DIAMOND DUST – CAPITOLO 11.1

Il profumo è una droga

Il posto in cui arrivammo con l’auto che mi avevano mandato era una grande villa situata in una posizione da cui si poteva ammirare in tutta tranquillità il panorama notturno di Hong Kong. Il terreno era talmente vasto che, dall’ingresso più in basso, dove gli addetti alla sicurezza controllavano una per una le automobili prima di lasciarle entrare, ci vollero altri due o tre minuti di macchina per arrivare alle scale davanti all’ingresso principale della villa.

Era una festa organizzata da una grande galleria che, dopo aver iniziato la propria attività a Hong Kong e aver continuato a crescere rapidamente, due anni prima aveva aperto una filiale anche a Singapore, espandendo con successo la propria influenza nel mercato dell’arte asiatico.

«È la galleria in cui la direttrice e il rappresentante lavoravano insieme una volta.»

Yuni lo disse dopo aver riposto uno specchietto nella sua piccola clutch e averne richiuso l’apertura con uno scatto.

«Probabilmente hanno affittato questo posto apposta per la festa di oggi. A Hong Kong la cultura mondana dell’alta società è molto sviluppata, quindi ce ne sono parecchi, di posti così. Sono ville che vengono affittate esclusivamente per ricevimenti di nozze, eventi di marchi di lusso oppure feste organizzate dai ricchi.»

Era il genere di mondo che non aveva niente a che fare con me.

Lungo la strada che conduceva all’ingresso principale della villa, disposta in cerchio attorno a una grande installazione artistica che sembrava rappresentare una coppia uomo-donna, erano in fila numerose automobili. Secondo Juhan, dovevano aver invitato quasi tutte le gallerie principali che avevano partecipato alla fiera e gli appassionati d’arte arrivati da ogni parte del mondo per visitarla.

«A dire il vero, è tutta ostentazione. È un’occasione per mostrare agli operatori del settore artistico di tutto il mondo che anche in Asia esiste una galleria con un potere di questo livello. È un atteggiamento da nuovi ricchi, ma, se punti al mercato globale, anche i tuoi clienti sono tutti dei grandi miliardari, quindi devi pur mostrare in qualche misura la tua disponibilità economica e la tua influenza. È un’attività in cui si comprano e vendono opere che valgono decine di miliardi, e a volte persino centinaia di miliardi. In un certo senso, anche questo è pubblicità e investimento.»

Quando l’auto che ci trasportava rallentò e si fermò, un valletto vestito di nero aprì la portiera.

Il signor Liu, che era arrivato prima di noi, ci era venuto incontro fino all’ingresso.

Indossava un completo diverso da quello che avevo visto all’anteprima VIP. Forse per via del colore nero, ma quella sera mi dava l’impressione di essere vestito in maniera molto più formale. Sebbene il completo nero, interamente sobrio e misurato, gli avvolgesse tutto il corpo, lasciava comunque trasparire la selvaggia energia fisica e il forte fascino sensuale che possedeva.

Che fosse un ragazzino come me, che non conosceva bene il vasto mondo, oppure un raffinato membro dell’alta società abituato a essere invitato innumerevoli volte a eventi del genere, chiunque non avrebbe potuto fare a meno di rivolgergli lo sguardo. Come un protagonista maschile uscito dal poster di un vecchio film hollywoodiano, in completo aveva un aspetto al tempo stesso classico e sensuale.

Dopo aver elogiato uno alla volta lo stile di Yuni e Juhan, il suo sguardo si posò infine su di me. Sentendo i suoi occhi percorrermi dalla testa ai piedi, come se mi stesse osservando attentamente, mi ritrovai a giocherellare nervosamente con il bavero.

«Grazie per il completo.»

«Dato che hai dovuto partecipare all’improvviso e probabilmente ti trovavi in difficoltà, era il minimo che potessi fare: prepararti qualcosa da indossare.»

Quando, dopo aver concluso definitivamente la fiera di quel giorno, eravamo tornati in hotel per prepararci alla festa, nella cabina armadio della mia stanza avevo trovato appeso un completo. Un dipendente dell’hotel era venuto direttamente in camera per dirmi che era stato preparato dal signor Liu e che avrei dovuto indossarlo per la festa.

Era il primo completo che indossavo in vita mia.

A quanto pareva, era un prodotto di un marchio per cui andavano pazzi anche i giovani particolarmente interessati alla moda: Juhan era arrivato persino a lanciare un urlo di ammirazione per l’invidia. Ma il design era più alla moda rispetto ai completi tradizionali che conoscevo, quindi non ero sicuro di riuscire a portarlo con disinvoltura e mi sentivo terribilmente impacciato.

«Ti sta bene.»

Lui, però, che aveva procurato quel completo, sembrava soddisfatto. Fece persino un paio di passi indietro, fino a poter osservare il mio corpo intero in un solo sguardo.

«Questo sembra costoso…»

«È stata Yuni a sistemarti i capelli?»

Il completo, morbido e aderente alle linee del corpo, era realizzato con un tessuto così pregiato da sembrare quasi scivoloso al tatto. Continuavo a chiedermi quanto fosse costato, ma lui si limitò a sfiorarmi distrattamente i capelli, cambiando argomento.

«Sì.»

Con la punta delle dita, che aveva seguito il contorno dei capelli ordinatamente sistemati, mi sfiorò appena l’orecchio e sorrise.

«Hai scoperto la fronte, eppure sembri ancora più giovane.»

Sembrava di buon umore e, cosa rara, non faceva neppure nulla per nasconderlo. Così decisi di smettere di chiedergli quanto fossero costati il completo e le scarpe. Tanto non avrei potuto restituirgli immediatamente una somma simile e, almeno per il momento, non volevo rovinargli l’umore.

Mentre salivamo tutti insieme le scale per entrare nella sala della festa, Yuni gli si avvicinò e appoggiò il naso sulla sua spalla, annusando.

«Eh? Cos’è? Ha messo il profumo, signor Liu?»

Io, che li seguivo a due o tre passi di distanza, inciampai quasi sui gradini.

«Beh, un po’.»

«Mmm, che buon odore. È molto “dark”, proprio il mio genere. Ma tanto questo è fatto su misura, vero?»

Alla domanda amara di Yuni, riferita a qualcosa che non avrebbe mai potuto avere, lui si limitò a sorridere ambiguamente.

Il profumo era composto da molecole di una sostanza che si diffondeva nell’aria e, naturalmente, non poteva scegliere a chi agire. Mi resi conto che fino a quel momento non avevo mai preso minimamente coscienza della possibilità che il suo odore particolare potesse essere percepito e goduto da chiunque altro, non soltanto da me.

Come potevo aver dimenticato una cosa tanto stupida?

A quella distanza, così vicina come quella che in quel momento separava Yuni da lui, chiunque avrebbe potuto sentire il suo profumo allo stesso modo. Dopotutto, l’odore del curry cucinato in una casa poteva far venire fame a tutto il vicinato.

Eppure, fino a quel momento, io mi ero concentrato soltanto sul “suo profumo che sentivo io”.

L’idea che qualcun altro potesse sentirlo mi dava fastidio. Che io avessi o meno il diritto di provare una cosa simile era un problema secondario. Il vero problema era che un sentimento tanto sfacciato stava sconvolgendo la mia mente.

Fuori era ormai completamente buio, una tarda serata, ma all’interno pioveva una luce talmente intensa da risultare abbagliante. Erano luci dorate che facevano risaltare magnificamente ogni persona presente.

«Wow… è la festa più bella a cui sia mai stata. Ma in che galleria lavorava, Signor Liu, per essere così ricco? Non riesco davvero a chiudere la bocca.»

Al centro della sala al primo piano c’erano diversi bar temporanei, un grande pianoforte a coda su cui venivano suonati brani jazz dal vivo, un’imponente postazione da DJ ancora vuota e tavoli e divani allestiti alla perfezione. Davanti a un arredamento del genere, non soltanto Yuni, ma anche Juhan e io spalancammo gli occhi.

«Io vado a cercare la direttrice. Le starò dietro per tutta la serata e distribuirò per bene i miei biglietti da visita. Non si sa mai. Se ne distribuisco abbastanza, magari qualcuno entra nel mio blog o sui social e si accorge del mio talento.»

