedessi poi così tante. Quando avevo lasciato la casa di mio nonno avevo portato con me soltanto due o tre maglie leggere a maniche lunghe, quelle strettamente necessarie. Con il caldo che aumentava ogni giorno, stavo proprio pensando che mi sarebbero servite alcune magliette a maniche corte.

Eppure, la gioia che provavo non derivava soltanto dall’aver ricevuto proprio ciò di cui avevo bisogno.

Il fatto che qualcuno mi avesse osservato con attenzione, avesse capito i miei gusti e mi avesse pensato anche quando non ero presente… quella gentilezza inattesa fece vibrare dolcemente un angolo del mio cuore.

La premura con cui avevano pensato a me davanti a una semplice maglietta a righe sembrava rimproverare con dolcezza il mio isolamento sociale, quella mia ostinazione nel rifiutare qualsiasi mondo al di fuori della ristretta cerchia composta soltanto da Morae e da Yeehan hyung.

Forse a salvarci non è soltanto un amore nobile e votato al sacrificio.

Fissando la maglietta che stringevo tra le mani, mi ritrovai immerso in quel pensiero un po’ troppo solenne.

I due dissero che volevano vedermela indossare e mi spinsero dietro il divisorio dell’ufficio. Mi tolsi la vecchia maglia a maniche lunghe, ormai logora, la lasciai appesa al pannello e infilai la nuova dalla testa.

Rispetto a ciò che portavo di solito aveva un design decisamente più ricercato, e mi sentivo un po’ impacciato, ma la reazione dei due fu entusiasta.

«Possibile che una sola maglietta cambi così tanto l’atmosfera?»

Scoppiai a ridere davanti alla reazione un po’ esagerata di Juhan hyung, che continuava a giocare sul cellulare.

«Adesso riconosci il buon gusto della qui presente Baek Yuni.»

Con le braccia incrociate e il mento sollevato con aria tronfia, Yuni noona si vantò apertamente, mentre Juhan hyung, ancora seduto, corrugò la fronte.

«Signora Baek Yuni, Yeehyeon era bello anche con un semplice paio di pantaloni neri e una T-shirt qualsiasi.»

«Era già bello, ma adesso lo è ancora di più. Ammettilo, idiota.»

«Ah, quando mai l’ho negato? Lo ammetto, eccome se lo ammetto. Baek Yuni è la migliore.»

Sentire quei due usare così spesso la parola “bello” riferita a me mi metteva in imbarazzo quanto la maglietta che indossavo. Mi grattai distrattamente la nuca, poi mi ricordai della vecchia maglia lasciata sul divisorio, la recuperai e la infilai nello zaino insieme alla busta.

«Quanto sei alto?»

Alla domanda di Yuni noona cercai di ricordare l’ultima visita medica fatta durante il servizio militare.

«L’ultima volta che mi hanno misurato ero circa un metro e ottantuno.»

«Forse perché hai il viso piccolo e le gambe lunghe… Pensavo fossi più alto.»

Yuni noona mi osservò da capo a piedi, come per valutare la mia statura.

«Va benissimo così. Mica devi fare il modello. Se fossi più alto sarebbe solo più difficile trovare vestiti della tua taglia. Uno che sembra alto un metro e ottantatré o ottantaquattro, ma in realtà è un metro e ottantuno. Direi che è perfetto. Ti invidio, ehi.»

Juhan hyung, che a me sembrava almeno cinque o sette centimetri più alto, continuava a picchiettare velocemente sullo schermo del telefono, ormai completamente preso dalla partita. Ai miei occhi era lui a sembrare un modello. L’avevo pensato fin dalla prima volta che l’avevo visto nel deposito sotterraneo.

«Con quelle proporzioni e quella faccia, basta metterti un paio di jeans neri e cambiarti la maglietta per sembrare subito un modello. Yeehyeon, immagino che più di una volta ti abbiano chiesto se sei un alpha.»

Yuni noona lo disse con assoluta convinzione, ma, per quanto cercassi nei miei ricordi, non mi era mai capitato un malinteso del genere. Almeno, nessuno me l’aveva mai detto direttamente.

«No… mai.»

«Ma no, più che sembrare un alpha, Yeehyeon è…»

Juhan hyung staccò finalmente gli occhi dallo schermo e mi guardò in modo stranamente intenso, come se volesse sottolineare ciò che stava per dire. Prima che riuscisse a concludere la frase, però, dall’esterno dell’ufficio giunse un improvviso trambusto.

La porta d’ingresso era chiusa a chiave dall’interno, quindi potevano entrare soltanto le persone in possesso del pass d’accesso. Ci scambiammo tutti uno sguardo che sembrava dire: “Chi sarà?”

«Hello, babies!»

La persona che spalancò la porta dell’ufficio entrando con l’enfasi di un attore di musical, dopo aver attraversato l’atrio e il corridoio, era l’uomo che avevo visto seduto sul sedile del passeggero. Appena lo riconobbero, Yuni noona e Juhan hyung sospirarono in modo plateale.

Più che un vero rifiuto, sembrava il genere di saluto scherzoso che ci si scambia tra persone in confidenza.

«Ma guarda un po’, il nostro Juhan e la nostra Yuni mi accolgono sempre con tanto entusiasmo. Sono venuto a offrirvi qualcosa di buono da mangiare e questa sarebbe l’accoglienza?»

Dietro le sue spalle, con un’espressione evidentemente infastidita, comparve anche il signor Liu.

«Signor Liu, perché si è portato dietro il dottor Choi?»

«Non sono stato io a portarmelo. È questo qui che ha insistito per venire, e alla fine non ho avuto altra scelta che trascinarmelo dietro.»

Con un’espressione stanca, spinse da parte l’uomo del sedile del passeggero ed entrò nell’ufficio.

«Ma chi avrebbe trascinato chi? Piuttosto che stare seduto a sorridere a forza in mezzo a gente con cui non ho nemmeno un argomento in comune, ho detto che sarei passato da Phantom a offrire qualcosa di buono ai miei babies che stavano sgobbando. Sei stato tu a seguirmi.»

Dopo aver protestato a gran voce contro il signor Liu, che ormai gli dava le spalle mentre si allontanava, senza lasciargli nemmeno il tempo di ribattere si diresse dritto verso di me. Poi si chinò leggermente, avvicinando il viso al mio.

Da lui proveniva un leggerissimo odore di vino. Non era intenso.

«Signor Yeehyeon, come sta?»

«Oh, buonasera.»

Il signor Liu, superato il tavolo, stava preparando un caffè alla macchina vicino alla finestra. Con una mano appoggiata al fianco, se ne stava in piedi leggermente inclinato. Per un istante mi sembrò persino stanco.

