DIAMOND DUST – CAPITOLO 11.2 (M)

Mi gettò sul letto candido e perfettamente ordinato, senza una sola piega.

Il mio corpo sembrò sprofondare tra migliaia di piume per poi riaffiorare.

Io ero completamente nudo dalla vita in giù e indossavo soltanto la camicia, con il pene eccitato che sporgeva sotto l’orlo.

Lui, in piedi accanto al letto, iniziò rapidamente a spogliarsi.

La camera da letto, senza le luci accese, era buia, ma abbastanza illuminata da permettere di distinguere ogni cosa al suo interno.

Eppure il signor Liu non mostrava il minimo imbarazzo, neppure dopo essersi mostrato completamente nudo.

I suoi muscoli, irrigiditi dall’eccitazione, sembravano un’armatura allenata.

Era strano pensare che un corpo così muscoloso potesse apparire tanto elegante quando indossava un completo.

Era anche merito della qualità degli abiti, capaci di farlo sembrare almeno una taglia più piccolo, ma non si poteva ignorare la proporzione delle sue lunghe gambe e braccia.

Era un corpo ideale, bellissimo.

Senza il minimo segno di disagio o timidezza, rimase dritto davanti a me e infilò una mano dentro gli ultimi indumenti che ancora indossava, i boxer.

Nel tessuto dei boxer, tirato al massimo dalla tensione, il suo membro era chiaramente visibile e si incurvava verso destra.

Continuando a toccarlo attraverso la biancheria, lo spinse fuori con la punta delle dita.

I boxer, inclinati e arrotolati verso il basso, lasciarono libero il pene parzialmente eccitato sopra la peluria nera che partiva dall’ombelico.

Liberato dalla pressione, balzò fuori e, incapace di sostenere il proprio peso, oscillò lentamente.

Era una virilità che, solo a guardarla, dava la sensazione che il sesso fosse già iniziato.

Se non avessi avuto l’esperienza precedente, non avrei creduto che quello fosse appena metà della sua erezione.

Accarezzandolo lentamente dai testicoli fino al glande, quasi volesse metterlo in mostra, salì sul letto con le ginocchia.

Mentre lo guardavo avvicinarsi, iniziai a slacciare i bottoni della camicia.

Non era facile farlo con una sola mano mentre sostenevo il busto sul gomito.

L’eccitazione che era cresciuta già in soggiorno, sommata alla vista del suo corpo nudo, rendeva tutto ancora più difficile.

Vedendomi tremare mentre cercavo di afferrare un bottone più piccolo di un’unghia, lui avanzò a carponi sul materasso e mi baciò.

Interruppi la mano che stava slacciando i bottoni e ricambiai il bacio.

«Sono gonfie.»

Dopo aver succhiato il labbro inferiore e averlo lasciato andare con un piccolo schiocco, lo sussurrò.

Senza accorgermene, mi toccai le labbra con la punta delle dita.

Il segno di tutti quei morsi e quelle suzioni era rimasto sulle mie labbra, gonfie e calde più del solito.

«In effetti. Credo di averle succhiate un po’ troppo.»

Ammettendo la propria insistenza, sorrise.

Ma non sembrava affatto pentito.

Perché subito dopo le nostre labbra tornarono a incontrarsi.

«Mm…»

Questa volta il bacio fu più appassionato, quasi volesse spingersi oltre.

Mentre ero seduto con il busto inclinato all’indietro, lui fece scivolare una coscia sotto le mie gambe e si insinuò tra esse.

Per non cadere a causa del peso, gli circondai il collo con le braccia.

Il movimento imprevedibile della lingua umida che veniva a sfregarsi e intrecciarsi con la mia mi fece sfuggire un gemito.

Il suo bacio sembrava aver sciolto il profumo nella saliva.

Ogni volta che la inghiottivo, quella fragranza particolare sembrava penetrarmi nel corpo e correre attraverso le vene.

Non era più soltanto il mio olfatto: sentivo di essere completamente impregnato del suo profumo persino dentro il corpo.

Era come una droga talmente assuefacente da non stancare mai, per quanto se ne assumesse.

Inghiottii dolcemente la saliva che mi lasciava nella bocca.

Il suo profumo, incapace di diventare familiare o di perdere il suo effetto, continuava a mantenere intatto lo shock del primo incontro, come se fosse qualcosa di misterioso che agiva al di là dell’olfatto.

La lingua impregnata di quel profumo riempì completamente la mia bocca.

Non potevo fare altro che stringerla e succhiarla, cercando di creare almeno un piccolo spazio in cui far entrare l’ossigeno.

Mi cinse la vita con un braccio e con l’altra mano tastò alla ricerca dei due o tre bottoni che non ero ancora riuscito a slacciare.

Li strappò via con un gesto infastidito.

Subito dopo, il palmo della sua mano affondò sul mio petto.

Afferrò tra indice e pollice la carne del capezzolo eccitato, morbida all’esterno ma con un nucleo duro all’interno, e lo tirò.

La sensazione mi fece irrigidire la schiena.

Lo strinsi ancora più forte per il collo e, con le nostre labbra ancora unite, le mossi profondamente l’una contro l’altra.

Sembrava quasi un gesto con cui gli stessi chiedendo di accarezzarmi più intensamente.

Forse stimolato dalla mia reazione, lui iniziò a muovere la lingua da una parte all’altra della mia bocca.

Quel movimento osceno mi fece ribollire un gemito in gola.

Una delle spalle della camicia scivolò oltre il mio braccio.

Lui la morse e subito dopo scese verso il petto.

La punta della lingua, rigida, solleticò il capezzolo morbido, piegandolo in diverse direzioni.

«Mmm…»

Per trattenere il gemito che mi stava sfuggendo, mi morsi le labbra.

Continuai a tenergli un braccio attorno al collo e appoggiai l’altro dietro di me per sostenere il busto.

Poiché si limitava a colpire leggermente il capezzolo dal basso verso l’alto senza darmi mai la stimolazione che desideravo, fui costretto a strofinare le punte dei piedi contro il lenzuolo.

Guardando le sue folte ciglia abbassate mentre si concentrava sul mio capezzolo, alla fine spinsi ancora più avanti il petto.

Il suo sguardo si sollevò.

Anche se il capezzolo irrigidito era ormai contro le sue labbra, lui non aprì la bocca.

Continuai a strofinarglielo contro le labbra, torcendo alternativamente le spalle.

Con la mano che gli circondava il collo, accarezzai le spalle e la nuca, solide e muscolose.

Visto da quella posizione, il suo volto era, ancora una volta, quello di un uomo straordinariamente bello.

E il fatto che, strofinandogli il capezzolo contro quel volto perfetto, fossi io a chiedergli una reazione sessuale… all’improvviso mi sembrò ancora più erotico di qualsiasi gesto diretto che si potesse compiere durante il sesso.

«Fallo…»

Il sussurro della mia confessione sincera era colmo di desiderio.

Mi avvicinai ancora, spingendo il petto contro di lui come se volessi stringerlo tra le braccia.

Il capezzolo scomparve completamente tra le sue labbra carnose.

L’eccitazione, accumulatasi strato dopo strato fino a raggiungere quasi il limite, aveva ormai iniziato a trascinarmi fuori strada anche senza che lui mi provocasse.

Non avevo mai saputo che persino l’attesa, il fatto di non essere toccato, potesse diventare uno stimolo.

«Ah!»

All’improvviso strinse le labbra e succhiò il capezzolo che teneva tra esse.

La forza con cui lo compresse, come se volesse spremerlo, mi fece affondare le dita nei suoi capelli mentre inarcavo la testa all’indietro.

Con le labbra strinse il capezzolo mentre con la punta della lingua ne sfiorava l’estremità.

Poi prese tra le labbra l’intera areola e iniziò a succhiare con forza, fino a produrre un imbarazzante rumore di suzione.

Insieme alla sensazione di aver finalmente placato la sete, un piacere elettrico e formicolante mi attraversò tutto il corpo.

Continuando ad abbracciargli il collo, caddi all’indietro sui grandi cuscini impilati dietro di me.

Lui si sovrappose al mio corpo e il contatto tra i nostri corpi, completamente aderenti senza lasciare spazio, mi diede un senso di appagamento.

Il mio pene sfregò contro il suo addome superiore, mentre il suo membro toccava l’interno della mia coscia.

Quando iniziò a muovere la vita, il contatto si trasformò presto in attrito.

Mentre succhiava il capezzolo con tale passione da produrre piccoli sibili d’aria, infilò il ginocchio destro tra le mie cosce e lo spinse verso l’esterno, facendomi divaricare le gambe.

La sua coscia solida si insinuò all’esterno delle mie natiche.

La sua grossa virilità aderì strettamente al perineo e, non appena le nostre parti inferiori si toccarono, iniziò immediatamente a muovere la vita.

Di fronte a quel gesto che ricordava le sue parole piene di desiderio, il volerlo mettere dentro e muoversi immediatamente, anch’io non potei fare a meno di aspettare con trepidazione il momento in cui i nostri corpi si sarebbero uniti.

Non avevo mai preso in considerazione il piacere derivante dall’accogliere il pene di un’altra persona dentro il mio corpo.

Eppure mi sembrava naturale desiderarlo.

Mi era estraneo, ma, ripensando alle reazioni che avevo avuto quella volta nella sua camera da letto, non era poi così sorprendente.

Forse i desideri che avevo represso e finto di ignorare sotto ogni aspetto stavano esplodendo in modo distorto proprio sul piano sessuale.

Oppure, forse, era una forma di cieca e ingenua incoscienza pericolosa: il desiderio di assecondare qualsiasi cosa lui volesse.

Comunque fosse, anch’io lo desideravo.

Senza aggiungere né togliere nulla, quel desiderio era diventato il principio e la regola che dominavano il mio “io” in quel momento.

Non c’era nulla che stesse accadendo per costrizione o coercizione.

Fece scivolare una mano tra i nostri addomi a contatto e si insinuò profondamente tra le mie gambe divaricate, tastando l’orifizio.

Per un istante lasciai andare il collo che stavo abbracciando e gli afferrai dolorosamente la parte superiore della spalla, torcendola.

«Perché ti muovi così?»

Lasciato il capezzolo, risalì verso il mio viso e mi leccò il contorno delle labbra con la lingua, sorridendo appena.

Aveva notato la mia reazione eccitata a quel gesto osceno, mentre muoveva la vita e sfregava il glande tra le mie gambe, e sembrava divertirsi.

Quell’espressione, che a prima vista poteva sembrare perfida, non mi dispiaceva.

«Qui… continui a sussultare. Sembra proprio che tu stia aspettando qualcosa.»

La sua espressione si irrigidì impercettibilmente mentre premeva con decisione contro l’apertura, come se fosse sul punto di infilare un dito.

Le ciglia tremarono appena all’estremità delle palpebre corrugate.

Dopo aver esplorato attentamente la zona intorno all’apertura, sembrò ritenere che un solo dito non fosse sufficiente e iniziò a strofinare la parte inferiore del corpo usando l’intero palmo.

«Hh, ah.»

Il tocco delle sue mani, che sembravano cercare qualcosa, era quasi completamente privo di quella componente viscida e oscena che mi sarei aspettato. Eppure il mio corpo, ormai diventato estremamente sensibile, sussultava persino davanti a quelle carezze quasi prive di qualsiasi sensualità, quasi mediche.

Mi chiesi se ci fosse qualcosa che non andava.

Lo guardai con occhi ansiosi, ma ancora velati dall’eccitazione.

Lui continuava a strofinarmi la parte inferiore del corpo con il palmo, premendo e massaggiando con particolare attenzione la zona intorno all’apertura, mentre aggrottava la fronte e mi guardava alternativamente negli occhi.