Yuni, che aveva riempito la clutch decorata di paillettes nere scintillanti di biglietti da visita, si sistemò gli occhiali dalla montatura dorata con la catenella e scomparve verso il centro della sala. Juhan, invece, dichiarò che avrebbe adescato qualche timido alpha incapace di ambientarsi in un angolo e avrebbe dato fuoco all’ultima notte a Hong Kong, dirigendosi verso il secondo piano.

In un attimo rimanemmo soltanto lui e io.

«Mmm… andiamo insieme. Anche se non sarà un posto molto divertente.»

Con le mani infilate nelle tasche dei pantaloni, scrollò le spalle. Pensai alla mia scarsa conoscenza dell’inglese e al mio carattere asciutto, che avrebbero reso un posto già noioso ancora più noioso, e scossi la testa.

«Me ne starò al bar a bere qualcosa. È la prima volta che vengo in un posto del genere, quindi penso che sarà divertente anche solo stare seduto a guardare la gente. Non si preoccupi per me.»

«Abbiamo invitato tutto il nostro staff della galleria, dopo tutto. Non fare così. Almeno tu, vieni a farti vedere dalla gente di questa galleria. Dopo aver fatto un po’ di convenevoli puoi anche andarsene.»

La sua espressione leggermente imbarazzata mi impedì di rifiutare ancora.

I suoi ex colleghi erano riuniti al centro dei tavoli del primo piano. Mi presentò come un membro dello staff con cui lavorava a Seoul e il gruppo, composto da sei o sette uomini e donne, mi accolse con sorrisi educati. Erano tutti vestiti in maniera elegante e raffinata e, ovviamente, sembravano perfettamente abituati a quel genere di ambiente.

«È ancora molto giovane. Quindi vi chiedo di non prenderlo troppo in giro.»

«Wow… che succede? Addirittura Liu Weikun lo protegge così? Adesso mi viene ancora più voglia di tormentarlo.»

Prima che mi sedessi, lui mi mise una mano sulla schiena, rivolgendo agli altri uno sguardo che sembrava chiedere loro di trattarmi bene, e tutti scoppiarono in una risatina alla battuta di qualcuno.

Ogni tanto capitava che percepissi improvvisamente la differenza di dieci anni tra me e lui. Non era che normalmente si comportasse in modo infantile, ma forse a causa dell’atmosfera fondamentalmente non autoritaria che emanava, nonostante a volte potesse essere gelido, oppure del suo aspetto che rendeva quasi impossibile indovinarne l’età, di solito faticavo a percepire quei dieci anni di differenza.

Quella sera, stranamente, non mi dispiaceva del tutto che mi avesse presentato dicendo di avere davanti qualcuno molto più giovane.

«Com’è lavorare con Weikun? Non è facile, vero?»

Alla domanda di un suo ex collega, che attualmente lavorava come dealer di primo livello, invece di rispondere guardai lui, seduto accanto a me, e sorrisi. Sembrava che tutti conoscessero bene il suo modo di lavorare e che la persona che aveva posto la domanda non si aspettasse nemmeno una risposta concreta.

«Ah… pensavi che avesse perso quel caratteraccio? Anche in passato faceva piangere parecchie persone, che poi si licenziavano. Raccontaci un po’. Anche adesso dice tutto quello che gli passa per la testa senza filtri, vero?»

A fare quella provocazione, che stonava nell’atmosfera tranquilla del tavolo, fu l’uomo seduto alla mia sinistra.

L’uomo biondo, vestito in maniera relativamente più informale rispetto agli altri e dall’aria spregiudicata, sorrideva, ma nelle sue parole percepivo una spina diretta contro di lui. Gli angoli della bocca erano piegati in un ghigno freddo.

«Ah… trattatemi bene, per favore.»

Risposi mentre, quasi senza rendermene conto, ritraevo leggermente la parte superiore del corpo davanti all’ostilità appena velata da un sorriso molto superficiale.

L’uomo, però, non sembrava intenzionato a fermarsi lì.

«Dai, se non è questa l’occasione, quando ci ricapita di parlare male del nostro capo così apertamente? Tranquillo. Quando lavoravamo insieme anch’io ne ho passate di tutti i colori per colpa sua. Qui non c’è nessuno che non conosca il caratteraccio di Liu Weikun.»

Sembrava che non si accorgesse dell’atmosfera sempre più tesa al tavolo, oppure forse fingeva di non accorgersene per raggiungere il proprio scopo. Sul volto dell’uomo che, sorridendo e fingendo di scherzare, si ostinava a denigrarlo, si intravedeva qualcosa di simile all’impazienza.

«No, davvero… è gentile.»

Il signor Liu che all’inizio dava la priorità alle persone a cui teneva, facendomi sentire escluso, e che a volte riusciva persino a tirarmi fuori una ribellione che non riconoscevo, si era già fatto sfocato dentro di me. Il fatto che avessi provato una delusione più forte del necessario per le sue parole e i suoi comportamenti non dipendeva soltanto dal suo atteggiamento: c’entravano anche i miei sentimenti nei suoi confronti.

«Gentile? Wow… gentile? Avete sentito tutti? Liu Weikun sarebbe gentile con il suo staff?»

Fino a quel momento l’uomo era rimasto scompostamente appoggiato alla sedia, come se da un momento all’altro dovesse scivolarne giù. Ora raddrizzò la parte superiore del corpo e alzò la voce rivolgendosi agli altri presenti al tavolo. Doveva essere trascorsa appena un’ora dall’inizio della festa, ma ogni volta che i lembi dei suoi vestiti si muovevano arrivava un forte odore di alcol.

Qualcuno gli disse con calma di darsi una regolata, ma l’uomo non sembrava avere alcuna intenzione di farlo.

«Gentile, dici? In che senso? “Kind”? Oppure “sweet”?»

«Smettila. Ti avevo chiesto di non comportarti in modo così molesto.»

Di fronte alle domande insistenti dell’uomo, alla fine fu il signor Liu a intervenire direttamente.

«Questo sarebbe essere molesti a una festa? Dai, sei fin troppo protettivo. Non sei più il Liu Weikun che conoscevo. Da quando hai iniziato a preoccuparti persino del tuo staff?»

Lui mi sussurrò a bassa voce in coreano di non rispondergli a ogni singola provocazione. E si scusò con me.

«Ah, o forse non è semplicemente un membro dello staff?»

L’uomo allungò una mano verso il bicchiere, poi si piegò esageratamente all’indietro per guardarmi in faccia.

I suoi occhi verde chiaro, con la parte bianca arrossata per il sangue, erano colmi di emozioni violente.

«Non è così? Le persone non cambiano tanto facilmente, no? A quanto pare, in galleria non ti occupi soltanto dei quadri, ma anche di altri tipi di lavoro.»

Nelle provocazioni dell’uomo, che continuava a spingerlo e punzecchiarlo senza sosta, quasi con accanimento, c’era qualcosa che somigliava alla disperazione.

Se la mia intuizione non era sbagliata, sembrava che quell’uomo volesse che il signor Liu si accorgesse di lui anche a costo di comportarsi in quel modo, che desiderasse ottenere da lui una qualche reazione nei suoi confronti.

Era una psicologia difficile da comprendere per me, ma non tutte le emozioni al mondo potevano essere spiegate attraverso una logica chiara.

«Comunque, non si può certo biasimare Kun, no? È impossibile non sentirsi attratti da lui, visto quanto è affascinante. Lavorarci insieme ogni giorno e non provarci con lui sarebbe persino più difficile. Però è davvero molto giovane. Kun, com’è possibile? Non sarà mica minorenne?»

L’uomo asiatico che all’anteprima VIP lo aveva portato via per qualche minuto cambiò argomento nel tentativo di alleggerire l’atmosfera. Approfittando della momentanea tregua del biondo, la conversazione al tavolo si spostò sui trattamenti di chirurgia estetica per mantenere un aspetto giovane, diventati di moda a Hong Kong.

Non sembrava un argomento che interessasse né me né lui.

Tirando un sospiro di sollievo, sollevai il mio bicchiere e mi bagnai appena la gola con lo champagne, quando il biondo tornò a rivolgermi la parola in privato.

«Se prima ti ho messo in difficoltà, mi dispiace. Stavo solo scherzando. È che Weikun è sempre stato un po’ fissato con queste cose.»

Sembrava essersi calmato, perché parlava con una voce molto più bassa.

«Non fa niente. Va tutto bene.»

Con lui alle mie spalle, risposi girando appena la spalla verso di lui per educazione.