«Dicevi che eri venuto a offrirci qualcosa di buono… invece sei venuto a trovare Yeehyeon.»

Juhan hyung borbottò, e l’uomo che era seduto sul sedile del passeggero mi passò un braccio sulle spalle, voltandosi verso Yuni noona e Juhan hyung.

«E allora? Anche se sono venuto a trovare qualcuno, resta il fatto che oggi offro io.»

«Allora andiamo. Dieci minuti e siamo pronti.»

Fu la risposta asciutta di Yuni noona, dopo aver controllato l’orologio.

***

Il locale, nascosto in uno stretto vicolo poco oltre la zona più animata della vita notturna, sembrava un rifugio elegante. Servivano tapas in stile spagnolo e vino, e all’interno c’erano appena quattro o cinque tavoli.

L’atmosfera non era né austera né formale. Il modo di vestire dei clienti, il tono delle conversazioni e la musica di sottofondo rendevano l’ambiente piuttosto informale.

In ogni caso, per uno come me, che negli ultimi cinque o sei anni aveva vissuto in un villaggio di pescatori dove non c’era nemmeno una pizzeria di catena, figurarsi un ristorante spagnolo, quel posto risultava quasi fin troppo raffinato.

L’uomo del sedile del passeggero sembrava essere il più di casa. Dopo aver ottenuto il consenso di tutti, prese il menù e ordinò un paio di piatti da condividere insieme a una bottiglia di vino.

A eccezione mia, sembrava che tutti gli altri conoscessero personalmente il proprietario del locale. Bastava quello per capire che, anche nella vita privata, erano piuttosto legati. Quanto meno abbastanza da avere un ristorante abituale in comune.

«Posso chiamarti Yeehyeon, vero?»

Colto alla sprovvista mentre stavo bevendo dell’acqua per nascondere il mio imbarazzo, posai in fretta il bicchiere e annuii verso l’uomo seduto di fronte.

«E allora anche tu chiamami pure hyung. Inwu hyung.»

Sapevo già che si chiamava Choi Inwu. Durante l’inaugurazione VIP avevo visto il suo nome accanto ai quadri.

«Ma come fa a essere il suo hyung? Al massimo potrebbe essere suo zio. Chiamiamolo semplicemente dottor Choi.»

Juhan hyung lo prese in giro con fare provocatorio. L’uomo incrociò le braccia sul tavolo e aggrottò la fronte.

«Non sono mica il medico di Yeehyeon. Perché dovrebbe chiamarmi “dottore”? Non mi piace.»

«E allora perché noi la chiamiamo dottore? Mica è il nostro medico.»

«Tsk.»

Messo alle strette dalla logica di Juhan hyung, schioccò la lingua. Sembrava essersi arreso, ma subito trovò un nuovo motivo per lamentarsi.

«Mi basta sentirmi chiamare “dottore” in ospedale. Lo sapete che ogni volta che lo sento mi sembra di invecchiare di vent’anni? E poi voi… tutti gli altri artisti li chiamate “artista”, mentre solo me continuate a chiamarmi “dottore”.»

«Ma dai. La vediamo così spesso insieme al signor Liu che chiamarla “artista” ci farebbe sentire troppo distanti.»

Seduto di traverso con la schiena appoggiata alla finestra, Juhan hyung si rigirava distrattamente le lunghe dita affusolate, sorridendo con tutta calma.

«Esatto. È un modo per dimostrare affetto.»

Anche Yuni noona intervenne in suo favore.

L’uomo, però, non lasciò correre. «E Shushu? Allora perché Shushu lo chiamate “artista”?»

Shushu.

Era un nome che avevo già sentito.

Ricordavo ancora quella parola dal suono dolce, così in contrasto con la voce bassa e roca del signor Liu.

Sentii improvvisamente la gola un po’ secca e bevvi un altro sorso d’acqua.

Eravamo seduti al tavolo vicino alla finestra, il più vicino all’ingresso. Essendo in cinque, uno di noi aveva dovuto sistemarsi dal lato del corridoio. In fondo sedevano Juhan hyung e Yuni noona; io, essendo entrato subito dopo di loro, mi ero seduto accanto a Juhan hyung. E il posto probabilmente più scomodo, quello di lato a Inwu hyung, era finito quasi naturalmente al signor Liu.

Seduto proprio accanto a me, separato soltanto dall’angolo del tavolo, mi fece venire il timore che, sotto la lunga tovaglia che copriva completamente le gambe, potessimo urtarci o pestarci i piedi. Così ritirai le gambe il più possibile sotto la sedia.

Mentre gli altri parlavano, lui sembrava ascoltare appena. Con un braccio appoggiato allo schienale della sedia, faceva ruotare lentamente il calice vuoto tra le dita.

Sembrava una persona completamente disinteressata a quella cena.

Allora perché è venuto?

Da quello che aveva detto Inwu hyung, non sembrava nemmeno che fosse stato lui a invitarlo.

«Con l’artista Shushu… il signor Liu ha un rapporto personale. Noi, invece, praticamente non abbiamo contatti privati con lui.»

Il tono di Yuni noona, fino a quel momento vivace e scherzoso, si fece più cauto. O forse era solo una mia impressione, ma sembrava quasi che stesse osservando la reazione del signor Liu.

L’arrivo del proprietario, dall’aspetto bonario, con la bottiglia di vino, interruppe momentaneamente la conversazione.

Versò il vino rosso scuro nei cinque calici.

Era la prima volta che bevevo vino.

Una volta riempiti i bicchieri, senza che nessuno proponesse un brindisi, li facemmo semplicemente tintinnare, nessuno pronunciò una formula particolare.

Il vino aveva un profumo più ricco della birra, ma il sapore che rimaneva in bocca dopo averlo mandato giù era molto più intenso di quanto immaginassi. A ogni sorso avevo la sensazione che nuovi aromi si sovrapponessero ai precedenti.

Quando mi accorsi di aver già bevuto metà del calice, lo rimisi sul tavolo.

A eccezione del signor Liu, gli altri tre continuavano ancora a discutere su come dovessi chiamare Inwu. Ebbi la sensazione che, se non fossi intervenuto io, quella discussione sarebbe andata avanti per tutta la notte.

«Io non lavoro per Phantom… quindi, se per lei va bene, la chiamerò hyung.»

Lo dissi senza pensarci troppo. Tanto dubitavo che mi sarebbe capitato spesso di rivolgermi a lui.

Yuni noona e Juhan hyung assunsero l’espressione di chi aveva appena perso una scommessa.