Capii una cosa: continuava a sospettare che potessi essere un omega.

La volta precedente era stato quasi completamente ignorante riguardo ad alpha e omega, ma adesso non era più così.

Potevo intuire almeno in parte le sue intenzioni.

Probabilmente stava cercando, tra le mie gambe, i fluidi che un omega avrebbe prodotto.

«È un beta, quindi, per quanto tu possa far scorrere i tuoi feromoni, sarebbe tutto inutile.»

Solo poche ore prima era stato lui stesso a dirlo al biondo.

Oppure desiderava che fossi un omega?

Ma lui era un alpha che non utilizzava i feromoni neppure a letto, quindi non c’era alcun motivo per cui avesse bisogno che io fossi un omega.

Alla fine concluse la sua esplorazione infilando appena la punta del dito nell’orifizio e muovendola in circolo, per poi estrarla come se stesse raccogliendo della crema.

Ritirò la mano che era tra le mie gambe.

Poi, proprio davanti ai miei occhi, leccò e annusò la mano, sulla quale non c’era assolutamente nulla.

Mentre passava la lingua tra un dito e l’altro, mi guardava dall’alto con un’espressione estatica, come se stesse inalando una fragranza capace di provocare allucinazioni oscene.

Eppure non c’era nulla.

Erano soltanto le sue dita.

Tenendo gli occhi fissi nei miei, mi coprì il viso con una mano.

Le dita lunghe attraversarono la guancia, coprendomi parte degli occhi.

Quando sbattei le palpebre, le ciglia sfiorarono le sue dita.

Si avvicinò ancora e, attraverso lo spazio tra le dita, mi leccò le labbra.

La punta della lingua penetrò tra esse e sfiorò la mucosa interna, facendomi sentire stordito, come se anch’io fossi caduto in una sorta di allucinazione.

Esitai, poi tirai fuori la lingua e la strofinai contro la sua, calda e umida.

La sua lingua era davvero come una fonte inesauribile del suo profumo.

Tra indice e medio.

Tra medio e anulare.

Cercavamo e esploravamo le lingue dell’altro come se stessimo giocando a nascondino.

Che cos’è mai questa cosa?

Anche soltanto avere le sue dita tra noi rendeva il bacio più intenso e più appassionato.

Con l’ansia che continuava a crescere, inarcai la vita e graffiai e mordicchiai le sue dita.

Con gli occhi socchiusi, lui osservò senza perdersi neppure un istante la mia eccitazione che cresceva e divampava.

Più il bacio durava, più aumentava quella sensazione nell’addome, o più precisamente all’interno dell’orifizio, che continuava a contrarsi.

Il suo membro che sfregava contro l’interno delle mie cosce e tra le gambe aveva una presenza fin troppo evidente per poter essere ignorato.

Ogni volta che muoveva lentamente la vita contro di me, sentivo la virilità pulsare come se fosse sul punto di penetrare nella mia carne.

«Hhh, ah…»

Vedendomi torcere la vita da solo, desideroso di sentirlo sfregare ancora più profondamente, si sollevò con il busto.

Poi mi afferrò per le caviglie.

Senza alcun preavviso né esitazione, sollevò le mie gambe verso l’alto e le divaricò completamente.

«Ah.»

La serietà con cui compiva quel gesto mi fece provare ancora più vergogna.

Le mie gambe, spalancate a formare un’ampia V verso il soffitto, erano trattate da lui come quelle di una bambola, tanto da farmi chiedere se fossero mai state così indifese.

Piegò profondamente il capo per osservare tra le mie gambe. Il suo sguardo intenso mi fece rannicchiare istintivamente.

«La volta scorsa non ho avuto modo di guardare bene.»

La voce con cui spiegò il motivo di quell’imbarazzante osservazione era più roca del solito.

«È il posto che dovrò leccare con la lingua e in cui entrerò con il mio cazzo, quindi è giusto guardarlo bene.»

«C-cosa hai detto che lec…?!»

Prima ancora che potessi terminare la frase, mi spinse le caviglie verso le spalle.

Le ginocchia si piegarono e il mio corpo si richiuse su se stesso.

La forza con cui cercavo di sollevare il busto venne annullata dal peso che premeva sulle mie caviglie.

Il mio viso si trovò tra le mie stesse ginocchia.

Il pene, i testicoli, l’orifizio…

La parte tra le gambe che normalmente rimaneva sempre nascosta era completamente esposta verso l’alto.

Era una posizione tanto imbarazzante che non ricordavo neppure se l’avessi mai assunta, una posizione che non avrei mai adottato se non in una situazione così particolare.

Sentii il sangue affluirmi al viso.

Eppure non potevo negare che quella vergogna e quell’umiliazione rendessero ancora più evidente il fatto che lui e io fossimo immersi in qualcosa di estremamente privato, qualcosa di cui non avremmo mai potuto parlare con altre persone.

Forse il suo profumo, pesante e costante in tutta la stanza come quello di un diffusore, mi aveva annebbiato la mente al punto da non riuscire più a distinguere la vergogna dal piacere.

Un profumo troppo intenso poteva effettivamente provocare mal di testa.

Quella sensazione languida e stordita, capace però di afferrare con estrema precisione il centro del piacere in certi momenti, era diversa dal mal di testa.

Ma, per il fatto che offuscava il giudizio, gli somigliava.

Prima ancora che potessi divincolarmi per rifiutare, mi afferrò la vita e mi tirò verso di sé.

Il busto, che fino a quel momento era sprofondato nel cuscino, venne trascinato verso il basso, mentre la parte inferiore del corpo si sollevava.

Le mie gambe, completamente esposte verso l’alto, arrivavano ormai all’altezza del suo petto.

Gli bastava abbassare appena il capo per poterle osservare a piacimento e sfiorarle con la lingua.

Raccolsi tutte le poche briciole di ragione che ancora mi rimanevano.

Come se, se non avessi almeno provato a oppormi, non avessi più il diritto di guardare in faccia me stesso una volta finito tutto.

Allungai una mano per coprirmi tra le gambe e cercai di fermarlo, ma lui fu più veloce.

Abbassò il capo e, appuntendo la punta della lingua, tracciò una lunga linea sul perineo sotto i testicoli, ormai esposti.

«Ahh, hhh.»

Una sensazione elettrica mi attraversò tutto il corpo e i polpacci sollevati in aria iniziarono a dimenarsi.

«Mi eccita ancora di più vederti toccare lì da solo.»

Lo disse mordicchiando delicatamente le mie dita, che erano arrivate in ritardo a tastare la zona intorno all’orifizio.

Se il mio gesto voleva essere un tentativo di impedirgli di continuare, aveva ottenuto esattamente l’effetto opposto.

Guardando il suo volto mentre, tra le mie dita, premeva la lingua contro la zona intorno, provai una lieve ironia verso me stesso nel rendermi conto che, in quella situazione, il brivido che sentivo era più forte della vergogna.

«Sei ancora imbarazzato?»

«Hh, h.»

Dopo aver leccato intensamente l’apertura, iniziò a strofinarla con tutta la lingua.

«Non preoccuparti. Presto ti farò dimenticare tutto. Come l’altra volta.»

Sfiorò con i denti la pelle morbida dell’apertura, che sembrava richiudersi verso l’interno, poi la morse e la succhiò.

Ripeté più volte il movimento, succhiando con tale forza da produrre un rumore umido.

Nel frattempo, l’intera zona del perineo diventava lucida della sua saliva.

I muscoli che circondavano l’orifizio, prima rigidi, iniziarono a rilassarsi e sentii il corpo allentarsi, mentre la tensione tra le gambe sembrava sciogliersi lentamente.

Ripeteva, nella parte inferiore del mio corpo, lo stesso procedimento dei baci che aveva riversato sulle mie labbra.

Proprio nel punto più intimo e privato.

Non riuscivo a staccare gli occhi dalla scena della sua lingua, irrigidita dalla tensione, che scendeva lentamente dall’alto verso il basso e si insinuava all’interno.

Era una posizione in cui lui poteva vedere tutto di me…

Ma anche una posizione in cui io potevo osservare ogni suo bacio, ogni suzione, ogni sfregamento e ogni penetrazione tra le mie gambe.

La sua lingua scese fino al punto oltre il quale non poteva più avanzare.

Piegò la punta, graffiò la parete interna e poi si ritirò.

Quando arrivò a sfiorare pericolosamente il bordo dell’apertura, tornò nuovamente a insinuarsi all’interno.

«Hhh… h…»

La lingua umida che appariva e scompariva tra le mie gambe mi fece stringere il lenzuolo con forza.

Anche rimanendo sdraiato, respiravo affannosamente.

Il pene che pendeva capovolto si gonfiava e pulsava nonostante non lo stessi nemmeno toccando.

La pressione della lingua, che iniziò a muoversi più velocemente e a penetrare ripetutamente, fece diventare ancora più irregolare il mio respiro.

La grande camera da letto si riempì del rumore umido della frizione tra la lingua e la parete interna, mescolato ai miei gemiti affannosi.

«Ah, no… non voglio… mh, quello no…!»

Continuando a spingere la lingua fino in fondo e a muoverla all’interno, mi fece contorcere.

Quella sensazione di solletico in un punto impossibile da raggiungere mi fece inarcare la schiena e quasi gridare.

Gli chiesi con voce tesa di strofinare più forte, di farmi male piuttosto, ma lui non esaudì le mie suppliche, pur guardandomi con occhi impazienti.

Quando alla fine la punta della lingua che mi aveva leccato la mucosa si ritirò, il mio petto iniziò a sollevarsi rapidamente, come se avessi appena corso a tutta velocità per un breve tratto.

La schiena, ancora coperta dalla camicia che non ero riuscito a togliere completamente, era umida di sudore.

Senza lasciarmi neppure il tempo di riprendere fiato, mi tirò ancora più vicino a sé, affondò il naso e la bocca nel perineo e inspirò profondamente.

Muovendo il capo da una parte all’altra, come se stesse cercando le tracce di qualcosa di prezioso nascosto molto tempo prima, morse e succhiò tutta la zona dell’inguine.

I suoi occhi, che brillavano di una luce azzurra visibile persino nell’oscurità, e le ampie spalle che si irrigidivano e si rilassavano continuamente dimostravano che neppure lui era tranquillo, che anche la sua razionalità stava cedendo sotto l’effetto di quei preliminari.

Dopo aver aspirato la pelle morbida quasi volesse risucchiarla nel naso, rimase con il viso completamente affondato nel perineo e alzò lo sguardo verso di me.

Sembrava avere un’espressione come se pensasse: “Eppure ero sicuro di averlo nascosto proprio qui. Perché non riesco a trovare nulla?”

«Seo Yeehyeon.»

Chiamarmi per nome mentre aveva il volto affondato tra le mie gambe… Era una provocazione? Oppure faceva parte delle sue carezze?

Forse il fatto che fosse lui a farlo, con quel volto così bello e quella voce piacevole, faceva sì che riuscissi a provare piacere persino in una posizione del genere, in cui lasciavo che giocasse liberamente con la parte più intima del mio corpo.

Perso in quei pensieri senza alcun filo logico, continuavo a guardarlo con il respiro ancora affannoso.

«Ma tu… che cosa sei davvero?»

A cosa si riferisce?

Nel mio stato di coscienza annebbiato e arrossato dall’eccitazione, cercai di scavare nella mente per trovare una risposta, ma non trovai nulla.

Probabilmente, in quel momento, non ero niente.

Ero solo qualcuno che si eccitava perché lui mi esponeva completamente, mi accarezzava e mi esplorava, desiderando che arrivasse più in profondità, che le nostre parti più profonde si incontrassero e si sfregassero.