«È la prima volta che vieni a Hong Kong?»

«Sì.»

«Allora immagino che tu non abbia avuto molto tempo per fare il turista, visto che eri qui per la fiera.»

Mentre parlava, l’uomo appoggiò il mento su una mano. Nel complesso aveva un aspetto trasandato, ma, a guardarlo bene, i suoi lineamenti erano delicati. Soprattutto, i capelli biondi che brillavano anche in quello stato spettinato erano bellissimi.

Era la prima volta che vedevo da vicino dei capelli biondi di quel tipo, quindi li trovavo un po’ affascinanti. Forse era un’osservazione fuori luogo, considerando che quell’uomo stava arrecando disturbo a tutti, ma quel biondo pallido e sottile, che non tendeva particolarmente al giallo, si adattava bene alla sua aria nervosa e capricciosa.

«Non sei ancora stato al Victoria Peak, vero? A quest’ora è davvero romantico percorrere la strada sulla collina in macchina e guardare il panorama notturno.» All’improvviso gli occhi dell’uomo si illuminarono e mi fissò dritto in faccia. «Perché non usciamo di nascosto noi due e andiamo a farci un giro?»

Pensavo che il vero interesse dell’uomo fosse rivolto inequivocabilmente altrove, o meglio, alle mie spalle, quindi quella proposta mi colse piuttosto di sorpresa.

L’uomo mi mise una mano sulla spalla, piegò profondamente la parte superiore del corpo e avvicinò le labbra al mio orecchio.

«Anche quello lì sembra parecchio annoiato.»

Prima ancora che potessi reagire, la mano che si era allungata sopra la mia spalla spinse l’uomo indietro, facendolo tornare al suo posto.

«Non fare cose inutili. Lui è un beta.»

E subito dopo sentii il mio corpo tirato leggermente all’indietro.

Quando mi voltai, lo vidi fissare il biondo con un’espressione minacciosa. Tutto lo sforzo che, fino a poco prima, aveva fatto per reprimere al massimo il proprio disappunto era completamente svanito dal suo volto.

Fu solo dopo aver sentito quelle parole che mi resi conto che l’uomo stava rilasciando feromoni. Proprio come era successo con Inwu, io non percepivo assolutamente nulla.

Come per dimostrare la propria innocenza, l’uomo alzò entrambe le mani e si tirò indietro con la parte superiore del corpo.

«Non pensavo fosse un omega. Lo sai anche tu che non è qualcosa che si possa controllare.»

Pur assumendo un atteggiamento apparentemente difensivo, l’uomo continuava a sorridere beffardamente.

«Se non riesci a controllarti nemmeno davanti a un beta e te li lasci sfuggire così, perché non prendi dei farmaci?»

Mi afferrò il braccio e mi tirò verso di sé, usandomi come barriera tra lui e l’altro uomo. La sua voce, mentre lo ammoniva, era tesa fino allo spasmo e ogni sillaba usciva netta, spezzata.

«Ah, già. Per te chi non è un Golden è un alpha che deve prendere dei farmaci, giusto? Non tutti hanno la fortuna di diventare Golden Alpha come te.»

«Fortuna?»

La sua voce si incrinò bruscamente sulla parola che lo aveva infastidito. L’uomo dovette rendersi conto di aver toccato un punto che non avrebbe dovuto toccare, perché chiuse la bocca e distolse lo sguardo.

Il signor Liu bevve un sorso di champagne, poi posò il bicchiere e si alzò dalla sedia.

«Credo che sia meglio andare. Mi dispiace aver creato inutilmente una situazione spiacevole.»

Lo seguii, alzandomi anch’io in modo impacciato.

«Che c’è? A quanto pare l’odore dei feromoni da quattro soldi ti dà la nausea.»

L’uomo sembrava ancora ansioso di ottenere da lui una reazione estrema, a tutti i costi. In contrasto con quelle parole taglienti, però, i suoi occhi, che continuavano a fissarlo dal basso mentre restava seduto, erano agitati da un misto di risentimento e supplica.

All’improvviso mi tornò in mente il me stesso di tempo prima, quello che si era chiesto che sensazione si provasse a essere “specialmente” odiati da lui.

Tra le persone che lo circondavano nella galleria Phantom doveva esserci stato qualcuno che desiderava diventare “speciale” per lui, anche a costo di essere odiato.

Forse ciò che quell’uomo desiderava da lui in quel momento era proprio quel genere di aspettativa distorta. Potevo soltanto immaginarlo vagamente.

«Fai ancora finta di essere tanto superiore agli altri. I feromoni che non sono Golden ti fanno schifo, quindi immagino che sia proprio per questo che ti porti dietro un beta così insignificante?»

Sapendo che lui reagiva in maniera particolarmente sensibile ai feromoni e che aveva un atteggiamento quasi ossessivo nei loro confronti, l’uomo continuava a tormentare proprio quel punto.

Mi chiesi persino se in passato avesse ricevuto da lui qualche pesante rimprovero proprio a causa dei feromoni, ma, a giudicare dal suo atteggiamento, non sembrava affatto che il suo comportamento avesse origine dall’odio o dal desiderio di vendetta.

Mentre si abbottonava la giacca, che aveva lasciato aperta, il signor Liu fece il giro della sedia e alla fine si fermò, voltandosi verso l’uomo.

Nel suo sguardo dall’alto non c’era alcuna emozione, neppure freddezza. Era semplicemente indifferente.

Emise una lieve risata sprezzante.

«Sei incapace di sedurre persino qualcuno per una notte senza l’aiuto dei feromoni e hai comunque la faccia tosta di chiamarti alpha?»

Se la mia intuizione era corretta, probabilmente non avrei mai capito che tipo di soddisfazione ottenesse quell’uomo provocando la persona che desiderava e riuscendo a ottenere da lei una simile reazione.

Distolsi lo sguardo dall’uomo che lo fissava con un’espressione devastata, come se fosse stato fatto a pezzi dalle sue stesse provocazioni.

«Anche se sei un alpha, se sei un relitto umano come te, è meglio un beta. Anche senza bisogno di aggiungere etichette come alpha o altro, credo che chiunque qui dentro sceglierebbe lui piuttosto che te.»

«…»

«Quindi non lasciargli mai più addosso quei feromoni da quattro soldi.»

Senza lasciar trasparire alcuna agitazione, ma pronunciando le parole come se le stesse masticando e sputando fuori una per una, terminò la frase. Poi mi tirò per la schiena e cambiò direzione.

Dal profilo, con le labbra rigidamente serrate, sembrava quasi pentito di avermi portato lì.

Per quanto avevo scoperto, era normale che gli omega non riuscissero a percepire l’odore dei feromoni degli altri omega, mentre gli alpha erano in grado di distinguere dall’odore i feromoni degli altri alpha, ma senza che questi provocassero eccitazione sessuale.

Soltanto gli alpha e gli omega venivano stimolati sessualmente dai feromoni reciproci percepiti attraverso l’olfatto.

Più un alpa apparteneva a una categoria elevata, come nel caso dei Golden Alpha, più forte era la sua capacità riproduttiva e più potenti erano i feromoni che poteva emanare, capaci di essere difficili da rifiutare per un omega. Al contrario, era anche maggiore la sua resistenza ai feromoni degli omega.

Poiché poteva proteggersi in maniera stabile dal rut, cioè dall’improvviso e acuto periodo di calore provocato dalla stimolazione dei feromoni di un omega, poteva condurre, secondo la propria volontà, una vita praticamente simile a quella di un beta.

Non soltanto possedeva contemporaneamente un’elevata capacità offensiva e difensiva in relazione ai feromoni, ma era anche in grado di distinguere con grande sensibilità i feromoni degli omega da quelli degli altri alpha.

Perciò non era un’esagerazione quando Inwu lo aveva definito un “rilevatore di omega”.

Se lui apparteneva alla categoria più elevata persino tra i Golden Alpha, distinguere un alpha, un omega e un beta doveva richiedergli più o meno lo stesso sforzo necessario a distinguere dall’odore una mela, una fragola e una banana.

Sapendo quanto fosse severo nei confronti dei feromoni, potevo in parte immaginare quanto fosse disgustato per ciò che quell’uomo aveva fatto poco prima.

No. Anche escludendo la sua particolare sensibilità, quell’uomo lo aveva provocato in maniera eccessivamente maleducata.

Anzi, pensavo che lui fosse stato sorprendentemente paziente.