Inwu hyung, invece, sembrava un bambino che, dopo una lunga battaglia, aveva finalmente ottenuto il giocattolo che desiderava.

«Allora prova a chiamarmi. “Inwu hyung”.»

Il tavolo non era molto largo e, quando si sporse verso di me, il suo viso si ritrovò davvero vicino.

Sul suo volto c’era un’attesa così sincera che era impossibile deluderlo.

«Inwu hyung… il suo lavoro principale è fare il medico, giusto?»

Lui sorrise apertamente, mostrando i denti perfettamente allineati. Gli occhi gli si incurvarono leggermente agli angoli e lo rendevano, oggettivamente, molto affascinante.

«Non ti sembra un comportamento un po’ da vecchio? Perché ti fissi così tanto con questa storia dello “hyung”?» Scuotendo la testa, il signor Liu mandò giù un sorso di vino.

Tra tutti noi era quello che beveva più velocemente. Per quanto desse l’impressione di non avere alcun interesse a essere lì, il suo calice si svuotava con una rapidità impressionante.

Per un attimo mi chiesi se la mia presenza gli impedisse di sentirsi completamente a suo agio.

Ma scacciai subito quel pensiero.

Quando si trattava di lui, riuscivo a essere sorprendentemente audace.

«Perché è adorabile. Se mi chiama “hyung, hyung” con quell’aria, mi viene voglia di esaudire qualsiasi richiesta.»

Con un’espressione sognante, Inwy hyung disse quelle parole.

Era uno specialista in gastroenterologia.

E, allo stesso tempo, era anche uno degli artisti di Phantom.

Pur essendo uno specialista, lavorava nel piccolo ospedale generale gestito dai suoi genitori, rispettivamente direttore e vice direttrice della struttura. Secondo il signor Liu, Yuni noona e Juhan hyung, era un medico scapestrato che passava le giornate più a divertirsi che a lavorare.

Phantom aveva sfruttato molto l’immagine del “medico pittore” per promuoverlo, e ormai i suoi quadri venivano venduti quasi appena venivano appesi in galleria. Era un artista piuttosto richiesto.

Entrambi i suoi genitori erano appassionati collezionisti d’arte, così lui era cresciuto circondato dai quadri. Aveva dipinto per anni come semplice hobby, finché il signor Liu non lo aveva convinto a entrare nel mercato dell’arte.

Anche se non era un pittore a tempo pieno, dal momento che vendeva le proprie opere dietro compenso, era già un artista professionista.

Ripensando a quando, durante l’inaugurazione VIP, avevo consigliato proprio uno dei suoi quadri senza sapere che fosse l’autore, sentii il viso scaldarsi.

Per nascondere l’imbarazzo bevvi un altro sorso di vino.

Quando il mio calice si svuotò per la seconda… o forse la terza volta, Inwy hyung prese la bottiglia dal cestello d’acciaio accanto al tavolo e me lo riempì di nuovo.

«Quel giorno… mi dispiace. Non sapevo che fosse lei l’artista. Non me ne intendo affatto di pittura e ho semplicemente detto quello che provavo… Se le mie parole l’hanno infastidita, mi scuso.»

«Ma figurati. Perché mai avrei dovuto offendermi? Non hai detto nulla di negativo. Certo, per un attimo è stato come se qualcuno mi avesse visto completamente nudo, quindi mi sono sentito un po’ in imbarazzo… ma, a essere sincero, la tua interpretazione mi ha colpito molto più di quella dei critici che si limitano a sfoggiare parole altisonanti. Ti dirò… io ci ho persino visto il destino.»

Se non avesse pronunciato quell’ultima frase con un’espressione volutamente teatrale e scherzosa, non avrei davvero saputo come reagire.

«Ah, questo benedetto destino… Dottore, lei ne trova davvero uno a ogni angolo.»

Per fortuna il commento esasperato di Juhan hyung alleggerì subito l’atmosfera.

«Forse è presuntuoso da parte mia… ma… artista… cioè, hyung… credo di capire perché le sue opere siano così amate. Perché, anche se tutti vorrebbero essere sinceri, per la maggior parte delle persone non è affatto facile…»

Non avevo in mente nessuno in particolare quando lo dissi.

Eppure, inspiegabilmente, alla fine della frase il mio sguardo finì per posarsi sul signor Liu.

Accorgendomi della direzione che avevano preso i miei occhi, mi sentii improvvisamente in imbarazzo e portai alle labbra il calice che stavo rigirando tra le dita.

Fu la prima volta che mi resi conto che l’alcol poteva essere un ottimo scudo dietro cui nascondere espressioni e sguardi.

«A dire il vero, dopo aver sentito quello che avevi detto quel giorno, sia Kun che io eravamo convinti che avessi studiato arte, in un modo o nell’altro. Poi, parlando con la direttrice Han, abbiamo scoperto che non era così.»

Kun.

Per la maggior parte delle persone era semplicemente il signor Liu, ma avevo già sentito diverse volte qualcuno chiamarlo con quel nome esotico.

Eppure, nonostante quello fosse già il terzo giorno in cui aiutavo Phantom, non conoscevo ancora il suo vero nome.

Se avessi voluto, scoprirlo sarebbe stato facilissimo. Eppure non avevo alcuna intenzione di fare domande sul suo conto, né all’insegnante, né a Yuni noona, né a Juhan hyung.

Perfino digitare “Gallery Phantom” nella barra di ricerca del telefono mi metteva a disagio.

Non che qualcuno potesse vedermi.

«Comunque, quel giorno mi hai reso davvero felice. Ognuno guarda un quadro a modo suo, seguendo le emozioni del momento. Però… quando c’è qualcuno che riesce a vedere quel “me” che, senza nemmeno accorgermene, ho riversato nell’opera… è inevitabile esserne felici, no?»

Il sorriso con cui Inwu hyung pronunciò quelle parole sembrava sincero.

Sorrisi anch’io.

Forse riuscivo a immaginare, almeno vagamente, quella gioia di cui parlava.

Doveva essere qualcosa che ti riempiva il cuore, che ti emozionava… e forse ti faceva persino credere nel destino.

Come trovare l’unica persona capace di decifrare un codice creato soltanto per te.

«Ah, secondo te cosa direbbe Yeehyeon del quadro che hai in salotto? Non ti incuriosisce?»

Posando il calice, Inwu hyung diede una leggera gomitata al signor Liu.

In risposta alla sua domanda, lo sguardo del signor Liu si posò lentamente su di me.

Fin dal primo momento, davanti ai suoi occhi avevo sempre avuto la sensazione di essere smontato pezzo per pezzo e giudicato.

Il suo sguardo appariva impassibile, privo di qualsiasi turbamento.