Quella era forse la parte più chiara di ciò che mi costituiva in quel momento.

Affondò nuovamente naso e bocca nel perineo e strofinò il viso contro di me, inspirando profondamente.

Alternando denti e labbra, mordicchiò la zona intorno all’apertura e punzecchiò la pelle morbida con il ponte alto e duro del naso.

A quanto pare, il mio inguine gli piaceva parecchio.

Altrimenti non avrebbe potuto mordere e succhiare con tanta insistenza, rimanendovi completamente appiccicato.

Guardandolo, sentivo l’addome contrarsi e, senza accorgermene, continuavo a tendere i muscoli nella parte inferiore del corpo.

Come se dall’interno dell’orifizio stesse uscendo un dolce liquido, tornò a prendere l’apertura tra le labbra e succhiò, come se volesse spremere e bere ciò che vi era contenuto.

«Con un odore del genere… e continui a dire di non esserlo.»

La mia coscienza era troppo annebbiata per esserne certo, ma sembrava che avesse mormorato qualcosa del genere tra sé.

Alla fine mi fece abbassare la vita sul materasso.

Poi sollevò un braccio, si asciugò il sudore dal viso e passò accanto a me, dirigendosi verso il bordo del letto.

Il suo membro eccitato, lucido, oscillava mentre pendeva verso il basso.

Lo osservai voltando il capo e respirando affannosamente.

Il mio sguardo doveva essere umido e desideroso, come se gli stessi dicendo senza parole che lo volevo.

Frugò nel cassetto del comodino accanto al letto e tirò fuori un tubetto.

Era del gel.

Stese la gamba sinistra verso la mia spalla, sollevò nuovamente la vita e mi sistemò meglio.

Poi spremette una generosa quantità di gel tra le mie gambe.

«Ah…»

Il contatto leggermente freddo del gel sulla pelle calda e umida mi fece ritrarre le spalle.

Mi lanciò appena un’occhiata, poi continuò in silenzio a versarne una grande quantità, fino a farlo scorrere tra i testicoli e il pene, poi lungo il solco tra le natiche.

Il liquido appiccicoso, diventato presto tiepido, scivolava sulla pelle delicata e bastò quella sensazione perché le natiche sollevate sussultassero.

Ogni volta che sussultavo, riuscivo quasi a immaginare l’apertura che cambiava forma e che lui poteva osservare completamente davanti ai propri occhi, ma non riuscivo a controllare la mia reazione.

Dopo aver distribuito il gel con il palmo su tutta la zona dell’inguine, mi morse la natica destra e premette delicatamente il dito medio contro un lato dell’apertura.

«Hh, h…»

Quando sentii l’apertura allargarsi e il liquido scivolare al suo interno, mossi le natiche da una parte e dall’altra.

L’apertura si dilatò ulteriormente e, approfittando di quello spazio, il dito scivolò delicatamente dentro il mio corpo insieme al liquido lubrificante.

Era una sensazione diversa da quella provocata dalla lingua.

Era chiaramente la sensazione della penetrazione: l’apertura che veniva allargata e la parete interna sfiorata da una parte del corpo più solida ma al tempo stesso più flessibile della lingua, dotata di ossa e articolazioni.

Sentii lo spazio tra le sue dita fermarsi contro l’apertura, poi lui ruotò il polso, sfiorando la mucosa.

Il movimento della punta del dito che stimolava delicatamente l’interno, quasi volesse solleticarmi, fece contrarre i muscoli delle natiche.

E, con quella contrazione, sentii la parte inferiore del corpo stringersi involontariamente.

Alla mia contrazione inconscia, gli occhi con cui mi osservava si assottigliarono.

«Più tardi non devi farlo. Se stringi così… si spezza.»

La sua voce roca rivelava la sua eccitazione, ma anche la cura con cui cercava di controllarla al massimo mentre mi apriva lentamente.

A quanto pare, la mia contrazione involontaria lo aveva eccitato.

Il ritmo con cui il dito entrava e usciva stava aumentando.

La fronte corrugata e i denti serrati gli davano l’aria di qualcuno che stesse cercando disperatamente di controllare una collera gigantesca, quasi fosse sul punto di divorarlo.

Anche il braccio che mi circondava la vita si era irrigidito al punto da farmi bruciare la pelle.

Ma anch’io ero ormai incapace di preoccuparmi di qualsiasi altra cosa.

Era soltanto un dito.

Eppure il movimento rapido con cui entrava e usciva verticalmente, senza sprecare neppure un briciolo di forza, faceva sobbalzare tutto il mio corpo, come se stesse spingendo usando la forza della vita e della parte inferiore del corpo invece che quella delle dita.

«Hhh, mm… ah, h…»

Il respiro tremante che seguiva il ritmo dei movimenti rendeva fin troppo evidente ciò che stava avvenendo tra le mie gambe.

Il gel penetrato tra la mucosa e le dita rendeva il suono prodotto dall’atto umido e inequivocabile.

Una parte del suo corpo entrava e usciva dal mio corpo attraverso una zona così intima da essere quasi impossibile da nominare.

Lui respirava pesantemente come una bestia infuriata, completamente concentrato ed eccitato mentre mi penetrava rapidamente… E soltanto esserne consapevole mi fece avvertire un’ondata di piacere simile alla sensazione elettrica che precede l’eiaculazione.

«Sei così morbido. È quasi assurdo che tu sia un beta.»

Tenendo il gomito piegato ad angolo retto, continuò a penetrarmi con le dita a una velocità tale che non riuscivo più nemmeno a distinguerne il numero, mentre continuava a mordere la natica destra.

«Ma per fare davvero sesso, questo non basta. Devi dilatarti di più.»

Ormai sembrava impaziente.

Per tutto il tempo in cui mi aveva accarezzato e preparato, il suo membro continuava a premere contro la mia schiena.

Per quanto un alpha avesse capacità sessuali superiori, se era riuscito a resistere così a lungo in quello stato di eccitazione, ormai doveva essere arrivato al punto in cui non avrebbe più potuto sopportarlo senza una stimolazione diretta.

Mi lasciò la parte inferiore del corpo e riprese il gel.

Ora potevo stringere un po’ di più le gambe rispetto a quando erano sollevate.

La posizione più comoda fece diminuire anche la tensione dei muscoli intorno all’orifizio.

Invece di versare il gel direttamente sulla pelle, ne raccolse una quantità sul palmo e lo distribuì delicatamente sulla carne morbida.

«Hhh, ah.»

Dopo tutte quelle carezze, la zona tra le mie gambe era diventata così sensibile che sussultava al solo contatto della sua mano.

Questa volta entrarono senza difficoltà più dita, più grosse e in maggior numero.

Per spingere una maggiore quantità di gel all’interno, le allargò.

Ogni volta che respiravo profondamente e gemevo, l’apertura sussultava e lasciava filtrare lentamente il gel.

Era sorprendente scoprire che quella parte del corpo possedesse una sensibilità tanto intensa, al punto che riuscivo a percepire ogni cosa.

«Ah, h, h…»

La punta delle sue dita avanzava lentamente e in profondità, massaggiando la mucosa con movimenti circolari e delicati, e la mia vita si sollevò.

Osservando attentamente ogni mia reazione, si sollevò con il busto.

Le dita continuavano a muoversi lungo la parete interna, distribuendo il gel in modo uniforme.

Allungò la gamba sinistra accanto alla mia spalla destra e raccolse entrambe le mie gambe, appoggiandole sulla sua coscia destra.

Questa volta le mie gambe erano chiuse, tanto che la sua mano rimase stretta tra le mie cosce.

«Hhhhhh… hhh…»

Le dita entrarono profondamente, con una spinta decisa, e il mio mento si sollevò mentre la vita sospesa in aria tremava.

Anche quando era ormai entrato completamente, sembrava volersi spingere ancora più in profondità, così continuò a ruotare il polso alternativamente da una parte e dall’altra.

Poi iniziò l’assalto.

L’interno, ormai morbido come un gelato lasciato sciogliere fino a raggiungere la consistenza perfetta, venne attraversato avanti e indietro a una velocità e con una pressione folle.

La forza con cui mi spingeva verso l’alto usando non soltanto le dita, ma tutta la potenza delle spalle e delle braccia, mi fece tremare il respiro come se fossi dentro una lavatrice durante la centrifuga.

A volte teneva le dita dritte, altre le piegava; a volte si limitava a penetrare superficialmente vicino all’apertura, altre volte affondava così profondamente da sembrare sul punto di spingere dentro un pugno.

Cambiando direzione e profondità, ma mantenendo sempre la stessa velocità frenetica, continuava ostinatamente a tormentare la parte inferiore del mio corpo.

Io continuavo a gemere e a scuotere la testa senza nemmeno rendermi conto a cosa stessi reagendo.

«Ah… aah, hhaa…»

Rispetto a quando avevo i muscoli tesi perché tenevo le natiche sollevate, essere penetrato mentre il corpo era completamente rilassato e abbandonato era molto più stimolante.

I muscoli rilassati non avevano quasi più la forza di opporsi a quel corpo estraneo che si faceva strada dentro di me.

Ogni volta che spingeva dentro, il mio corpo si adattava alla spinta.

La sensazione estranea e al tempo stesso eccitante di essere già riempito fino alla parte più profonda mi fece allungare inconsciamente una mano e avvolgere il polpaccio che aveva disteso accanto alla mia spalla destra.

«È… è troppo profon… troppo veloc…»

Nessuna frase riusciva a essere completata.

Il mio respiro incontrollato e disordinato suonava inequivocabilmente come un gemito.

Lo guardai con occhi umidi, quasi implorandolo.

Anche i suoi occhi, mentre mi osservava mordendosi forte il labbro inferiore, brillavano.

Le vene del braccio destro con cui mi scuoteva erano chiaramente in rilievo.

«Mmh, ah. Ah!»

All’improvviso piegò la punta delle dita e premette con forza su un punto preciso.

Aprii gli occhi per la sensazione insolita che mi attraversò.

Un brivido simile a un fulmine attraversò il mio corpo.

Affondai i denti nel suo polpaccio e iniziai ad accarezzare freneticamente la sua coscia, dura e muscolosa.

«Mi fai impazzire, davvero.»

«Ah!»

Dopo aver imprecato, la sua mano uscì improvvisamente dal mio corpo, come se avesse stappato con un solo gesto il fondo di una vasca piena d’acqua.

Poi cambiò rapidamente posizione e infilò un ginocchio tra le mie cosce.

La forza con cui lo spinse verso l’esterno fece nuovamente divaricare le mie gambe.

Si inginocchiò tra esse e afferrò il proprio membro con una mano.

Considerando il volume che si poteva intuire dalla sua lunghezza e dal suo spessore, l’angolazione perfettamente eretta del suo pene in quel momento sembrava quasi impossibile.

Quello che emergeva dalla folta peluria bagnata di sudore sembrava semplicemente troppo grande per poter entrare dentro di me.

Afferrandolo più o meno a metà e prendendo di mira l’apertura con il glande, strofinò più volte il liquido pre-eiaculatorio che brillava sulla punta attorno all’ingresso.

Sembrava quasi che quel liquido fosse una pozione magica capace di rendere possibile una penetrazione che appariva impossibile.

Nel frattempo si leccò più volte il labbro inferiore con la lingua. Poi mi afferrò la mano, ormai abbandonata dopo tutte quelle carezze, e la tirò verso di sé.

Sollevai il busto e mi ritrovai naturalmente seduto sulle sue cosce.

Mi tolse la camicia, che era rimasta a metà tra il corpo e le braccia, tirandola dalla nuca.

Nel frattempo mi baciò la clavicola e la parte superiore del petto.