Non volevo accusarlo di essere stato inutilmente crudele per la risposta che gli aveva dato alla fine.

Inoltre, il fatto che alla fine avesse reagito, nonostante avesse cercato di evitare lo scontro con quell’uomo allontanandosi, era probabilmente dovuto a me.

Se alla fine l’uomo non avesse detto qualcosa come «ti porti dietro un beta insignificante», lui avrebbe ignorato la provocazione e se ne sarebbe andato.

Forse aveva reagito perché non voleva essere trattato come qualcuno che si portava dietro una persona insignificante, ma almeno non era soltanto quello.

Non ero più, almeno non del tutto, una persona insignificante per lui, se era arrivato al punto di non poter fingere di non aver sentito quell’insulto.

La cosa mi rendeva felice e, allo stesso tempo, mi faceva provare una sensazione di commozione che dolcemente vibrava ai margini del cuore.

Come avrebbe potuto essere altrimenti?

Eppure, forse a causa delle emozioni complesse che avevo visto negli occhi dell’uomo mentre guardava il signor Liu, non riuscivo a essere semplicemente felice e soddisfatto.

Non era per compassione o empatia nei confronti di quell’uomo, né per qualche altra nobile ragione.

Era un pensiero molto più egoista.

Chi poteva assicurarmi che, dopo aver trascorso ancora più tempo al suo fianco, non sarei diventato anch’io disgustoso come quell’uomo?

«Andiamo in terrazza a prendere un po’ d’aria.»

Solo quando arrivammo davanti alle scale che conducevano al secondo piano, lontano dal tavolo, riuscì finalmente ad aprire bocca.

Aveva ancora la fronte corrugata e tesa e, sebbene evitasse di guardarmi direttamente negli occhi, la sua voce, mentre me lo proponeva, era dolce.

Il secondo piano era arredato soprattutto con posti a sedere dotati di divani, in modo molto confortevole. Gruppi di diverse persone e coppie erano seduti sui morbidi divani, godendosi la musica, i drink e le conversazioni.

Passammo accanto a uomini e donne che, sotto luci più soffuse rispetto al primo piano, si scambiavano baci appassionati senza curarsi minimamente di ciò che li circondava, e uscimmo sulla terrazza.

«Ah…»

Non c’era nemmeno bisogno di salire appositamente fino all’osservatorio del Victoria Peak. Il panorama notturno di Hong Kong si estendeva proprio sotto i nostri piedi.

Era uno spettacolo tale da strappare un’esclamazione di meraviglia persino a me, che di solito non ero particolarmente espansivo nelle mie reazioni.

Era un’espressione banale, ma l’intera città scintillava come se vi fosse stata sparsa sopra una polvere di stelle.

Sapevo che si trattava della luce artificiale creata dalla civiltà, eppure per un istante mi sentii sopraffatto, come se fossi diventato testimone di un fenomeno misterioso creato dalla natura.

Lui si voltò verso di me, che ammiravo il panorama a bocca aperta come un bambino che guarda i fuochi d’artificio al luna park, e mi rivolse persino un sorriso, per quanto appena accennato.

Mi sentii in imbarazzo per aver mostrato ancora una volta un lato infantile, ma se in quel momento ero riuscito anche solo un poco a farlo sorridere, mi andava bene così.

In diversi punti dell’ampia terrazza erano disposte grandi candele avvolte da pannelli trasparenti frangivento, che facevano da illuminazione soffusa, mentre, proprio come all’interno, erano sistemati morbidi divani a una certa distanza l’uno dall’altro.

Dagli altoparlanti fissati alle pareti arrivavano i brani jazz suonati al piano inferiore, aggiungendo ulteriore fascino al panorama notturno davanti ai nostri occhi.

Non sapevo se fossero coppie venute insieme lì oppure amanti formatisi in fretta e furia proprio per quella sola notte alla festa, ma le persone, a due a due, uscivano dalla sala affollata per sussurrarsi parole dolci o scambiarsi effusioni appassionate.

Ci sedemmo fianco a fianco sul divano all’estremità della terrazza.

Non appena prendemmo posto, venne subito servito lo champagne.

«Eravamo colleghi in passato, ma non siamo mai andati molto d’accordo. È una persona che considera il fatto di essere un alpha quasi come una medaglia al valore, e in azienda aveva già causato diversi problemi a causa dei suoi feromoni. Per questo avevamo avuto degli scontri. E infatti… anche oggi non è riuscito a passare inosservato.»

Come se si pentisse di aver parlato fin troppo rispetto al solito, corrugò con forza la fronte e scosse la testa.

A giudicare dalla mia impressione, quell’uomo sembrava più desideroso di attirare la sua attenzione con tutto se stesso che intenzionato a essergli ostile, ma… dopotutto era soltanto una mia vaga intuizione, priva di certezze, visto che non avevo alcuna esperienza sentimentale.

Soffiava una brezza fresca, tanto che non sarebbe servita affatto l’aria condizionata.

Davanti ai nostri posti, rivolti verso la ringhiera della terrazza, gli alberi del giardino erano cresciuti così rigogliosi da nascondere per metà il panorama notturno.

Probabilmente era proprio per questo che quel posto, il più appartato e riservato di tutti, era rimasto libero.

Il signor Liu era piegato in avanti, con le braccia appoggiate sulle cosce, e il suo profilo netto sembrava ancora intento a rimuginare sul fastidio lasciato dall’accaduto di poco prima.

Mentre lo osservavo chiedendomi se ci fosse qualcosa che potessi dire per consolarlo, un profumo sconosciuto mi sfiorò il naso.

La fonte era chiaramente lui, seduto accanto a me.

Ma non era quel profumo che conoscevo.

Il profumo che Yuni aveva definito “dark”, quello che le piaceva, era diverso dall’odore che conoscevo di lui.

Non appena me ne resi conto, provai un profondo sollievo.

Per quanto riguardasse il fatto che fosse un suo profumo, in fondo non doveva esserci differenza tra una fragranza e l’altra. Non riuscivo nemmeno a spiegare a me stesso secondo quale criterio una mi desse fastidio e l’altra invece andasse bene. Del resto, non era neppure qualcosa che potessi impedire soltanto perché non mi piaceva.

Eppure, anche solo per il fatto che quel giorno, in quel momento, non stavo condividendo quel profumo con qualcun altro, mi sentivo sollevato.

Stupidamente.

Dopo essere rimasto a lungo assorto, fissando un punto del pavimento, lui mi guardò con un sorriso amaro.

«Mi dispiace. Ti ho mostrato una scena patetica. Un uomo adulto che si comporta in modo così meschino.»

Scossi decisamente la testa più volte.

«Non riuscire nemmeno a sedurre qualcuno senza i feromoni… A dire il vero, non ha neanche il diritto di criticarmi in quel modo,» mormorandolo quasi tra sé, svuotò in un sorso il drink che teneva in mano.

Non riuscivo a capire perché fosse così duro con se stesso. Persino Inwu, che gli era molto vicino, arrivava a dire che non usava i feromoni al punto da sembrare quasi una persona che volesse diventare beta.

Forse la discussione di poco prima, scoppiata proprio a causa dei feromoni, lo stava spingendo a giudicarsi ancora più severamente del solito.

«Signor Liu… credo che lei potrebbe sedurre chiunque anche senza feromoni. Se lo volesse.»

Lui, che stava riempiendo silenziosamente il proprio bicchiere, si fermò e si voltò verso di me.

Avevo cercato di fare una battuta per tirargli su il morale, ma temevo che potesse sembrare una frase fuori luogo, detta senza capire l’atmosfera.

«Lo pensi davvero?»

Però, vedendo il suo sorriso divertito, almeno sembrava averla presa come una battuta.

«Sì. Non le servirebbero cose come i feromoni.»

«Io non la penso proprio così,» lo mormorò quasi tra sé in inglese, poi sollevò il bicchiere appena riempito e ne bevve immediatamente un altro mezzo.

«Lei è anche molto bello… È bravo negli affari… Si veste sempre benissimo…»

All’improvviso scoppiò a ridere.

Era una risata bassa, ma inconfondibile.

Poi mi guardò con il volto ancora attraversato dall’eco di quella risata appena svanita.

«Stai cercando di tirarmi su di morale?»

«Sono… un po’ maldestro, vero?»