Ed era proprio quella calma a renderlo capace di scavare negli altri con una crudeltà quasi spietata.

Ogni volta mi provocava un disagio difficile da definire, una tensione che lasciava dentro di me una strana sete.

Eppure, allo stesso tempo… era anche uno stimolo che faceva emergere un lato ribelle di me, uno che nemmeno sapevo di possedere.

Persino uno come me, se calpestato, poteva contorcersi e reagire.

I suoi occhi, di un pallidissimo grigio-azzurro, sembravano implorare emozioni tanto fragili da poter andare in frantumi da un momento all’altro.

Quell’immagine attenuava il ricordo della freddezza lasciata dalle parole taglienti che gli avevo sentito pronunciare fino ad allora.

Ma era soltanto un’impressione visiva dovuta al colore dei suoi occhi.

Prima che le sue labbra, appena socchiuse, riuscissero a formulare una risposta, il telefono appoggiato sul tavolo vibrò leggermente.

Abbassò lo sguardo per vedere chi stesse chiamando.

E, nello stesso istante, sulle sue labbra comparve un sorriso.

Era un sorriso appena accennato.

Ma era autentico.

Con un semplice gesto ci chiese scusa, prese il telefono e si alzò, dirigendosi verso l’ingresso mentre rispondeva alla chiamata.

«Sì, sono io… Già, è andato tutto bene. Adesso? No, io e Choi Inwu siamo andati via prima. Adesso sono al dopomostra con quelli di Phantom.»

Ci dava le spalle e riuscivamo a vederne solo il profilo.

Eppure si capiva chiaramente che stava sorridendo.

Non era il sorriso meccanico che riservava ai clienti della galleria.

Era un sorriso dolce.

Un sorriso privato.

Lo stesso che sembrava affiorargli quando pronunciava il nome “Shushu”.

«Va tutto bene. Non preoccuparti. Anche se venissi, finirebbero tutti per importunarti e ti stancheresti soltanto. Non pensarci.»

Proprio in quel momento arrivarono tutti i piatti ordinati.

Il proprietario spiegò brevemente ogni portata, ma la mia attenzione era più concentrata sulla telefonata che il signor Liu stava facendo a sei o sette passi da noi che sulle conversazioni intorno al tavolo.

«Non importa se questa volta ci saranno poche opere. Non sforzarti. Sei Shushu. C’è già la fila di persone che vogliono prenotarle ancora prima di averle viste.»

Come valeva per me, anche per lui era impossibile mantenere lo stesso atteggiamento con chiunque.

Ma, tra tutte le persone che conoscevo, lui era quello che mostrava più volti diversi.

Con la direttrice Han.

Con Yuni noona e Juhan hyung.

Con Inwu hyung.

Con i clienti di Phantom.

Con me.

Ogni rapporto rivelava sfumature differenti.

E il modo in cui, appoggiato allo stipite della porta aperta, sorrideva mentre parlava al telefono… cancellava completamente l’impressione che avevo avuto di lui, quella di un uomo che persino con il proprio amante sarebbe rimasto sempre impassibile.

Shushu.

Forse la dolcezza evocata da quel nome non dipendeva soltanto dal suo suono.

«Yeehyeon, assaggia questo. Dovresti mettere su un po’ di peso.»

La voce di Inwu hyung mi riportò al tavolo.

Distolsi lo sguardo che, fingendo di bere vino, continuava a rincorrere la figura di quel uomo.

Inwu hyung mi servì nel piatto una porzione di “presa iberica”, cotta lentamente a fiamma bassa.

«Dottore, anche se non sembra, questo qui è più tosto di quanto pensi. Fa il facchino per una ditta di traslochi.»

Masticando una fetta di melone avvolta nel jamón, Yuni noona intervenne nella conversazione.

Inwu hyung spalancò gli occhi, sorpreso. Poi osservò lentamente il mio corpo, dalla testa fino al busto.

In realtà chiunque poteva fare il facchino per una ditta di traslochi.

Anche gli autisti avevano una corporatura normale.

Anzi, più che uomini enormi, erano quasi tutti di costituzione media e molto agili.

«Lo sapevi? Yeehyeon lavora in una ditta di traslochi.»

Inwu hyung si rivolse al signor Liu, che nel frattempo era tornato al tavolo dopo aver terminato la telefonata.

Lui si limitò ad alzare appena le spalle. Senza dire nulla, si sedette e riprese a bere vino.

Nemmeno Inwu hyung sembrava aspettarsi una risposta da parte sua e riportò presto tutta l’attenzione su di me.

«Per quanto ti guardi, sembri proprio il tipo da artista… e invece fai il facchino. Tu sei sempre più incredibile, Yeehyeon.»

Pur usando un’espressione normalmente negativa come “sempre più incredibile”, il tono di Inwu hyung era chiaramente quello di un complimento.

Scosse la testa ridendo.

«Ora che ci penso, oggi hai un’aria diversa. L’altra volta sembravi il bravo studente modello venuto in galleria mano nella mano con mamma e papà… oggi invece hai un leggero fascino decadente.»

Era la prima volta che ricevevo un complimento del genere.

Abbassai lo sguardo verso me stesso e tirai leggermente l’orlo della maglietta.

«Me l’hanno regalata noona e hyung.»

«Ah, Old Future?»

Il nome “Old Future” gli uscì subito di bocca.

Era proprio la scritta che compariva sulla borsa regalo datami da Yuni noona.

Doveva essere il nome del sito che gestivano lei e Juhan hyung.

«In effetti, i vestiti di Old Future ti stanno davvero bene. Molto meglio che addosso a quei due. Sai… su di te lasciano spazio all’immaginazione.»

«E questo cosa vorrebbe dire, dottore?»

Yuni noona gli posò una mano sulla spalla e gli puntò contro la forchetta con fare minaccioso.

«È che voi due avete proprio l’aria da punk in modo fin troppo esplicito. Non c’è nessun effetto sorpresa.»

«Ma dai… dottore, è davvero crudele. Solo perché Yeehyeon le piace così tanto… E poi, quando sono arrivato io, non mi pare che mi abbia corteggiato con tutto questo entusiasmo. Mi sento offeso.»

Anche Juhan hyung si unì a tormentare Inwu hyung.

Da quello che raccontavano loro due, sembrava che non fosse la prima volta che Inwu hyung mostrasse apertamente interesse verso un altro uomo.

Che fosse serio oppure soltanto mezzo per scherzo.

Fino a quel momento, però, non aveva fatto nulla che mi mettesse davvero a disagio o mi facesse sentire minacciato.