«Questa posizione è la migliore per evitare che faccia male. Lascia solo che io penetri fin dove ti senti a tuo agio. Conosco le mie dimensioni, sai. Ho una coscienza, dopotutto. A me basta coosì.»

Forse aveva notato l’ansia nei miei occhi mentre lo guardavo dall’alto.

Mi prese la mano e la portò verso le nostre parti intime, che continuavano a strofinarsi, facendomi toccare e controllare da solo l’apertura.

«Guarda, è ancora aperta.»

Sentire le sue dita sovrapposte alle mie mentre insieme toccavamo l’apertura era indescrivibilmente erotico.

Le palpebre mi tremarono leggermente e il petto si gonfiò.

Sfregò le labbra contro il mio petto gonfio, poi sollevò il mento e mi leccò il labbro inferiore, sussurrando: «Dentro è ancora più morbido. Non vedo l’ora, sto impazzendo.»

Mi succhiò il labbro inferiore e lo mordicchiò mentre mi guardava dal basso. I suoi occhi erano umidi, quasi sognanti.

Reggendomi a malapena sulle ginocchia, gli afferrai le spalle e abbassai lentamente il corpo.

Lui teneva saldamente il proprio pene dal basso, impedendogli di scivolare via.

La sensazione del glande umido che allargava l’apertura e penetrava lentamente fu più fluida di quanto avessi immaginato.

La consapevolezza concreta che una parte del corpo che non aveva mai sperimentato nulla di simile venisse forzatamente allargata e riempita da una forza esterna era vivida.

Eppure non era accompagnata da dolore, sofferenza o fastidio.

Per impedirmi di concentrarmi troppo su ciò che stava accadendo sotto di me, continuò a guidarmi verso il bacio.

Ci scambiammo saliva, intrecciammo le lingue e assaporammo la sensazione solleticante della punta della sua lingua che esplorava la delicata mucosa interna della guancia.

Mi sentivo trasformare in un batuffolo di cotone completamente intriso del suo profumo.

Nella penombra, il suo corpo nudo e lucido di sudore sembrava essere esso stesso profumo.

E anch’io, mentre lui mi leccava, mi apriva e mi riempiva, ero ormai diventato parte di quella fragranza.

Più lo strato di profumo che ci circondava diventava spesso, più aumentava la densità dell’eccitazione.

Forse l’intensità sessuale, mai provata prima a quel livello, stava temporaneamente anestetizzando ogni dolore.

«Huh… huuh… ah.»

La mia smorfia, il breve gemito che lasciavo sfuggire ogni volta che mordicchiavo e poi lasciavo andare le labbra, persino le suppliche di piacere che mi facevano abbassare il capo per un istante come se stessi cedendo… Lui osservava attentamente ogni mia reazione mentre lo accoglievo, come se la stesse controllando e registrando.

Anch’io non volevo nascondere nulla. Anzi, sentivo crescere dentro di me il desiderio di mostrargli tutto senza riserve, fino in fondo, sia fisicamente sia mentalmente.

Ogni volta che la sua virilità veniva inghiottita un po’ più profondamente, socchiudeva gli occhi e lasciava sfuggire un dolce gemito.

Guardando il suo volto, provai persino l’impulso di spingere dentro con un solo movimento quella parte di lui che avanzava così lentamente da essere quasi frustrante.

«Più f-… succhiami più forte.»

Per trattenere quell’impulso, gli chiesi di farmi male.

Lui, che fino a quel momento mi stava leccando il labbro inferiore, rispose immediatamente mordendo dolorosamente la mucosa interna delle mie labbra.

«Secondo te, da quanto tempo aspettavo questo momento?»

La mano con cui teneva il proprio membro e che di tanto in tanto risaliva per accarezzare la zona intorno all’orifizio e aiutare ad allargare l’apertura, iniziò deliberatamente a tastare in modo osceno il punto in cui i nostri corpi erano uniti.

«Credo di aver aspettato a lungo.»

Non quanto me, che ero arrivato a essere eccitato soltanto con i baci sulla terrazza, ma per tutta la lunga fase dei preliminari lui aveva trattenuto il desiderio di liberare il calore che si era concentrato nel suo membro.

«Guarda quanto bene stai facendo.»

Mi prese nuovamente la mano e la guidò verso il basso, stringendomi l’intero labbro tra i propri e mordendolo leggermente prima di lasciarlo andare.

Io avevo pensato che sarebbe stato un miracolo riuscire a far entrare almeno il glande.

Non potei fare a meno di stupirmi della capacità del corpo di adattarsi.

Il suo pene aveva dimensioni tali da sembrare quasi feroce, eppure più di un terzo era già dentro di me.

La sensazione di essere completamente riempito era evidente, ma il dolore era così lieve che non avevo immaginato che fossimo già arrivati a quel punto.

Non era che guardando in quel modo potessimo davvero vedere il punto in cui i nostri corpi erano uniti, eppure mi voltai istintivamente per guardare il mio sedere.

Forse quel gesto lo eccitò, perché fino a quel momento aveva aspettato che fossi io a muovermi.

All’improvviso spinse la vita verso l’alto e affondò più profondamente dentro di me.

«Ti sembra strano? Io sapevo che ce l’avrei fatta. Anche se… devo ammettere che stai facendo meglio di quanto pensassi.»

Per permettermi di vedere quanto l’apertura stesse accogliendo il suo membro, sovrappose la propria mano alla mia e insieme tastammo il punto in cui i nostri corpi erano uniti, percependo la sensazione umida.

Quella scena così erotica mi fece muovere la vita e attirarlo ancora più in profondità dentro di me.

«La mia immaginazione era davvero così povera?»

Sorrise appena, mostrando la soddisfazione che provava dentro di me. Stava sorridendo, ma sul suo volto c’era anche un’impazienza che sembrava sul punto di esplodere.

Che cosa ha immaginato? E come?

Anche senza sentirne la risposta, credevo di poter intuire almeno in parte il contenuto della sua fantasia, e la mia vita si contorse di nuovo.

«Ugh.»

La stretta che gli stringeva il pene fece contrarre il suo volto, mentre affondava i denti nel labbro inferiore.

«Da qui in poi, ci penso io.»

Mi spostò i capelli che erano scivolati davanti ai miei occhi e annuii. Finalmente, come un bambino che avesse ottenuto il permesso di mangiare una caramella, si gettò su di me.

Con un bacio, per un istante il mio corpo si sollevò da terra, per poi essere adagiato sul letto.

«Preferirei masturbarmi piuttosto che farti male. Non ti farò mai male, quindi non avere paura. Va bene?»

Mi baciò leggermente sulle labbra. Annuii e gli avvolsi le braccia intorno al collo.

Il suo corpo pesante mi premette contro il petto, mentre infilò una mano tra la mia schiena e il materasso e mi afferrò i glutei.

«Ho resistito abbastanza.» 

Mormorò quelle parole quasi tra sé e sé, tirando la carne dei glutei per allargare ulteriormente l’ingresso. Allo stesso tempo, il suo pene caldo e duro, come una spessa barra di ferro arroventata, si spinse ancora più a fondo dentro di me.

«Hah… h, hhu… mh.»

Il respiro mi si spezzò e l’addome si tese. Alla pressione che sembrava schiacciare il suo membro dentro di me, il suo volto si contrasse. Il fatto che ogni mio movimento si riflettesse direttamente sulla sua reazione mi fece sentire con assoluta chiarezza che eravamo uniti.

«Sarebbe stato un po’ inquietante farlo rimanendo nella stessa casa dei “babies”, no?» Lo guardai mentre sussurrava quelle parole con il respiro caldo e, solo allora, lasciai sfuggire un’esclamazione stordita. «Anche se le camere erano separate, sarebbe stato un po’… complicato, no?»

Con il viso coperto di sudore, arcuò la schiena e strofinò lascivamente la parte inferiore del corpo contro la mia, sorridendo.

Avevo pensato che avesse preparato quell’hotel al posto del suo appartamento, dove soggiornava sempre, come sorpresa per Yuni e Juhan. Ma forse non era quello il motivo. Pensare, però, che avesse pianificato in anticipo una notte del genere con me e avesse prenotato l’hotel… mi sembrava un’interpretazione fin troppo azzardata. Probabilmente stava scherzando almeno per metà.

Mentre cercavo di interpretare la situazione e arrivare a una conclusione, lui mi coprì con tutto il corpo, strofinandosi contro di me.

Le curve del suo petto massiccio mi mozzavano il respiro e il suo pene premeva contro gli addominali duri e ben definiti. Le nostre gambe si intrecciarono, imprigionandosi a vicenda.

Anch’io accarezzai liberamente la sua schiena ampia, seguendo con le mani le curve dei muscoli grandi e piccoli, e collaborai nel contorcermi per creare un attrito lascivo. Mentre i nostri corpi nudi si sovrapponevano e si strofinavano, ebbi l’impressione che la pelle si stesse sciogliendo e che non fosse soltanto la parte inferiore dei nostri corpi, ma tutto il mio corpo, a fondersi umidamente con il suo.

All’inizio non cercò di spingersi più in profondità. Mentre era inserito solo a metà, muoveva la vita disegnando dei cerchi, allargando l’ingresso. Sembrava concentrarsi più sui baci e sulle carezze, sul modo in cui accarezzava la schiena, la vita e i glutei, o li pizzicava leggermente per gioco.

Ma presto quello smise di essere un gioco, e ovunque ci sfiorassimo e ci strofinassimo si diffuse un intenso profumo.

Abbracciati senza lasciare il minimo spazio tra noi, sollevava la vita per poi riabbassarla, ripetendo il movimento.

Si ritraeva, graffiando la parete interna come se volesse trascinare via tutto di me, poi tornava lentamente a penetrarmi, contorcendo la vita da un lato all’altro. Non si limitava a spingere dentro: il continuo movimento avanti e indietro, come un pistone, faceva tremare il mio respiro, trasformandolo in un gemito.

Eppure non chiusi gli occhi. Non distolsi lo sguardo da lui e osservai ogni traccia della penetrazione comparire sul suo volto, come se perdere quel momento fosse la cosa più stupida che potessi fare.

La sua vita disegnava grandi cerchi, sfregando contro l’ingresso, oppure ondeggiava creando movimenti ondulatori dalla spalla fino ai glutei. A volte, senza né spingersi più a fondo né ritirarsi, tremava con piccoli movimenti. Si muoveva con una flessibilità sorprendente.

Ogni volta, dentro di me si agitava un piacere sconosciuto. Una contrazione che si sollevava e divampava improvvisamente per poi allontanarsi di nuovo, qualcosa che sembrava sul punto di essere afferrato ma sfuggiva sempre, facendomi contorcere la vita.

Lo attirai ancora più vicino, gemendo come se lo stessi implorando. Accarezzai la sua nuca e le spalle irrigidite, seguendo con le mani il contorno dei muscoli sporgenti delle braccia. Senza distogliere lo sguardo dai suoi occhi, incurvai la punta della lingua, agganciandola alla sua e strofinandola contro di essa.

La sua vita si ritrasse lasciando dentro di me soltanto il glande, poi tornò a spingersi con forza. La parete interna, contratta per un istante, ebbe uno spasmo e si riaprì subito dopo. La sensazione che passava strofinando la zona che formicolava sembrava stringermi la gola e giocare con me.

«Hh… h… haa… ugh.»

Lo strinsi forte al collo e affondai le labbra nella sua nuca, dimenticando persino la vergogna, inspirando il suo profumo attraverso il naso e le labbra.