Mi vergognai della mia immaturità, del modo in cui avevo cercato di consolarlo elencando complimenti semplici, degni di un bambino dell’asilo, e sentii il calore salirmi fino ai lobi delle orecchie.

Per fortuna era buio e non si vedeva bene.

«Ma non sto mentendo. A dire il vero, lei lo sa benissimo. Se dicesse di non saperlo, sarebbe ancora più irritante.»

Lo guardai di sottecchi.

Sia nei suoi occhi sia agli angoli della bocca, gran parte della tensione e dell’autoaccusa iniziali sembrava essersi attenuata.

Per me era sufficiente.

L’imbarazzo era durato soltanto un istante. E non era nemmeno sembrato che avesse deriso il mio modo infantile di consolarlo.

Più che derisione, il suo sguardo sembrava essersi fatto… più profondo.

I suoi occhi si muovevano lentamente sul mio viso, come se ne stessero sfiorando e accarezzando attentamente ogni parte.

Mi irrigidii istintivamente.

Era forse una sua abitudine, osservare il volto dell’altra persona in quel modo?

Il vento che faceva ondeggiare i rami degli alberi portò con sé un profumo che stimolò il mio olfatto.

Questa volta era quel profumo che conoscevo bene.

Senza accorgermene, inclinai il busto in avanti e inspirai.

La sua spalla distava dalla mia appena una spanna.

«Pensavo che oggi non avesse messo quel profumo.»

«Ne ho mischiati diversi. Odio ancora di più sentire addosso a qualcun altro lo stesso profumo che ho io, piuttosto che incontrare una persona vestita con i miei stessi abiti.»

Dopo aver svuotato il bicchiere, lo appoggiò sul tavolo, poi posò un braccio sullo schienale e si voltò verso di me. Il suo braccio, forte e lungo, attraversava lo spazio dietro la mia schiena. Soltanto per il fatto che avesse orientato il corpo verso di me, il profumo si fece più intenso. Sembrava quasi che la fragranza fuoriuscisse dal petto lasciato maggiormente scoperto dal braccio appoggiato allo schienale.

«Vuoi davvero tirarmi su di morale?»

Annuii.

Piegando il braccio che aveva appoggiato allo schienale, iniziò a giocherellare con i miei capelli. La mano che ne sfiorava delicatamente le punte scese lungo il bordo dell’orecchio e avvolse dolcemente la nuca lasciata scoperta.Scivolò più vicino a me e piegò profondamente il capo, avvicinando le labbra al mio orecchio.

Mi bastò sentire il suo respiro umido per far sussultare le spalle.

«Non è che… non ci sia proprio nessun modo.»

Il tono sussurrato sembrava una metafora per un segreto capace di suscitare curiosità.

La sua voce roca e profonda mi solleticava dolcemente l’interno dello stomaco.

La punta del suo naso, affilata, mi sfiorò appena accanto all’orecchio e attraversò lentamente la guancia.

Quando arrivò vicino alla punta del mio naso, inclinò il volto cambiandone leggermente l’angolazione.

Ritrassi appena il corpo all’indietro, ma non significava che lo stessi rifiutando.

L’avevo fatto soltanto per il turbamento, la sorpresa e un pizzico di paura.

Le nostre labbra si sfiorarono, quasi strofinandosi l’una contro l’altra.

E subito dopo mi spinse contro di sé con maggiore decisione.

Ogni volta che muoveva la testa, le nostre labbra si premevano l’una contro l’altra, morbide e carnose.

Quel contatto appena accennato fu sufficiente a lasciarmi completamente immobile.

Le sue labbra calde e asciutte accolsero prima il mio labbro inferiore, poi quello superiore. Li trattenne tra le proprie labbra, li mosse come se volesse spremerne il succo dall’interno, poi li succhiò con forza prima di lasciarli andare. E continuò a ripetere quel movimento.

Una sensazione vertiginosa, che mi faceva sentire come se la coscienza si allontanasse e il corpo oscillasse, mi fece cercare alla cieca un appiglio e afferrare il lembo della sua giacca.

Il respiro mi tremava e le spalle e la schiena continuavano ad irrigidirsi per poi cedere senza forza.

Non sapevo come controllarmi.

Sbattendo lentamente le palpebre, vidi i suoi occhi fissarmi da una distanza incredibilmente ravvicinata.

«È il tuo primo bacio, vero?»

Lo sussurrò guardandomi dall’alto con gli occhi leggermente socchiusi, a pochi centimetri dalle mie labbra.

La mia memoria non mi aveva ingannato.

Avevo ripensato più volte a ciò che era successo quella notte, ma non avevo trovato da nessuna parte il ricordo delle nostre labbra che si incontravano.

Non era che l’avessi dimenticato.

Semplicemente, quella notte non ci eravamo baciati.

Non riuscivo a capire che significato avesse il fatto che, nonostante fossimo arrivati persino all’eiaculazione sfregando i nostri corpi nudi l’uno contro l’altro, il bacio fosse stato omesso.

«Non volevo rubare un bacio a una persona che era già in preda al panico.»

Sembrava quasi che avesse letto la mia domanda.

Mi succhiò lentamente ancora una volta il labbro inferiore, con un leggero schiocco, prima di lasciarlo andare.

«E avevo anche la sensazione che fosse il tuo primo bacio.»

«…»

Mi sembrava stranamente imbarazzante che avesse pensato che, arrivato alla mia età, fossi ancora così inesperto da non aver mai baciato nessuno, e d’impulso sentii il desiderio di negarlo.

Anche se la sua supposizione era vera.

Eppure, pensando che, persino in quella situazione, avesse tenuto conto del fatto che fosse il mio primo bacio e avesse deliberatamente evitato di baciarmi, mi scappò un piccolo sorriso.

Quella sua inattesa delicatezza e il suo autocontrollo mi fecero rilassare un po’.

Forse aveva pensato che attribuissi un significato speciale al mio primo bacio e che lo avessi custodito con cura?

Non era che avessi fissato uno standard elevato e deciso deliberatamente di conservarlo per qualcuno.

Ma non era neppure vero che avrei pensato che andasse bene farlo con chiunque, in qualsiasi modo.

Se quella notte ci fossimo baciati e io non ne avessi conservato memoria, probabilmente avrei avuto il rimpianto di averlo sprecato.

A pensarla così, la sua decisione era stata giusta.

Non si poteva certo dire che fosse stata una premura eccessiva o inutile.

Mi accarezzò delicatamente la nuca con un movimento simile a un massaggio, poi sfiorò appena con i denti la superficie delle mie labbra.

«Quanto ricordi di quella notte?»

Fino a quel momento avevo interpretato il suo atteggiamento dopo quella notte come un messaggio silenzioso: “facciamo finta che non sia mai successo”.

Ma per me era stata la prima esperienza sessuale con un’altra persona, e uno stimolo così forte da aver persino modificato il mio modo di masturbarmi, fino ad allora meccanico e privo di qualsiasi emozione.

Quando ripensai alle masturbazioni che mi avevano portato all’eiaculazione ricordando le sue parole oscene che alimentavano l’eccitazione e le sue mani che stimolavano il mio orifizio, non riuscii a sostenere il suo sguardo.

Mordendomi le labbra, abbassai il capo, ma le sue labbra mi seguirono.

Non appena lasciai andare il labbro che avevo stretto tra i denti, sentii la lingua che lo aveva leccato solleticarmi e, come se stesse aspettando proprio quel momento, le sue labbra mi attirarono di nuovo.

La sensazione della sua bocca che si muoveva, mordicchiando la carne delle mie labbra, mi fece incurvare le spalle verso l’interno.

«A giudicare dalla tua reazione… direi che non hai dimenticato proprio tutto.»

La sua voce terminò con una sfumatura divertita. Poi si passò la lingua sulle labbra, come se ne stesse assaporando il gusto.

Prima ancora che potessi dire qualcosa, le sue labbra tornarono a catturarmi.

Dal momento in cui le nostre labbra si erano incontrate per la prima volta, non si era allontanato da esse per più di dieci secondi.

A quella distanza così ravvicinata, la densità del profumo che respiravo era incredibile.

Sembrava quasi che mi stesse soffiando dentro il suo stesso profumo attraverso le labbra.

Quell’odore si sovrapponeva allo stimolo che stavo ricevendo in quel momento, richiamando anche il ricordo di quella volta precedente.

Probabilmente, per me, quel profumo si era ormai impresso al punto da evocare automaticamente immagini sessuali.