Durante il tragitto in macchina mi aveva chiesto il numero di telefono, ma non bastava certo a farmelo considerare una persona da cui guardarmi.

Anche il suo modo di parlare, sempre scherzoso e capace di alleggerire qualsiasi cosa dicesse, rendeva facile liquidare come semplici battute le sue manifestazioni d’interesse.

In quel momento sollevò una mano verso Juhan hyung, mostrandogli il palmo con un’espressione esageratamente seria.

«È che ho standard estetici molto elevati. Mi dispiace.»

«Beh, dopo quello che Yeehyeon le ha combinato l’altra volta, è incredibile che continui ancora così. Io, al suo posto, gli starei alla larga.»

Juhan hyung non era certo uno che si lasciava mettere sotto.

Con aria impassibile sorseggiò il vino e riportò a galla l’episodio dell’inaugurazione VIP, quando avevo parlato della “sincerità” racchiusa nel quadro di Inwu hyung.

«Altro che evitarlo. Secondo me è stato proprio allora che il dottore ha iniziato a interessarsi ancora di più a Yeehyeon.»

Alle parole di Yuni noona, Inwu hyung sorrise in modo ambiguo.

Senza smettere di sorridere, mi guardò oltre il bordo del calice.

Quello sguardo… avrebbe potuto essere un segnale velato.

Oppure soltanto l’atteggiamento spensierato di chi sta bevendo in compagnia.

Finché non mi avesse rivolto una domanda che richiedesse davvero una risposta, non avevo alcuna intenzione di interrogarmi sul significato di quello sguardo.

Posando il bicchiere sul tavolo, Inwu hyung disse come se gli fosse appena venuto in mente: «Yeehyeon, sei un alpha, vero?»

Lo chiese con il tono di chi era già certo della risposta e poneva la domanda solo per abitudine.

Era così convinto che ci misi qualche secondo prima di rispondere.

«…No.»

Nel momento in cui diedi quella risposta, il sorriso scomparve dal volto di Inwu hyung.

Quello del signor Liu, invece, si illuminò. Lasciandosi sfuggire una risata soffocata, sembrava il più divertito che gli avessi mai visto fare. Poi, con un’espressione che sembrava dire “te l’avevo detto”, dichiarò: «Te l’avevo detto che non lo era.»

Ne avevano parlato tra loro?

Prima se fossi o meno uno studente d’arte… e poi persino se fossi un alpha?

«Che strano… Anche se tieni gli ormoni sotto controllo, è impossibile che io non riconosca un omega… Allora, Yeehyeon… non è che per caso sei un Diamond Omega? Qualcosa di ancora superiore a un Golden Omega? Uno di quelli che, se lo vogliono, possono impedire a chiunque di capire che sono omega?»

«Ma quando mai esiste un Diamond Omega?» rise Yuni noona.

«Non sai distinguere una battuta da una cosa seria?» ribatté Inwu hyung, fingendosi indignato.

Sembrava necessario correggere la convinzione con cui Inwu hyung continuava a parlare dando per scontato che, se non ero un alpha, allora fossi sicuramente un omega.

«Ehm… in realtà… non sono nemmeno un omega.»

Questa volta le loro espressioni si irrigidirono molto più di quando avevo detto di non essere un alpha.

Persino il signor Liu, che fino a un attimo prima sorrideva con l’aria rilassata del vincitore, dondolando la sedia all’indietro sulle due gambe posteriori, si immobilizzò e si voltò a guardarmi.

Inwu hyung socchiuse gli occhi.

«Allora… sei un beta?»

«Sì…»

Inwu hyung e il signor Liu si guardarono.

L’istante dopo, quando il signor Liu tornò a fissarmi, nei suoi occhi c’erano sospetto e diffidenza, come se avesse davanti una creatura di cui ignorava l’esistenza.

Sembrava pensare che una cosa del genere non potesse esistere al mondo.

«Ne è sicuro?»

Semmai avrei voluto essere io a fargli quella domanda.

Su quali basi era così convinto che fossi un omega?

Anche il test effettuato alle scuole medie mi aveva classificato come beta e, da allora, non avevo mai avuto un periodo di calore che facesse pensare fossi un omega, né avevo mai sperimentato un rut provocato dai feromoni di un omega.

Non avevo mai sentito il bisogno di sottopormi a un secondo test.

Ero senza dubbio un beta.

Uno dei tanti che costituivano la maggioranza del mondo.

Un’esistenza comune, paragonabile all’acqua, all’aria… o persino alla polvere.

Uno fra tanti.

Yuni noona e Juhan hyung, entrambi beta, mi avevano sempre considerato tale senza bisogno di alcuna conferma.

Per quanto ne sapevo, invece, il signor Liu e Inwu hyung erano entrambi alpha.

Inwu hyung mi aveva creduto un alpha.

Il signor Liu, un Golden Alpha, era invece assolutamente certo che fossi un omega.

E ora, osservando il suo profilo mentre beveva vino con l’espressione di chi aveva appena subito una cocente sconfitta, avevo l’impressione che non riuscisse ancora ad accettare il fatto che non fossi un omega.

«Lasciamo perdere me… ma che tu abbia sbagliato è incredibile. Che ti succede, Golden Alpha? Eh? Hai perso il tuo tocco? Forse i tuoi feromoni hanno bisogno di circolare un po’ di più per funzionare come si deve. Dai, ogni tanto rilasciane qualcuno e vai anche a respirare un po’ di feromoni omega. Oppure… stai cercando di diventare direttamente un beta?»

Inwu hyung continuava a punzecchiarlo con il gomito.

Il signor Liu piegò appena un angolo della bocca, mostrando apertamente il proprio disappunto.

«Non mi è mai mancata compagnia, anche senza usare i feromoni.»

«Mh… che tu abbia sfruttato o meno i feromoni lo possono sapere soltanto quelli che sono finiti a letto con te.»

«Non mettermi sullo stesso piano di quegli alpha del cazzo che spargono feromoni ovunque senza criterio.»

Gli si contrassero le palpebre. Sembrava sinceramente infastidito.

Mi tornò in mente ciò che Juhan hyung mi aveva spiegato: i Golden Alpha erano in grado di controllare volontariamente il rilascio dei propri feromoni.

«Questa è una specie di mania ossessiva, lo sai? Ti controlli talmente tanto che poi succedono cose come questa. Qui non è una scimmia che cade da un albero. Tu chi sei? Lin Weikun, il miglior identificatore di omega del mondo, persino più preciso di un’analisi genetica. Ah… la dignità dei Golden Alpha è proprio finita male.»

Il signor Liu cercò di tappargli la bocca, dicendogli di smetterla di fare drammi per una sciocchezza.