«Ti piace il mio odore?» Anche il suo respiro, mentre lo chiedeva, era irregolare. Annuii freneticamente. Lui abbassò a sua volta la testa e cominciò a mordicchiarmi l’orecchio e il collo. «Anche a me, il tuo odore… fa impazzire.» Tenendo la parte superiore del corpo stretta contro di me, muoveva rapidamente soltanto la parte inferiore, mordendomi le labbra. «Da dove viene? Da qui?»

Mi succhiò le labbra gonfie al punto che sembrava dovessero scoppiare, ansimando. Proprio come me, aveva completamente perso la ragione.

Nelle sue iridi, il cui azzurro si era fatto appena più pallido, brillava soltanto una luce intensa.

«O forse da qui?»

«Haa… ngh.»

Mi afferrò le spalle e mi tirò verso il basso, mentre contemporaneamente spingeva la vita verso l’alto. I miei occhi si spalancarono per la sorpresa.

Sentii come se il suo glande stesse premendo contro il mio cuore. I suoi peli pubici sfiorarono l’inguine.

Era entrato completamente.

Senza lasciarmi il tempo di percepire la pressione che mi riempiva il corpo, si ritirò subito.

Il glande, dalla forma ben definita, sfiorò la zona che formicolava. Poi aumentò la velocità e tornò a penetrarmi con forza, strofinandosi contro di me.

«Ah, ugh… lì…»

Continuai ad aggrapparmi al suo collo, mordendogli e lasciandogli le labbra a intervalli.

Un piacere simile a un fuoco che mi avesse incendiato il corpo dall’interno e lo avesse costretto a contrarsi fece irrigidire tutti i miei arti.

Il liquido vischioso formato dal lubrificante che aveva già riempito l’interno e dal liquido pre-eiaculatorio che probabilmente aveva riversato dentro di me fuoriusciva con un rumore umido. Non avevo nemmeno bisogno di guardare per immaginare chiaramente ciò che stava accadendo là sotto. Tutti i circuiti della mia mente sembravano essersi incendiati e i miei pensieri si erano arrestati.

«Hai detto che ti formicolavano le gambe quando vedevi il mio cazzo. Ti piace così tanto fare sesso con quello… che per questo fai uscire il tuo odore da qui? Cazzo, è qui… vero? È qui?»

Ogni volta che sottolineava quel «qui», spingeva fino in fondo e strofinava contro di me, incalzandomi alla fine come se volesse distruggermi.

Se avessi provato dolore, si sarebbe potuto definire un atto di violenza per quanto era brutale la penetrazione.

Ma io gli avvolsi le braccia intorno al collo, allargai le gambe e mossi la vita.

Era bello fare sesso. Il sesso con lui, che avevo scoperto per la prima volta, mi piaceva così tanto da farmi impazzire… Il mio corpo pulsava soltanto sentendo il suo odore e mi eccitavo al solo guardare il suo pene. Aveva ragione su tutto.

Volevo che mi distruggesse.

… e quelle parole sgorgarono spontanee.

Non gli sussurrai quelle parole intime all’orecchio, aggrappato al suo collo senza riuscire a guardarlo in faccia come l’altra volta.

Lo guardai dritto negli occhi. Gli succhiai le labbra come faceva lui con me, intrecciai la mia lingua alla sua e, contorcendomi con la vita per stimolare il suo pene, pronunciai quelle parole incredibili.

“Il profumo della sua pelle, che inspiravo con il naso appoggiato al suo corpo, era come una droga.” Avevo ragione. Anche la volta precedente, anche adesso, io che ero a letto con lui sembravo una persona a cui fosse stata iniettata una droga.

Esporre l’inguine a qualcun altro in una posizione così vergognosa, provare calore alle parole lascive che mi sussurrava e, al tempo stesso, eccitarmi riversandogli quelle stesse parole all’orecchio… Ero completamente diverso da quello che ero normalmente, e mi abbandonavo ai brividi provocati dal piacere sessuale. Il mio stato sembrava corrispondere alle conoscenze superficiali e vaghe che avevo sugli effetti delle droghe.

E non esisteva soltanto la droga: esisteva anche la dipendenza dal sesso. Potevo quasi capirne il motivo. La stimolazione provocata da una variazione che si allontanava completamente dal ritmo della vita quotidiana era più elettrizzante di qualsiasi altra cosa.

Mi ero allontanato completamente dalla normalità a cui appartenevo, e i miei discorsi, pronunciati in uno stato di totale incoscienza, fecero oscillare ferocemente i suoi occhi. Un bacio profondo e ruvido mi tappò la bocca.

Era completamente diverso dalla penetrazione cauta dell’inizio. Dopo aver capito che il mio corpo si era aperto del tutto, non esitò più.

Il sollievo dalla sete provocata dallo sfregamento continuo delle zone più sensibili al piacere fece arrivare la sensazione dell’eiaculazione a un passo da me. Istintivamente gli avvolsi le gambe intorno alla vita, attirandolo ancora più vicino per stimolare ulteriormente il pene intrappolato tra i nostri bassi ventri.

«Uuh… h, haa!»

Un istante dopo, sputai fuori la sua lingua che mi aveva brutalmente bloccato la gola e mi contorsi sotto un piacere così intenso da fare paura.

Il pene che credevo fosse diventato rigido al massimo si gonfiò improvvisamente, espandendosi come se spingesse l’intera parete interna dall’interno verso l’esterno, sigillando completamente l’ingresso.

Era il “knotting”.

Lo capii istintivamente, anche se non l’avevo mai sperimentato.

Sentii l’addome gonfiarsi e tutti gli organi interni spostarsi verso l’alto. Nonostante avessi respinto la sua lingua, continuavo a non riuscire a respirare. Aprii la bocca cercando disperatamente di inspirare aria, ma riuscivo soltanto ad ansimare, come se avessi dimenticato come si respirava.

Un piacere che sembrava capace di distruggere e trasformare la mia stessa esistenza si avvicinò, accompagnato da un dolore sottile e pungente che scorreva lungo i vasi sanguigni di tutto il corpo come una corrente elettrica. Rimbombava dentro di me con un tonfo dopo l’altro, come un effetto sonoro che annunciasse uno sviluppo inquietante.

Era un piacere che sembrava quello di un masso pesante che schiacciava ripetutamente tutto il corpo, ma che non era semplicemente incosciente: era un piacere di un tipo e di una direzione che non avrei mai potuto immaginare.

La saliva mi colò dagli angoli della bocca e le pupille dilatate lo cercarono con terrore.

Anche lui, seguendo l’istinto e ansimando mentre cercava il culmine del piacere, continuava a muoversi dentro di me come se avesse completamente perso la testa.

La penetrazione e il ritrarsi del suo pene, molto più intensi di quando mi aveva stimolato con le dita, sembravano quasi pretendere di trasformare la mia stessa esistenza, spingendomi rapidamente fino alla soglia dell’orgasmo.

Mi contorcevo sotto il piacere dell’eiaculazione che mi faceva ribollire tutto il corpo e cercai di spingerlo via dalle spalle, ma lui mi afferrò le mani e intrecciò le dita alle mie, premendole contro le lenzuola.

«Hh… ngh. Hah… ugh!»

Nel momento in cui raggiunsi l’eiaculazione, sfregando la nuca contro le lenzuola, sentii contemporaneamente qualcosa esplodere e colpirmi l’addome dall’interno.

L’eiaculazione di un alpha.

Lo sperma, espulso con tanta forza da sembrare capace di colpire gli organi interni, era così abbondante che riuscì a fuoriuscire nonostante il knotting avesse riempito completamente l’interno. Mentre sentivo le pareti interne inzupparsi e riempirsi, anch’io riversai lo sperma tra i nostri bassi ventri a contatto.

Il mio gemito somigliava quasi a un singhiozzo. Anzi, forse stavo davvero piangendo. Anche se ero schiacciato sotto di lui, tutto il corpo mi tremava.

Gli sussurrai che avevo paura mentre lui mi mordeva il labbro inferiore e lo succhiava senza sosta.

«Va tutto bene. Sono qui.»

Continuando a muovere la vita per mantenere il piacere anche dopo l’eiaculazione, mi ricoprì il viso di baci. Leccò con particolare attenzione la zona intorno agli occhi, e solo allora mi resi conto che stavo piangendo.

Non erano lacrime provocate da tristezza o solitudine, ma da una semplice reazione fisiologica. Eppure, nel momento in cui presi coscienza di quelle lacrime, sentii qualcosa traboccare dentro di me.

«Va tutto bene. Sono qui.» Mi chiesi se quelle parole fossero davvero rivolte a me.

I suoi occhi erano ancora privi di fuoco, come se fosse divorato dall’istinto, eppure, stranamente, quelle parole mi tranquillizzarono.

Intrecciai le dita alle sue, stringendole con forza.

Respirando un profumo così intenso da sembrare capace di intorpidire l’olfatto al posto dell’aria, rimanemmo a lungo a baciarci, ancora uniti nella parte inferiore del corpo.

Quando la paura provocata dal knotting cominciò a svanire, lui improvvisamente interruppe ogni movimento.

Poi allungò un braccio verso il basso e tastò con la mano il punto in cui eravamo uniti.

Provò a estrarre rapidamente il pene, ma, ancora in stato di knotting, non riuscì a liberarlo perché le mucose lo stringevano saldamente.

O forse ero io a non volerlo lasciare andare.

Non sapevo quale delle due fosse la verità, ma lui non riusciva a uscire da me, come un dito della misura 10 infilato a forza in un anello della misura 7.

Il suo sguardo, che fino a quel momento era rimasto languidamente perso, disfatto dal piacere che l’eiaculazione di un alpha gli aveva procurato a una profondità che io non avrei mai potuto immaginare, tornò alla realtà e tremò freddamente.

Allungò le mani e aprì l’ingresso per estrarre a forza il pene.

Anche la sensazione del grosso pene che, faticosamente, si faceva strada fuori graffiando la parete interna, mi fece sussultare e rabbrividire, in modo terribilmente imbarazzante.

Mentre lui, come un pazzo, mi divaricava le gambe e infilava le dita per rimuovere lo sperma rimasto dentro, il suo membro, che non si era ancora afflosciato, continuava a fremere chiedendo un’altra stimolazione, ma lui sembrava non arrivare nemmeno a rendersene conto.

«Mi dispiace… Mi dispiace davvero.» Continuò a ripeterlo, almeno una ventina di volte.

Era strano che lui, che sembrava incapace di lasciarsi prendere dal panico di fronte a qualsiasi situazione, reagisse in quel modo all’aver fatto knotting ed eiaculato con un beta.

Gli afferrai il polso, che si muoveva senza rendersi minimamente conto che stava facendo una pulizia del tutto superflua, e sollevai lentamente la parte superiore del corpo fino a sedermi.

Anch’io non mi ero ancora completamente ripreso dall’eco dell’eiaculazione avvenuta dopo un lungo preliminare, ma, vedendo la sua reazione, sembrava difficile pensare di godermi il doposesso o aspettarmi una nuova eccitazione in vista di una seconda volta.

«Signor Liu, lei è… un alpha, no?»

Era una domanda che, a quel punto, poteva sembrare scontata, ma non ne avevamo mai parlato direttamente, quindi glielo chiesi.

«Io sono sicuramente un beta. Quindi… non deve preoccuparsi.»

«…»

«Per una gravidanza, intendo…»

Mi fissò a lungo in silenzio, con uno sguardo vuoto, come se gli fosse stato portato via tutto.

I suoi occhi sembravano svuotati, come se si fosse trovato improvvisamente faccia a faccia con il lato misero e rozzo della vita. Lui, così grande e solido, in quell’istante mi sembrò un ragazzo infinitamente impotente e fragile.

Nei suoi occhi si era raccolta una limpida tristezza, tanto che…

«Già… Tu sei un beta, Seo Yeehyeon.»