La mano che mi accarezzava la nuca scese sulle spalle e sulla schiena, mentre l’altra slacciava i bottoni della mia giacca.

La mano che scivolò all’interno della giacca iniziò a esplorare il petto attraverso la camicia liscia.

Trovò facilmente il capezzolo e, premendolo verso l’alto con il dito medio, tornò a sovrapporre le labbra alle mie.

Mentre le sfregava lentamente a destra e a sinistra, su e giù, le mucose all’interno della bocca rimanevano esposte e il contatto più intenso tra quelle superfici umide fece sfuggire un gemito sottile tra le nostre labbra.

Sotto il suo dito medio, il capezzolo si irrigidiva sempre di più.

Più diventava duro, più il mio corpo si contraeva, e cresceva la sete di sentire le sue mani stringere e tormentare ancora più intensamente quel punto.

Spaventato da quella sensazione, gli afferrai il polso, ma questa volta lui strinse la carne tra indice e pollice, piegandola e torcendola fino a farmi male.

Eppure non era dolore.

Era una sensazione elettrica che mi percorreva il corpo.

«Qui. Ti ricordi che l’ho succhiato a lungo? Eri stato tu stesso a mettermelo in bocca.»

Mi morsi il labbro inferiore.

La fronte si corrugò involontariamente e la schiena si incurvò.

Eppure, per quanto fosse assurdo, desideravo che non smettesse di accarezzarmi e provocarmi in quel modo.

Perché ricordavo perfettamente il piacere che aveva fatto tremare tutto il mio corpo quando lui aveva leccato, succhiato e morso proprio quel punto di cui non avevo mai nemmeno preso coscienza.

Le sue labbra si allontanarono dalle mie e si fermarono vicino al mio orecchio, dove sussurrò lentamente a bassa voce: «Ah… voglio succhiarlo di nuovo.»

La voce, giocosa ma colma di desiderio, sembrava ricordare la dolcezza di qualcosa di delizioso che aveva mangiato con gusto.

Sentii i vasi sanguigni contrarsi per un istante.

In un attimo, quella sensazione mi travolse con forza.

Impazzii quasi dal desiderio di permettergli di succhiare di nuovo il mio capezzolo, proprio come l’altra volta.

Afferrai il lembo della sua giacca come per aggrapparmi a lui e lasciai uscire il respiro.

Lui non si lasciò sfuggire l’occasione e la sua lingua scivolò dentro. La spinse in profondità, fino quasi a togliermi il respiro. La mascella inferiore si aprì e la sua lingua umida e flessibile si mosse all’interno della mia bocca.

Era come bere il suo profumo trasformato in liquido.

La sua mano mi circondò la coscia. All’inizio mi accarezzò dolcemente, come per rassicurarmi che andava tutto bene, ma il tocco divenne gradualmente più insistente e scivolò più in profondità.

Sentivo la sua mano strofinare la pelle calda sotto il tessuto dei pantaloni e ormai non era più soltanto la parte superiore del corpo a sussultare: anche la parte inferiore della vita reagiva involontariamente.

«A-ah…»

Mi era difficile continuare a baciarlo. Staccai le labbra come per fuggire e nascosi la fronte contro la sua spalla.

Con mia vergogna, ero duro.

Lui, dopo avermi sottratto la lingua che fino a quel momento stava succhiando, mi abbracciò la schiena con delicatezza, quasi per tranquillizzarmi, poi chinò profondamente il capo e sussurrò: «Andiamo in hotel?»

Nonostante fossi già completamente avvolto dal suo profumo, inclinai il capo verso la sua nuca.

Il profumo che emanava direttamente dalla sua pelle, quando vi avvicinavo il naso e lo respiravo, era come una droga.

Inspirai ripetutamente e profondamente, con avidità.

Lui mi guardò dall’alto e imprecò a bassa voce, per poi cercare di alzarsi in fretta.

«Io…»

Lo afferrai e lo tirai verso di me con urgenza.

Cambió posizione invece di alzarsi e tornò a sedersi accanto a me. Fece il gesto di spostarmi dietro l’orecchio i capelli, già perfettamente ordinati e senza nemmeno una ciocca da sistemare, poi abbassò il capo e avvicinò le labbra al mio orecchio.

«Che succede? Lo so che hai fretta, ma dobbiamo comunque cambiare posto. Io non ho intenzione di fermarmi qui, nei limiti di ciò che è possibile fare.»

Piuttosto che ammettere a parole che ero eccitato, mi sarebbe sembrato più facile aprirmi la camicia lì, in quel momento, e mostrargli i capezzoli. Mi irritava persino quel mio corpo, con il pene diventato così duro da sembrare sul punto di esplodere per un semplice bacio.

Sollevai il capo e lo guardai.

Era evidente che i miei occhi fossero ormai offuscati dal desiderio e dalla brama nei suoi confronti, ma non potevo fare altro che sperare che capisse da solo la mia situazione.

Dopo avermi osservato lentamente, prima nell’occhio sinistro e poi in quello destro, accostò la propria fronte alla mia.

«Mi dispiace. Lo sapevo e ti stavo solo prendendo un po’ in giro. A dire il vero, non sono neanch’io nella condizione di potermela prendere comoda… quindi non hai motivo di vergognarti.»

Dopo aver telefonato per far preparare la macchina, mi fece togliere la giacca.

La tenni sul braccio, usandola alla meglio per coprire la parte inferiore del corpo, e ci alzammo.

Nel frattempo, la melodia del pianoforte jazz era stata sostituita dalla musica dance del DJ. Ci facemmo largo attraverso la folla del piano terra e scendemmo di corsa le scale tenendoci per mano.

Sotto le scale ci aspettava un’auto diversa da quella con cui ero arrivato insieme a Yuni e Juhan, probabilmente quella con cui era arrivato lui.

Mi fece salire per primo e, non appena salì sul sedile posteriore, il valletto non aveva ancora finito di chiudere la portiera quando lui mi si avventò addosso e mi baciò.

Mentre cercavo di accogliere le sue spalle e le sue labbra che mi piombavano addosso, lanciai un’occhiata ai sedili anteriori. Il signor Liu, però, mi prese il viso tra le mani, costringendomi a concentrarmi su di lui.

Non appena l’auto partì, una tenda a rullo divisoria salì tra i sedili anteriori e quelli posteriori.

La forza con cui mi spinse contro la portiera fece sì che il mio corpo non riuscisse a restare rivolto in avanti: rimasi quasi sdraiato, con la schiena appoggiata alla porta.

Anche lui, tutt’altro che composto, si arrampicò a metà sul sedile e si insinuò tra le mie gambe.

Si attaccò alle mie labbra come un ragazzo che, avendo scoperto per la prima volta le labbra di un’altra persona, ne fosse completamente ossessionato.

Mi baciò innumerevoli volte, con piccoli baci ripetuti; mi morse, approfondì il contatto, mi succhiò e mi mordicchiò le labbra.

Strofinò la propria lingua contro la mia, attirandola nella sua bocca e stringendola.

Non era un bacio in cui chiudevamo gli occhi, assaporando semplicemente la presenza dell’altro.

Per tutto il tempo non smettemmo di guardarci negli occhi.

Tirò fuori dai pantaloni l’orlo della mia camicia e infilò una mano sotto i vestiti.

Il contatto della sua mano sulla pelle nuda mi fece inarcare la schiena.

Lasciai sfuggire un gemito e gli afferrai le spalle.

Senza interrompere il bacio, si tolse la giacca e la gettò alla rinfusa.

Poi mi prese le braccia, me le fece passare attorno al proprio collo e, tenendomi per la schiena, mi fece sedere sulle sue cosce.

Il suo corpo premeva strettamente contro il mio pene già eccitato e un tremito mi attraversò tutto il corpo.

Dimenticai completamente la vergogna e lo strinsi ancora più forte per il collo, premendo il mio membro contro il suo basso ventre.

Sentire la durezza del suo pene sotto i testicoli mi fece sentire, in qualche modo, rassicurato.

In quella posizione, esplorammo avidamente i corpi ancora vestiti l’uno dell’altro e intrecciammo le lingue.

Con gli occhi languidi e sfocati, lasciavamo emergere senza nasconderlo il desiderio che provavamo l’uno per l’altro.

Il suo profumo mi rendeva audace, come una musica capace di creare un’atmosfera sensuale o una droga allucinogena in grado di stordire una persona.