Eppure aveva il volto più turbato che gli avessi mai visto.

Perché il fatto che io fossi un beta… che non fossi un omega… che lui avesse scambiato un beta per un omega… lo colpiva così tanto? Era davvero soltanto perché, come diceva Inwu hyung, per la prima volta la sua fama di uomo capace di riconoscere un omega con più precisione di un test genetico aveva subito una macchia?

Non conoscevo la risposta.

Ma mi sembrò che, se il mio scopo fosse stato metterlo in difficoltà, dichiarare apertamente di essere un beta sarebbe stato molto più efficace che raccontare la ridicola bugia di essere gay.

Forse era proprio perché mi aveva scambiato per un omega che non aveva visto di buon occhio il mio trasferimento a casa dell’insegnante.

In ogni caso… la causa di quel modo in cui corrugava la fronte e svuotava il bicchiere a ritmo serrato ero io.

Forse per tutto il vino che avevo bevuto, avevo la sensazione che il corpo ondeggiasse come se galleggiasse sulle onde.

E per nascondere quel calore che non accennava a diminuire, avevo bisogno di bere ancora.

«Ah, mi scusi.»

Abbassando la guardia che avevo mantenuto per tutta la serata, urtai la gamba di qualcuno sotto il tavolo.

Ritrassi immediatamente i piedi sotto la sedia e mi scusai con il signor Liu.

Lui si voltò verso di me mantenendo ancora quell’espressione severa.

Poi Inwu hyung, seduto di fronte, picchiettò con le dita sul bordo del tavolo.

«Yeehyeon… quello era il mio piede.»

Guardandomi intensamente, portò il calice alle labbra, poi lasciò vagare lentamente lo sguardo tra me e il signor, molto lentamente.

«Mi scusi.»

Mi ritrovai a chiedere scusa anche a Inwu hyung.

Non sapevo nemmeno più se mi stessi scusando per avergli pestato il piede… o per aver sbagliato persona.

Ebbi improvvisamente la gola secca.

Con quella sola reazione, Inwu hyung doveva essersi accorto di chi stessi davvero osservando.

Non mi restava che bere ancora vino.

La serata proseguì fino a dopo le due del mattino. In cinque svuotammo sei o sette bottiglie di vino. Io, da solo, ne avevo bevuta poco più di una.

Eravamo tutti brilli.

Inwu hyung, Yuni noona e Juhan hyung erano molto più esuberanti del solito.

«Signoooor Liuuuu! Le voglio beeeene!»

«Io no. Perché continui ad appiccicarti? Sparisci.»

Pur spingendo via il volto di Juhan hyung, che gli si era buttato addosso tentando perfino di baciarlo, il signor Liu stava ridendo.

Non aveva il volto arrossato né parlava più del solito, quindi la sbornia non era evidente.

Eppure si capiva che anche lui si era lasciato andare.

Anche per me, che bevevo vino per la prima volta, l’alcol aveva iniziato a fare effetto.

Il corpo sembrava galleggiare.

La vista era leggermente sfocata.

Fissavo distrattamente la punta delle scarpe, sbattendo lentamente le palpebre, quando qualcuno mi afferrò delicatamente il polso e lo scosse.

Alzai lo sguardo.

Era Inwu hyung.

«Yeehyeon, dove abiti? Ti riaccompagno io.»

«No, no. Dottore, accompagni noi. Yeehyeon lo riporterà a casa il signor Liu.»

«Mh… e perché non il contrario?»

Accarezzandosi il mento, Inwu hyung socchiuse gli occhi verso Yuni noona, che gli stava agitando davanti l’indice con aria di rimprovero.

La sua espressione così giocosa mi fece sfuggire una piccola risata.

«Se si mette una mano sul cuore e ci pensa bene, la risposta la troverà subito. Su, andiamo. È arrivato l’autista!»

Juhan hyung, pieno di energia come se avesse appena bevuto una bevanda energetica, afferrò Inwu hyung per il polso e iniziò a trascinarlo di corsa verso l’auto parcheggiata lungo la strada.

***

Sceso dall’ascensore prima di me, digitò il codice d’ingresso ed entrò in casa come se fosse casa sua.

Indossò le pantofole per gli ospiti, andò direttamente in cucina e, canticchiando sottovoce, prese una bevanda isotonica dal frigorifero.

Io rimasi immobile davanti al tavolo da pranzo.

Lui agitò la bottiglia che stava bevendo, sollevando un sopracciglio come per chiedermi se ne volessi.

Eppure ci aveva appena bevuto direttamente dalla bottiglia.

Avevo pensato che fosse il tipo estremamente attento all’igiene personale.

A quanto pareva, però, non fino a quel punto.

Più che una bevanda isotonica, avevo voglia di un bicchiere d’acqua fresca.

Mi riempii un bicchiere al depuratore.

Lui si era già seduto al tavolo con la bottiglia davanti, così invece di andare subito in camera a cambiarmi e fare la doccia, finii per sedermi di fronte a lui.

«La direttrice Han probabilmente stasera berrà parecchio. Tra quelli che erano presenti c’è un gruppetto con cui va particolarmente d’accordo. Domattina abbia cura di lei.»

«Sì, lo farò.»

Anche la direttrice fumava e, sul tavolino del soggiorno e sul tavolo da pranzo, c’erano sempre dei posacenere.

Il signor Liu mi chiese se potesse fumare.

Annuii, mi alzai e andai ad aprire la finestra della cucina.

«Seo Yeehyeon, quanto è alto?»

Mentre tornavo a sedermi, lui mi osservò espellendo il fumo della sigaretta.

Quel giorno sembravano tutti interessati alla mia altezza.

«Circa un metro e ottantuno.»

«Più alto di quanto pensassi.»

Era l’esatto contrario di ciò che avevano detto Yuni noona e Juhan hyung.

Eppure, nonostante fosse stato lui a introdurre l’argomento, sembrava non attribuirgli alcuna importanza.

La sala da pranzo, lunga e stretta, si trovava tra la cucina e il soggiorno.

Essendo rientrato prima di me, aveva acceso soltanto la lampada sospesa sopra il tavolo.

Così, in tutta l’ampia casa, la luce si concentrava esclusivamente lì.

Più che uno spazio destinato ai pasti, sembrava un luogo creato per bere qualcosa e conversare con le persone più intime.

L’insegnante aveva scelto una lampadina dalla luce calda, di un tenue arancione.

La lampada pendeva così in basso che, alzandosi troppo in fretta, si rischiava di sbatterci la testa.

Le ombre profonde che disegnava sul volto del signor Liu gli davano un’espressione ancora più intensa.