Solo dopo molto tempo mormorò quelle parole.

Ma non sembrava affatto sollevato. I suoi occhi erano ancora persi nel vuoto. Sembrava quasi impossibile che, fino a poco prima, fossimo stati così accesi l’uno con l’altro.

Tolse la mano da in mezzo alle mie gambe e si strofinò più volte il viso con il palmo.

«Probabilmente ti sei ferito dentro. Essendo un beta, Seo Yeehyeon, non avresti dovuto riuscire a sopportare il knotting.»

Era preoccupato per le mie condizioni e continuava a chiedermi se sentissi dolore, come se mi fossi strappato o graffiato da qualche parte, dicendo che sarebbe stato meglio andare immediatamente in ospedale.

Ma, fino a quel momento, sentivo soltanto un indolenzimento e una strana sensazione di vuoto là sotto.

E, anche se non potevo dirglielo sinceramente, l’eco del piacere che ancora mi formicolava dentro era molto più forte. Al punto che avevo quasi la sensazione che, se avesse nuovamente riempito quello spazio ormai vuoto, mi sarei sentito persino più a mio agio.

Contrariamente alle sue preoccupazioni, non provavo un dolore particolare.

Eravamo passati, in un istante, dal sussurrarci parole oscene all’orecchio, nel punto più caldo dell’eccitazione, a parlare di problemi estremamente concreti. Quel cambiamento mi fece irrigidire e mi lasciò stordito.

Ma, vedendolo così sconvolto, non riuscii ad avvicinarmi e tirarlo verso di me dicendogli che stavo bene e che potevamo continuare ciò che stavamo facendo.

Inoltre, non appena il suo pene uscì dal mio corpo, fui travolto da una sonnolenza che, insieme al senso di spossatezza, sembrava far sprofondare tutto il mio corpo.

Avevo esaurito completamente le energie.

Era lo stesso sintomo della volta precedente.

Gli dissi che, quando fosse arrivato il giorno dopo e tutto fosse tornato al suo posto, gli avrei fatto sapere come stavo. Che, per il momento, non c’era nulla di particolare.

Lo dissi sperando che si tranquillizzasse almeno un po’, ma lui, pur annuendo, non abbandonò quell’espressione seria.

Non riuscivo più nemmeno a cercare di convincerlo, perché un sonno pesante mi stava travolgendo.

Accorgendosi dei segni della sonnolenza sul mio viso, mi premette sulle spalle facendomi sdraiare di nuovo. Disse che ne avremmo riparlato il giorno dopo e, per il momento, si fece da parte. Tirò fuori la coperta da sotto di me e me la sistemò addosso, nudo com’ero, poi si accese una sigaretta.

Seduto sul bordo del letto, fumava lentamente mentre mi guardava dall’alto. Avrei voluto osservarlo ancora un po’, così sbattei con forza le palpebre.

Non mi piaceva lasciarlo solo in quello stato di agitazione, ma la sonnolenza mi stava trascinando via con una forza quasi violenta.

Uno sguardo confuso e complesso, come se avesse appena realizzato di aver fatto qualcosa di terribile con la persona con cui, fino a un attimo prima, aveva intrecciato appassionatamente il corpo. Sembrava esserci persino una vaga paura di se stesso.

Quello fu l’ultimo aspetto di lui che vidi prima di chiudere gli occhi.

***

All’interno della stanza, si diffuse il suono di un telefono che squillava.

Riconoscendo che non era quello del cellulare, ma il telefono della stanza, capii dove mi trovavo.

La mia mente si svegliò prima ancora che aprissi gli occhi, ma dovetti rimanere a lungo a pancia in giù, gemendo per il dolore sordo che mi pulsava in tutto il corpo.

Nel frattempo, il telefono continuava a squillare pazientemente.

Quando aprii gli occhi, ero solo sul letto. Le tende oscuranti erano tirate e la stanza era completamente buia, tanto che non riuscivo nemmeno a capire, a grandi linee, che ora fosse.

Prima di tutto, dovevo rispondere.

«Pronto?»

Mentre strisciavo verso il bordo del letto facendo leva sui gomiti, mi schiarii la gola diverse volte, ma la mia voce roca e spezzata era a dir poco pietosa.

A chiamare era un dipendente dell’hotel.

Mi disse che sarebbe stato meglio che mi alzassi per mangiare qualcosa, anche solo un pasto leggero, e che era stato pregato di svegliarmi affinché mangiassi.

Mi chiesi se avessi appetito… Assolutamente no. Non avevo soltanto la bocca ruvida: sentivo lo stomaco sottosopra, come se tutti gli organi si fossero spostati dalla loro posizione naturale.

Inoltre, dietro… avevo ancora una pesante sensazione di pienezza, come se lui fosse ancora dentro di me.

Tuttavia, non potevo ignorare né la sua premura, né la situazione imbarazzante in cui avrebbe potuto trovarsi il dipendente che aveva ricevuto quell’incarico se avessi rifiutato.

Di solito facevamo colazione tutti insieme nel suo soggiorno. Che fine avevano fatto gli altri?

Ero sicuro che alle undici saremmo dovuti partire dall’hotel. Che ore erano, adesso?

Avevo troppi problemi da considerare e la testa mi si riempiva di pensieri, ma per il momento risposi semplicemente che avrei fatto come mi aveva detto.

Come se si aspettasse quella risposta, il dipendente mi disse che nel soggiorno la colazione era quasi pronta e che potevo semplicemente indossare l’accappatoio e uscire senza preoccuparmi.

La chiamata finì, ma rimasi ancora per un po’ a pancia in giù, con il ricevitore in mano, completamente stordito.

A quanto pare, mentre dormivo, nel soggiorno avevano già iniziato a preparare la colazione.

Posai il ricevitore e controllai innanzitutto le condizioni del mio corpo.

Più diventavo lucido, più il disagio diventava evidente.

Sentivo fitte in tutto il corpo, come se non soltanto gli organi interni, ma anche tutte le articolazioni fossero fuori posto.

Mentre il corpo mi sembrava pesante e fiacco come durante una brutta influenza, soprattutto l’orifizio e la parte interna bruciavano.

Sembrava quasi che tra le gambe ci fosse un battito indipendente.

Quel dolore così vivido mi fece inevitabilmente ripensare al sesso della notte precedente, alla passione con lui che mi era entrato e uscito dal corpo fino al knotting e all’eiaculazione, e anche se ero solo sentii il viso avvampare.

Mi schiarii la gola con un colpo di tosse e scesi dal letto.

La sensazione estranea dello sperma che lui non era riuscito a rimuovere completamente, nonostante avesse pulito a lungo, scivolò lungo l’interno della coscia.

«Uuugh…»

Mi fermai, incurvai le spalle e mi morsi il labbro inferiore.

Quando toccai le labbra con le dita, rimasi sorpreso dalla loro consistenza, molto più gonfia del solito.

Pensavo che il fatto che le labbra si gonfiassero a causa dei baci, che si potessero baciare al punto da farle gonfiare, fosse qualcosa possibile soltanto nei video porno o nei fumetti.

Eppure le mie labbra erano davvero gonfie, quasi, a voler esagerare, come se fossi stato punto da un’ape.

Quella tensione mi fece tornare in mente le sue labbra che per tutta la notte non si erano staccate dalle mie, tra baci e succhi.

Era completamente diverso dalla volta precedente, quando non c’erano stati né baci né penetrazione e il giorno dopo non era rimasta alcuna traccia sul mio corpo.

Ogni parte del mio corpo era una prova della notte precedente.

Per evitare che colasse sul pavimento, dovetti pulirmi tra le gambe con la mano, dopodiché mi diressi subito verso il bagno.

Avevo intenzione di uscire rapidamente in soggiorno, ma non credevo fosse possibile finché non avessi eliminato completamente ciò che era rimasto dentro.

Dopo la doccia, indossai l’accappatoio senza nemmeno asciugarmi i capelli.

Non sapevo quando fosse uscito dalla stanza, ma aveva piegato ordinatamente tutti i miei vestiti e li aveva sistemati sul tavolo vicino alla finestra.

Tuttavia, tutti i bottoni inferiori della camicia erano stati strappati, quindi era impossibile indossare ciò che avevo messo il giorno prima.

Poiché avevo già perso del liquido pre-eiaculatorio durante i baci e le carezze, la parte anteriore degli slip era umida. Ma non avevo altra scelta che rimetterli così com’erano.

Per quanto indossassi un accappatoio, non avevo il coraggio di stare davanti agli altri senza biancheria.

Mentre sistemavo i vestiti, pensare che probabilmente avesse visto la biancheria bagnata mi fece provare un’imbarazzo simile a quello che avrei provato se avessero scoperto un libro erotico che avevo nascosto.

Eppure, nonostante sapessi perfettamente che avevamo fatto cose molto più imbarazzanti di un semplice paio di slip bagnati, non riuscivo a evitare quella sensazione.

Uscii dalla camera da letto, facendo attenzione a non mostrare il più possibile il fastidio che ancora provavo.

Vedendo la luce intensa del sole estivo riversarsi sull’intero soggiorno allungato in verticale, ebbi l’impressione che fosse già passato abbondantemente mezzogiorno.

Accanto al tavolo da pranzo erano in attesa il suo maggiordomo personale, un uomo di mezza età che ci aveva assistito ogni volta che avevamo fatto colazione lì, e altri due dipendenti in uniforme e grembiule.

Contrariamente alla proposta di mangiare qualcosa di leggero e poi tornare a dormire, il tavolo era così pieno di colazione occidentale e di Hong Kong che non ci sarebbe stato spazio nemmeno per un altro cucchiaio.

E non era tutto: anche sul carrello accanto al tavolo erano stati preparati altri piatti.

Mi sfregai il braccio coperto dall’accappatoio, salutai imbarazzato e mi sedetti lentamente.

Mi offrirono per prima cosa del succo fresco. Presi un bicchiere di succo d’arancia, che sembrava appena spremuto e conservava ancora tutta la polpa.

Forse avevo sete, perché lo bevvi tutto in un sorso.

Mi chiesero se, visto che non avevo molto appetito, preferissi del porridge con gamberi o dei wonton. Risposi che avrei mangiato i wonton.

Non appena ebbi risposto, davanti a me comparve una ciotola coperta di wonton su un piatto bianco vuoto.

Poi mi chiesero se, prima di mangiare, volessi parlare brevemente al telefono con il signor Liu, e io accettai.

A un certo punto trovai buffo il modo in cui mi stavo comportando, come un bambino obbediente che facesse esattamente ciò che gli veniva consigliato.

Anzi, forse stavo semplicemente facendo ciò che lui mi consigliava attraverso quella persona.

Probabilmente non era stato lui a scegliere persino il menù, ma attraverso il maggiordomo avevo la sensazione che mi stesse impartendo istruzioni.

Il maggiordomo mi porse il telefono dopo averlo chiamato.

Era un cellulare dal design semplice, che sembrava destinato al lavoro. Anche dopo averlo preso in mano, mi servì qualche secondo prima di riuscire a rispondergli.

«Sì?»

[Hai… dormito male, vero?]

Sembrava essersi reso conto che chiedermi se avessi dormito bene fosse una domanda stupida e, imbarazzato, cambiò frase.

Mi parve quasi di vederlo aggrottare leggermente la fronte.

«No. Ho dormito profondamente, senza svegliarmi nemmeno una volta.»

[Come stai? Posso portarti a fare una visita in qualsiasi momento.]

Anche se probabilmente non capivano il coreano, parlare delle mie condizioni fisiche dopo il sesso davanti ad altre persone mi fece sudare freddo.

«Sto bene. A parte il fatto che mi sento indolenzito… non ho ferite particolari.»