«Se un beta fosse in grado di percepire i feromoni di un alpha, a quest’ora probabilmente saremmo già corsi al piano di sotto per avvinghiarci anche sul sedile posteriore della mia macchina.»

Mi tornarono in mente le parole di Inwu.

Insieme a ciò che aveva detto: anche un alpha o un omega poteva sentirsi attratto da qualcuno indipendentemente dai feromoni.

Era esattamente così.

Lui, un Golden Alpha, e io, un beta, eravamo travolti dal desiderio reciproco anche senza feromoni, tanto che non eravamo riusciti a resistere nemmeno durante quel breve tragitto fino alla camera d’hotel e ci eravamo avvinghiati sul sedile posteriore dell’auto.

«Devo resistere ancora per tutto il tragitto fino alla camera. È davvero un inferno.»

Dopo aver visto che stavamo imboccando la strada d’accesso all’ingresso dell’hotel, lo mormorò con aria disperata.

E mentre parlava, la sua mano non si era ancora staccata dal mio sedere.

«Mi dispiace. Puoi sopportare ancora cinque minuti? No, facciamo tre. Puoi sopportare ancora tre minuti d’inferno?»

Mi fece ridere la sua espressione seria mentre pronunciava quelle parole.

Era sorprendente che riuscissi ancora a ridere in una situazione simile.

Annuii.

Con i vestiti in disordine e il respiro affannoso, attraversammo la hall tenendoci per mano.

Fortunatamente, nell’atrio degli ascensori, a quell’ora tarda di domenica, non c’era nessuno.

Se avessimo incontrato anche solo una famiglia in vacanza con dei bambini, io, con il pene nascosto dalla giacca, avrei forse dovuto fare i conti con il disgusto verso me stesso.

L’ascensore ad alta velocità raggiunse il quarantaduesimo piano in un istante.

Avrebbe dovuto essere davvero un istante, eppure mi sembrò interminabile, quasi noioso.

Come aveva detto lui, era un inferno.

Avevo la sensazione che qualcosa dentro di me stesse per traboccare e, sentendo il bisogno di impedire che accadesse, mi coprii la bocca con la giacca.

Lui mi abbracciò da dietro.

Le sue braccia, riunite davanti al mio basso ventre, mi strinsero forte la vita.

Se qualcuno ci avesse incontrati, avrebbe probabilmente pensato che mi stesse sostenendo perché non riuscivo a stare in piedi a causa di un malore.

Da una parte sentivo il desiderio di torcermi con forza e fuggire.

Dall’altra, contemporaneamente, desideravo voltarmi, abbracciarlo e strofinare il mio corpo contro il suo fisico duro.

La prima ero ancora io, rimasto nel territorio della ragione e dell’inerzia.

La seconda era un nuovo me stesso che aveva aperto gli occhi al piacere e all’istinto portati dalla soddisfazione del desiderio sessuale.

Era successo una sola volta, ma, sulla base della mia esperienza, sapevo già quale dei due avrebbe scelto la mia versione successiva.

Non appena le porte dell’ascensore si aprirono, mi afferrò per il polso e attraversò il corridoio a grandi passi.

Io lo seguii quasi trascinato, con le gambe che faticavano a reggermi.

Appena aprì la porta, entrammo precipitosamente.

No, fu lui a tirarmi dentro con forza.

Gettò distrattamente la tessera magnetica sulla consolle accanto all’ingresso e mi avvolse la schiena con il suo lungo braccio.

La giacca cadde a terra.

Un istante dopo, la mia schiena urtò contro la parete del corridoio che portava al soggiorno.

Ma non sentii alcun dolore.

Le nostre labbra, tornate a incontrarsi, erano dolci come una goccia di liquore caduta sulla punta della lingua dopo una lunga attesa, tanto da farmi dimenticare tutto il resto.

Anch’io gli circondai la schiena con le braccia e lo strinsi forte, fino a stropicciargli la camicia.

Aprendo e chiudendo ripetutamente le labbra, mi mordicchiava e mi lasciava andare, e quella suzione pungente e vertiginosa concentrò tutte le mie sensazioni sulle labbra.

Non riuscendo a sopportare la forza con cui mi assaliva, quasi volesse stendermi sul pavimento, barcollai all’indietro e urtai con la coscia contro lo schienale del divano.

Subito dopo, il tavolo da pranzo rotondo dove, durante tutto il periodo della fiera, ci eravamo riuniti per fare colazione e tenere riunioni insieme, venne spinto all’indietro da lui.

Un paio di sedie caddero, ma nessuno dei due ci fece caso.

«Ah.»

Dopo aver perso l’equilibrio diverse volte ed essere quasi caduti mentre continuavamo a spingerci e respingerci, ci fermammo davanti a una vetrata.

Mi spinse contro la grande finestra del quarantaduesimo piano, dalla quale si vedeva la vista notturna di Tsim Sha Tsui.

Per un po’ rimase semplicemente lì, a respirare affannosamente e a guardarmi negli occhi da distanza ravvicinata.

Le sue ampie spalle si sollevavano davanti ai miei occhi e lui sembrava furioso, quasi fosse stato tradito da me.

Sotto le palpebre socchiuse, le iridi azzurre sembravano ribollire come una bibita gassata.

Mi sembrava incredibile che persino una persona come lui potesse arrivare a essere così eccitata dal desiderio sessuale.

Con la fredda vetrata contro la schiena, anch’io mi limitai a osservare quel desiderio, simile alla rabbia, che emanava da lui.

Respirando il profumo che diventava sempre più intenso all’interno del suo spazio privato.

Un istante dopo inclinò il capo e tornò a sovrapporre profondamente le proprie labbra alle mie, che, a differenza del suo sguardo, erano incredibilmente delicate.

Mi sommerse di piccoli baci, premendo le labbra contro le mie e poi staccandole, ancora e ancora.

Mi afferrò la nuca con una mano, come se volesse costringermi a piegare il collo, poi aprì le dita e le fece scivolare verso il basso.

Disegnando un’ampia curva sulla camicia liscia, arrivò fino al basso ventre e, con una sola mano, sganciò abilmente la fibbia della cintura e abbassò la cerniera.

Non appena la cerniera si aprì, la sua mano si infilò rapidamente dentro gli slip.

«Ah-h…»

Chiusi gli occhi con forza e mi morsi le labbra al contatto delle sue dita che mi avvolgevano il membro.

La sua grande mano, che lo manipolava attraverso gli slip, creava un volume tale che i pantaloni, lentamente spinti verso il basso, finirono per cadermi ai piedi.

Aprii istintivamente gli occhi e abbassai lo sguardo.

Si vedeva chiaramente il movimento della sua mano che sfiorava il mio pene dentro gli slip.

Era una scena ancora più lasciva di quanto sarebbe stata se fosse stato completamente esposto, e sentii la pelle pulsare.

La sua stessa mano, scomparsa dentro i miei slip, mi sembrava il simbolo della frizione intima, dell’unione e del sesso stesso.

Con l’altro braccio, quello che non stava esplorando i miei slip, appoggiò il gomito contro il vetro e avvicinò le labbra al mio orecchio.

«Ci ho pensato anche l’altra volta.» Mentre strofinava il pene dalla base usando l’intero palmo, continuò con voce roca: «È più grande di quanto pensassi.»

Appoggiai la fronte sulla sua spalla, solida come un muro, e scossi la testa.

«Perché? È grande, eccome.» Mentre accarezzava con la lingua calda le pieghe del mio padiglione auricolare, aggiunse con tono malizioso: «Non c’è bisogno che tu lo confronti con il mio. Se lo paragoni al mio, chiunque sembrerebbe insignificante.»

Sembrava una battuta, ma non riuscivo a ridere.

Anche se l’avesse detto per scherzo, il contenuto era comunque vero.

Con l’udito reso più sensibile dalla crescente eccitazione, l’unica cosa che riuscivo a fare era sussultare con le spalle.

«Avevi quell’aria da persona appena uscita dalla doccia, poi quando ti sei spogliato ho scoperto che hai anche un bel cazzo e mi è venuto da pensare che fossi piuttosto dissoluto… e poi te lo sei strofinato contro la mia pancia… Uff, eri proprio osceno.»

Scossi di nuovo freneticamente la testa.

Non sapevo nemmeno se volessi negare le sue parole o se volessi chiedergli di smettere di sussurrarmele all’orecchio.