Lui aspirò dalla sigaretta con movimenti leggermente inquieti, poi mi guardò di sbieco.

«Posso vedere qualcuno dei quadri che dipingeva una volta?»

A differenza della domanda sulla mia altezza, alla quale aveva reagito con evidente disinteresse, quella sui miei dipinti era sincera.

Non mi sarei mai aspettato che proprio lui, l’uomo che fino a quel momento era stato freddo, se non apertamente ostile nei miei confronti, fosse curioso proprio dei miei quadri.

«No… non ne ho più.»

«Nemmeno qualche fotografia?»

Scossi la testa, più volte, stringendo forte il bicchiere d’acqua davanti a me.

Tra gli intervalli del suo respiro mentre fumava, il suono della vibrazione del cellulare si insinuò debolmente. Il suo telefono, quello che aveva lasciato sul tavolo da pranzo, rimase tranquillo. Mentre scrollava la cenere, fece un cenno con il mento.

«Risponda pure. Non c’è problema.»

Il chiamante era Inwu hyung.

Disse che aveva accompagnato Yuni noona e Juhan hyung e che era appena arrivato a casa, poi chiese se anche noi fossimo rientrati tranquillamente. Dopo aver ringraziato ancora una volta Inwu hyung, che mi aveva detto di essersi divertito molto quella sera, e avergli detto che avevo mangiato bene, chiusi la chiamata. Era durata meno di un minuto.

«Nel frattempo siete arrivati al punto di chiamarvi anche?»

Disse così il signor Liu mentre schiacciava nel posacenere la sigaretta ormai consumata fino al filtro. Non c’era alcuna traccia di sarcasmo nella sua voce.

«No… non proprio, ecco… oggi ci siamo scambiati i numeri di telefono…»

«So che aveva detto di essere gay, ma a quanto pare anche il signor Seo Yeehyeon non è completamente privo di interesse nei confronti di Choi Inwu, giusto?»

Dato che la dichiarazione secondo cui ero gay era stata una bugia, o meglio, almeno un’affermazione impulsiva e non verificata, non sapevo cosa avrei dovuto rispondere a riguardo.

Lui, che stava giocherellando con la bottiglia della bevanda isotonica, aprì il tappo e bevve ancora un sorso.

«Non ha molta esperienza sentimentale, vero?»

Era un sollievo che non tirasse più fuori il discorso dei dipinti, ma anche quello delle relazioni amorose non era certo un argomento facile da affrontare.

Seduto con le gambe accavallate e appoggiato mollemente allo schienale, mi guardò oltre la bottiglia della bevanda mentre picchiettava leggermente il tavolo con essa. Da quello che avevo osservato fino a quel momento, non sembrava essere una persona particolarmente composta nella postura.

«Choi Inwu non è un brutto tipo come amico, ma non posso dire che sia un buon uomo dal punto di vista sentimentale.»

È davvero arrivato al punto di preoccuparsi che possa essere ferito da un uomo del genere?

Mentre mi ponevo quella domanda, rimasi a fissare distrattamente i suoi occhi, che per me erano ancora qualcosa di straordinario, abituato com’ero ai soliti occhi neri.

Forse interpretò la mia mancanza di una reazione evidente come il fatto che non avessi compreso la gravità della situazione, perché inclinò il busto verso il tavolo e assunse un’espressione più seria.

«Sto dicendo che uno alle prime armi come lei, signor Seo Yeehyeon, non è in grado di gestire un livello simile. Da quello che vedo, sembra il tipo di persona che dà importanza al conoscersi lentamente, al creare un legame, al comunicare… Ma lui è molto lontano da quel tipo di relazione.»

«E lei, signor Liu?»

Pur avendo davanti a sé una persona con cui stava parlando, aggrottò le sopracciglia come se non si fosse aspettato che avrei reagito alle sue parole.

Non sapevo se fosse per l’alcol o se fosse una sorta di mia personale “ribellione”, quel piccolo movimento interiore che mi permetteva di essere almeno un po’ provocatorio con lui, ma in ogni caso gli stavo ponendo una domanda che, persino ai miei occhi, era piuttosto audace.

«Allora il signor Liu è un bravo uomo dal punto di vista sentimentale?»

Abbassò lo sguardo sul tavolo e rise. Poi accese una nuova sigaretta. Dopo aver espirato lentamente il fumo del primo tiro, disse: «Un bravo uomo… esiste davvero una cosa del genere? Io non ne ho mai visto uno.»

Il tono lasciava intendere che fosse stato ferito profondamente da un uomo cattivo. Oppure che considerasse sé stesso il peggior uomo possibile.

Tuttavia, non potevo chiedergli il motivo preciso. Un attimo dopo, quel sorriso amaro era già sparito dal suo volto.

«Ha incontrato Choi Inwu lavorando alla Phantom, quindi penso di provare una sorta di senso di responsabilità. Non prenda tutte le cose che dice quel tizio come se fossero sincere. Beh… comunque, se lei si sente attratto da lui, non posso certo dirgli cosa fare.»

Se quello era il motivo per cui mi stava dicendo quelle cose, allora, come aveva detto lui, si trattava soltanto di una “specie di responsabilità”. Non aveva intenzione di intervenire attivamente per impedirlo, ma voleva soltanto costruire in anticipo una sottile barriera protettiva per alleviare quel fastidio nel caso in cui la situazione si fosse complicata e fosse finita in una tragedia causata da me.

Come se avesse detto tutto ciò che doveva dire sull’argomento, cambiò discorso, spingendo indietro con il dorso della mano sinistra, quella che teneva la sigaretta, i capelli che gli erano ricaduti sulla fronte.

«Vorrei che venisse a lavorare ufficialmente alla Phantom. Ultimamente sono aumentati gli artisti affiliati, così come il numero delle esposizioni e la loro portata, quindi lo staff era già molto sotto pressione. Pensavo che avrei dovuto assumere più persone, ma io sono un po’… esigente con le persone, e ho finito per rendere difficile la vita ai ragazzi. Mi farebbe piacere se lei venisse a lavorare con noi. In realtà sono salito qui per parlarle di questo oggi. Per i dettagli glieli farà sapere la direttrice Han.»

Lo disse con un tono così rapido, come se una volta terminato quel discorso avrebbe potuto alzarsi e andarsene immediatamente, ma anche dopo aver concluso continuò a fumare.

Forse a causa dell’alcol, il mio cervello sembrava funzionare più lentamente.

Non mi aspettavo che volesse assumermi come dipendente. Anzi, in qualche angolo profondo del mio inconscio forse avevo già immaginato che alla fine sarebbe andata così.

Non capisco più nulla.