Abbassai la testa per nascondere il rossore mentre giocherellavo con le posate di porcellana calde appoggiate accanto alla ciotola di wonton.

Non era imbarazzante soltanto parlare davanti alle tre persone che mi circondavano: anche raccontargli, a mente completamente lucida, quali fossero le condizioni del mio corpo mi metteva in imbarazzo.

Probabilmente non gli piaceva molto che dicessi di non aver bisogno di andare in ospedale, perché rimase in silenzio per qualche istante, poi emise un lungo sospiro.

Ma sembrava disposto ad accettarlo, almeno per il momento.

[Ho spostato il volo a stasera. Il maggiordomo ti illustrerà il programma. Riposati ancora un po’ e preparati con calma. È sorto qualcosa di urgente di cui occuparmi, quindi sono dovuto uscire prima, ma ti accompagnerò personalmente all’aeroporto.]

Mi spiegò anche che, a causa di quella “questione urgente da sistemare”, il suo rientro in Corea era stato spostato al giorno successivo.

«E gli… altri?»

[Sono partiti secondo il programma originale. Quindi non preoccuparti di cosa dire come scusa o cose del genere e riposati.]

Come la volta precedente, probabilmente aveva inventato una scusa anche per le mie condizioni.

Forse aveva detto, più o meno come l’altra volta, che non stavo bene.

A quanto pare, all’interno del Phantom mi sarei guadagnato definitivamente la reputazione di persona fragile che si ammalava spesso.

Non era un’immagine che desideravo particolarmente e la cosa mi lasciò un po’ di amaro in bocca, ma capivo che probabilmente non aveva avuto altre scuse a disposizione.

Non ero malato, ma era anche vero che fisicamente non stavo bene.

Gli dissi che, dato che l’hotel disponeva di un servizio navetta, non era necessario che mi accompagnasse personalmente.

Ma lui cambiò subito discorso, dicendo che probabilmente doveva terminare la telefonata.

Mi raccomandò soltanto di mangiare comunque a sufficienza, anche se non avevo appetito.

Mi tornò in mente ciò che mi aveva detto la volta precedente: anche se non avevo fame, dovevo mangiare almeno un po’ per me stesso.

Cercai quindi in qualche modo di finire almeno la ciotola di wonton, ma la situazione era sempre più difficile da sopportare.

Era imbarazzante mangiare da solo mentre degli sconosciuti mi osservavano, e a questo si aggiungeva il fastidio che sentivo là sotto.

Dopo aver terminato il pasto nella misura sufficiente a calmare appena lo stomaco, chiesi il permesso di alzarmi e presi soltanto una tazza di caffè.

Il maggiordomo mi propose di fare un massaggio, aggiungendo che era stata un’idea del signor Liu.

Mi spiegò che, con un massaggio, il corpo si sarebbe sentito molto più leggero e che avrebbero potuto chiamare direttamente in camera un terapista della spa dell’hotel, così avrei potuto rilassarmi comodamente.

Ma non c’era modo che, in quella situazione, riuscissi a sentirmi a mio agio.

Il fatto stesso che lui avesse previsto le mie condizioni e si fosse preoccupato in anticipo per me era già sufficiente.

Anzi, ero certamente grato, ma quel trattamento così lussuoso dopo aver passato la notte con lui mi dava la strana sensazione che qualcosa non stesse andando come avrebbe dovuto.

Era stato un mio errore non aver sentito la sveglia e aver dormito fino a tardi, ma, dopo aver trascorso la notte con lui, non avevo bisogno di essere servito da altre persone nella sua stanza d’hotel mentre lui modificava in anticipo il programma tenendo conto delle mie condizioni fisiche.

Se quella fosse stata semplicemente la gentilezza che, per abitudine, concedeva in egual misura a tutti quelli con cui trascorreva la notte, allora ne avevo ancora meno bisogno.

Non avevo sacrificato me stesso al suo desiderio sessuale in cambio di qualcosa. Ero stato io stesso a volerlo e ad accettare di passare la notte con lui.

Anche i bagagli che avevo nella mia stanza erano già stati sistemati completamente. La valigia da cabina che avevo preso in prestito dalla direttrice Han era stata spostata nel corridoio all’ingresso.

Probabilmente il suo ultimo ordine era stato quello di dirmi di riposare in quella stanza fino al suo arrivo.

Lasciandomi alle spalle il personale che stava sistemando il cibo che avevo quasi completamente lasciato intatto, tornai in camera da letto con una sensazione tutt’altro che piacevole.

Inizialmente pensai di aprire le tende, ma rinunciai e accesi soltanto qualche luce in più.

Guardando la stanza con occhi nuovi, vidi che c’erano ancora tutti i suoi oggetti.

I fascicoli con il materiale relativo alla fiera impilati sul mobile, il tablet sul comodino e persino l’accappatoio appoggiato sul divano, probabilmente tolto poco prima di uscire.

E poi, sul tavolo vicino alla finestra, c’erano ordinatamente le sue sigarette e l’accendino.

Nel posacenere c’erano cinque o sei mozziconi schiacciati.

Forse li aveva fumati mentre dormivo.

Avevo dormito così profondamente da non accorgermi nemmeno che avesse fumato tutte quelle sigarette, si fosse preparato per uscire e avesse lasciato la stanza.

Oppure si era mosso con attenzione per non svegliarmi.

Aveva almeno dormito un po’ dopo che mi ero addormentato?

Mi tornò in mente il suo sguardo fragile, quello che avevo incrociato subito prima di chiudere gli occhi, con quella miscela di confusione, vuoto e paura di se stesso.

Oltre al malessere del corpo, anche la mia testa si riempì di pensieri.

Se avessi acceso il cellulare, probabilmente avrei trovato i messaggi preoccupati di Yuni, Juhan e della direttrice. Inoltre, una volta tornato in Corea quel giorno, avrei dovuto contattare Morae e Yeehan hyung, con cui avevo programmato di cenare insieme.

Erano tutte cose insignificanti, eppure, nelle mie condizioni, mi sembravano estremamente complicate da affrontare.

«Non pensiamo a niente e non preoccupiamoci di nulla. Come se spegnessimo semplicemente l’interruttore del cervello. Ci riesci?»

Ricordando quello che mi aveva detto quella notte, spensi per il momento l’interruttore del cervello.

Posai il caffè sul tavolo, mi sedetti su una delle due poltrone singole e presi il pacchetto di sigarette.

Erano di una comune multinazionale, un prodotto che si poteva trovare praticamente ovunque nel mondo.

Ne tirai fuori una e la accesi.

Anche se si trattava soltanto di una sigaretta, non ero il tipo di persona che metteva le mani sulle cose degli altri senza permesso.

O meglio… visto che lo avevo già fatto, a quanto pare ero una persona capace di farlo, a seconda delle circostanze.

Dopo aver visto me stesso, che di solito mi masturbavo persino con l’aria di chi lo faceva per pura seccatura, aggrapparmi a lui e alla nostra unione con passione e audacia, ormai non mi sorprendeva nemmeno questo.

«Quando torniamo a Seoul, te ne comprerò un pacchetto nuovo.»

Lo mormorai stupidamente nella stanza vuota e aspirai una boccata.

La gola continuava a pizzicarmi e corrugai la fronte per la sensazione di oppressione nei polmoni.

Non tossii, ma non riuscivo nemmeno a tirare bene.

Dopo due o tre tiri, appoggiai la sigaretta sul bordo del posacenere.

Preferivo guardare il sottile filo di fumo che saliva lentamente.

A seconda dell’angolazione, quel fumo appariva grigio oppure azzurro.

Somigliava ai suoi occhi.

Inevitabilmente, i miei pensieri tornarono a lui.

Non era un argomento che potessi evitare.

La notte precedente era stato gentile e, considerando la mia inesperienza, aveva persino trattenuto il desiderio di lasciarsi andare completamente.

Aveva fatto il knotting dentro di me, ma, a giudicare dalla sua reazione, non era qualcosa che avesse intenzionalmente voluto.

Inoltre, ero un beta, quindi non c’era motivo di preoccuparsi di una gravidanza anche se aveva eiaculato durante il knotting.

E, contrariamente a quanto temeva, non mi ero nemmeno ferito internamente.

Non volevo quindi che provasse nei miei confronti un senso di colpa o di responsabilità eccessivo.

Aveva persino preparato in anticipo tutte quelle cose pensando a me, quindi, come persona con cui aveva trascorso la notte, non si era comportato affatto male.

Ma la notte precedente non aveva nemmeno provocato un cambiamento radicale nel nostro rapporto.

Due adulti avevano fatto sesso consensualmente e io stesso ero venuto fin lì perché desideravo quella relazione.

Non avevo intenzione di rimproverare nessuno per non aver ottenuto qualcosa in più.

Anzi, era esattamente il contrario.

Volevo deridere e ignorare me stesso per aver cercato un indizio di speranza o un significato in una notte nata impulsivamente dall’attrazione sessuale.

Nonostante tutte quelle premure, se non c’era alcuna spiegazione a seguirle, era chiaro che cosa significassero.

Avevo poca esperienza in quel campo, ma non ero così ingenuo da fraintendere tutto e lasciarmi trasportare da solo.

Se soltanto non l’avessi saputo.

Se avessi potuto sognare, anche solo per un breve momento, un sogno stupido e dolce, forse ora mi sarei sentito meglio, seduto da solo in quella stanza e circondato dal fumo di una sigaretta che non ero nemmeno capace di fumare, mentre ricordavo il suo sguardo.

A giudicare dal fatto che stavo facendo simili pensieri, probabilmente ero già abbastanza stupido.

Presi l’accappatoio appoggiato allo schienale, vi affondai il naso e le labbra.

La sigaretta appoggiata sul posacenere era ormai arrivata quasi al filtro. Spensi delicatamente la cenere grigia, lunga quanto una falange, strofinandola contro il posacenere, poi mi alzai.

Non riuscivo più a sentire il suo profumo da nessuna parte nella stanza. Nemmeno dall’accappatoio che aveva lasciato lì.

***

Il signor Liu mi aspettava sul sedile posteriore.

Non indossava un completo, ma abiti casual. Nonostante il sole fosse già completamente tramontato, portava gli occhiali da sole all’interno dell’auto. La cosa mi lasciò per un attimo perplesso, ma, dato che ogni tanto aveva uno strano lato scherzoso, non gli chiesi il motivo.

A causa del dolore sordo che ancora persisteva tra le gambe e della sensazione che sembrava indicare che non fosse ancora tutto completamente chiuso, mi sistemai sul sedile in una posizione goffa.

Era una nuova conferma del fatto che, dopo aver fatto sesso con penetrazione, non potevo fare altro che rendere evidente che avevo avuto un rapporto con lui: io, un beta maschio, avevo avuto un rapporto sessuale con lui, un alpha maschio.

Il valletto chiuse la portiera e l’auto partì.

Era lo stesso autista del giorno in cui ero andato a incontrare Suki Kim.

«Mi dispiace.»

Quando l’auto ebbe lasciato completamente la zona intorno all’hotel e imboccò la sopraelevata, lui pronunciò inaspettatamente quelle parole per primo.

Mi voltai verso di lui, ma non riuscivo a capire dove stesse guardando dietro gli occhiali da sole.

«Devi essere stato scomodo per tutto il giorno.»

«Non è che mi aspettassi di stare perfettamente bene il giorno dopo… Sto bene. Davvero, non deve più preoccuparsi. Mi sono ripreso molto mentre riposavo.»

Sinceramente, cominciava a mettermi a disagio ricevere ancora quelle attenzioni per le condizioni del mio corpo. Non provavo un dolore così forte o insopportabile come sembrava temere… e soprattutto non c’era nulla di cui dovesse scusarsi.