Ma, in realtà, non mi dispiacevano né le parole né il suo sussurro.

Con il capo abbassato, tenevo gli occhi fissi sulla sua mano che si muoveva dentro i miei slip.

Le mie spalle si sollevarono come se stessi per scoppiare a piangere.

Mi coprii la bocca con una mano e con l’altra gli afferrai il fianco.

Il braccio che aveva appoggiato al vetro sopra la mia spalla scese e mi tolse delicatamente, ma con decisione, la mano dalla bocca.

Dentro gli slip, in profondità, la punta delle sue dita sfiorò i testicoli.

La mia vita si contorse con un sussulto.

«Non limitarti a dire di no… raccontami com’era il mio. Mi fissavi così intensamente.»

«…»

«Alza la testa.»

A quel comando gentile, faticosamente staccai la fronte dalla sua spalla.

Le sue labbra si avvicinarono immediatamente, mi catturarono e mi strinsero come per spremerne il succo, prima di lasciarmi andare.

Ormai non sapevo più nemmeno se quelle labbra fossero le mie o le sue.

A causa delle continue suzioni, mi sembravano gonfie, tanto che continuavo a sentirle anche quando lui smetteva di baciarle.

Per impedirmi di abbassare di nuovo la testa, appoggiò la propria fronte contro la mia e strofinò la punta del naso contro la mia.

A una distanza così ravvicinata non c’era alcuno spazio in cui sottrarmi al suo profumo e riprendere fiato.

«Com’era, il mio?»

«Hhh…»

La sensazione della sua ampia mano che, oltrepassati i testicoli, si insinuava profondamente tra le mie gambe fece perdere completamente il ritmo al mio respiro.

La frizione ripetuta sulla parte inferiore del corpo rivelava la sua stessa eccitazione e, allo stesso tempo, trascinava con forza la mia eccitazione, che fino a quel momento aveva esitato per l’inerzia della vita quotidiana, al di fuori dei confini della ragione.

Per sostenermi mentre sentivo il corpo sul punto di cedere, spostai la mano dal suo fianco fino alla spalla.

Il suo braccio, che si muoveva con una forza tale da sembrare intenzionato a sollevarmi, era teso e duro come una roccia.

Potevo capire quanto si stesse trattenendo.

Eppure il movimento della mano, che pretendeva una confessione sincera, rimaneva sfacciato.

Quando il movimento divenne più rapido, le mie gambe si aprirono goffamente.

Era diventata una posizione ridicola, ma nessuno dei due rise.

Al contrario, quella posizione imbarazzante sembrava sottolineare il significato sessuale di ciò che stavamo facendo, aumentando ancora di più l’eccitazione.

«È… è grande…»

E alla fine fu proprio l’eccitazione a farmi parlare.

«Tutto qui?»

Lui sorrideva davanti a me con un’espressione stranamente divertita.

La sua mano che si muoveva tra le mie gambe evocava pensieri di penetrazione, spinte, sesso e altre cose simili, facendo inclinare sempre più la mia mente verso il desiderio.

Ogni volta che il suo palmo passava dalla parte inferiore del mio corpo fino a raggiungere il retro dei glutei, il mio corpo sobbalzava sotto la sua forza.

Il palmo umido del liquido che fuoriusciva dal mio glande sfregava contro la pelle delicata, facendo aumentare il calore in quella zona.

I talloni si sollevarono involontariamente. Mi avventai su di lui e gli circondai il collo con le braccia.

Se fossi sincero, sarebbe più facile. E smetterebbe anche di tormentarmi.

«Volevo toccarlo…» Era l’inizio della mia confessione. Lo strinsi ancora più forte per il collo, così che non potesse vedermi in faccia. «Anch’io pensavo che fosse provocante… che mi eccitasse.»

Il ricordo del piacere distorto che avevo provato sussurrandogli all’orecchio quelle parole proibite e dei dolci complimenti che lui mi aveva rivolto alla fine mi spingeva da dentro.

«Sembra quasi che esista per il sesso… Anche solo guardandolo al buio, sentivo un formicolio tra le gambe… Ah.»

Dovetti interrompere la confessione e stringere i denti.

La mano che fino a quel momento mi aveva accarezzato il perineo stava premendo contro l’orifizio chiuso.

Non vi era entrata, ma la forza era tale che non sarebbe stato strano se l’avesse fatto da un momento all’altro.

Bastava che cambiasse leggermente la direzione della pressione perché la punta delle dita sembrasse sul punto di penetrare.

«…Che cos’è il sesso, dopotutto?»

Il suo respiro era affannoso, quasi fosse arrabbiato per quelle parole pronunciate con tanta leggerezza da un bambino che non sapeva nemmeno cosa fosse il sesso.

Voltò il capo e mi morse l’orecchio, poi iniziò a sfiorare delicatamente la zona intorno all’orifizio.

Quella sensazione di solletico primordiale, come se mi stesse graffiando gli organi dall’interno, mi fece fare qualcosa che non avrei mai creduto possibile: mentre continuavo ad abbracciargli il collo, iniziai a muovere freneticamente il sedere, quasi per incitarlo.

Mi abbassò gli slip senza alcuna delicatezza.

Il pene ormai completamente bagnato dai suoi movimenti rimase scoperto e fui io stesso a strofinarlo contro il suo, ancora coperto dai vestiti.

Era una successione di avvenimenti incredibili, ma non potevo fare altro che accettare che quello fossi io, o almeno una parte di me.

«Avevi quell’aria da persona appena uscita dalla doccia, poi quando ti sei spogliato ho scoperto che hai anche un bel cazzo e mi è venuto da pensare che fossi piuttosto dissoluto…»

Quello era il suo giudizio su di me a letto.

E, per quanto non riuscissi a capire cosa stesse succedendo né come fossimo arrivati a quel punto, non mi dispiaceva il modo in cui mi guardava.

Anche lui era eccitato, tanto che la parte anteriore dei suoi pantaloni era completamente tesa e gonfia.

La forma evidente del suo membro sotto quel volume pesante e rigido mi eccitò al punto da farmi vedere quasi tutto giallo davanti agli occhi.

Mentre respirava affannosamente, afferrò con entrambe le mani il mio sedere che continuava a muoversi e strinse la carne, torcendola.

«Voglio metterlo dentro…» La sua voce sembrava quella di qualcuno che inghiottisse lentamente il dolore, una lacrima alla volta. «Sai cosa intendo, vero? Voglio… penetrarti, Seo Yeehyeon.»

Il suo sussurro, pieno di desiderio e impazienza, mi fece sfuggire un gemito.

Quando schiusi appena le labbra, lui inclinò il capo e mi succhiò il labbro inferiore.

Contemporaneamente, fece scivolare tra le natiche la mano resa scivolosa dal mio seme e iniziò a massaggiare circolarmente sopra l’orifizio.

«Qui dentro… c’è un punto che sporge. Posso trovarlo e strofinarci sopra il mio cazzo?»

«Smettila…»

L’eccitazione, ormai quasi dolorosa, mi fece voltare il capo.

Ma lui mi seguì immediatamente, come se non fosse disposto a permettermi di distogliere lo sguardo, e mi inghiottì nuovamente le labbra.

Mi catturò insieme il labbro superiore e quello inferiore, succhiandoli ripetutamente.

Mentre mi inghiottiva, mi succhiava e mi esplorava, ormai anch’io ero diventato parte del suo profumo.

«Perché, questo è il sesso. Hai detto che il mio cazzo è fatto per fare una cosa del genere. Allora devo farlo per te.»

Seguirono altre imprecazioni, più lunghe del solito «Fuck».

In quello stato di stordimento, non riuscivo a essere certo di ciò che diceva in quella lingua straniera pronunciata così velocemente, ma sembrava qualcosa come: “voglio ridurti completamente a pezzi…”

Mi afferrò il sedere fino a farmi dolere la carne e lo divaricò con forza, allargando lateralmente l’orifizio che non riuscivo a vedere.

«Non ce la faccio più. Voglio metterlo dentro subito, muovermi… voglio fare sesso con te.»

Era la voce di un uomo impaziente, che desiderava penetrare e raggiungere l’eiaculazione.

Il fatto che fossi io l’oggetto di quel desiderio mi faceva pulsare tutto il corpo.

Anch’io volevo che mi penetrasse e che raggiungesse l’eiaculazione, volevo che accadesse dentro di me.

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