Mentre strofinavo con un dito le goccioline d’acqua formatesi sulla superficie del bicchiere a causa della differenza di temperatura tra l’interno e l’esterno, gli chiesi: «Posso chiederle perché ha cambiato idea così all’improvviso?»

«Ho deciso guardando il suo atteggiamento nel lavoro e i risultati che ha ottenuto. Non è che abbia cambiato idea più di tanto. Anche la direttrice Han e gli altri membri dello staff vogliono che lei venga.»

«Non è perché ha scoperto che non sono un omega…?»

La mia mente, già più lenta del solito, sembrava aver perso persino il senso dell’orientamento. Riuscivo a fare domande una dopo l’altra senza pensarci troppo. Considerando che normalmente ero una persona che sceglieva le parole più del necessario, per me era una domanda decisamente audace.

Avendo scoperto che non sono un omega, pensa che io abbia meno possibilità di creare problemi e per questo mi ha fatto questa proposta improvvisa? Allora perché la sua capacità di distinguere gli omega con tanta precisione ha funzionato male proprio con me fin dall’inizio?

Rimase in silenzio per un momento davanti alla mia domanda, che a seconda del punto di vista poteva sembrare sfacciata, poi aspirò rapidamente due o tre volte consecutive dalla sigaretta.

«A proposito di questo… è davvero sicuro di non essere un omega?»

A causa della luce concentrata del lampadario sopra la mia testa e della sigaretta stretta tra le sue dita, mi sembrò quasi di essere interrogato da un detective.

«Sì. Sia al test delle scuole medie sia alla visita medica prima dell’arruolamento ho ricevuto una classificazione beta certa al cento per cento.»

«Allora cos’è?»

Che significa “cos’è”? 

Pur mormorandolo come se stesse ponendo la domanda a sé stesso, continuò a fissarmi. Sembrava non riuscire ancora ad accettare il fatto che fossi un beta, o più precisamente, che non fossi un omega.

«Le ho detto che sono un beta.»

«È davvero un beta? Se non è un Golden Omega o qualcuno con una famiglia con abbastanza denaro, sinceramente non è un mondo molto favorevole per vivere come omega maschio. Quindi, se sta fingendo di essere un beta per qualche motivo… non ce n’è bisogno.»

Dalla finestra aperta della cucina arrivò una corrente d’aria. Nel fumo della sigaretta che si disperdeva seguendo il vento si mescolò un profumo sconosciuto, probabilmente il suo.

Forse senza nemmeno accorgersi che la brace della sigaretta era arrivata quasi al filtro, non pensò neppure a spegnerla e continuò a fissarmi. Sembrava quasi una persona che desiderasse che confessassi di essere davvero un omega, anche se fosse stata una falsa ammissione.

Le sue iridi grigio-azzurre, sotto le palpebre socchiuse, osservarono lentamente prima il mio occhio sinistro e poi quello destro.

A causa dell’alcol il mio corpo continuava a rilassarsi.

No, non era proprio rilassarsi. Era vero che avevo la sensazione che tutte le articolazioni del corpo si fossero allentate e che fossi diventato molle, ma allo stesso tempo sembrava che stessi fluttuando nell’aria, sospeso e trascinato via.

Avevo voglia di sdraiarmi immediatamente, ma allo stesso tempo ero così euforico da desiderare quasi di prendere altro alcol e berne ancora.

Non sono davvero in uno stato normale in questo momento.

Dopo aver bevuto dell’acqua per schiarirmi un po’ la mente, mi morsi il labbro inferiore e poi lo lasciai andare prima di parlare. Volevo che ormai lui rinunciasse a quella questione.

«No, sono davvero un beta. Anche se fossi stato un omega… non lo avrei nascosto per i motivi che ha detto lei.»

Anche dopo, per un po’ non distolse lo sguardo da me. La sensazione di essere sollevato come se stessi galleggiando sulle onde diventava sempre più difficile da sopportare rimanendo seduto.

Alla fine spense la sigaretta e, quando il fumo acre scomparve, l’influenza del suo profumo diventò ancora più forte. Era un odore così intenso che sembrava quasi strano non averlo notato prima, quando eravamo stati così vicini al bar o sul sedile posteriore dell’auto.

Profumato, oppure sgradevole.

Era un profumo difficile da dividere in categorie così semplici.

Se avessi sentito un odore simile provenire da qualcuno mentre camminavo per strada, probabilmente mi sarei voltato un’altra volta anche solo per la sua unicità. Era un profumo che stimolava i sensi in modo misterioso e attirava l’attenzione.

«Ah… cosa sto facendo…»

Disse così scuotendo la testa con un sorriso amaro. Non riuscivo a capire per cosa stesse rimproverando sé stesso. Forse era stato disperso dal vento entrato dalla finestra, perché il suo profumo che mi aveva circondato il naso si allontanò.

Spense la sigaretta e, portando con sé la bevanda isotonica bevuta a metà, si alzò dal posto. Mi disse di parlare con la direttrice Han se avessi avuto domande riguardo al lavoro ufficiale e che, come probabilmente già sapevo, mi avrebbe aiutato con attenzione. Dopo quell’ultima frase dal tono professionale, scomparve oltre la porta d’ingresso.

Forse a causa dell’ubriachezza, il desiderio sessuale si fece molto forte. Era naturale provare desiderio più volte al giorno alla mia età, ma per me era qualcosa di estremamente raro.

A metà della doccia, sotto il getto d’acqua, accarezzai il mio membro. Non fu la solita masturbazione meccanica, in cui raggiungevo l’erezione e poi l’eiaculazione semplicemente attraverso attrito e pressione.

Nel piacere sessuale travolgente che mi faceva formicolare la pelle di tutto il corpo, non riuscendo a sostenere le gambe tremanti, dovetti appoggiarmi alla parete piastrellata come se stessi crollando. Provai persino paura davanti all’intensità di quel desiderio, un’impennata violenta di una brama che aveva superato completamente sia la mia personalità sia la mia esperienza, fino a divorarmi.

Lasciandomi sfuggire gemiti confusi, rimasi spiazzato da me stesso mentre stringevo il mio membro, incapace di capire cosa fare, perché anche dopo un’unica eiaculazione non accennava a calmarsi.

Bere troppo alcol non faceva bene alla salute, ma aumentava notevolmente il rischio di essere esposto a improvvisi impulsi sessuali.

Nonostante fosse stato un atto più intenso di qualsiasi altra volta, quando alla fine crollai sul letto esausto, provai più sete che sollievo. Strinsi il lenzuolo, lo colpii leggermente e, dopo anni, pronunciai ad alta voce un’imprecazione.

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