Avevamo trascorso la notte insieme perché lo volevamo entrambi e pensavo che, pur non essendo il mio amante, avesse fatto tutto il necessario per prepararmi e allargare abbastanza la parte inferiore del mio corpo, comportandosi con attenzione.

Il fatto che si scusasse mi faceva piuttosto sentire come se fossi stato consumato da lui.

Se possibile, avrei preferito non sentirlo.

«Seo Yeehyeon, sei coraggioso. Pensavo che saresti stato un po’ più… scosso.»

Mi diede qualche colpetto sulla gamba accavallata con la sottile busta di carta che teneva in mano, mormorando senza guardarmi.

«Sono contento che tu sia una persona coraggiosa.»

Non riuscivo a capire esattamente che cosa intendesse con “scosso”.

Se con quella parola intendeva lo smarrimento di chi non riesce a distinguere il sesso nato naturalmente dopo essersi confessati e aver espresso e verificato i propri sentimenti dal sesso nato impulsivamente, travolti dall’atmosfera e dall’attrazione reciproca… allora forse non aveva tutti i torti.

Anzi, per essere precisi, il sesso era stato soltanto il motivo che aveva fatto vacillare le mie emozioni.

Ma, comunque, era vero che il mio stato attuale era lontano dalla stabilità e dalla tranquillità.

«Dobbiamo… in qualche modo accettare ciò che è successo.»

Che ci piaccia oppure no. 

Lo aggiunsi quasi tra me e me, guardando fuori dal finestrino la città di Hong Kong che si allontanava nella direzione opposta rispetto a quando eravamo arrivati.

Quando avevo visto per la prima volta la città ascoltando “Kiss” di Prince, a bordo della Phantom per cui Yuni e Juhan erano andati pazzi, non avrei mai immaginato che esperienze ed emozioni simili avrebbero riempito il mio corpo e la mia mente di colori e consistenze così diverse.

Ripensandoci, da quando lo avevo conosciuto, era stata una successione continua di variabili che non potevo prevedere né per le quali potevo prepararmi.

E non si trattava soltanto degli eventi.

Anche i miei sentimenti nei suoi confronti erano così.

Avevo pensato che incontrare la maestra Suki Kim fosse l’evento più importante di quel viaggio a Hong Kong.

Ripensai a me stesso, pochi giorni prima, quando avevo provato un’eccitazione timida al semplice incrociare il suo sguardo nello specchietto retrovisore.

Se volevo essere benevolo con me stesso, ero stato ingenuo.

Se volevo essere spietato, ero stato emotivamente nudo, senza nemmeno un sottile velo con cui proteggermi dai pericoli.

Non me lo aspettavo.

Non potevo dire di non aver mai sperato che ciò che era successo la notte precedente potesse diventare un’occasione capace di cambiare il nostro rapporto o il suo atteggiamento nei miei confronti.

Per questo mi vergognavo di quella speranza che conoscevo soltanto io.

Nel suo atteggiamento, rimasto costante e privo di inflessioni mentre fissava lo schermo attaccato allo schienale del sedile anteriore, non riuscivo a trovare alcuna possibilità di affetto, attrazione, interesse…

Mi disse di aver già predisposto tutto affinché, una volta arrivato in aeroporto, potessi completare rapidamente le procedure di partenza, e mi porse la busta che aveva in mano.

Dentro c’erano i semplici documenti che certificavano il mio status di passeggero VIP con accesso al fast track e un biglietto di prima classe.

«Domani prenditi una giornata di riposo. Ho detto che hai avuto gli stessi sintomi dell’altra volta, quindi capiranno.»

La scusa che aveva inventato oscillava abilmente tra la menzogna e la verità.

«Va bene. Grazie alle sue premure ho riposato bene. Domani dovrei essere completamente tornato alla normalità.»

Oltre alla scritta “prima classe” incisa sul biglietto che mi aveva consegnato, anche il giorno libero che avrei ottenuto come persona che aveva fatto sesso con lui mi sembrava inappropriato.

Più ricevevo le sue premure, più cominciavo a capire la natura del disagio che si era accumulato dentro di me.

Non era soltanto l’imbarazzo provocato dal non essere abituato a un trattamento così lussuoso.

Tra tutte quelle gentilezze avevo iniziato a percepire qualcosa che assomigliava a un senso di obbligo.

Dal suo punto di vista, capivo che si trattava semplicemente di buona educazione: non ignorare la persona che aveva avuto un rapporto con lui e che, proprio per questo, si trovava a disagio fisicamente.

Lo capivo.

Ma… Buona educazione, gentilezza… A prima vista sembravano parole fondate sull’affetto, ma potevano anche significare trattare educatamente qualcuno che si trovava al di fuori di una determinata linea di confine.

Probabilmente avevo sperato che tutto ciò che aveva preparato per me somigliasse all’affetto con cui ci si prende cura del proprio partner.

Quella era la nudità delle mie emozioni.

Il mio vero volto.

Mentre pensavo se restituirgli il biglietto, convinto che dire che non avevo bisogno della gentilezza che distribuiva equamente a tutte le persone con cui aveva dormito sarebbe stato un modo per proteggere il mio orgoglio, mi sfuggì una risata amara.

Non sono il protagonista di un drama…

All’improvviso ricordai qualcosa che aveva detto mentre mangiava la frutta secca che Juhan aveva lasciato durante l’anteprima VIP.

Era stata una frase insignificante, pronunciata distrattamente.

«Ah, qualcuno tolga questa roba. Non mi piace nemmeno, ma se ce l’ho davanti continuo a mangiarla.»

Se la prima volta che avevamo fatto sesso era stata una sorta di pronto soccorso per lui, forse il sesso della notte precedente era avvenuto secondo un principio simile a quello che lo spingeva a prendere una manciata di noci.

Era successo perché era stato infastidito, attaccato in modo piuttosto sgradevole a una sua parte sensibile.

Era successo che fossi stato io a cercare di tirargli su il morale.

Ed era successo che, nel frattempo, si fosse creata un’atmosfera sessuale…

Forse il fatto che avessimo già dormito insieme una volta aveva reso più facile lasciarsi tentare.

Non volevo fingermi vittima del rapporto né dipingerlo come una persona promiscua.

Ero stato io, dopotutto, ad accettare volentieri quella tentazione.

Ma se provavo anche solo un minimo di simpatia umana per lui, e se non ero sicuro di poter rimanere indifferente dopo aver fatto sesso, avrei dovuto proteggermi facendo una scelta più prudente.

L’auto rallentò mentre entrava verso i gate delle partenze.

«Spero che questo viaggio di lavoro possa diventare una buona occasione.»

Mi voltai verso di lui, ma il suo volto era ancora rivolto verso lo schermo nero, completamente spento.

«Aspetterò una risposta positiva riguardo al dipingere.»

Per un attimo pensai alla possibilità che un uomo esperto come lui potesse lasciarsi sconvolgere emotivamente da una notte di sesso impulsivo.

La risposta l’avevo già avuta dal suo atteggiamento.

La stessa stabilità e tranquillità di prima, né più intimo né, al contrario, più freddo di quanto fosse stato prima di trascorrere la notte insieme.

L’auto si fermò completamente.

Il suo volto, ancora coperto dagli occhiali da sole, si voltò verso di me. Non ero nemmeno certo che mi stesse guardando davvero attraverso le lenti.

«Ci vediamo a Seoul.»

Forse era un bene non poter vedere i suoi occhi mentre mi guardava.

Seduto al posto 1A, che probabilmente non avrei mai più avuto occasione di occupare in vita mia e che mi era stato concesso come conseguenza della notte trascorsa con lui, guardai dall’alto l’ultimo paesaggio di Hong Kong che si allontanava.

E, con calma, accettai il motivo per cui, quando si trattava di lui, le mie emozioni reagivano in modo così particolare.

Non era altro che uno sfogo emotivo, il semplice bisogno di verificare con i miei occhi un finale che avevo già previsto.

Per questo non fu sconvolgente.

Non ebbi nemmeno la sensazione di precipitare a terra.

Mi piace.

Le mie aspettative e delusioni solitarie, quella sensibilità insolita che mi portava ad amplificare le situazioni più di quanto meritassero…

Mi dispiaceva ammetterlo, ma erano segnali che indicavano che mi piaceva.

Non c’era stato un momento preciso in cui, da quel punto in poi, avevo cominciato a innamorarmi di lui.

Almeno per ora non riuscivo a individuarlo.

Mi interessava il modo in cui mi trattava.

A volte provavo il desiderio di ribellarmi.

Volevo che anche lui venisse stimolato da me, che la sua espressione cambiasse, che mi guardasse di nuovo in modo diverso.

Forse i miei sentimenti avevano cominciato a mettere radici molto prima di quanto pensassi.

Non c’era nulla di strano nel sognare che lui potesse diventare qualcuno da amare.

Non era una persona dolce né facile da avvicinare, ma era senza dubbio una persona affascinante, qualcuno di cui volevo sapere di più e a cui volevo avvicinarmi.

Semplicemente, non avrei mai pensato che avrei potuto provare per qualcun altro emozioni tanto intense da aspettarmi e desiderare qualcosa.

Tanto meno avrei immaginato di commettere la sciocca arroganza di scegliere proprio una persona così straordinaria, al centro dell’attenzione e della benevolenza che tutti desideravano.

La persona che sapevo di essere era di un codardo, che cercava di ridurre al minimo il dispendio emotivo causato dalla delusione o dalla miseria, desiderando e scegliendo sempre il minimo indispensabile.

Allora, desiderandolo, ero diventato coraggioso? Per niente.

Avevo soltanto scoperto un nuovo lato di me stesso: uno che, ancora prima di riuscire a prendere pienamente coscienza delle proprie emozioni, aveva risposto con estrema facilità alla tentazione del sesso.

Una hostess si avvicinò e mi chiese se poteva preparare il pasto.

Fissai distrattamente il suo sorriso perfetto e impeccabile, poi chiesi una birra.

Poco dopo, su un piccolo tavolino, comparvero una lattina di birra fredda e un bicchiere.

Il mondo in cui viveva lui era fatto così.

Sembrava che, con una sola parola, tutto potesse essere preparato all’istante, come per magia.

La hostess mi augurò di riposare comodamente, chiuse la porta scorrevole e si allontanò.

Anche se ora ero isolato dal mondo esterno e solo, non riuscivo affatto a sentirmi a mio agio in quella comodità estranea.

Cominciai a bere la birra direttamente dalla lattina, senza versarla nel bicchiere.

Dopo gli scatti per “Old Future”, lui aveva detto che dormire con qualcuno che non fosse il proprio amante non significava necessariamente essere promiscui e che un adulto di quell’età, anche se non aveva un partner, non poteva soddisfare il proprio desiderio sessuale soltanto con la masturbazione.

All’epoca, avevo pensato se sarebbe stato possibile mantenere la stessa opinione anche nei confronti della persona che si amava… Che si sarebbe riusciti a non soffrire vedendo la persona amata andare a letto con qualcuno che non fosse noi.

A modo suo, la mia riflessione di allora era stata completamente sbagliata.

Era possibile provare una profonda sofferenza anche quando la persona che amavi aveva fatto sesso con te, e non con qualcun altro.

Ripensando, seppur tardivamente, alle sue parole, che era stato un bene che “Seo Yeehyeon fosse una persona coraggiosa”, mi venne da sorridere amaramente.

Forse non significavano altro che: “È un bene che tu non abbia confuso il sesso impulsivo con i sentimenti romantici”.

A quel punto, le luci di Hong Kong erano ormai completamente scomparse dalla mia vista.

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